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Good religion trascendenza/mistica


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È difficile capire il vuoto per chi, come noi, ha la mente condizionata dal pragmatismo;

...Non ci servono doni sovrannaturali per capire il vuoto. È una questione di formazione e una volontà di guardare le cose considerandone le diverse componenti, le cause e le condizioni nascoste. In questo modo è come andare al cinema con lo stesso spirito di uno scenografo o un cameraman. I professionisti guardano ben oltre quel che si vede realmente. Capiscono com'è collocata la cinepresa, sanno quali obiettivi e quali luci sono stati utilizzati, si rendono conto delle simulazioni al computer e di tutte le altre tecniche cinematografiche di cui il pubblico non è consapevole: per loro l'illusione svanisce. I professionisti tuttavia sono ancora in grado di divertirsi moltissimo quando vanno al cinema. Questo è un esempio del senso dell'umorismo trascendente di Siddharta.

...Come nel caso della molteplicità di farmaci necessari a curare le diverse malattie, esistono molti metodi per arrivare al risveglio, ognuno dei quali si adatta ai diversi tipi di consuetudine, di cultura e di atteggiamento. Decidere di sceglierne uno dipende dallo stato mentale del discepolo e dall'abilità di cui dà prova il maestro. Invece di sconvolgere sin dall'inizio i suoi seguaci con l'idea del vuoto, Siddharta insegnò loro dei metodi accessibili, come la meditazione, e dei precisi codici di comportamento: “Fate la cosa giusta, non rubate, non dite bugie”. In base alla natura del discepolo, prescrisse la rinuncia e l'austerità a diversi livelli, dalla semplice rasatura del capo a quello di astenersi dalla carne. Norme rigorose e apparentemente religiose si adattano perfettamente a coloro che, all'inizio, non sono in grado di ascoltare o capire il vuoto, come pure a coloro la cui natura è conforme all'ascetismo.

...La parola “karma” in sostanza è sinonimo di buddhismo. Il karma è considerato comunemente una sorta di sistema morale di ricompensa – un “cattivo” karma e un “buon” karma. In realtà è semplicemente una legge di causa ed effetto, da non confondere con la morale e con l'etica.

Nessuno, compreso Buddha, stabilisce la norma assoluta del negativo e del positivo. Le azioni e le motivazioni che ci distolgono da verità come “tutte le cose composite sono impermanenti” hanno conseguenze negative, o un cattivo karma. E tutte le azioni che ci permettono di accostarci alla comprensione di verità come “tutte le emozioni sono dolore” hanno conseguenze positive, o un buon karma. Alla fine della giornata, non c'è Buddha che giudica; soltanto tu puoi davvero conoscere le motivazioni che si celano dietro le tue azioni.

Tratto sempre dal testo di cui sopra

 

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Interessanti riflessioni sul vuoto, tratte sempre dallo stesso testo:

Forse vi chiederete ancora: Qual è il vantaggio di capire il vuoto? Comprendendo il vuoto vi attenete all'idea secondo cui ciò che appare esiste, ma senza aggrapparvi all'illusione che tutto sia reale, e senza la continua delusione simile a quella di un bambino che vuole inseguire l'arcobaleno.

Potrete guardare attraverso le illusioni e ricordare che innanzitutto è l'Io che le crea. Sicuramente vi succederà ancora di essere turbati oppure emozionati, tristi, arrabbiati o impetuosi, ma avrete la disinvoltura di chi, al cinema, si distacca dal dramma rappresentato perché capisce che è soltanto un film. Paure e speranze per lo meno saranno mitigate, come quando si ammette che il serpente è soltanto una cravatta.

Se non abbiamo capito il concetto di vuoto, se non comprendiamo pienamente che tutte le cose sono illusioni, il mondo sembra reale, tangibile e solido. Allora anche le speranze e le paure diventano massicce e quindi incontrollabili.

...La comprensione dei fenomeni aggregati e la comprensione del vuoto possono lasciare ai rapporti una certa libertà. Se cominciate a intravedere esperienze, pressioni e circostanze che hanno condizionato i vostri genitori, le aspettative che avete nei loro confronti mutano e diminuiscono le delusioni.

Quando diventiamo genitori a nostra volta, anche una minima comprensione dell'interdipendenza diminuisce le aspettative nei confronti dei figli, i quali possono considerare questo atteggiamento come una manifestazione di amore. In assenza di tale consapevolezza, nonostante le migliori intenzioni di amare e di prenderci cura dei nostri figli, il peso di aspettative e richieste può diventare insopportabile.

In tal modo, con la comprensione del vuoto, perdete interesse per gli infiniti trabocchetti e le innumerevoli certezze che la società costruisce per poi demolirli – i sistemi politici, la scienza e la tecnologia, l'economia globale, la società libera, le Nazioni Unite. Diventate come un adulto che perde il gusto per i giocattoli. Per molti anni, avete avuto fiducia in queste istituzioni, credendo che potessero avere successo là dove avevano fallito i sistemi del passato. Il mondo, però, non è ancora diventato più sicuro, più piacevole, più accogliente.

