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Le teorie economiche neo-liberiste


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2 ore fa, Savgal ha scritto:

Nel privato tutto ciò che si vende diviene legittimo per definizione. Ne consegue che è illogico cercare la soluzione dei problemi di qualità dei servizi pubblici nel trasferimento di quei servizi al settore privato, perc

 

Assolutamente d'accordo sulle riflessioni privato /pubblico.

Il pubblico garantisce spesso standard dignitosi tenendosi lontano da certi abissi del privato ( vedasi scandalo Loro Piana recente).

Nessun economista o persona un pò informata e che sia equilibrata e non deformata da aprioristiche prese di campo politiche non può affermare che il privato sia meglio. Occorre giudicare caso per caso, settore per settore. Tra l'altro non è un caso per cui alcuni settori sono pubblici! Lo spiega eccome la teoria economica: presenza di esternalità, caratteristiche di non rivalità e di non divisibilita' dei beni pubblici.

Si chiamano fallimenti di mercato

 

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Il tema dell’informazione in ambito economico è noto, è molto difficile avere un’informazione perfetta. Ipotizzando una economia competitiva, ma con una circolazione delle informazioni notevolemente limitataa, questa è molto vulnerabile alle crisi. La carenza di informazioni crea condizioni economiche instabili per imprese e consumatori, che in mancanza di efficaci correttivi diverranno molto cauti e ridurranno investimenti e spese per timore di un futuro incerto. Se ciò avviene su vasta scala, può condurre i mercati al collasso, come accade nelle grandi recessioni. Entra in gioco un fattore dato per scontato, implicito, eppure estremamente importante, l’economia capitalistica si fonda sulla fiducia per il futuro, fattore che talvolta è la stessa economia di mercato a mettere in dubbio, come è rischiato che potesse avvenire nel 2008.

Sul piano pratico il requisito che gli attori del mercato siano perfettamente informati è difficile da soddisfare. Le informazioni di solito hanno un prezzo: procurarsele comporta costi di transazione considerevoli, e talvolta costituisce la principale componente di tali costi.

Più complessa è l'economia, si pensi, per esempio, alla sofisticazione tecnica dei prodotti o degli strumenti finanziari, più cresce l’importanza di acquisire informazioni. Per i consumatori decidere se valga o no la pena di pagare per acquisire le informazioni necessarie a compiere scelte pienamente consapevoli non è semplice. L’acquisizione di informazioni non dipende da quanto esse valgano in realtà, bensì dalla possibilità di sostenere quella spesa. La conseguenza è che i ricchi tenderanno a prendere decisioni più efficienti e a diventare ancora più ricchi. Costoro possono farsi assistere da consulenti professionali altamente specializzati e quindi i loro redditi possono crescere molto più rapidamente di quelli dei piccoli investitori.

Al pari le organizzazioni sono avvantaggiati rispetto agli individui per acquisire informazioni. I produttori sono tendenzialmente più informati dei loro clienti (a meno che questi non siano a loro volta imprese), i datori di lavoro più informati dei loro dipendenti, le grandi aziende più informate delle piccole.

Se si ipotizza che gli investitori, prima puntare, e rischiare, le proprie risorse finanziarie su un’azienda abbiano razionalmente cercato tutte le informazioni rilevanti su di essa, si dovrebbe ritenere che la quotazione di un titolo, che riflette le valutazioni degli investitori, ci dica tutto ciò che occorre sapere sulla performance di quella impresa. È in base a questo ragionamento che si fonda l’approccio basato sulla massimizzazione del valore per gli azionisti: agli amministratori delegati si chiede unicamente di concentrarsi sulla massimizzazione del valore di borsa dell’impresa loro affidata.

Questa ipotesi ha condotto allo sviluppo dei derivati e dei mercati secondari, che a partire dagli anni Novanta ha prodotto uno straordinario incremento delle transazioni di borsa e delle quotazioni dei titoli. Il prezzo di compravendita di azioni e obbligazioni è divenuta l’unica guida utile a definire il valore delle attività espresse in quei titoli. La crescita di questi mercati ha ridotto la necessità di procurarsi ulteriori informazioni che non fossero il dato meramente autoreferenziale dei mercati stessi, che ha finito per rappresentare una realtà più importante della stessa economia “reale”. È stato questo processo ad aver innescato il crollo finanziario degli anni 2008-2009. I mercati finanziari, anziché incentivare gli attori ad acquisire le informazioni necessarie, li hanno spinti pericolosamente nella direzione opposta, persuadendoli a fidarsi dei prezzi dei titoli, vale a dire di informazioni estremamente limitate, considerando che fosse tutto ciò che valeva la pena sapere. Ma questi prezzi erano pesantemente condizionati da una sequenza di congetture e azzardi, che, una volta venuti alla luce, li ha fatti crollare come un castello di carte.

 

  • Melius 1
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Il modello neoliberista postula una netta separazione tra economia e politica. Tuttavia raramente si riscontra la separazione tra economia e politica postulata dal modello.

Una prima ragione è che è attraverso lo stato che si cerca rimedio ai fallimenti del mercato, come è avvenuto nella crisi del 2008.

