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Come Trump (convinto da Netanyahu) ha deciso di iniziare la guerra contro l'Iran: la ricostruzione del «New York Times»

di Gianluca Mercuri

 

La vera storia di come il primo ministro di Israele è riuscito a convincere il presidente americano a muovere guerra all’Iran, raccontata da Jonathan Swan e Maggie Haberman in uno straordinario reportage per il New York Times

 

Ora che la guerra è (forse) in stand-by, può essere utile tornare a vedere come è cominciata. Aiuta a capire quale sia il decision making, il processo decisionale nella Casa Bianca del Trump bis, e come la predisposizione caratteriale di poche persone – oltre ovviamente a quella di chi fa la scelta finale – influiscano per anni sulle vite di miliardi di terrestri. Le nostre vite. Certo che è sempre stato così. Ma con Donald Trump l’estemporaneità e l’aleatorietà non smettono di impressionare per le conseguenze. Senza sottovalutare l’importanza della loro connessione con certe sue ossessioni permanenti: il blitz spettacolare e risolutivo come nei film d’azione, la voglia di fare ciò che non è riuscito ai predecessori. E l’Iran, che è sempre stato in sé un’ossessione trumpiana. Su quel tasto Benjamin Netanyahu ha saputo manovrare da par suo, ovvero da manipolatore eccezionale e capace di capitalizzare anni di relazione stretta con Trump.

 

Questa è quindi la vera storia di come il primo ministro di Israele è riuscito a convincere il presidente americano a muovere guerra all’Iran, raccontata da Jonathan Swan e Maggie Haberman in uno straordinario reportage per il New York Times (che è anche un capitolo di un loro libro in uscita, «Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump»). Senza però indulgere nello stereotipo della piccola potenza straniera e della sua quinta colonna in America – «Israele e la lobby ebraica» – che trascinano la superpotenza in una guerra che conviene solo a loro (come si è spiegato nella Rassegna del 23 marzo, questo tipo di ricostruzione pesca in secoli di propaganda antisemita, la ricicla e la redistribuisce pericolosamente e incontrollabilmente). La scelta della guerra è una scelta degli Stati Uniti, del loro leader, la cui vicinanza a Netanyahu su una questione così cruciale era stata sottovalutata perfino dalla sua cerchia più stretta. Vediamo com’è andata.

 

11 febbraio: il momento chiave

Il momento chiave è mercoledì 11 febbraio, poco prima delle 11 del mattino. Dopo mesi di pressing su Trump, Netanyahu si presenta personalmente alla Casa Bianca per convincerlo ad attaccare di nuovo l’Iran, otto mesi dopo la «Guerra dei 12 giorni», ma stavolta - afferma - per assestargli il colpo definitivo. Collegati da Tel Aviv ci sono David Barnea, il capo del Mossad, e altri funzionari israeliani. Per gli americani, con il presidente ci sono la capa dello staff Susie Wiles, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di Stato maggiore Dan Caine, il capo della Cia John Ratcliffe e i factotum di Trump per tutti i negoziati (Iran compreso), Jared Kushner e Steve Witkoff. Importantissimo è l’assente: il vicepresidente JD Vance, in visita in Azerbaigian e impossibilitato a collegarsi.

 

La presentazione di Netanyahu

Il premier di Israele parla per un’ora, dopo colloqui preliminari in cui aveva affermato che il rischio dell’inazione era superiore a quello dell’azione. Afferma che un’operazione congiunta Usa-Israele può portare al regime change effettivo, alla fine della Repubblica islamica in Iran. Mostra una serie di possibili nuovi leader, tra cui Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, deposto dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Dice, Netanyahu, che in poche settimane si sarebbe potuto distruggere il programma missilistico iraniano e che il regime sarebbe stato troppo debole per riuscire a bloccare lo Stretto di Hormuz.

Gli uomini del Mossad, da parte loro, assicurano che la protesta popolare, opportunamente fomentata dagli agenti israeliani, è pronta a riesplodere e che, accompagnata da una campagna di bombardamenti, porterebbe al rovesciamento del regime. Aggiungono, gli israeliani, che un’ulteriore pressione arriverebbe dalle milizie curde iraniane presenti in Iraq, pronte ad attraversare il confine e a creare un fronte terrestre nel nord-ovest.