Ciò non significa ritirarsi dalla società. Capire il vuoto non vuol dire diventare blasé; al contrario, sarete in grado di provare un senso di responsabilità e di compassione.

 

 

 

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Continuo ancora un po' con il libro già citato:

Secondo Siddharta, il luogo di definitivo riposo, il paradiso o il nirvana, non è affatto un luogo: è il sollievo dalla costrizione dell'illusione. Se pretendete che venga specificato un luogo fisico, può essere benissimo quello dove siete seduti in questo momento. Per Siddharta, era la superficie di una pietra piatta e un po' di erba kusha essiccata sotto un albero bodhi nello stato indiano di Bihar. Nessuno, neppure oggi, può visitare questa località fisica. La versione di Siddharta della libertà è non-esclusiva. Può essere raggiunta in questa vita, grazie al coraggio, alla saggezza e all'impegno dell'individuo.

 

Non c'è nessuno che non abbia questo potenziale, comprese le creature intrappolate nel regno degli inferi.

Lo scopo di Siddharta non era essere felice. Il suo percorso non conduce alla felicità. Si tratta invece di una strada diretta verso la liberazione dalla sofferenza, verso la libertà dall'illusione e dalla confusione. Il nirvana, quindi, non è né felicità né infelicità, esso trascende questi concetti dualistici. Il nirvana è pace

...Nella misura in cui comprendiamo la verità, possiamo progredire attraverso gli stadi dell'illuminazione, chiamati “livelli bodhisattva”. Quando un bambino a teatro è terrorizzato da un terribile mostro, se gli si presenta l'attore senza il costume di scena la sua paura sarà mitigata.

Grazie alla capacità di guardare oltre i fenomeni e di comprendere la verità, si raggiunge la libertà.

Perfino se l'attore si limita a togliersi la maschera, la paura diminuisce. Così, se si comprende anche solo parzialmente la verità, vi è uno stato di liberazione equivalente.

Uno scultore può creare una bellissima donna di marmo, ma dovrebbe avere la saggezza di evitare di innamorarsi della sua creatura. Come Pigmalione con la sua statua di Galatea, ci creiamo amici e nemici, ma poi dimentichiamo di esserceli creati da soli. Per mancanza di attenzione, le nostre creature diventano qualcosa di solido e reale e ci lasciamo coinvolgere a livelli sempre più profondi. Se capite davvero, non solo a livello intellettuale, che ogni cosa è semplicemente una vostra creazione, sarete liberi.

...Quando vi risvegliate da un incubo, provate un profondo sollievo. La beatitudine sarebbe invece non aver mai sognato. La beatitudine, in tal senso, non equivale alla felicità. Ai suoi discepoli che si applicavano seriamente per liberarsi dal samsara, Siddharta sottolineava la futilità di ogni ricerca della pace e della felicità, in questo mondo o nell'aldilà.

...Quando ci accorgiamo della difficoltà di sbarazzarci delle nostre vecchie abitudini mondane, l'illuminazione sembra davvero irraggiungibile. Se non riesco nemmeno a smettere di fumare, come posso pensare di eliminare abitudini come la passione, la rabbia o il rifiuto?

 

 

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Sempre dallo stesso testo:

 

Potremmo chiederci: Cos'è l'illuminazione se non è felicità o infelicità? Come può presentarsi e funzionare? In che cosa consiste scoprire la nostra natura buddha?

Nei testi buddhisti, quando sono poste queste domande, la risposta suggerisce che l'illuminazione è qualcosa di inesprimibile, che va oltre le nostre concezioni. Molti la fraintendono, come fosse un'astuzia per evitare di rispondere alla domanda. In realtà questa è la risposta. La logica, il linguaggio e i simboli che possediamo sono molto limitati, non possiamo neppure esprimere qualcosa di terribilmente terreno come il senso di sollievo; le parole sono inadeguate a trasmettere pienamente l'esperienza globale del sollievo provato dal prossimo. Se perfino i fisici quantistici hanno difficoltà a trovare le parole per esprimere le loro teorie, come possiamo aspettarci di trovare il vocabolario adatto all'illuminazione?

...Nei testi buddhisti rigorosi, le capacità di Buddha di volare e di compiere magie non sono contemplate. In realtà, più volte nella dottrina di base si consiglia ai seguaci di Buddha di non lasciarsi impressionare da questi aspetti illogici. Anche se simili talenti non sono da escludere, non furono mai considerati le sue imprese supreme. La sua vera grande opera fu la comprensione della verità, la quale ci libera dalla sofferenza una volta per tutte.

