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Le teorie economiche neo-liberiste


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Scrivere è un passaggio fondamentale per chiarire a sé stessi i concetti, soprattutto quando sono piuttosto complessi. In questo periodo dell'anno i tempi degli impegni a scuola sono molto distesi.

Tornando a Daunton, che la crisi del 2008 non abbia condotto a rivedere il modello neoliberista apre ad una lunga serie di interrogativi.

  • Melius 2
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Gaetanoalberto
2 ore fa, Savgal ha scritto:

che la crisi del 2008 non abbia condotto a rivedere il modello neoliberista

Mah, le conseguenze hanno determinato, al di là dei consistenti interventi pubblici di acquisto delle cartolarizzazioni vuote, una revisione delle politiche di impiego e di rischio delle istituzioni finanziarie, ed un cambiamento delle politiche di vigilanza . In UE é stato emanato un Regolamento europeo in vigore dal novembre 2012.

La "revisione del modello liberista" si scontra esattamente con quelle rigidità ideologiche ed il coacervo di interessi  cui hai accennato riferendoti alla Scuola di Chicago.

Del resto, in modo decisamente più elementare, ti accorgi dalle nostre piccole discussioni sul forum, di quanto temi di tale complessità siano influenzati da una complice superficialità.

Del carico delle finanze pubbliche a seguito delle crisi finanziarie poco si parla, e si preferisce concentrarsi sul costo del welfare.

Le implicazioni politiche ed economiche degli approfondimenti sono enormi, quindi si fanno poco, e principalmente a livello di accademia.

 

  • Melius 1
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La finanza ha mantenuto il suo potere, insieme ad un capitalismo rentier che premia i profitti a spese del lavoro. La risposta politica alla crisi finanziaria globale è riuscita ad evitare una seconda Grande Depressione, ma al costo di persistenti disegueglianze, salari reali stagnanti ed austerità, mentre altri hanno beneficiato dell'aumento del valore degli asset. Il populismo e il nazionalismo economico del presidente Trump hanno esercitato una forte attrattiva sugli elettori che si lamentavano di essere stati "lasciati indietro". La crisi finanziaria globale ha rappresentato un momento in cui la legittimità dell'ordine neoliberale è stata messa in discussione; allo stesso tempo, però, un nuovo ordine non era ancora emerso.

M. Daunton "Il governo economico del mondo. 1933-2023" (Parte quarta "Oltre in neoliberismo" - Capitolo 25° Un comportamento scorretto. La crisi finanziaria globale)

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LA MASSIMIZZAZIONE DEL VALORE PER GLI AZIONISTI

Un’altra implicazione del modello neoliberista smentisce la tesi secondo cui il modello di condivisione dei rischi promuove l'innovazione e lo spirito di iniziativa.

Le aziende dell'economia reale, quelle cioè che fabbricano beni e vendono servizi ai clienti finali, hanno bisogno di tempo e denaro per portare a compimento i nuovi progetti. Per sviluppare una nuova idea di prodotto, valutarne le potenzialità di mercato, effettuare l'investimento necessario a produrre e poi vendere il prodotto ai clienti ci vuole un certo tempo. Per i dirigenti dell'azienda che innova è importante che gli azionisti non abbiano fretta di raccogliere i dividendi; se il nuovo prodotto avrà successo, i rendimenti futuri dell'azienda miglioreranno. Questa disponibilità degli azionisti dipende dall'esistenza di un mercato azionario che consenta loro di uscire rapidamente dall'azienda se si ha sentore che il nuovo prodotto possa avere scarso successo. I mercati azionari non sono necessariamente ostili all'innovazione. All'inizio del ventunesimo secolo gli sviluppi sui mercati secondari hanno creato invece una situazione in cui l'unica cosa che interessava agli azionisti era scambiare titoli derivati basandosi su aspettative di profitto a brevissimo termine che dipendevano da credenze su credenze su credenze, sempre più distanti dall'economia reale. Un'evoluzione ancora più sofisticata ha visto le banche sviluppare tecnologie informatiche che consentono di vendere e acquistare azioni in poche frazioni di secondo attraverso un processo gestito esclusivamente dai computer.

