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Good religion trascendenza/mistica


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Non poteva mancare Freud...

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Benché di discendenza ebraica, Sigmund Freud si professava ateo convinto, anzi per la precisione «un ebreo del tutto ateo»46; e sebbene proclamasse la psicoanalisi uno strumento neutrale («in sé non è più religiosa che irreligiosa»),47 individuava nella religione «un nemico serio», certamente più pericoloso della filosofia metafisica per l’impatto emotivo che esercita sulla psicologia di tutti gli individui: la metafisica è infatti riservata a un numero esiguo di specialisti, mentre le dottrine e i culti religiosi coinvolgono le masse. Dopo aver compreso che la causa della nevrosi risiede in un trauma rimosso dalla coscienza del soggetto nevrotico e averne individuata l’origine prevalente nei conflitti sessuali in età infantile o durante lo sviluppo della personalità, estende discutibilmente questi fenomeni alle manifestazioni sacrali religiose, finendo per cogliere in esse una forte rassomiglianza con i «cerimoniali nevrotici» e quindi per descriverle come nevrosi collettive. In tal senso i rituali del nevrotico costituiscono «azioni private, in contrapposizione al carattere pubblico e associativo delle pratiche religiose», per cui i disturbi psichici ossessivi equivalgono a una forma di religione personale: «Una nevrosi ossessiva rappresenta la parodia, a metà comica e a metà tragica, di una religione privata».48

Freud riconduce buona parte delle credenze nel soprannaturale a forme di superstizione magico-religiosa, dove gli eventi casuali e l’invisibile o lo sconosciuto vengono interpretati in maniera non accettabile da una mentalità positivistica. E quello che per il superstizioso è l’occulto, per lo psicoanalista è l’inconscio: il primo «proietta all’esterno ciò che il secondo cerca nell’intimo».

...Fin dal 1910, in uno scritto giustamente celebre sulla personalità di Leonardo da Vinci, Sigmund Freud sottolineava come «la psicoanalisi ci ha fatto conoscere l’intimo collegamento tra il complesso del padre e la fede in Dio; ci ha mostrato che un Dio personale, psicologicamente, non è altro che un padre esaltato». A riprova di ciò starebbe il dato oggettivo per il quale «i giovani perdono la loro fede religiosa nel momento stesso in cui crolla l’autorità paterna»

...Per lui, in altri termini, l’idea di Dio è un prodotto della parte inconscia della psiche umana, una sublimazione dell’archetipo del padre verso il quale di solito si provano timore e amore, ma anche odio, desiderio di emulazione e di sostituzione. 

Col tempo Freud diventa tuttavia sempre più consapevole che le credenze religiose non sono mai un fatto meramente individuale o personale, ma presentano quasi sempre una componente comunitaria o sociale. Egli prende cioè piena coscienza di quanto esse siano saldamente radicate all’interno della storia umana, giungendo a riconoscere «un nucleo di verità storica nei fenomeni religiosi, da cui discende che la verità della religione non è “materiale”, ma “storica”»54. In uno dei suoi ultimi scritti riconosce infatti che a partire dal saggio Totem e tabù non ha cambiato opinione sulla possibilità di «intendere i fenomeni religiosi solamente usando il modello dei sintomi nevrotici individuali» alquanto familiari agli psicologi, ma ha inoltre compreso che essi vanno teoricamente interpretati «come ritorni di significativi eventi da lungo dimenticati della storia primordiale della famiglia umana»; pertanto si deve concludere «che agiscono sugli uomini in forza del loro contenuto di verità “storica”»

...Detto in breve: soltanto «la nostra scienza non è un’illusione»,57 mentre l’esistenza di Dio è un’idea troppo bella per essere vera. Infine, per sostenere il suo ateismo in modo davvero persuasivo, Freud non trova di meglio che ricorrere come pressoché tutti gli atei al classico argomento della teodicea, al problema dell’esistenza del male nel mondo: «Non corrisponde a verità che nell’universo vi sia un potere che vegli con paterna sollecitudine […]. Al contrario, i destini degli uomini non sono conciliabili né con l’ipotesi della bontà universale, né con quella di una giustizia universale. Terremoti, mareggiate, incendi non fanno alcuna distinzione fra il buono e il pio e il malvagio o l’infedele»