Questo è il miracolo. Buddha sperimentò la vecchiaia, la malattia e la morte proprio come noi, ma riuscì a trovarne le cause che ne costituiscono il fondamento; e anche questo è un miracolo. Capire che tutte le cose composite sono impermanenti fu la sua splendida vittoria. Invece di trionfare su un nemico esterno, scoprì che il vero nemico è il nostro attaccamento all'Io; neutralizzare questo attaccamento all'Io è un'impresa ben superiore a tutti i miracoli sovrannaturali, reali o immaginati.

...Invece di ritirarsi in una vita di contemplazione, Buddha trovò la compassione necessaria a condividere, con tutte le creature, le sue scoperte straordinariamente innovative, indipendentemente dalla difficoltà di insegnarle e farle capire. Indicò un sentiero, proponendo decine di migliaia di metodi, dai più semplici, come offrire incenso, stare seduti con la schiena eretta e concentrarsi sulla respirazione ai più complicati, come le visualizzazioni e le meditazioni complesse. Fu questo il suo straordinario potere. 

Quando Siddharta raggiunse l'illuminazione, fu conosciuto come il Buddha. Buddha non è un nome di persona, ma la definizione di uno stato della mente. La parola “buddha” definisce una qualità con un duplice aspetto: “colui che è compiuto” e “colui che è risvegliato”. In altre parole, colui che ha purificato le proprie contaminazioni e ha raggiunto la conoscenza.

...Buddha è considerato onnisciente. Ciò non significa che egli abbia frequentato tutte le università e memorizzato tutti i libri esistenti. Non è questo genere di studi che può essere paragonato alla conoscenza del risvegliato, perché è un sapere dualistico, basato su oggetti e soggetti, e vincolato ai limiti, alle regole e agli obiettivi che gli sono propri. È chiaro che, nonostante le conoscenze scientifiche che possediamo oggi, il mondo non è migliorato, anzi, forse è perfino peggiore. Essere onnisciente non significa essere colto. Qualcuno che conosce tutto non ha nessuna “non conoscenza” e nessuna ignoranza.

Analogamente, Buddha insegnò a essere generosi se si vuole essere ricchi, e a provare compassione se si vuole vincere il nemico. Ammonì anche che per essere ricchi era necessario accontentarsi, e per annientare il nemico bisognava prima vincere la propria rabbia. Infine, insegnò che la sofferenza può essere estirpata alle radici sopprimendo l'Io, perché, se non c'è Io, non c'è neanche chi soffre.

...Semplicemente, non era più contaminato dal concetto di tempo. Dire che Siddharta ha eliminato l'impenetrabilità dei concetti di tempo e di spazio non significa che ha infranto le regole del tempo o ha smontato concretamente una bussola. Egli andava completamente al di là dei concetti di tempo e di spazio.

A noi che siamo schiavi del tempo, l'esperienza reale di oltrepassare il tempo e lo spazio rimane insondabile: è tuttavia possibile attribuire a questi concetti una certa elasticità nei limiti della nostra esistenza mondana. Perfino un'infatuazione romantica dilata o restringe la percezione del tempo. Conosciamo qualcuno, sogniamo di aver incontrato l'anima gemella, di sposarci, avere dei figli e perfino dei nipotini. Poi un'inezia, come una striscia di saliva che fuoriesce dalle labbra dell'amato, ci porta bruscamente alla realtà e tutte queste future generazioni immaginate scompaiono d'incanto.

...Oltre ai concetti convenzionali di tempo e di spazio, Buddha abbandonò tutte le sottili distinzioni dualistiche di tipo emotivo. Non preferiva la lode alla critica, il guadagno alla perdita, la felicità all'infelicità, la celebrità a una vita ordinaria. Non oscillava tra ottimismo e pessimismo. Il primo non ha più attrattive dell'altro, né giustifica un maggiore investimento di energia. Immaginate di non dipendere più da lodi e critiche, di per sé insignificanti, e di ascoltarle invece come faceva Buddha – come semplici suoni, come un'eco. Proviamo a coglierle come se fossimo sul letto di morte. Forse saremmo contenti che i nostri cari ammirassero la nostra bellezza e la nostra eccezionalità, ma, nello stesso tempo, saremmo distaccati e imperturbabili. Non daremmo più tanta importanza alle parole. Immaginiamo di essere al di sopra di lusinghe e complimenti, perché tutte le tentazioni mondane ci sembrano insignificanti, come un'insalata per una tigre. Indifferenti al richiamo di una lode o all'avvilimento di una critica, otterremmo una forza incredibile. Saremmo liberi, senza più speranze e paure inutili, sudore e sangue, e reazioni emotive. Saremmo finalmente in grado di mettere in pratica la frase: “Non me ne importa”. Impassibili di fronte all'accettazione e al rifiuto altrui, potremmo apprezzare quel che abbiamo nel momento presente. In genere, facciamo in modo che le cose belle durino, o pensiamo di sostituirle nel futuro con qualcosa di ancora migliore oppure c'immergiamo nel passato, ricordandoci di tempi più felici. Ironicamente, quell'esperienza di cui ora proviamo nostalgia non l'abbiamo apprezzata davvero, perché eravamo troppo occupati ad aggrapparci alle speranze e alle paure di quel periodo.