Una seconda è che per funzionare il mercato non può fare a meno della legge: ha bisogno di una moneta e di garanzie contro i falsari, di sanzioni contro le violazioni contrattuali e della protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale. Ad alcune di queste cose è il mercato stesso a provvedere. Ma il monitoraggio svolto dagli stessi attori funziona solo quando il loro numero è relativamente piccolo e quando essi si conoscono tra loro e in caso di comportamenti scorretti possono passarsi subito la voce. I mercati piccoli e tradizionali soddisfano spesso questi requisiti e non hanno molto da chiedere alla legge; ma le cose non stanno così nel caso di mercati più ampi, e soprattutto di mercati globali.

L’economia di mercato è cosa ben diversa dai mercati piccoli di un tempo, le transazioni avvengono don soggetti spesso totalmente sconosciuti e situate anche a grande distanza da noi. Mercati del genere non possono basarsi su semplici conoscenze interpersonali, ma hanno bisogno di meccanismi che ci consentano di trattare con gente del tutto estranea.  

Ma la legge interviene ancora prima. Non potremmo stipulare contratti e pretenderne l'adempimento se non potessimo rivendicare il diritto legale alla proprietà, poiché i danni derivanti dalla violazione di un contratto vengono valutati alla stregua di danni ai diritti di proprietà, e anche le rimunerazioni ottenute a seguito dell'adempimento di contratti possono essere rivendicate come guadagni solo in quanto assimilabili a titoli di proprietà.  

Ma vi è una terza ragione che sta acquistando sempre maggior peso. È molto difficile evitare che la ricchezza si trasformi in influenza politica. I ricchi possono usare le proprie risorse per finanziare uomini politici e partiti che condividono le loro idee o per far cambiare opinione agli altri. Possono lanciare campagne di opinione pubblica, possedere e controllare giornali e altri mezzi di comunicazione per procurarsi consenso. Nella democrazia di massa sono necessarie risorse enormi per mobilitare le opinioni; le opinioni possono essere quelle dei molti, ma le risorse per mobilitarle appartengono soprattutto ai pochi ricchi. Il sistema del mercato, per quanto possa impegnarsi a mantenere separate economia e politica, difficilmente può impedire che i guadagni provenienti dagli affari siano impiegati politicamente per proteggere i privilegi economici. Il potere politico si converte in ricchezza economica e viceversa. È un'altra modalità che accresce le disparità nelle società di mercato. Le concentrazioni di ricchezza, che non poche volte traggono origine dagli stessi fallimenti del mercato, consentono a un numero ristrettissimo di persone e imprese di comprare una influenza politica, che possono usare per arricchirsi ulteriormente, pro- curarsi ulteriore influenza e così via.

Di tutti i fallimenti del mercato i più preoccupanti sono quelli che favoriscono le grandi concentrazioni di ricchezza, poiché in ultima analisi possono essere usati per indebolire lo stesso mercato e la realtà della democrazia. Le concentrazioni della ricchezza sono agevolate da alcune caratteristiche specifiche dell'economia contemporanea e dalle stesse scelte politiche, che hanno consentito lo sviluppo di imprese giganti con posizione dominante sul mercato.

Il punto è in che modo le politiche pubbliche possono porre rimedio a questi fallimenti del mercato.

 

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Nelle società vi è una frattura e questa diviene un importante elemento di identificazione politica che divide la stessa società in due. Vi sono coloro che temono più il potere dei singoli e sono propensi, per contenerlo, a che lo stato abbia strumenti per intervenire. Vi sono coloro che invece temono maggiormente il potere dello stato e sono più disposti a tollerare il potere dei singoli.

Io mi colloco nel primo versante.

  • Melius 2
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extermination

Quanto a me, ora che sono giunto alla fine della mia corsa, […] mi sento pieno di timori e di speranze. Vedo […] grandi mali che si possono evitare e limitare e mi rafforzo sempre più nell’opinione che, per essere oneste e prospere, basta ancora alle nazioni democratiche il volerlo.
[…] Le nazioni del nostro tempo non potrebbero far sì che nel loro seno le condizioni non siano eguali ma dipende da esse che l’eguaglianza le conduca alla servitù o alla libertà, alla civiltà o alla barbarie, alla prosperità o alla miseria.

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 “Le persone dello stesso mestiere raramente si ritrovano, anche solo per divertimento e distrazione, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico, o in qualche marchingegno per aumentare i prezzi. È invero impossibile impedire tali riunioni con una legge che potesse essere messa in atto e che fosse rispettosa della libertà e della giustizia. Ma sebbene la legge non possa impedire alle persone dello stesso mestiere di ritrovarsi, essa non dovrebbe far nulla per facilitare tali riunioni, né tanto meno per renderle necessarie.”

A. Smith 

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"La democrazia e l'aristocrazia non sono stati liberi per loro natura. La libertà politica non si trova che nei governi moderati. Tuttavia non sempre è negli stati moderati: vi è soltanto quando non si abusa del potere; ma è un'esperienza eterna che ogni uomo, avendo in mano il potere, sia portato ad abusarne; va avanti fino a quando non trova dei limiti.

Perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere. Una costituzione può essere tale che nessuno sia costretto a fare le cose alle quali la legge non lo obbliga, e a non fare quelle che la legge gli permette."

Montesquieu "Lo spirito delle leggi"  

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Un forte presenza delle imprese nel governo e nella politica rappresenta sempre un problema per una economia liberista, ma lo è soprattutto quando quelle imprese sono dei “giganti”.