L'ascesa della forma di capitalismo finanziario sopra descritta è legata al concetto anglosassone di impresa orientato alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Storicamente la simultanea comparsa di quel concetto di impresa e dei mercati secondari ha avuto importanti conseguenze. Nel modello l'unico scopo di un'azienda è di massimizzare il valore per gli azionisti stessi e tutti gli altri interessi sono addirittura conglobati in esso.

Nel modello neoliberista in un mercato a concorrenza perfetta le imprese possono massimizzare il valore per gli azionisti solo attraverso la soddisfazione dei clienti, un'azienda che delude un cliente lo perderà a beneficio di una impresa rivale. All’obiezione sui casi in cui il mercato non è perfetto, perché ad esempio le imprese sono avvantaggiate dalla difficoltà per i clienti di procurarsi informazioni sui prodotti, la Scuola di Chicago risponde che massimizzando il valore per gli azionisti si massimizza anche la ricchezza totale della società (e con essa il benessere dei consumatori).

Occorre tenere a mente che quando si parla della proprietà delle imprese "giganti" non si pensa più a proprietari-imprenditori o ad azionisti istituzionali che mantengano rapporti di lungo termine con i dirigenti di quelle imprese. Gli azionisti effettivi delegano le decisioni a traders che operano per loro conto sui mercati secondari, il cui compenso dipende dalla velocità delle transazioni su tali mercati. I soggetti che operano sui mercati finanziari non "possiedono" azioni, essi si limitano a scambiarle. La conseguenza è il venir meno di un reale collegamento tra la proprietà di una impresa e l'attenzione per i suoi reali risultati finanziari.

La massimizzazione del valore per gli azionisti e l'iperattività dei mercati azionari attenti solo all'orizzonte di breve, spesso brevissimo termine ha un'altra conseguenza importante. I guadagni degli azionisti, i dividendi, che dipendono dagli utili divengono una voce residuale delle attività di scambio di un'impresa, l'ultima pretesa cui un'impresa deve rispondere dopo aver soddisfatto le pretese di tutti gli altri titolari di diritti. Il rischio d’impresa per l’innovazione è il cuore stesso del capitalismo e giustifica la massimizzazione del valore per gli azionisti. Se questi, per essere remunerati, devono attendere che tutte le altre pretese contrattuali avanzate nei confronti di un'impresa siano state soddisfatte, hanno diritto all'ultima parola sulla gestione dell'impresa. E i loro premi in caso di successo devono essere elevati, per compensarli delle eventuali perdite in cui incorrono quando i rischi si materializzano e le cose vanno male.  

Questo principio è stato seriamente compromesso dalle aspettative di profitto tipiche di mercati azionari estremamente volatili come quelli attuali. Le azioni vengono comprate e vendute guardando in primo luogo ai mercati secondari. Gli investitori fuggono dalle aziende i cui risultati non corrispondono al rendimento che i più considerano adeguato. Quelle imprese sono esposte a scalate ostili, temute dai dirigenti perché minacciano la loro posizione e perciò essi si sentiranno sotto pressione per centrare o superare gli obiettivi di rendimento per gli azionisti e non esiteranno a ridurre, se necessario, piani d'investimento, servizi alla clientela e retribuzioni.   