 

 

 

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Sono giunto finalmente alla conclusione del libro scelto:

Anche se tutte le religioni hanno come punto di base un obiettivo filantropico in qualche modo comune – in genere il conforto alla sofferenza – ci sono differenze fondamentali. Le religioni sono come i farmaci e, come tali, destinate a lenire la sofferenza, ma variano in base al paziente e alla malattia.

...L'apparenza esterna di queste religioni può sembrare estremista e illogica a chi ne sta fuori.

Molti di noi sono comprensibilmente scettici nei confronti di religioni secolari e di superstizioni che mancano di uno alogica apparente. Per esempio, diverse persone sono sconcertate dalla tunica arancio-porpora e dal cranio rasato dei monaci buddhisti perché sembrano del tutto irrilevanti rispetto alla scienza, all'economia e alla vita in generale. Non posso impedirmi di chiedermi cosa penserebbero se visitassero un monastero tibetano e vedessero i dipinti di divinità irose e di donne nude ritratte in posizioni esplicitamente sessuali. Penserebbero di avere davanti agli occhi un qualche aspetto esotico del Kama Sutra o, addirittura peggio, forse una prova della depravazione o un'opera del demonio.

...Per coloro che non conoscono il cristianesimo può sembrare inconcepibile che i cristiani non abbiano scelto un episodio tratto dal fulgore della vita di Cristo invece dell'evento più triste e cupo, la crocifissione. Trovano incomprensibile che l'icona centrale, la croce, dia del redentore un'immagine di impotenza assoluta. Sono tutte apparenze. Giudicare o valutare un percorso o una religione in base alle apparenze non è saggio e non può che alimentare i pregiudizi.

...Tutti i diversi approcci del buddhismo possono essere spiegati con i quattro sigilli tutti i fenomeni compositi sono impermanenti, tutte le emozioni sono dolore, tutte le cose sono prive di esistenza intrinseca e l'illuminazione trascende ogni concetto. Ogni azione e comportamento, incoraggiati dalle scritture buddhiste, sono basati su queste quattro verità o sigilli.

...Come esempio del primo sigillo, l'impermanenza, prendiamo la generosità. Quando cominciamo a capire la prima verità, consideriamo ogni cosa transitoria e priva di valore, come se fosse una sorta di pacco di donazione all'Esercito della Salvezza. Non dobbiamo per forza disfarci di tutto, ma neppure attaccarci possessi sono tutti fenomeni compositi impermanenti, ai quali non possiamo aggrapparci per sempre, la generosità praticamente è già in atto.

Comprendendo il secondo sigillo, secondo cui tutte le emozioni sono dolore, capiamo che il principale colpevole è quel miserabile dell'Io, che ci lascia dentro una sensazione di povertà. Se non ci attacchiamo all'Io, non abbiamo più ragioni per aggrapparci ai nostri averi e svanisce il dolore della miseria. La generosità diventa un atto di gioia.

Comprendere il terzo sigillo, cioè che tutte le cose sono prive di esistenza intrinseca, ci permette di capire la futilità dell'attaccamento perché, qualsiasi sia il suo oggetto, tale oggetto è privo di una propria natura. È come sognare di distribuire un miliardo di dollari ai passanti per strada.

...La generosità senza ricompense, senza aspettative o senza condizioni accessorie, permette di meditare sulla quarta idea, la verità secondo cui la liberazione, l'illuminazione, trascende i concetti.

...Comprendendo che l'Io e tutti i suoi averi sono impermanenti e privi di natura intrinseca, raggiungete il non attaccamento: è questa la generosità perfetta. Per tale ragione, la prima azione incoraggiata dai sutra buddhisti è la pratica della generosità.

...La pratica buddhista della non violenza non significa semplicemente la sottomissione con il sorriso sulle labbra o il mite raccoglimento. La causa fondamentale della violenza è la fissazione a un'idea assolutista, con la giustizia o la libertà. In genere deriva dall'abitudine di aderire a concezioni dualistiche, come il bene e il male, il brutto e il bello, il morale e l'immorale. Un inflessibile moralismo occupa tutto lo spazio che permetterebbe l'empatia verso gli altri. Si smarrisce ogni lucidità mentale. Comprendendo che idee e valori sono compositi e impermanenti, come lo è la persona che li vive, si previene la violenza. Se non avete un io, nessun attaccamento all'Io, non c'è alcuna ragione per essere violenti. Se si capisce che i propri nemici sono dominati dalla loro stessa ignoranza e aggressività, che sono prigionieri delle loro abitudini, è più facile perdonare il loro comportamento molesto. Nello stesso modo, se i pazzi di un manicomio vi insultano, non c'è ragione di arrabbiarsi. Nel momento in cui smettiamo di credere negli estremi dei fenomeni dualistici, siamo riusciti a trascendere le cause della violenza.