Per “giganti” si devono intendere quelle imprese che, in ragione della propria posizione di forza sui mercati, sono in grado di condizionare gli stessi mercati avvalendosi della propria capacità organizzativa per porre in atto strategie di predominio e possono farlo anche nell’ambito di varie giurisdizioni nazionali.

Queste imprese pongono un problema politico. Al fine di rafforzare o controllare completamente il mercato, queste imprese ricorrono ad una strategia politica e le grandi aziende transnazionali sono anche in grado di mettere i governi nazionali in concorrenza tra loro.

La teoria economica e il diritto commerciale anglosassone rappresentano le imprese come se fossero individui, ma le economie capitalistiche realmente esistenti non corrispondono al modello neoclassico puro. L’impresa è un’organizzazione con una propria gerarchia.

In molti mercati esistono barriere d’ingresso che consentono solo a un ristretto numero di grandi aziende di essere presenti sul mercato globale e ancor più nelle singole economie nazionali. In alcuni casi, perché una impresa si affermi, sono necessari ingenti investimenti in ricerca e sviluppo o la creazione di estese reti distributive.

L’organizzazione ha anche lo scopo di bilanciare il rapporto tra le proprie risorse ed il mercato. L’informazione rappresenta un rilevante costo di transazione, uno dei motivi per cui le imprese creano e utilizzano risorse organizzative è per la necessità di acquisire informazioni.

Le grandi imprese hanno una capacità cruciale: devono tener conto del mercato se vogliono acquistare e vendere con successo, ma hanno una certa capacità di agire proattivamente, utilizzando la propria struttura organizzativa per modificare e prevedere le reazioni dei mercati. Invece di rispondere passivamente ai segnali del mercato, cercheranno di creare una domanda attraverso programmi di marketing e campagne pubblicitarie.

È un vantaggio enorme rispetto alle imprese più piccole, che vanno a rimorchio del mercato. Se il venditore è in grado di modellare le preferenze dell’acquirente, la simmetria tra acquirente e venditore, fondamento della teoria economica e del concetto di “sovranità del consumatore” in particolare, diviene asimmetria.

Ne consegue che queste non sono pienamente soggette alla sovranità del consumatore e alle forze di mercato, come sostiene la retorica neoliberista.

Se la insistente richiesta di far entrare “più mercato” nella nostra vita, se ciò significa “più imprese giganti”, è necessario che sia chiaro quali sono le implicazioni politiche ed economiche.

Le virtù del mercato, nella teoria classica, si manifestano al meglio se si salvaguarda la concorrenza. Se si opta per questa scelta, poiché i mercati conducono alla concentrazione, la sopravvivenza di un elevato numero di imprese richiede una legislazione antimonopolistica.

Il problema è fino a che punto è accettabile l’intervento pubblico per preservare la concorrenza. La contrapposizione tra “Stato e mercato” entra in crisi in presenza dell’impresa gigante.

La legislazione antitrust statunitense, nata all’inizio del ventesimo secolo, mirava a frantumare le grandi concentrazioni di potere delle imprese, limitando la possibilità per una impresa o per un gruppo di imprese di assumere un ruolo dominante. Per la democrazia, sia economica che politica, era fondamentale evitare il formarsi di concentrazioni di potere tali da non avere una vera concorrenza: La tesi di fondo è che il consumatore doveva sempre avere la possibilità di scegliere e essere collocato su un piano grosso modo di parità con le imprese o con i politici, per evitare che questi potessero avere il sopravvento. Inoltre, sia sui mercati sia in politica doveva sempre essere garantito uno spazio ai nuovi entranti. E poiché il potere economico poteva trasformarsi in potere politico, le politiche antimonopolistiche agivano a tutela non solo della concorrenza sui mercati, ma anche del pluralismo democratico.

Il volere assicurare basse barriere d’ingresso e piena concorrenza su tutti i mercati si rivelò sempre più difficile, le imprese giganti, nate quasi sempre dalla fusione tra più imprese o dall’acquisto dei potenziali concorrenti da parte delle imprese più grandi, in luogo del successo sul mercato dei prodotti di una impresa, si rafforzavano sempre più. I legislatori antitrust furono costretti a classificare sempre più rigidamente le violazioni alla concorrenza, e il governo si ritrovò a intervenire sempre più minuziosamente nell’attività delle aziende.

Tutto ciò si scontrava con potenti interessi imprenditoriali. In questo frangente c.d. “Scuola di Chicago” elaborò un nuovo corpus di principi economici.

(continua)

 

  • Melius 1
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@Panurge

Avrei qualche obiezione, ma è un libro da leggere. Il tema dazi lo si vede da una prospettiva del tutto diversa rispetto a quella che leggo sui giornali (per non parlare di quello che si scrive su Melius).

Quanto sopra è per cercare di mettere ordine su due libri che ho terminato d a poco, "Morti per disperazione e il futuro del capitalismo" di Case e Deaton e "Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo" di Colin Crouch.

P.s.: tornando a Daunton, ho tentato di evidenziare che i conflitti sui dazi doganali sono una costante nei rapporti tra stati, come l'autore mostra più volte, e che la finalità prioritaria era di tutelare le imprese del proprio stato o combattere le operazioni di dumping, mentre Trump ha altri obiettivi, ma senza successo.