 La sua ricerca risulta infatti perennemente in mezzo al guado tra metodo scientifico da un lato e valutazioni fenomenologico-filosofiche dall’altro; sicché il suo progetto scientista di sostituire l’antropologia filosofica con un’antropologia scientifica fondata sulla meta-psicologia, di estirpare le credenze metafisico-religiose e i problemi esistenziali a esse connessi con la scienza della psiche, si dimostra in definitiva fallimentare e si rivela quindi, come in una nemesi, un’autentica illusione. Infatti, secondo le parole del teologo Hans Küng, «la psicoanalisi può certamente togliere i sentimenti nevrotici di colpa, ma non liberare dalla colpa reale, […] non dare una risposta agli interrogativi ultimi sul senso o meno del vivere o del morire».

Dal versante epistemologico molti filosofi della scienza, come ad esempio Karl Raimund Popper (1902-1994)63, hanno criticato la psicoanalisi tanto sotto il profilo della verificabilità quanto sotto quello della falsificabilità, concludendo per la non scientificità della psicoanalisi come scienza naturale. Tuttora svariati psicoanalisti, alcuni dei quali credenti, separano il paradigma positivista della teoria psicoanalitica freudiana dalla prassi clinica, evitando così accuratamente le sue implicanze filosofiche e religiose. E sempre dal fronte della psicanalisi si è incominciato a far notare come da un lato sia palesemente riduttivo il meccanismo proiettivo applicato alla credenza religiosa, perché «contrariamente a quanto dice Freud, Dio è ben altro che una semplice proiezione dell’immagine paterna», e come dall’altro esista pure indiscutibilmente in psicologia un «ateismo nevrotico», che spesso è «in realtà la reazione nevrotica di una persona assetata di religione e di amore».64 Non risulta insomma sufficiente constatare che Dio assomiglia alla figura paterna nel bambino o a una nostra rappresentazione dell’idea del padre per concludere in maniera probante che la credenza religiosa o le convinzioni teologiche sono solo forme di nevrosi ossessiva.

Non basta rilevare che alcuni aspetti della religione sono utili a superare il problema della morte o a placare le nostre angosce esistenziali e rispondono a un bisogno intrinseco all’animo umano, per poter definire in maniera cogente Dio e le religioni solo una nostra pura invenzione, perché gli elementi psicologici e adattativi presenti nelle credenze metafisiche e religiose non dimostrano di per sé la loro falsità. Potrebbe infatti rivelarsi vero l’esatto contrario: proprio perché l’anelito al divino e alla fede religiosa è costitutivo dell’essere umano, proprio perché il bisogno di credere in Dio risulta presente dalla nascita in ciascun individuo della nostra specie quasi come la necessità di nutrirsi, è ammissibile concludere che può davvero esistere un Ente trascendente: l’esigenza di confidare in Dio sarebbe insomma il segno tangibile dell’esistenza di un Creatore

Quel che è certo secondo lo psichiatra austriaco Viktor Emil Frankl (1905-1997) è che, contrariamente a quello che riteneva Freud, proprio l’assenza della credenza religiosa può condurre alla nevrosi. Frankl è il fondatore della cosiddetta terza scuola viennese di psicoterapia, conosciuta come «logoterapia» e «analisi esistenziale»: metodiche queste concepite come un intervento per aiutare l’individuo a ritrovare il senso della propria esistenza. Anche lui di famiglia ebrea e particolarmente attento alle questioni esistenziali in psicologia, fece un’esperienza indelebile con la deportazione ad Auschwitz, dalla quale rafforzò la convinzione che in mancanza di un significato autotrascendente per la nostra esistenza siamo annichiliti e come vuoti dentro. La «volontà di senso» è infatti ciò che caratterizza l’uomo in quanto tale, è l’umano nell’uomo, per cui il significato ultimo della vita che potrebbe stare oltre la dimensione mondana è qualcosa che bisogna credere e cercare non solo per l’equilibrio della nostra psiche, ma per realizzare la propria natura di uomini

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Per non parlare di tutto il movimento transpersonale (aggiungo io)

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(continua..)