...Per amor di semplicità possiamo dire che le quattro verità sono la spina dorsale del buddhismo. Le chiamiamo “verità” perché sono semplicemente dei fatti.

...Uno scienziato considererebbe ignorante, non blasfemo, che non crede che gli uomini siano atterrati sulla luna, o pensa che la Terra sia piatta. Analogamente, chi non crede nei quattro sigilli non è un infedele. Se qualcuno dovesse dimostrare che la logica dei quattro sigilli è fallace, che l'attaccamento all'Io non provoca dolore e che esiste anche solo un elemento che sfida l'impermanenza, i buddhisti continuerebbero comunque di buon grado a seguire il loro percorso: infatti quel che cerchiamo è l'illuminazione, e illuminazione significa comprensione della verità.

...È normale che le religioni abbiano un capo. Alcune, come la Chiesa cattolica romana, possiedono un'elaborata gerarchia, retta da una figura con un potere assoluto, che prende le decisioni ed esprime i giudizi. Contrariamente alle credenze popolari, il buddhismo non possiede una figura o un'istituzione di questo tipo. Il Dalai Lama è un leader secolare per la comunità tibetana in esilio e un maestro spirituale per molte persone del mondo intero, ma non necessariamente per tutti i buddhisti. In tutte le forme e le scuole di buddhismo presenti in Tibet, Giappone, Laos, Cina, Corea, Cambogia, Thailandia, Vietnam e in Occidente non esiste nessuna autorità che abbia il potere di decidere chi è un vero buddhista e chi non lo è. Nessuno può dichiarare chi è punibile e chi non lo è. La mancanza di un potere centrale può forse provocare una situazione caotica, ma è anche una benedizione, perché in qualsiasi istituzione umana ogni fonte di potere è corruttibile.

Buddha ha detto: “Sei il maestro di te stesso”. Naturalmente, se un maestro colto fa lo sforzo di presentare la verità proprio a te, sei un essere fortunato. In certi casi, alcuni maestri possono essere venerati ancora più del Buddha perché, anche se possono esserci stati migliaia di buddha, questa persona è l'unica che annuncia la verità proprio alla porta di casa tua.

...È giunto il momento che noi uomini moderni dedichiamo qualche pensiero alle questioni spirituali, anche se non abbiamo tempo di sederci su un cuscino, anche se c'infastidisce chi porta al collo un rosario e c'imbarazza rivelare agli amici non credenti le nostre inclinazioni religiose. 

...Riflettere sulla natura impermanente di ogni cosa che viviamo e sul doloroso effetto dell'attaccamento all'Io crea pace e armonia – se non al mondo intero, per lo meno all'interno della nostra piccola cerchia.

Accettando e praticando queste quattro verità, sarete “buddhisti praticanti”. Se leggete testi sulle quattro verità per diletto o esercizio intellettuale, senza metterle in pratica, siete come quei malati che leggono l'etichetta del flacone di un farmaco, ma non si decidono ad assumerlo. D'altra parte, se siete praticanti, non avete bisogno di esibire il vostro credo buddhista: anzi, se siete invitati a qualche ricevimento, è un'ottima cosa tenerlo nascosto. Ricordate sempre, tuttavia, che in quanto buddhisti avete la missione di astenervi dal nuocere agli altri e di aiutarli il più possibile. Non si tratta di una responsabilità immensa: se accettate in modo autentico le verità e meditate su di esse, questi gesti scaturiranno spontaneamente. È anche importante capire che come buddhisti non avete la missione o il dovere di convertire il resto del mondo al buddhismo.

...Se siete buddhisti, è necessario che adottiate la seguente condotta: un buddhista non prenderà mai parte a uno spargimento di sangue, né mai lo incoraggerà in nome del buddhismo. Non ci è consentito uccidere neppure un insetto tanto meno un essere umano. Se venite a sapere che un singolo buddhista o un gruppo di buddhisti lo ha fatto, dovete protestare e condannarli. Se mantenete il silenzio, non solo non li dissuadete, ma vi mettete al loro stesso livello. Non siete buddhisti.