Trump è favorevolmente colpito dal quadro dipinto dagli ospiti, e nella sua cerchia fa presa l’argomento secondo cui gli iraniani potrebbero accumulare missili e droni a un ritmo e un costo molto minori rispetto a quelli richiesti agli Usa per dotarsi, e dotare gli alleati, di intercettori. Nella notte gli analisti americani preparano uno studio di fattibilità. All’appuntamento decisivo mancano poche ore.

 

La riunione del 12 febbraio

È quella riservata alla cerchia trumpiana, e che deve decidere se dire sì o no a Netanyahu. Due alti funzionari dell’intelligence Usa fanno un quadro degli argomenti del premier israeliano, dividendoli in 4 parti:

·         Decapitazione del regime con l’uccisione della Guida Suprema.

·         Ridimensionamento drastico della sua potenza regionale e della minaccia che rappresenta per i vicini.

·         Rivolta popolare.

·         Cambio di regime e insediamento di una leadership laica.

La valutazione dell’intelligence è che i primi due obiettivi sono raggiungibili, mentre gli altri - compresa l’ipotesi dell’intervento curdo - sono «staccati dalla realtà».

Ratcliffe, il direttore della Cia, sintetizza l’analisi a Trump definendo lo scenario del cambio di regime farcical. Traduzioni possibili: farsesco, ridicolo, grottesco. Traduzione di Marco Rubio: «In pratica, sono cazzate».

Vance, che stavolta c’è perché ha fatto in tempo a rientrare dall’Azerbaigian, ne approfitta per esprimere tutto il suo scetticismo.

A quel punto Trump si rivolge all’uomo il cui parere, con ogni probabilità, pesa di più: anni prima ne era stato conquistato perché gli aveva detto che lo Stato Islamico poteva essere distrutto facilmente, e lui l’aveva trasformato da topgun a suo principale consigliere militare. Chiede dunque il presidente: «Generale, lei cosa ne pensa?».

Dan Caine dà una risposta che gli storici delle relazioni israelo-americani conoscono bene e che tutti gli analisti dovrebbero appuntarsi: «Signore, in base alla mia esperienza, questa è la prassi abituale degli israeliani. Tendono a promettere più di quanto possano mantenere e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che ci stanno mettendo sotto pressione».

Ci si aspetterebbe dunque che il capo di Stato maggiore si dica contrario alla guerra. Ma Caine non è fatto così. Certo che ha molte riserve sull’operazione, ma non interpreta il suo ruolo in modo assertivo. Il suo compito gli appare quello di dare al presidente tutte le informazioni sulle opzioni sul tavolo e sulle loro possibili conseguenze, senza interferire sulla sua decisione. L’esatto opposto del suo predecessore durante il primo mandato di Trump, il generale Mark A. Milley, che si era spesso scontrato col presidente per dissuaderlo da decisioni avventate. Caine si limita a prospettare lucidamente il rischio di depauperare l’arsenale americano, a cominciare dagli intercettori, e quello di un blocco di Hormuz, ma non va oltre. La sua figura rappresenta dunque in modo emblematico i limiti della cerchia trumpiana in questa fase: nessuno contraddice il leader e lui alla fine si fa dire quello che vuole sentire dire, quello per cui ha già una propensione fortissima.

 

L'ossessione iraniana

Ovvero, l’ossessione di una vita per Netanyahu ma abbondantemente condivisa per decenni da Trump (ne aveva parlato anche Yair Rosenberg sull’Atlantic), che anche da giovane tycoon l’aveva giurata agli iraniani vedendo le immagini degli ostaggi americani nell’ambasciata a Teheran. E da anziano presidente non è il tipo che manda giù l’idea che gli iraniani abbiano cercato di ucciderlo per vendicare l’eliminazione del generale Soleimani (il capo dei pasdaran ammazzato su ordine di Trump nel 2020).

In più, il presidente ha ancora negli occhi le immagini del blitz che poco più di un mese prima ha condotto al rapimento del dittatore venezuelano Nicolás Maduro senza la minima perdita per gli americani. E assapora un bis.