 

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Secondo me è tutto molto interessante

Di solito la questione si banalizza tremendamente, ma approfondendo un poco l'argomento ci si può rendere conto quanto esso sia complesso e articolato 

Anche perché spesso i credenti vengono dipinti come superstiziosi, creduloni ignoranti e infantili 

Ma come si può notare spesso tali questioni sono affrontate da professori e studiosi, a dispetto di quanto si possa spesso pensare o affermare

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@LUIGI64 Riporto da un articolo preso in rete.

Giamaica per il One Love Peace Concert, così venne battezzato l’evento del 1978, Marley non solo si esibì nuovamente ma riuscì anche a fare accadere qualcosa di impossibile. I leader delle due fazioni politiche, acerrimi nemici, erano Edward Seaga – futuro uomo di Reagan sull’isola caraibica – e Michael Manley, primo ministro che aveva varato un programma di ispirazione socialista. Marley li chiamò sul palco e li convinse a stringersi la mano di fronte alla folla. Non fu la fine delle violenze, che anzi in seguito aumentarono. Ma è innegabile che la carica simbolica sia stata enorme.

 

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Tornando al testo più volte citato salterò, per evitare di annoiare troppo, il pensiero di B. Russell e del "teologo" biologo R. Dawkins

Conclusione

...L’ateismo moderno ha dunque in ultima analisi quale obiettivo primario quello di eliminare definitivamente l’idea di Dio dalla coscienza e dalla Storia al fine di consentire all’essere umano, come singolo e come collettività, di esprimere compiutamente e liberamente se stesso. Coscienza e Storia costituiscono, direttamente o indirettamente, i due pilastri dell’ateismo della nostra epoca: il problema di Dio è visto al contempo come una questione interiore riferibile al singolo individuo e come un fenomeno connesso al progresso storico dell’umanità. Un ateismo in cui la Storia e la coscienza risultano, ancor più che strumenti per interpretare e confutare l’esistenza di un Ente supremo, il fine programmatico di una nuova concezione del mondo e del genere umano.

D’altra parte nell’esporre le motivazioni degli atei non ci siamo quasi mai imbattuti in argomenti razionali volti a negare semplicemente l’esistenza di Dio, non abbiamo incontrato delle confutazioni che fossero fini a se stesse, che si limitassero a inficiare per via logica il teismo o il deismo, ma ci siamo invece trovati di fronte a prese di posizione nelle quali si faceva del rifiuto di Dio il postulato indispensabile di tesi o conclusioni già in qualche misura precostituite e ovviamente assunte per vere. Non quindi autentici ragionamenti logici di tipo confutatorio, ma petizioni di principio, quando non argomentazioni strumentali e di comodo. Per chiarire meglio portiamo qualche esempio di questi argomenti postulatori: 

Dio non può esistere (postulato) perché l’uomo deve essere libero (Bakunin e Sartre);
Dio è l’oppio dei popoli (postulato), pertanto solo la lotta di classe e la società comunista sono la via di salvezza del genere umano (Marx ed Engels);
Dio è una mera proiezione dell’essenza umana (postulato), quindi la teologia può essere ricondotta all’antropologia (Feuerbach);
Dio è morto (postulato): questo è il punto di partenza per la trasvalutazione di tutti i valori e per l’avvento del superuomo (Nietzsche);
Il termine «dio» e il suo concetto sono privi di significato (postulato), altrimenti sarebbe falso che unicamente gli asserti verificabili sono dotati di senso (positivisti, neopositivisti e scientisti);
L’immagine del divino è una proiezione psicologica (postulato), così si conferma che l’inconscio determina tutte le manifestazioni psichiche (Freud);
Bisogna ribellarsi contro dio (postulato): è l’unico modo per affermare il genere umano contro «l’empia natura» (Leopardi e Camus).