 

 

 

 

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La religione ha un effetto psicoterapeutico, ma non un obiettivo psicoterapeutico. E viceversa, la psicoterapia non può e non deve affatto avere obiettivi religiosi, ma in determinate circostanze può avere come involontario effetto collaterale una svolta o un approfondimento in senso religioso. Ossia, noi vediamo continuamente che le persone nel corso di una terapia ritrovano la strada verso le radici o le sorgenti religiose nel loro inconscio, sebbene la terapia non avesse nulla a che vedere con la religione e le questioni religiose non fossero nemmeno in discussione. Ma gli obiettivi sono diversi all’origine. La religione vuole, diciamo così, la salvezza dell’anima, la psicoterapia, e con essa la logoterapia, vuole la guarigione psichica. Eppure succede che nella terapia delle nevrosi la religione entra in gioco in riferimento al problema del senso, se prescindiamo dall’80% di fobie e nevrosi ossessive e ci limitiamo al 20% di nevrosi provocate dalla frustrazione della volontà di significato, quelle che io chiamo nevrosi noogene, nevrosi che non risultano da conflitti tra Io, Es e Super-Io o da sentimenti di inferiorità, bensì da un sentimento di mancanza di senso, di disperazione e depressione. Se, dunque, parliamo di questo 20% di nevrosi generate dalla mancanza di senso, ci imbattiamo in qualche modo nella problematica religiosa. L’uomo religioso in generale può trovare con più probabilità o – diciamo – con più facilità un senso rispetto all’irreligioso; ma in linea di principio – l’ho osservato prima – chiunque può farlo, come è dimostrato anche empiricamente. Tuttavia Küng, in uno dei suoi libri, dice che in determinate circostanze la Chiesa può contribuire più a provocare crisi di senso che non a curarle.

...Anche i buoni cristiani, anche le persone veramente, sinceramente religiose, possono essere vittime di una nevrosi, o di una psicosi. Quindi non è possibile fare simili generalizzazioni. In realtà, la religiosità non è una garanzia contro il pericolo delle nevrosi o addirittura delle psicosi. E viceversa, l’essere liberi da nevrosi non basta a garantire la religiosità di una persona. E questo è stato l’errore di certi ambienti ecclesiastici, che hanno spinto i loro preti a praticare l’analisi didattica, per dare loro una formazione psicoanalitica, con il risultato che invece di un’analisi didattica si è avuta un’analisi disfattistica: il 90% ha in seguito abbandonato la tonaca. La convinzione da cui si partiva era questa: accostatevi al regno di Freud e di Skinner e tutto il resto verrà da sé. Vale a dire: basta che vi facciate liberare dai vostri complessi con la psicoanalisi, la terapia comportamentale o, che so io, con la psicologia individuale, e diventerete subito sinceramente e veramente religiosi. Ma una cosa non implica direttamente l’altra.

Tratto da: In principio era il senso (V. E. Frankl -F. Kreuzer )

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La descrizione dell'esperienza della Realtà Ultima dipende in ultima istanza dal fatto di disporre di una concezione di sé e del mondo di tipo antropologico oppure cosmico. Chi considera la specie umana al centro dell'evoluzione cosmica avrà sempre delle difficoltà leggendo la descrizione di un'esperienza mistica. La ragione, infatti, è costretta ad aggrapparsi alla presenza di una struttura personale, poiché non è in grado di interpretare altrimenti il mondo. L’esperienza mistica, invece, trascende una simile struttura personale. Si tratta di un'esperienza transpersonale che supera un “altro” dualistico posto di fronte a noi. È più completa ed ha un'altra qualità. La ragione non è in grado di comprendere e pertanto neanche di accettare, temendo che da qui parta la dissoluzione della persona, con il conseguente pericolo che si dissolva anche la propria struttura. Chi non riesce ad accettare il fatto che esiste un'esperienza che trascende la nostra razionalità umana avrà sempre delle difficoltà nei confronti delle esperienze mistiche. Tenderà a nutrire dei sospetti anche nei confronti di una “vera gnosi”.

Dal momento che la nostra fede cristiana viene interpretata in modo razionale, l'esperienza dei mistici cristiani ha sempre dovuto essere ridogmatizzata, il che, alla fin fine, non significa altro che ripersonalizzata. Non pochi teologi cristiani sono convinti del fatto che la visione personale del mondo e della fede costituisca la vera novità introdotta nella religione dal cristianesimo. Tuttavia il cristianesimo si trova in difficoltà sempre maggiori a causa del continuo sviluppo delle scoperte della scienza e della psicologia. L’interpretazione della dottrina e della vita di Gesù non ha saputo tenere il passo con tali scoperte. La Realtà Ultima è transpersonale e trascende il concetto di Dio delle religioni teistiche tradizionali. La concezione del mondo dell'uomo moderno e l’interpretazione teologica divergono. In effetti non abbiamo ancora superato il cosiddetto dualismo ontologico tra Dio e la creazione, anche se era proprio questo l’obiettivo di Gesù: “Io sono la vite e voi siete i tralci” - “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici” - “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). In fondo Gesù cerca di farci accedere a quella stessa consapevolezza che lo permeava. Il nostro sforzo nella contemplazione è teso a vivere la “natura di Cristo”, ad essere Cristo.
Sono sempre più numerosi coloro che riescono ad integrare le potenzialità transpersonali nell'area dell’esperienza razionale.