 

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“Il clamore e i sofismi dei mercanti e dei produttori persuade facilmente il popolo che gli interessi privati di una parte, e di una parte subordinata, della società, siano l'interesse generale di tutti.”

Adam Smith

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Diversi economisti e giuristi, la gran parte proveniente dall’Università di Chicago, insieme ai legali delle grandi imprese coinvolte in cause antitrust, svilupparono un nuovo corpus di principi.

La tesi di fondo era che per garantire il funzionamento del modello del capitalismo liberista occorreva mettere di da parte la priorità alla concorrenza e al mantenimento di un gran numero di imprese. La nuova teoria economica guardava con favore alle grandi imprese con posizione dominante sul mercato.

In tutte le fasi della sua evoluzione questo approccio, che intendeva tener lontano il governo dall’economia, fu sostanzialmente politico. I due giuristi accademici Robert Bork e Richard Posner, fautori del capovolgimento della politica antitrust, furono nominati giudici dal presidente Ronald Reagan e la sua amministrazione sostenne il progetto neoliberista con diversi interventi legislativi.

Il concetto di libertà di scelta per i consumatori fu sostanzialmente messo da parte, anche se la Scuola di Chicago non si è mai preoccupata di evidenziare pubblicamente questo aspetto.  

Per il progetto neoliberista occorre porre al centro della questione ciò che offre al consumatore le maggiori possibilità di scelta non ciò che essi effettivamente desiderano. Tali possibilità aumentano se si incrementa ricchezza generale dell'economia. Se acquisendo aziende più piccole un'azienda più grande genera vantaggi di efficienza, ciò pur riducendo la varietà di scelte per i consumatori, massimizza il “benessere” dei consumatori stessi. Pertanto i tribunali dovevano dare priorità alla soluzione che massimizzava il benessere, e non necessariamente la scelta, del consumatore.

La nozione di “consumer choice” è di stampo democratico, lascia la decisione al consumatore.

La nozione di “consumer welfare” è un concetto tecnocratico, poiché sono giudici ed economisti a decidere che cosa sia meglio per i consumatori. È anche un’idea paternalistica, poiché conduce allo “Stato balia” ed è in contrapposizione all’individualismo che caratterizza la cultura statunitense. Il benessere del consumatore è una nozione collettivista anziché individualista, a dispetto di tutta la retorica individualista e anticollettivista che permea questo filone del pensiero economico americano.

Un approccio imperniato sulla tesi per cui le fusioni e le incorporazioni che portano alla nascita delle imprese giganti non possono che accrescere l’efficienza, è del tutto a favore della grande impresa.

Le tesi in questione danno per scontato che un'impresa tenterà di acquisire un’altra impresa solo se è certa di poter accrescere l'efficienza e i prezzi offerti per le azioni dell’azienda scalata rifletteranno queste aspettative. Le ricerche empiriche hanno messo in dubbio questo assunto, mostrando che l’aumento dei profitti che si verifica dopo una scalata può anche portare a una minore efficienza.

Le tesi neoliberiste non considerano che le grandi aziende sono più efficaci nel distribuire, pubblicizzare e diffondere i propri prodotti anche nei casi in cui quei prodotti sono qualitativamente inferiori a quelli di imprese più piccole. Ma questo fatto, mentre è assai problematico per l’idea di “consumer choice”, è irrilevante su quello di “consumer welfare”. Che l’inadeguata informazione dei clienti li induca più facilmente ad acquistare i prodotti delle grandi aziende qualitativamente inferiori, ciò che è rilevante è laumento dei profitti delle imprese e della ricchezza totale, da cui conseguirebbe il “consumer welfare”.

La legislazione a tutela dei consumatori prende spesso di mira queste prassi, ad esempio quando sii approvano degli standard comuni in fatto di informazioni o affinché le imprese operanti in industrie “di rete” aprano le proprie piattaforme ai concorrenti. I comportamenti delle imprese in questi casi rivelano chiaramente cosa farebbero se fossero prive di vincoli, e come in effetti si comportano quando scoprono nuovi campi di applicazione di standard. L’obiettivo non è la protezione dei consumatori, ma la massimizzazione del proprio profitto, a scapito degli interessi soggettivi dei consumatori.

L’approccio dell’antitrust aveva come elementi di riferimento gli interessi che la struttura dell’ordine economico doveva salvaguardare: quelli degli azionisti, quelli avvertiti dai consumatori, la sopravvivenza di piccoli e medi imprenditori.

Nel dilemma di quale esigenza tutelare fra quelli azionisti nel cercare fusioni abbastanza grandi da consentire a una impresa d'imporre standard a un mercato, o gli interessi delle imprese minori che per entrare nel mercato devono poter usare reti e standard, o gli interessi dei consumatori che vorrebbero la massima possibilità di scelta il neoliberismo ha semplificato notevolmente il quadro, proclamando che un'impresa deve operare unicamente al servizio degli azionisti.

Privilegiare gli interessi degli azionisti funziona se, a parità di condizioni, si ipotizza una situazione di concorrenza perfetta. In un mercato puro gli azionisti possono massimizzare i propri interessi solo se i consumatori sono soddisfatti, altrimenti costoro si rivolgeranno ai concorrenti. Ma con la riduzione della concorrenza il quadro cambia.

