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Le teorie economiche neo-liberiste


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@loureediano

Ho riportato solo un paragrafo, gli autori mostrano successivamente come le aspettative di vita siano sensibilmente differenti in USA in relazione alla classe sociale dei soggetti. Se si vuole la brevità, non si può poi entrare nei dettagli.

Resta il fatto che i dati aggregati sono indicatori assai importanti. Le scienze sociali sono molto più articolate di come appaiono a coloro che non le hanno studiate. Si opera per modelli (per idealtipi, per dirla con M. Weber), nella consapevolezza dei limiti degli stessi modelli.

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Nella storia dell'economia le teorie neoliberiste hanno senza dubbio un loro perché ed hanno approfondito e sviluppato temi già affrontari dai classici come Smith e Ricardo.

Tifoserie hanno poco senso. Piuttosto a seconda delle epoche storiche la politica, se fosse decente, dovrebbe attingere a questa o quell'altra ricetta degli studiosi.

Ricordiamoci che furono proprio inflazione e debito pubblico a decretare il successo delle politiche neoliberiste anni 80. E attualmente le azioni neo keymesiane come Pnnr ( una volta il covid una volta la Russia c'è sempre una ragione per impiegare spesso male il denaro pubblico) hanno aggravato il problema del debito.

Solo ieri leggevo di qualche imbonitore buffone che a fronte dei dazi americani ( politicamente subiti) già prefigurava un'aiuto alle imprese con soldi pubblici. Liberisti quando fa comodo.

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@Jarvis

Mi pongo l'obiettivo di mostrare le incoerenze e i presupposti taciti del modello neoliberista. Quanto a Smith, dagli estratti che ho letto (ho "La ricchezza delle nazioni", ma confesso di non averlo letto per intero), era molto più cauto ed il suo approccio era empirico, non emerge la pretesa di elaborare una teoria. 

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Citando nuovamente "Il secolo breve" di Hobsbawm

 

Ma a essere colpiti dalla rivoluzione culturale furono proprio questi legami e queste solidarietà di gruppo di carattere non economico, come lo furono i codici morali a essi associati. Tali codici morali erano certo più vecchi della società industriale borghese, ma erano stati adattati a quella società e ne formavano parte integrante. Il vecchio vocabolario morale dei diritti e dei doveri, delle obbligazioni reciproche, del peccato e della virtù, del sacrificio, della coscienza, dei premi e delle pene, non poteva più essere tradotto nel nuovo linguaggio della gratificazione immediata dei desideri. Una volta che le pratiche e le istituzioni tradizionali non furono più accettate come metodi per ordinare la società, per tenere vincolate le persone e per assicurare la cooperazione e la riproduzione sociale, la capacità dei vecchi codici morali di strutturare la vita umana in società svanì quasi del tutto. Essi si ridussero semplicemente a espressioni di preferenze individuali e alla pretesa che la legge dovesse riconoscere la supremazia di queste preferenze. L'incertezza e l’imprevedibilità si fecero incombenti. L’ago della bussola non segnava più il nord e le mappe divennero inutili. Tutto ciò divenne sempre più chiaro nei paesi più avanzati dagli anni ’60 in poi e trovò espressione ideologica in una varietà di teorie, dal liberismo estremo al «postmodernismo» e simili, che cercarono di accantonare del tutto il problema del giudizio e dei valori, o piuttosto cercarono di ridurli al singolo denominatore della illimitata libertà individuale.

....

 

Questi erano i pericoli politici dello sfilacciamento e del laceramento dei vecchi tessuti sociali e dei vecchi sistemi di valore. Comunque, con l'avanzare degli anni ’80, in genere sotto lo stendardo della purezza del libero mercato, divenne sempre più ovvio che il processo di disintegrazione costituiva un pericolo anche per la trionfante economia capitalistica.