...Nella mistica il senso della vita emerge nell’esperienza di atemporalità. Nell’esperienza mistica il fattore tempo non esiste. Non esiste un punto Omega verso il quale tenda ogni cosa. Alfa ed Omega coesistono. In Occidente siamo abituati a pensare in modo lineare. Il mistico, invece, fa un’esperienza integrale. L’esperienza mistica equivale all’incontro con una sfera. Se si coglie l'intera sfera, tutto è contemporaneo. Dobbiamo vedere tutta la sfera dal punto in cui ci troviamo. Ecco il paradiso, ecco la visto beatifica. L’esperienza mistica significa cogliere tutto contemporaneamente. Nirvana, dice lo zen, non è un luogo collocato chissà dove, ma l’esperienza dell'andare e venire, del nascere e morire quali aspetti di una realtà costantemente presente. Nascita e morte sono la vita di Dio che si sta compiendo.
In questo contesto, perché prendersi tanto sul serio e ritenere che la propria vita sia così importante?
Perché fare tanto rumore? Il nostro ego ci limita. Drammatizza gli eventi, gonfiandoli fino a farli diventare dei mostri opprimenti, che poi ci fanno paura. Se una catastrofe nucleare eliminasse la vita sulla faccia della terra, per alcuni milioni di anni l’evoluzione cosmica non ne risentirebbe più di tanto. Sarebbe qualcosa che avviene continuamente nel
cosmo. Le galassie vanno e vengono. E senz'altro esistono milioni di stelle sulle quali si muovono forme intelligenti di vita. Chi guarda al mondo da un punto di vista mistico ne fa esperienza come di una bolla d’acqua in un fiume impetuoso. Questo minuscolo granello insignificante di polvere che è la Terra si muove sospeso tra miliardi di altre stelle nell'immensità di un cosmo che già esiste da miliardi di anni.

Tratto da: L'essenza della vita (Willigis Jager)

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Sempre dallo stesso testo di cui sopra:

C. G. Jung ha affermato di non aver mai avuto a che fare con pazienti di età superiore ai 35 anni, il cui vero problema non fosse d'ordine “religioso”. Prima del raggiungimento della mezza età l'uomo rivolge l'attenzione verso l'esterno, dove proietta anche le proprie aspettative di salvezza. La ricerca di un partner, la sessualità, il potere, il denaro, la carriera, ecc. celano il desiderio più profondo di trovare il senso dell'esistenza e l'appagamento finale. “Alla fin fine tutti si ammalano per aver perduto quanto le religioni vive hanno sempre offerto ai propri fedeli in ogni tempo, e nessuno guarisce davvero senza aver riacquistato la propria religiosità, cosa che non ha nulla a che vedere con una confessione o con l’appartenenza ad una chiesa”.
Beato colui che si accorge della presenza delle proprie esigenze spirituali fondamentali e che trova un “medico” che lo aiuti a saziare questa fame. Un vero terapeuta cerca di aprire l’uomo nei confronti del suo percorso di guarigione. I percorsi possono essere molto diversi tra loro, ma hanno tutti un denominatore comune: attraversano sofferenze, scontri, paure e la morte.
La maggior parte degli uomini prova con la religione, e qui molti riescono anche ad incamminarsi su un percorso di spiritualità profonda. Alcuni, tuttavia, sono insoddisfatti della religione tradizionale e a volte ritengono addirittura che sia proprio la religione ad ostacolare l'uomo nel suo sviluppo personale. Ecco perché cercano un percorso che eviti l'“inutile zavorra” della religione.
Altri ancora affermano di essere stati rovinati dai propri genitori o da altre autorità, tanto da soffrire ancora oggi a causa della propria infanzia. Ma non serve molto imputare ad altri la colpa di questa miseria. La vita ci viene donata per crescere e maturare, per metterci in cammino una volta che ci siamo davvero stancati di tutto ciò che ci propina la nostra scialba coscienza di veglia. Tale disgusto costituisce la motivazione fondamentale che ci induce ad incamminarci. In effetti abbiamo tutto o per lo meno quasi tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Perché siamo ancora insoddisfatti? Perché a molti anche una psicoterapia articolata ed approfondita non ha portato la pace interiore? Perché cerchiamo qualcosa di più del benessere e di un equilibrio psico-fìsico? L’insoddisfazione e la pressione esercitata dalle sofferenze costituiscono per così dire il carburante che fornisce l’energia necessaria alla ricerca. Si tratta di una ricerca che intende condurci al di là dell'esistenza psico-fìsica. Vogliamo fare esperienza di ciò che siamo veramente, vogliamo conoscere il senso ultimo della nostra vita. È un'“inquietudine divina” che ci fa procedere. Agostino dice: “Il mio cuore è inquieto finché non riposa in Te”.
La ricerca del senso della vita o della nostra vera natura oppure - come diciamo abitualmente noi cristiani - la ricerca di Dio fa parte dei principi fondamentali dell'evoluzione. In effetti non si tratta di una ricerca. È piuttosto il divino stesso che sboccia in noi e che prende forma attraverso di noi. Il divino acquista coscienza in noi. Noi riteniamo di metterci alla ricerca di Dio. In effetti non siamo noi a cercare la Realtà Ultima, ma è la Realtà Ultima che accende in noi la sete dell’insoddisfazione e della ricerca. Dio è colui che cerca. Dio si risveglia in noi. Noi non possiamo “fare” niente, possiamo solo allentare la presa, in modo che il divino possa sbocciare in noi. Possiamo solo lasciare in pace Dio, come dice Eckhart. La natura profonda si manifesta se non la ostacoliamo. E se si vuole parlare di redenzione, si tratta di una redenzione rispetto all’egocentrismo, in modo che possa sbocciare ciò che siamo veramente.