Tra le grandi imprese e tutte le altre imprese sul mercato esistono importanti asimmetrie di informazione. Sono queste asimmetrie a creare gli spazi che consentono alle grandi imprese comportamenti che massimizzano gli interessi degli azionisti, ma non quelli dei consumatori. Non si può postulare che gli interessi dei consumatori possano essere demandati alla massimizzazione degli interessi degli azionisti.

Vi è poi la questione che se l'impresa si trova in posizione di quasi-monopolio che la pone al riparo dalla concorrenza, tenderà a preoccuparsi soprattutto degli azionisti ed ignorerà gli interessi dei consumatori.

A queste considerazioni la Scuola di Chicago risponde con tre argomentazioni, incentrate rispettivamente sull'efficacia di una concorrenza limitata, sugli effetti distributivi e sull'intervento pubblico.

La prima tesi è che può esserci concorrenza aggressiva anche tra poche imprese giganti. Perché si possa parlare di concorrenza sono sufficienti pochi produttori intenti a togliersi quote di mercato a vicenda. Per la Scuola di Chicago sono sufficienti tre imprese, se invece sono meno di tre, i neoliberisti ammettono la soluzione tradizionalmente prevista dalle norme antitrust, ossia il frazionamento delle imprese in questione.

Questa posizione sottovaluta il fatto che, quando le imprese sono poche, esse possono collaborare tacitamente tra loro. Un gruppetto di poche grandi aziende capaci di scambiarsi segnali deboli, non rilevabili dalle autorità che vigilano sulla concorrenza, ha le stesse possibilità strategiche di un’unica grande azienda in posizione di monopolio.

Gli esponenti della Scuola economica di Chicago pur ammettendo la possibilità che le imprese adottino simili prassi, sostengono che è preferibile concedere loro il beneficio del dubbio per non offrire al governo il pretesto di intervenire sul mercato, che è considerato il peggiore dei mali.

Vi è un’altra tesi della Scuola di Chicago, quella relativa agli effetti distributivi, che ha anch'essa implicazioni riguardo all'intervento pubblico. Secondo gli economisti di Chicago un aumento generale della ricchezza di una economia massimizza il benessere dei consumatori: lo dimostrerebbe il fatto che una riduzione della ricchezza non può accrescerlo. Essi si disinteressano deliberatamente di come la ricchezza venga distribuita e di quali soggetti la possiedano. Per fare un caso-limite, immaginiamo che una serie di fusioni aumenti l'efficienza di un'industria, ma riduca la concorrenza provocando un aumento dei prezzi al consumo o un peggioramento dei servizi alla clientela. Se si assume la tesi che la ricchezza assicurata agli azionisti dagli incrementi di efficienza sia superiore a quella persa dai consumatori a seguito dell'aumento dei prezzi, gli economisti di Chicago sosterrebbero che tale aumento è compatibile con un incremento del benessere dei consumatori, in quanto l'economia in generale è più ricca.

All’osservazione che è cosa ben diversa se la ricchezza effettiva va nelle tasche degli azionisti o in quelle dei consumatori, essi risponderebbero che si tratta di una mera questione distributiva, priva di rilevanza per la teoria economica. È pur vero che ci sono buone ragioni per preoccuparsi della distribuzione della ricchezza, ma è un tema che non rientra nella scienza economica e riguarda invece l'intervento politico.

 

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IL PARADOSSO DEL POTERE STATALE NEL PENSIERO NEOLIBERISTA

 

Paradossalmente gli economisti di Chicago, pur indicando nell'intervento politico l'unica soluzione possibile ai problemi di distribuzione della ricchezza e al raggiungimento di qualsiasi altro fine non perseguibile attraverso la massimizzazione degli interessi degli azionisti, considerano tale intervento la peggiore delle eventualità possibili, e ben più nociva di un comportamento delle imprese restrittivo nei confronti dei consumatori.

Per comprendere questa profonda avversione, occorre tener presente l’ostilità della cultura statunitense nei confronti dell'intervento statale (ad eccezione dell'ambito militare). Questa ostilità che ha trovato la sua formulazione intellettuale nella teoria politico-economica della scelta pubblica (public choice), nata nella Scuola di scienze politiche dell'Università della Virginia. Tutte le attività statali, o quasi, sono presentate come espressione dell'egoismo e della volontà di autoaffermazione dei politici e dei titolari di cariche pubbliche. Secondo questa concezione, qualsiasi proposta di sviluppare un servizio pubblico non avrà nulla a che fare con il merito del servizio in questione, ma solo con l'intenzione di politici e amministratori di ampliare la propria sfera clientelare. Gli esponenti della public choice giungono a conclusioni analoghe a quelle dei loro colleghi di Chicago: più mercato possibile, e più alla larga possibile dal settore pubblico.

L'approccio combinato Chicago-Virginia ci lascia in un grave dilemma su questioni come la distribuzione della ricchezza, l'inquinamento e i danni all'ambiente Questi non sono temi di pertinenza delle imprese, le quali devono occuparsi di massimizzare i ritorni per gli azionisti, e se si intende intervenire su simili questioni ci si deve rivolgere alla politica. Ma essi sostengono che dalla politica non è possibile attendere nulla, poiché i governi nel migliore dei casi sono incompetenti e nel peggiore corrotti e pensano esclusivamente ai propri interessi. A questo punto non vi è alcuna possibilità di criticare ciò che fanno le imprese, per quanti danni possano arrecare a qualsiasi interesse o valore irrilevante per gli azionisti.