Infatti il sistema capitalistico, anche quando era stato costruito sul funzionamento del mercato, si era affidato a un certo numero di inclinazioni che non avevano alcuna connessione intrinseca con quel perseguimento dell’utile individuale che, secondo Adam Smith, alimentava il suo motore. Il capitalismo faceva affidamento sull’«abitudine a lavorare», che Adam Smith considerava uno dei moventi fondamentali del comportamento umano, nonché sulla disponibilità degli uomini a rinviare a lungo la gratificazione immediata, cioè a risparmiare e a investire in previsione di future ricompense, sull’orgoglio di ottenere buoni risultati, sul costume della fiducia reciproca e su altre attitudini che non erano implicite nella massimizzazione razionale dell’utilità di ciascuno. La famiglia divenne una parte integrante del capitalismo primitivo perché fornì parecchie di queste motivazioni. Altrettanto si dica per l’«abitudine al lavoro», l’abitudine all’obbedienza e alla lealtà, compresa la lealtà dei dirigenti di un’azienda verso la propria azienda, e altre forme di comportamento che non potevano esser fatte rientrare con facilità in una teoria della scelta razionale basata sulla massimizzazione. Il capitalismo poteva funzionare in assenza di questi fattori, ma, quando ciò accadde, divenne qualcosa di strano e di problematico per gli stessi uomini d’affari. Ciò si verificò ad esempio negli anni ’80, quando nella Borsa e nella finanza di paesi ultraliberisti come gli USA e la Gran Bretagna imperversarono manovre piratesche per il rilevamento azionario di società e altre speculazioni finanziarie, le quali in pratica ruppero ogni nesso tra la ricerca del profitto e l’economia come sistema di produzione. Perciò i paesi capitalistici che non avevano dimenticato che la crescita economica non si acquisisce soltanto massimizzando i profitti (Germania, Giappone, Francia) adottarono provvedimenti per rendere difficili o impossibili questi assalti pirateschi.

....

 

Come noi diamo per scontata l’aria che respiriamo e che rende possibili tutte le nostre attività, così il capitalismo dava per scontata l’atmosfera nella quale operava e che esso aveva ereditato dal passato. Il capitalismo scoprì quanto fosse essenziale quell’atmosfera solo allorché l’aria si assottigliò. In altri termini, il capitalismo aveva avuto successo perché non era soltanto capitalista. La massimizzazione e l’accumulazione dei profitti erano condizioni necessarie ma non sufficienti per il suo successo. La rivoluzione culturale dell’ultimo terzo del secolo cominciò a corrodere quelle preziose tradizioni storiche che il capitalismo aveva sfruttato e dimostrò così le difficoltà che il sistema capitalista incontrava nel funzionare senza di esse. Per ironia della storia il neoliberismo, che diventò di moda negli anni ’70 e ’80 e guardò con disprezzo alle rovine dei regimi comunisti, ebbe il suo trionfo proprio nel momento in cui cessò di essere plausibile come lo era sembrato inpassato. La logica del libero mercato proclamò il proprio trionfo proprio quando la sua nudità e la sua inadeguatezza non potevano più essere nascoste.

 

 

 

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@Savgal

 

I temi sono tantissimi e certamente, ancor più in un forum, si è liberissimi di evidenziare ciò che più interessa.

Smith in realtà non era affatto più cauto. O meglio lui era un filosofo che è morto prima della I rivoluzione industriale ma il suo pensiero è divenuto cardine insieme a quello di Ricardo soprattutto di un'epoca di capitalismo feroce. Per esempio la teoria dei redditi si occupava precipuamente di profitto, interessi e rendite. Queste erano le 3 remunerazioni rispettivamente degli imprenditori, di coloro che prestavano denaro e dei detentori del fattore natura detto anche terra.

I salari erano ( nel senso che erano destinati ad essere, Ricardo insegna) di mera sussistenza.

Inoltre fino al 1929 e anche alla critica Marxista che sfocia nella rivoluzione del 1917 il sistema capitalista liberista non viene messo in crisi e si continua in maniera dura e pura.

Viceversa i neoliberisti dovettero fare i conti con una società diversa, post 29 e post crisi petrolifera del '73 ( maledetto Israele che c'entra sempre). P.s. Marshall ad esempio della scuola neoliberista di Cambridge sosteneva la necessità di una redistribuzione del reddito equa grazie all'intervento statale

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@Gaetanoalberto

 

Che il sistema capitalistico implicitamente abbia fatto propri elementi che non sono solo orientati all’interesse individuale e al profitto lo si vede nei principi di correttezza e buona fede, che rappresentano delle clausole generali dei contratti nel Codice civile ed integrano gli obblighi contrattuale con impegni che hanno carattere morale.

Il progressivo dissolversi dei principi di correttezza e buona fede comporta il dilatarsi a dismisura degli elementi formalizzati dei rapporti contrattuali ed amministrativi, esperienza con cui ci confrontiamo quotidianamente.

 

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