 

 

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Willigis Jäger: è stato un sacerdote cattolico tedesco e monaco benedettino. Era un maestro zen che praticava e insegnava nella tradizione di Sanbo Kyodan. Jäger ha fondato un centro di Zen e contemplazione presso l'abbazia di Münsterschwarzach nel 1983, e il suo Benediktushof, un centro interreligioso di meditazione e consapevolezza, nel 2003

Ha fondato un centro di Zen e contemplazione presso l'abbazia di Münsterschwarzach nel 1983. Nel 1980 è stato fondato un gruppo di studio ecumenico di preghiera contemplativa, che è diventato la Scuola di contemplazione di Würzburg. Jäger ha insegnato come parte di Sanbo Kyodan fino al 2009, e poi ha continuato il proprio sangha in modo indipendente.

Le autorità cattoliche hanno messo in dubbio il suo insegnamento a partire dal 2000, e gli è stato vietato di insegnare in eventi pubblici e per iscritto nel 2002. Ha lasciato l'abbazia nel 2003 ma ha continuato il suo lavoro. Quell'anno fondò il Benediktushof, un centro interreligioso di meditazione e consapevolezza, dove visse e insegnò. Nel 2007, ha stabilito una fondazione denominata West-Östliche Weisheit (Saggezza Ovest-Est), propagando la spiritualità insegnata al Benediktushof.

 

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Riporto dallo stesso testo, interessanti riflessioni su narcisismo, meditazione ed interiorità 

Vengono messi in discussione i pregiudizi inerenti all'equazione, piuttosto diffusi e superficiali, che assimilano la spiritualità ad una mera espressione di narcisismo ed egocentrismo 

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Sempre dallo stesso testo:

 

...Nei decenni precedenti vi è stato un grande sforzo da parte di numerosi ricercatori (come Stanislav Grof, Roger Walsh, Frances Vaughan, Daniel Brown, Jack Engler, Daniel Goleman, Charles Tart, Donald Rothberg, Michael Zimmermann, Seymour Boorstein, Mark Epstein, David Lukoff, Michael Washburn, Joel Funk, John Nelson, John Chirban, Robert Forman, Francis Lu, Michael Murphy, Mark Waldman, James Fadiman, me stesso, e altri), per ricostruire razionalmente i più alti stadi dello sviluppo transpersonale o contemplativo – stadi che continuano naturalmente o normalmente al di là dell’ego.... Molti di questi lavori sono stati sintetizzati in Trasformazioni della Coscienza: Prospettive Convenzionale e Contemplativa sullo sviluppo (scritto da Wilber con Jack Engler e Daniel P. Brown, 1986, dove gli autori sviluppano il ‘modello a spettro intero’ - una delle poche opere iniziali dell’A. tradotte in italiano): la cui conclusione è sintetizzata nel brano di Brown ed Engler: ‘Le maggiori tradizioni [contemplative] che noi abbiamo studiato nelle loro lingue originali presentano uno sviluppo dell’esperienza della meditazione nei termini di un modello a stadi: per esempio, il Mahamudra dalla tradizione Tibetana Buddista; il Visuddhimagga dalla tradizione Theravada Pali; e lo Yoga Sutra dalla tradizione Sanscrita Hindu. I modelli sono sufficientemente simili da suggerire una sottostante comune invariante sequenza di stadi, malgrado le vaste differenze culturali e linguistiche così come 

gli stili della pratica.’ Questo modello di sviluppo si è visto che è coerente con gli stadi della preghiera mistica e interiore presente nelle tradizioni Giudaica (Kabbalistica), Islamica (Sufi), e Cristiana, e Brown lo ha anche trovato nella tradizione contemplativa cinese. Teorici come Da Avabhasa hanno dimostrato nei loro scritti che appare una tipologia esemplare da ogni conosciuta e disponibile tradizione contemplativa, e che esse sono in sostanziale accordo con questo complessivo modello di sviluppo.”

W. evidenzia che vi sono quattro stadi generali di sviluppo transpersonale, ciascuno dei quali con al minimo due sottostadi (e qualcuno con molti di più). Questi quattro stadi li chiama: PSICHICO, SOTTILE, CAUSALE, e NON DUALE.

...

In questo testo si rimanda al seguente libro:

 

 

 

 

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