 

Il «no» di Vance

È interessantissima l’analisi delle posizioni prese dalle persone più vicine a Trump in questo momento cruciale. Marco Rubio è ambiguo: dice che preferirebbe continuare a fare pressione sull’Iran senza guerra, ma non fa nulla per dissuadere il presidente.

Wiles, la capa dello staff, non è entusiasta dell’intervento ma resta defilata.

Ma il più in difficoltà è il vicepresidente, che per tutta la carriera si è speso contro l’interventismo militare e aveva definito l’eventualità di una guerra con l'Iran «un enorme spreco di risorse». A Trump aveva sempre consigliato di colpire l’Iran con punizioni limitate. Nel momento decisivo, elenca tutte le controindicazioni, dal caos regionale allo svuotamento dell’arsenale, dalla reazione iraniana al blocco di Hormuz, con conseguenze che non avrebbero risparmiato l’economia Usa. Fino al tradimento delle promesse all’elettorato Maga.

 

Fine febbraio: la scelta di Trump

Un paio di settimane dopo, gli israeliani prospettano agli americani la possibilità di uccidere Khamenei e la sua cerchia in un colpo solo.

In quei giorni, Kushner e Witkoff stanno negoziando con gli iraniani a Ginevra. Finora, le ricostruzioni di quei colloqui avevano attestato una sostanziale propensione del regime di Teheran all’accordo. Quella del New York Times rivela invece lo scetticismo di Kushner, genero di Trump e da sempre vicino a Netanyahu. È lui a dire al suocero-presidente che la soluzione diplomatica, bene che andasse, avrebbe richiesto mesi.

 

La riunione decisiva

Giovedì 26 febbraio, 5 del pomeriggio. Ci sono tutti, ma non i due ministri che avrebbero dovuto fronteggiare le conseguenze economiche della guerra, il segretario al Tesoro Scott Bessent e quello all’Energia Chris Wright, così come manca la direttrice della National intelligence Tulsi Gabbard.

Trump chiede a tutti un parere e nessuno si oppone.

La risposta di Rubio è articolata: «Se il nostro obiettivo è un cambio di regime o una rivolta, non dovremmo farlo. Ma se l'obiettivo è distruggere il programma missilistico iraniano, quello è un obiettivo che possiamo raggiungere».

Vance invece risponde così: «Sai che secondo me è una pessima idea, ma se vuoi farlo ti sosterrò».

Trump tira le somme: «Credo che dobbiamo farlo», aggiungendo che l’Iran non doveva dotarsi di armi nucleari né avere più la possibilità di lanciare missili contro Israele o altri Paesi.

Il generale Caine gli dice che può aspettare ancora, fino alle 16 del giorno dopo. Trump lancia il dado 22 minuti prima di quella scadenza, a bordo dell'Air Force One, dando l’ordine che cambia la storia: «L'operazione Epic Fury è approvata. Nessuna interruzione. Buona fortuna».

Alla fine, commentano gli autori di questa ricostruzione che si legge d’un fiato, «tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento».

Ed è questo il punto che si ripete drammaticamente in certi frangenti decisivi, nelle tante ore delle decisioni irrevocabili, con i tanti leader che vogliono fare la storia nel modo sbagliato, e i loro consiglieri che non sanno o non vogliono più contraddirli.

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Sono passati due giorni e forse si sta un po' spegnendo l'esultanza dello scampato pericolo. Per me, nei riguardi di Trump (burattino) e dei burattinai (a partire da  Netanyahu, a proposito lo sapete che quel criminale feroce si chiama ... Benjamin?) non è cambiato nulla. Vanno esautorati. Non ci si può abituare a vedere innumerevoli involti di cadaveri buttati ovunque come sacchi di immondizia. Ieri sono morti più di 200 civili libanesi. Quegli involti contengono persone, non animali uccisi da un'epidemia ma  uomini, donne, ragazzi e bambini tutti con affetti e speranze così come tutti gli altri che in questi ultimi tempi sono stati abortiti dalla cattiveria e dalla follia di manipoli di delinquenti in diverse parti del mondo. 