In sintesi pressoché tutto l’ateismo finisce per essere postulatorio, per presupporre per certa la non esistenza di Dio senza davvero dimostrare la falsità delle affermazioni dei teisti o dei deisti; e questo perché, per sostenere le sue tesi fondamentali, risulta indispensabile a ogni ateo negare pregiudizialmente il dualismo e la trascendenza. A ben guardare la natura postulatoria dell’ateismo si tramuta in ultima istanza in un approccio teologico, in una forma di teologia che intende sostituire al divino l’uomo singolo oppure la specie umana. Perfino negli atei scientifici o nei filosofi positivisti traspare infatti l’obiettivo programmatico e preconcetto di un riscatto del genere umano, le cui potenzialità sarebbero state conculcate dalla credenza in Dio e dalle istituzioni religiose. In tal modo si è giunti non di rado a divinizzare scopertamente l’uomo, che è poi il rischio sempre ricorrente dell’atteggiamento ateo, oppure quantomeno a esagerarne le potenzialità e l’effettivo ruolo ontologico, sostituendo così a una metafisica teocentrica una metafisica antropocentrica.

Come negare del resto la fondatezza delle critiche di chi ha visto nella «specie umana infinita» di Feuerbach, nella «classe universale» (il proletariato) di Marx ed Engels, nell’«oltreuomo» di Nietzsche, nell’«uomo quale si fa» di Sartre, nel «Grande Essere (l’Umanità)» di Comte, nell’idea della scienza come «sapere senza enigmi insolubili» degli scientisti, altrettante forme di elevazione agli altari dell’essere umano? Come non rilevare che certo ateismo sembra ricusare Dio in quanto ente assoluto per poi sostituirlo con altre modalità o concetti di assoluto, cadendo in un’evidente contraddizione e in un circolo vizioso?

...D’altronde anche qualora si volesse fantasticare di un ordine naturale idilliaco in cui risultasse assente qualsiasi fenomeno apportatore di sofferenza e morte per i viventi, nel quale cioè non fosse presente nessuna forma di evoluzione per selezione naturale, nessun evento accidentale negativo sia su scala locale (terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, malattie ecc.) sia su scala cosmica (nascita e morte delle stelle, deriva delle galassie, collisioni con asteroidi ecc.), quindi di un mondo necessariamente deterministico, alla fine a essere sacrificato sarebbe sicuramente il nostro libero arbitrio. Per questa ragione lo scrittore Clive Staples Lewis (1898-1963) ci sfidava giustamente a provare «a escludere la possibilità di soffrire, implicita nell’ordine della natura e nell’esistenza del libero arbitrio: troverete che avete escluso la possibilità della vita stessa»10 così come la si reputa normalmente possibile e accettabile.

Se ne desume che quella che potremmo chiamare «libertà della natura», ovvero la presenza in essa del caso e dei fenomeni da cui si origina quello che consideriamo male naturale, è il presupposto indispensabile tanto per la vita in generale quanto per la libertà umana. E poiché il libero arbitrio è inseparabile dall’intelligenza autocosciente, l’assenza di un rigido determinismo in natura è anche la condizione imprescindibile per l’esistenza di esseri intelligenti quali noi siamo. Come ha osservato acutamente il teologo Gerhard Lohfink, un ordine senza libertà assomiglierebbe a Il mondo nuovo (1932) del romanzo di Aldous Huxley (1894-1963), nel quale in un immaginario Stato totalitario del futuro i cittadini non sono più oppressi da fame, guerra, malattie e possono accedere a ogni piacere materiale, ma in cambio devono rinunciare a ogni libera espressione individuale.11 Se ci si riflette bene, nessuna persona avveduta vorrebbe vivere così.

...Permane valida per contro la constatazione che la presenza del male tanto fisico quanto morale in assenza di un significato per l’esistenza risulta per noi incomprensibile e inaccettabile, motivo per cui c’è chi ha coerentemente sostenuto che Dio deve esistere proprio perché altrimenti non si spiegherebbe la sofferenza innocente. L’ateismo antiteodicetico sarebbe insomma costruito su un sofisma: «Il dolore e il male sono inspiegabili, dunque non c’è un Dio. Ma [in realtà] sono inspiegabili appunto perché si è negato Dio. […] Gli uomini sentono la vita come un peso assurdo solo se si presuppone che nessuno si cura di loro, cioè se si è già atei»

(continua...)