Si ripete che quanto avviene sul mercato è sempre e solo questione di scelta individuale, ma al Scuola di Chicago ha ridefinito tale scelta in modo da farla coincidere, de facto, con ciò che è più gradito alle grandi imprese.

Vi è un altro paradosso della Scuola di Chicago, il suo riferirsi spesso al diritto, nonostante i profondi sospetti che nutre verso l’intervento pubblico. I neoliberisti distinguono nettamente tra diritto e governo, che è una distinzione in teoria possibile nei sistemi anglosassoni basati sulla common law, secondo la quale le interpretazioni giurisprudenziali volte a favorire gli accordi tra le parti, evitando di chiamare in causa l’intervento pubblico, concorrono alla formazione del diritto. La Scuola di Chicago giunge a sostenere che spesso non occorre nemmeno rivolgersi ai tribunali, e che le controversie in fatto di proprietà possono essere risolte dalle parti in causa, se adottano un approccio economico. La disponibilità di una delle parti a comprare l'assenso della controparte segnala in modo attendibile dove si trova il punto di equilibrio tra i vari interessi materiali e, con esso, l'efficienza generale. Fatto curioso è che la maggior parte degli esempi citati dagli economisti di questa scuola a proposito del diritto della concorrenza guardi soprattutto al mondo manifatturiero e rurale tradizionale, e non invece ai settori tipici dell'economia di fine Novecento-inizio Duemila.    

Gli esponenti della Scuola di Chicago sono consapevoli delle questioni che possono sorgere quando le imprese si coalizzano per creare cartelli anti-competitivi formali o per esercitare pressioni sui politici. Paradossalmente, i rischi di commistione tra potere economico e potere politico dovuti alle pressioni delle lobbies per ottenere dai politici interventi a favore di una impresa o un settore, sono molto maggiori in una economia con pochissime grandi imprese che in un'economia con mercati perfetti. Ma la Scuola di Chicago ha una curiosa risposta anche a questo: se si coinvolge il governo nella gestione dell'economia, la gamma delle questioni in cui il potere delle imprese può essere utilizzato politicamente aumenta. Ne conseguirebbe che ridimensionando il ruolo del governo nell'economia si ridimensionerà anche il potere politico delle imprese.

Contraddittoriamente gli economisti della Scuola di Chicago in un primo momento consigliano di guardare alla politica per risolvere i problemi distributivi e raggiungere obiettivi che non hanno a che fare con il profitto, in un secondo momento raccomandano di non coinvolgere la politica.

Nulla autorizza a pensare che i giganti aziendali statunitensi si asterrebbero dal fare pressioni sul governo che portassero a un'indebita commistione tra politica ed economia.

Il sistema sanitario USA è il più costoso del mondo, ma per nulla efficiente se confrontato con i paesi più avanzati. I tentativi di intervenire in un sistema che non porta vantaggi per gli i cittadini statunitensi si sono scontrati con la campagna di lobbying messa in atto da compagnie di assicurazione, le aziende di servizi ospedalieri e le case farmaceutiche che contro il tentativo di riforma del sistema sanitario voluta dall'amministrazione Obama hanno messo in campo ben sei lobbisti per ogni membro del Congresso, spendendo 380 milioni di dollari per una "campagna" contro la riforma.

Somme enormi furono spese dagli istituti finanziari, le stesse che con i loro comportamenti incontrollati hanno provocato la crisi globale del 2008, per neutralizzare i tentativi dell'amministrazione Obama di introdurre una nuova regolamentazione del settore. Nel 2010 il Fondo monetario internazionale ha dichiarato che nel corso del precedente ciclo elettorale di quattro anni le aziende statunitensi, prime fra tutte quelle operanti nel segmento più rischioso del settore finanziario, avevano speso in attività politiche ben 4,2 miliardi di dollari (Fmi 2010). Un ex economista capo del Fmi, Simon Johnson, ha affermato che il settore finanziario è ormai in grado di controllare il governo degli Stati Uniti con le stesse modalità cui si pensa quando si parla di paesi in via di sviluppo.

Il punto è scegliere se sia meglio che sia lo Stato ad intervenire per controllare il potere economico o tollerare questo per non ampliare il potere dello Stato.

L'approccio della Scuola di Chicago accoglie in pieno la seconda opzione; ma nei fatti i fenomeni vanno in una direzione diversa, promuovendo la crescita di imprese gigantesche il neoliberalismo si schiera di fatto a favore di una forte alleanza del potere economico privato e del potere statale. Lo Stato, non esercitando il suo potere, indirettamente favorisce e protegge gli interessi di quelle imprese.

Riassumendo, rimangono aperte tre questioni importanti.

In primo luogo, la nozione paternalistica di benessere del consumatore (“consumer welfare”, in luogo di libertà effettiva del consumatore più democratica, e la dottrina, collettivistica nella sua essenza ma iper-individualistica nei fatti, secondo cui l'importante è creare ricchezza in una qualche parte del sistema, senza alcun dubbio su chi ne beneficia, sono tuttora i principi ispiratori delle leggi sulla concorrenza nel caso di fusioni e acquisizioni.   