E' terribile. Io penso che, a partire dal XXV emendamento negli Usa si debba davvero e sul serio iniziare a fare piazza pulita invece di stare ad aspettare e a perdere altro tempo. anche tuttonil corollario deve capire che stanno rimanendo isolati. L'Italia oggi DEVE parlare chiaro. E' solo una goccia ma, per quanto ci riguarda, noi dobbiamo partire da qui. Noi contiamo poco ma un bel segnale CHIARO E DECISO lo possiamo dare.

  • Melius 2
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48 minuti fa, indifd ha scritto:

Se ai più sarà chiaro:

a) il prezzo che stanno pagando loro direttamente e che pagheranno fino a quando sarà terminato questo giro di valzer

b) il prezzo terribile in termini di morti e sofferenze a livello globale

c) chi ha voluto questo anche se ad oggi molto (il più) potente/influente

gli effetti finali potrebbero essere non facilmente prevedibili alla luce degli attuali assetti di potere mondiale misurati in cosa sta cambiando in occidente a partire dagli USA per finire a casa nostra e in Europa, questo dovrebbe far riflettere una parte della stessa comunità che ha scatenato questo giro di valzer se dovessero apparire evidenti i rischi futuri per loro stessi, in autunno ci saranno due importanti elezioni (USA e Israele) speriamo di arrivarci nelle condizioni meno catastrofiche possibili per tutti a partire da noi italiani fino all'ultimo iraniano/libanese

Fernando, con la consueta simpatia, dai l'impressione che il tuo fine ultimo non sia colloquiare ma sfoggiare delle sciarade (sotto forma di elenchi puntati) assolutamente oscure e incomprensibili. Citandoti, parli tedesco con poveri cristi che al massimo comprendono il ciociaro.   

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25 minuti fa, mom ha scritto:

Non ci si può abituare a vedere innumerevoli involti di cadaveri buttati ovunque come sacchi di immondizia. Ieri sono morti più di 200 civili libanesi. Quegli involti contengono persone, non animali uccisi da un'epidemia ma  uomini, donne, ragazzi e bambini tutti con affetti e speranze così come tutti gli altri che in questi ultimi tempi sono stati abortiti dalla cattiveria e dalla follia di manipoli di delinquenti in diverse parti del mondo. 

In una parola, criminali terroristi.

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2 ore fa, indifd ha scritto:

l netto delle liti di cortile interne :classic_biggrin: a ogni cortile di questo pianeta, al netto delle antipatie tra guelfi e ghibellini italiani almeno un aspetto positivo emerge: la realtà della situazione in termini di analisi delle cause, individuazione dei problemi fino alla fonte primaria/originaria sta diventando palese ai più e tutti gli artifici dialettici, i tentativi di distrazione utilizzando piccole beghe locali e antipatie sempre locali diventano meno praticabili/utili

.....

.....

Scusate, cazz' ha detto?

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Mi scuso io, se sono incomprensibile, ma l'importante è che la percezione di quello che sta succedendo soprattutto in relazione a chi ha voluto questo sia sempre più evidente alla maggioranza: Netanyahu a cascata il suo governo a cascata la maggioranza degli israeliani e per loro non ci sono sorprese o effetti non calcolati NB, ma era tutto previsto al netto della residua debolissima speranza che potessero fare filotto con una modifica degli assetti di potere in Iran, ma quanto hanno fatto a Gaza o in Libano aveva forse fatto cambiare la leadership di Hamas e Hezbollah? No aveva solo distrutto fisicamente Gaza e parzialmente il sud del Libano

La politica di Netanyahu della guerra continua contro tutti i loro nemici godendo della supremazia militare e del controllo effettivo sugli USA sta però portando a effetti talmente atroci che il rischio di una reazione dell'intero occidente contro di loro si sta palesando e in un'ottica di medio periodo si stanno mettendo in una situazione di rischio se si alienano ogni forma di supporto non da parte dei vertici dei vari paesi occidentali controllati o se va bene fortemente influenzati, ma dalle popolazioni che vanno alle elezioni in ogni paese occidentale essendo democrazie

In un'ottica di breve periodo IMHO non ci rimane che confidare nelle due prossime elezioni in Israele e negli USA, ma servono mesi sperando che nel frattempo ci sia ragionevolezza e non pulsioni da "exterminate them all"

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