 

 

 

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Voglio fare un'importante precisazione.

La mia non vuole in alcun modo essere una critica verso coloro che non credono: la discriminante, infatti, non può certo risiedere nell'essere atei o credenti.

Ho incontrato non credenti molto corretti e di grande spessore etico e, di contro, credenti ingenui, rigidi e dogmatici.

Il mio obiettivo era mostrare che il tema può essere affrontato seriamente, senza cadere in facili riduzionismi

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Ultime pagg. del testo a cui ho fatto più volte riferimento: Nel segno del nulla di Roberto Giovanni Timossi

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...Nonostante tutti i tentativi di negarne la rilevanza, i problemi dell’origine del mondo e del senso della nostra vita di esseri intelligenti restano fondamentali e ineludibili. Gli ultradarwinisti Dennett e Dawkins, così come il fisico ateo Weinberg, hanno tentato di fare della questione del significato esistenziale un mero fatto di appagamento biologico, psicologico e sociale dell’individuo, scontrandosi però col dato obiettivo della persistente insufficienza di questo genere di risposta, dal momento che soltanto a una minoranza di individui è concessa l’opportunità di conseguire una simile piena autorealizzazione, mentre resiste in noi la sensazione dell’assurdità di una vita senza senso. L’insoddisfazione esistenziale è infatti presente in moltissimi di coloro che secondo i canoni degli atei scientifici dovrebbero sentirsi realizzati in virtù dei loro successi personali, tanto è vero che «lo psichiatra incontra abbastanza di frequente questa “volontà di significato” sotto la forma della sua frustrazione»13. Viktor Emil Frankl, a seguito dei suoi attenti studi psicologici, ha dimostrato con chiarezza che quella dell’autorealizzazione è una falsa prospettiva, che il significato valido per l’esistenza umana «non risiede nell’appagamento e nella realizzazione di se stessi per mezzo di se stessi, […] come se l’uomo esistesse solo per soddisfare dei bisogni»; anzi è proprio questa rappresentazione della vita a risultare «estremamente traditrice o ingannatrice». E forse «l’uomo non è fatto per appagarsi e realizzarsi» in se stesso, ma per traguardare una «auto-trascendenza, […] qualcosa o qualcuno che ci trascende, che sta al di là e al di sopra di noi stessi».14

Questo sembra del resto l’esito finale della parabola dell’ateismo contemporaneo: si parte dalla negazione di Dio per affermare maggiormente l’uomo, si dà spazio al caso per negare la presenza di un Creatore, ma si approda soltanto al nichilismo dissolutorio; si finisce cioè per nullificare qualsiasi cosa, per far sprofondare la causa umana nel vuoto esistenziale. Volendo usare un’espressione di Richard Dawkins, il fiume della vita che sgorga dal Giardino dell’Eden (River out of Eden) per gli atei scorre inesorabilmente verso il nulla ed è già in un nulla di senso. Ma se il nulla fosse davvero la verità ultima, anche l’ateo ne uscirebbe sconfitto e non avrebbe di che gioire o trionfare, perché alla morte di Dio seguirebbe la moderna morte dell’uomo di cui ha parlato lo psicanalista Erich Fromm.17 Occorre invece ammettere che «dietro il caso apparentemente tale vi potrebbe essere un senso più elevato o più profondo, un senso ultimo»18 che nessuno può rinunciare a cercare.

Il perfetto ateo sta sul penultimo gradino prima della fede più perfetta. (Fëdor Michailovič Dostoevskij)

 

 

 

 

 

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Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
E’ la mente che traccia la strada.
Come la nostra ombra incessante ci segue così ci segue il benessere quando parliamo o agiamo con purezza di mente.

...

Chi fa del male crea la propria sofferenza nel presente e nel futuro.
Il pensiero assillante del proprio torto tiene schiava la mente
e precipita nel caos.

...

La consapevolezza ricettiva apre alla vita la fuga nella distrazione è un sentiero di morte chi è consapevole è totalmente vivo chi è distratto è come fosse già morto

...

Libera vagabonda
senza forma la mente dimora nell’intima caverna del cuore.
Dominandola si è liberi
dalle catene dell’ignoranza.