In secondo luogo, è pur vero che negli anni Settanta la legislazione anti-trust americana, per impedire alle imprese giganti di acquisire una posizione dominante sul mercato, aveva iniziato a imporre alle fusioni e acquisizioni vincoli inapplicabili e impraticabili. Le tesi della Scuola di Chicago sulla legislazione antimonopolistica ha costretto giudici, giuristi ed economisti a riflettere sui costi-opportunità del tentativo di preservare l'ideale di un'economia composta da un gran numero di piccole e medie imprese. Ma era possibile collegare tali questioni al ben collaudato concetto economico di costo-opportunità. Inquadrare il tutto alla luce della nozione di nozione di “consumer welfare”, sostenuta con una retorica populistica, era un tentativo di coprire la motivazione politica dei suoi promotori.

Infine, le innovazioni della Scuola di Chicago non hanno affatto risolto la questione di fondo della tendenza del potere economico a tradursi in potere politico e viceversa. Anzi, una economia dominata da imprese giganti aggrava il problema, in quanto genera enormi concentrazioni di ricchezza. Queste imprese sono in grado non solo di convertire la ricchezza in influenza politica, ma anche di utilizzare la capacità strategica conferita dalle dimensioni e dalle gerarchie organizzative per perseguire finalità politiche e trasformarsi in soggetti politici.  

 

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LA CRISI FINANZIARIA DEGLI ANNI 2008-2009

 

La crisi finanziaria degli anni 2008-2009 può essere considerata un gigantesco fallimento delle tesi neoliberiste. Essa è stata provocata proprio dall’estremo perfezionamento raggiunto da alcune componenti del modello di mercato.

Qualsiasi iniziativa economica è soggetta all'incertezza, per questo problema il mercato finanziario ha trovato una soluzione: è possibile stimare la probabilità che si verifichi il peggio. Una volta trasformata in rischio calcolabile, l'incertezza può essere misurata in termini monetari. In tal modo è possibile determinare il valore del rischio che si corre. È il principio di fondo delle assicurazioni. I rischi, così ridefiniti, possono essere acquistati e venduti.

Gli operatori finanziari costruiscono complessi portafogli di rischi di vario genere al fine di ricavare un profitto, nella speranza di aver selezionato un numero sufficiente di rischi che non si realizzeranno.  

Il passaggio successivo è che chi acquista un rischio non sia costretto ad attendere l'esito della sua scommessa, ma possa rivendere il rischio a qualcun altro. Il calcolo dell'acquirente non riguarda il rischio effettivo del prestito erogato, bensì l'importo che ne può ricavare sul mercato secondario. Questo prezzo dipenderà dal valore che secondo l'acquirente del rischio attribuiranno a quello stesso rischio i futuri probabili acquirenti. Tale valore dipenderà, più che dalle convinzioni del primo acquirente, dalle percezioni dei potenziali acquirenti di seconda istanza riguardo al rischio alla base del calcolo. In sé, anche questo trading secondario in linea di massima è positivo poiché, distribuendo il rischio su una base più ampia, riduce l'esposizione del singolo acquirente.

Fine degli anni Ottanta, questi mercati secondari si sono trasformati in lunghe filiere di acquirenti e venditori. Il secondo acquirente è disposto ad acquistare il rischio a un prezzo che si basa su quello che ritiene sarà disposto a pagarlo il terzo acquirente, e così via; a ogni passaggio il rischio di distorsione aumenta, sia pure di poco.

Queste catene di compravendita si siano tanto allungate sia in ragione della globalizzazione dell'economia ha esteso a sempre più paesi la possibilità per chi detiene ricchezza di accedere ai mercati su cui si negoziano rischi, sia perché la regolamentazione delle transazioni finanziarie si è allentata in gran parte del mondo. Ciò è avvenuto in primo luogo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, due stati che avevano adottato con convinzione normative che sposavano l'agenda neoliberista.  

La “Services Modernization Act” del 1999 fu tassello fondamentale del programma neoliberista di deregulation. Questa legge abrogò le norme che impedivano alle banche di destinare i denari depositati dai loro clienti per effettuare investimenti finanziari ad alto rischio, restrizioni che risalivano al Glass-Steagall Act del 1933. Ciò consentì a operatori finanziari impegnati in attività particolarmente rischiose di utilizzare i risparmi di milioni di persone ignare di ciò che stava accadendo, un fatto per nulla positivo.

I rischi venivano scambiati a velocità sempre crescente ed allungando la catena di aspettative, sulla base del criterio "penso che gli altri pensino”. Ad ogni ulteriore passaggio si accresceva sempre più la distanza tra i prezzi di mercato e la valutazione iniziale dei rischi. Queste distorsioni non avrebbero avuto importanza se fossero state il semplice risultato di differenze nei giudizi individuali: le valutazioni troppo ottimiste sarebbero state bilanciate da quelle più pessimiste e viceversa. Il punto è che il criterio "penso che gli altri pensino” si collocava in un clima prevalente di ottimismo che si autoalimentava. Il sistema cresceva costantemente, distribuendo i rischi in modo sempre più ampio. Inoltre, poiché il sistema si era esteso fino a comprendere una quota elevata della ricchezza mondiale, se il rischio si fosse concretizzato e si fosse rivelato maggiore del previsto, i governi di tutto il mondo non avrebbero avuto altra scelta che intervenire per evitare il crollo del sistema, come è poi avvenuto. Inoltre, le banche costruirono pacchetti di rischi estremamente diversificati, miscelando prestiti a rischio zero con mutui privi di garanzie adeguate. Ma gli acquirenti di questi pacchetti non erano molto interessati al loro contenuto, ma solo alle filiere di opinioni basate su altre filiere di opinioni che, procedendo a ritroso all'infinito, determinavano i prezzi sui mercati secondari.