...

Anche chi fa del male
può gioire finché le sue azioni
non hanno dato frutti.
Ma maturati gli effetti delle azioni non potrà evitarne le dolorose conseguenze.

...

Non far del male agli esseri viventi che come noi cercano appagamento significa far felici noi stessi.

...

Fanno il male ma non sanno quello che fanno;
gli stolti subiscono le conseguenze delle loro azioni come chi maneggiando il fuoco si brucia.

...

Noiosa è la compagnia degli stolti sempre molesta, come essere circondati da nemici;
invece accompagnarsi ai saggi
è come essere a casa.

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Come il fabbro forgia una freccia così il saggio trasforma la mente di per sé irrequieta, instabile e  difficile da governare

...

È difficile da educare la mente attiva capricciosa e vagabonda:

padroneggiarla è essenziale

perché porta gioia e benessere.

...

Deludenti come un fiore bello

ma senza profumo sono le parole sagge senza retta azione

...

Lo stolto che sa di essere stolto

ha un pizzico di saggezza;

lo stolto che pensa di esser saggio è impudentemente stolto.

...

Cresce la presunzione e la brama degli stolti con l’esigere immeritata autorità               

riconoscimento e compenso;

la falsità colora la loro sete

vogliono esser visti potenti e perspicaci.

...

Non soffermarti sugli errori

e i difetti degli altri; cerca invece di esaminare con chiarezza i tuoi.

...

Un solo giorno vissuto consapevoli della natura fugace della vita ha più valore di cento anni inconsapevoli di nascita e morte.

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Tratto da: Dhammapada. La via del Buddha (ediz. Feltrinelli - G. Pecunia)

Il Dhammapada, a volte tradotto come Cammino del Dharma, è un testo del Canone buddhista conservato in tutte le principali collezioni di testi buddhisti (pali, cinese, tibetano). L’opera è formata da 423 versetti raccolti in 26 categorie. Secondo la tradizione, si tratterebbe di parole realmente pronunciate da Gautama Buddha in diverse occasioni.

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Eccellenti riflessioni finali di R. Panikkar dal suo: Il silenzio del Buddha

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... Il Buddha semplicemente "distrae" l'uomo dalla sua attività pensante per dirigerlo esclusivamente verso il suo principale e unico compito, liberarsi dal dolore, senza spingerlo a speculare sull' ineffabile. Per il Buddha l' unica cosa che conta è che raggiungiamo il nostro silenzio, il silenzio della creatura, l'annichilimento della creaturalita'. Il resto non sta a noi.

La "rivelazione" del Buddha dice all'uomo di rinunciare non solo a cercare Dio per conoscere "come è", ma anche di rinunciare a Dio stesso come appoggio nel cammino.

...

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Come già detto, trattasi di un arduo cammino senza sostegno

Un sentiero tutt'altro che facile da percorrere

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... "Ogni cosa è la natura di Buddha", ciò significa che ogni cosa è essa stessa la natura di Buddha. Se non esiste la natura di Buddha, non esiste niente. Se qualcosa è separato dalla natura di Buddha, si tratta solo di un'illusione. Può esistere nella vostra mente, ma in effetti non esiste.
Dunque essere un essere umano significa essere un Buddha. Natura di Buddha è solo un altro termine per indicare la natura umana, la nostra vera natura umana. Cosicché, anche se non fate niente, in effetti state facendo qualcosa. State esprimendo voi stessi. State esprimendo la vostra vera natura. La esprimeranno i vostri occhi , Ia vostra voce, il vostro contegno. La cosa più importante è esprimere Ia vostra vera natura nel modo più semplice e appropriato e saperla apprezzare anche nell'esistenza più insignificante

...Il pensiero e la pratica che Buddha trovò in India si basavano su una concezione che intendeva l'essere umano come una combinazione di elementi fisici e spirituali. Si credeva che la parte fisica
dell'uomo tenesse prigioniera quel1a spirituale, per cui la pratica religiosa tendeva a indebolire l'elemento fisico al fine di liberare e rafforzare lo spirito. Perciò la pratica che Buddha trovò in India era incentrata sull'ascetismo. Ma, praticando l'ascetismo, Buddha si accorse che non si finisce mai di purificarsi fisicamente e che tutto ciò rendeva la pratica religiosa molto idealistica. Questo genere di guerra contro il nostro corpo può aver fine solo con la morte. Ma, secondo questa concezione indiana, si dovrà tornare a un'altra vita, e a un'altra ancora, ripetendo lo sforzo e la lotta ogni volta, e così via senza mai ottenere una perfetta illuminazione. E anche se credete di poter indebolire la forza del corpo in modo sufficiente a liberare il vostro potere spirituale, ciò varrà solo finché continuerete la pratica ascetica. Se riprendete la vita quotidiana, sarete costretti a rafforzare il corpo, ma poi vi toccherà indebolirlo di nuovo per recuperare il potere spirituale. E così dovrete ripetere tale processo ancora e ancora, senza fine. Forse questa è un'eccessiva semplificazione della pratica trovata da Buddha in India, e possiamo riderei su, ma è un fatto che alcuni continuano tale pratica anche al giorno d'oggi. Talvolta, senza che se ne accorgano, questa
idea di ascetismo sta nel fondo delle loro menti. Ma praticare in tal modo non porterà ad alcun progresso.
La via del Buddha fu alquanto diversa. All'inizio egli studiò la pratica hindu del luogo e del tempo in cui si trovava, e praticò l 'ascetismo.
Ma a Buddha non interessavano affatto gli elementi costitutivi dell'essere umano, né le teorie mctafìsiche dell'esistenza. Era molto più interessato a come egli stesso esisteva nel momento presente. Era questo il punto. Il pane è fatto di farina. Come la farina, messa nel forno, si trasforma in pane: ecco qual era per Buddha la cosa più importante. Come si raggiunge l'illuminazione: ecco qual era. il suo principale interesse.
La persona illuminata è qualcosa di perfetto, desiderabile, per se stessa e per gli altri. Buddha voleva scoprire come gli esseri umani possono sviluppare questo ideale - come i vari saggi del passato divennero saggi. Per scoprire come la pasta diviene pane perfetto, egli provò e riprovò, finché non riuscì. Ecco qual era la sua pratica.

Tratto da: Mente Zen, mente di principiante (Shunryu Suzuki-Roshi)

E' stato un monaco e insegnante Zen di Sōtō che ha contribuito a popolare il buddismo zen negli Stati Uniti, ed è rinomato per aver fondato il primo monastero buddhista zen al di fuori dell'Asia (Tassajara Zen Mountain Center). Suzuki ha fondato il San Francisco Zen Center che, insieme ai suoi templi affiliati, comprende una delle organizzazioni Zen più influenti negli Stati Uniti. Un libro dei suoi insegnamenti, Zen Mind, Beginner's Mind, è uno dei libri più popolari sullo Zen e il Buddhismo in Occidente.

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Qualcuno si potrebbe chiedere: non è che senza saperlo sono un po' buddhista...

A tale quesito risponde Khyentse Norbu (Sei sicuro di non essere buddhista?) nel modo seguente:

 

Si è buddhisti quando si accettano le seguenti quattro verità:

 

Tutte le cose composite sono impermanenti.

Tutte le emozioni sono dolore.

Tutte le cose sono prive di esistenza intrinseca.

Il nirvana trascende ogni concetto.

 

Queste quattro affermazioni, che furono pronunciate dal Buddha in persona, sono note come “i quattro sigilli”. Tradizionalmente, per sigillo si intende una sorta di marchio che conferma l'autenticità. Per amor di semplicità e di scioltezza in questo testo le quattro affermazioni saranno chiamate in differentemente sigilli e “verità”, senza confonderle con le quattro nobili verità del buddhismo che si riferiscono esclusivamente ai diversi aspetti della sofferenza. È noto che i quattro sigilli abbracciano il buddhismo nel suo complesso, eppure la gente non desidera affatto sentirne parlare. Senza spiegazioni più approfondite, servono solo a scoraggiare gli animi e in molti casi, non riescono a suscitare un più vivo interesse. Cambia il soggetto della conversazione e tutto finisce lì.