Si era creato un sistema in cui il guadagno dipende dalla velocità delle transazioni. Ogni volta che si vende un rischio a un prezzo anche solo leggermente superiore a quello di acquisto, si ricava un profitto; se con lo stesso metodo si acquista un altro rischio rivendendolo altrettanto rapidamente, si guadagna altro denaro.

Gli operatori finanziari o traders, che lavoravano per le banche e avevano accesso ai risparmi e agli investimenti di milioni di clienti per speculare su questi mercati, ricevevano lauti premi in base ai risultati ottenuti. Più rapidi erano nel comprare e vendere, più venivano premiati, incentivi li spinsero a lavorare su un orizzonte temporale sempre più breve.

La conseguenza fu che i prezzi sui mercati secondari erano diventati molto più importanti delle valutazioni iniziali dei rischi. I mercati secondari erano divenuti la parte più importante della realtà. Non aveva più senso chiedersi se le scommesse su quei mercati riflettessero i valori "reali" sottostanti: erano i valori secondari i valori reali. Per usare una metafora, si facevano scommesse che riflettevano le stime sulle scommesse di altri giocatori.

Le agenzie di rating, che teoricamente erano pagate per valutare il merito di credito delle banche e persino delle economie nazionali, iniziarono a basare le proprie valutazioni sui mercati secondari, sebbene un rating creditizio debba esprimere in teoria un giudizio di rischiosità distinto e indipendente dagli altri giudizi.

Per completare il quadro, furono modificati persino i sistemi contabili delle imprese: anziché stimare il valore dei beni di una impresa in termini di valore del lavoro, del capitale, dei mercati ecc., si guardava semplicemente al valore di borsa di quei beni, un valore basato sulle credenze dei traders riguardo a credenze di altri traders, e così via.

Da una prospettiva, si trattava della più perfetta espressione del potere dei mercati che si fosse mai vista. Il valore dei beni di un'impresa, o dell'entità di un rischio, veniva calcolato non più in base a giudizi umani arbitrari, ma a mercati puri.  

Tuttavia questi stessi processi di mercato perfetto distrussero altre componenti, non meno essenziali al buon funzionamento di un mercato. I traders erano incentivati a ignorare determinate informazioni e a concentrare la propria attenzione sul valore dei rischi sui mercati secondari, anziché su quelli primari. Inoltre il sistema incoraggiava un ottimismo eccessivo.

I mercati azionari sono sempre stati molto sensibili alle mode e agli sbalzi d'umore: se un determinato titolo è considerato redditizio tanti si precipitano ad acquistarlo, ma appena si sparge una voce di segno opposto, tanti fanno a gara per venderlo. Con il tempo il mercato si autocorregge, ma prima che ciò avvenga le distorsioni di prezzo possono durare a lungo, e la correzione può aver luogo improvvisamente e assumere la forma di una grave crisi. Si presume che il mercato gradualmente attenui le distorsioni, man mano che gli attori razionali si adattano a una situazione mutata; ma nella realtà le corse al rialzo o al ribasso vanno in modo molto diverso. La storia dei mercati finanziari è fatta di crisi continue. Nel decennio che ha preceduto la crisi del 2008 e 2009 c'erano già state la grande crisi del debito asiatico negli anni 1997-1998, la bolla della new economy tra 1999 e 2000 e la crisi argentina nel 2002.

Una terza importante componente dell'eccesso di ottimismo era la sicurezza, diffusa tra i traders e rivelatasi poi fondata, che i governi non avrebbero lasciato fallire il sistema e sarebbero intervenuti a coprire eventuali perdite dovute agli eccessi del trading. Le banche impararono a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite: finché le cose fossero andate bene, si sarebbero date a un trading esageratamente ottimista ricavando profitti elevati; se improvvisamente la situazione fosse cambiata, i governi sarebbero accorsi a salvarle. Le istituzioni finanziarie sanno con certezza che i governi sono pronti a salvarle e che per finanziare i salvataggi sono disposti anche a tagliare i servizi pubblici, la conseguenza sarà che correranno rischi sempre maggiori.

L'unico caso importante in cui un governo ha cercato di respingere questo implicito ricatto fu quando gli Stati Uniti scelsero di far fallire Lehman Brothers, le conseguenze di questa scelta sui mercati fu una serie di reazione tanto sconvolgenti che da allora i salvataggi si sono moltiplicati.

L’ulteriore conseguenza è stata che rassicurate sul fatto che i governi si prodigheranno per salvarle, le banche alzeranno ancora di più la posta.

Il neoliberismo giustifica i compensi ai banchieri, poiché produrrebbero profitti e creano ricchezza e l'aumento della ricchezza andrebbe a vantaggio di tutti (?). Nei fatti questi profitti sono stati possibili solo grazie al sostegno pubblico, che tuttavia non è considerato un creatore di ricchezza. Perciò né il governo né i contribuenti devono essere compensati nonostante le ingenti somme versate alle banche per sottrarle dalle conseguenze di un mercato davvero libero.

 

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