Il messaggio dei quattro sigilli deve essere inteso letteralmente, non a livello metaforico o mistico – e deve essere preso sul serio. I sigilli non sono tuttavia editti né comandamenti. Con un po' di riflessione, ci si accorge che non hanno nulla di moralistico o di rituale, né alludono a comportamenti buoni o cattivi. Sono verità secolari basate sulla saggezza, e la saggezza è l'interesse primario di un buddhista. La morale e l'etica passano in secondo piano. Qualche aspirata di sigaretta e un po' di frivolezza non impediscono di diventare buddhisti, anche se non significa che abbiamo il permesso di essere sregolati o immorali.

...Se non siete in grado di accettare che tutte le cose composite o fabbricate sono transitorie, se credete che esiste una sostanza o un concetto fondamentale dotato di permanenza, allora non siete buddhisti.

 

Se non riuscite ad accettare che tutte le emozioni sono dolore, se credete che esistano emozioni autenticamente piacevoli, allora non siete buddhisti.

 

Se non potete ammettere che tutti i fenomeni sono illusori e insignificanti, se pensate che alcune cose esistano intrinsecamente, allora non siete buddhisti.

 

Se infine pensate che l'illuminazione esiste nell'ambito del tempo, dello spazio e del potere, allora non siete buddhisti.

 

Che cosa fa di voi un buddhista? Forse non siete nati in un paese buddhista o in una famiglia buddhista, non indossate la tunica, non vi rasate il capo, mangiate carne e siete dei fan di Eminem e di Parsi Hilton. Ciò non significa che non possiate essere buddhisti. Per essere buddhista, bisogna accettare che tutti i fenomeni compositi sono impermanenti, che tutte le emozioni sono dolore, che tutte le cose sono prive di esistenza intrinseca e che l'illuminazione trascende tutti i concetti.

 

 

 

 

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Se “qualcosa” è spiacevole, distogliamo deliberatamente l'attenzione, come fa una madre che distrae il suo bambino con sonagli e altri trastulli. Quando siamo giù di morale, usciamo a fare compere, ci svaghiamo, andiamo al cinema. Ci lanciamo in fantasie e congetture, vagheggiando una vita di successi – case al mare, premi e trofei, una pensione anticipata, belle macchine, una famiglia felice, veri amici, celebrità: il tutto adatto al Guinness dei primati. Con il passare degli anni, desideriamo un compagno devoto, con cui andare in crociera o allevare barboncini di razza pura. Le riviste e la televisione propongono e promuovono tali modelli di felicità e successo, escogitando sempre nuove illusioni per farci cadere nella trappola. Queste idee di successo sono i nostri sonagli di adulti. Quel che facciamo durante la giornata, con pensieri e azioni, non dimostra affatto che siamo consapevoli della fragilità della vita: passiamo il tempo a fare cose insulse, come aspettare che finalmente sullo schermo abbia inizio un brutto film. Oppure ci precipitiamo a casa per seguire un reality show in televisione. Mentre siamo seduti a guardare la pubblicità, sempre aspettando, il nostro tempo in questa vita continua a fuggire via.

...Forse crediamo anche che un giorno, grazie alle lezioni che la vita ci ha impartito, raggiungeremo la maturità perfetta. Ci aspettiamo di diventare dei vecchi saggi come Yoda, senza renderci conto che la maturità è solo un altro aspetto del decadimento. Inconsciamente, siamo attratti dall'idea di raggiungere uno stadio in cui non sarà più necessario aggiustare nulla. Siamo certi che un giorno “vivremo felici e contenti” e affascinati dall'idea che alla fine “tutto si risolve”.

È come se quando abbiamo fatto finora, tutte le nostre vite fino a questo momento, fossero solo una prova generale. Convinti che debba ancora avere inizio lo spettacolo vero e proprio, che sarà grandioso, non viviamo mai nel presente.

Per la maggior parte di noi questo incessante manovrare, riorganizzare, migliorare è la definizione stessa di “vita”. In realtà stiamo aspettando che la vita cominci. In genere non abbiamo difficoltà ad ammettere che stiamo lavorando per un momento di perfezione futuro

Tratto dal testo di cui sopra

 

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