Operare secondo questi criteri comporta gravi rischi nella gestione delle imprese che offrono piani previdenziali e pensionistici. Fino a un passato recente la maggior parte dei piani pensione si basava sul principio delle "prestazioni predefinite". Chi sottoscriveva un fondo pensione pagava ogni mese i contributi stabiliti, detraendoli dal proprio stipendio, e quando smetteva di lavorare riceveva una pensione predefinita, in percentuale allo stipendio percepito per un certo periodo. Era responsabilità del fondo garantire che i contributi versati fossero sufficienti a finanziare le pensioni. Il rischio veniva sopportato dagli azionisti del fondo stesso, in base al principio consolidato secondo cui nelle finanze di un'impresa tocca al profitto sopportare il rischio. Fino a quando i contributi erano superiori alle pensioni erogate, nei fondi pensione si accumulavano grandi somme di denaro, che il fondo utilizzava per compiere su vari mercati finanziari investimenti che, per effetto dei processi che abbiamo descritto, divennero sempre più remunerativi. Ma questo sottoprodotto dell'attività dell'assicurazione pensionistica finì per trasformarsi nell'attività principale dei fondi pensione, e alcuni di essi divennero tra i maggiori investitori al mondo. L'erogazione delle pensioni smise perciò di costituire un'attività attraente per i fondi, anche perché la crescente aspettativa di vita iniziava a mandare all'aria i loro calcoli attuariali. Progressivamente essi abbandonarono i piani pensione basati su prestazioni predefinite, sostituendoli con piani a "contribuzione predefinita", in base ai quali i sottoscrittori, al momento di andare in pensione, non hanno più diritto a un reddito prestabilito. Il fondo infatti investe in azioni i contributi versati, e quando un sottoscrittore va in pensione si vede attribuire una somma corrispondente al valore giornaliero di borsa dei contributi versati. Se è fortunato, va in pensione quando le borse sono in rialzo; ma può anche accadere che vada in pensione durante una crisi. La pensione che si prenderà per il resto della vita viene a dipendere dagli eventi. Tocca così alle pensioni fungere da voce residuale delle attività del fondo e sopportare il rischio, non più a carico degli azionisti che chiedono tassi di profitto garantiti.

 

  • Melius 1
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@Gaetanoalberto

Alberto, quando si chiede quali titoli di studio si possiede e cosa si è letto a sostegno delle proprie tesi, segue il silenzio, non diversamente da quanto avviene sui social media. Se "uno vale uno", ammettere la propria ignoranza su un argomento confuta questo assunto.

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There’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning.

W. Buffett

 

IL RIBALTAMENTO DEL MODELLO KEYNESIANO

L'evoluzione dei mercati finanziari imperniata sul modello della massimizzazione del valore per gli azionisti implica un sistema parassitario, che potrebbe essere facilmente eliminato a vantaggio di tutti. Purtroppo, però, le cose sono più complicate. Milioni di persone, con redditi spesso relativamente bassi, soprattutto nel mondo angloamericano, hanno beneficiato solo delle briciole che cadevano dalla tavola imbandita dei ricchi.

Ciò si è verificato per via del collegamento tra i mercati secondari e la diffusione della proprietà immobiliare. In molti paesi sviluppati, a partire dagli anni Ottanta, un numero crescente di persone con redditi modesti ha acquistato la casa in cui abitava accollandosi dei mutui. Sono stati gli stessi stati, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a incentivare la crescita dell'economia rendendo più accessibili le condizioni dei mutui per l'acquisto di una casa, e prendendo misure di politica economica volte a favorire un prolungato aumento dei prezzi immobiliari. In ragione del possesso dell’immobile, le banche e gli altri istituti finanziari hanno potuto concedere prestiti anche a clienti che difficilmente li avrebbero avuti. L'aumento di valore dell'immobile significava infatti che la banca, se si fosse trovata nella necessità di vendere la casa per rientrare del prestito, avrebbe acquisito un bene il cui valore nel frattempo era salito. Inoltre, poiché il valore delle case aumentava, le persone potevano chiedere un mutuo più alto, allungando il periodo di rateizzazione e procurandosi così una liquidità che potevano usare anche per acquistare altri beni.

Nello stesso periodo si espandeva il mercato delle carte di credito, che spingeva le persone a finanziare i propri acquisti indebitandosi, nonostante i tassi elevati. Il ciclo dell'economia era sostenuto dal debito. In passato l’indebitamento è stato tipico soprattutto dei gruppi sociali più abbienti, che lo consideravano un investimento e impegnavano a garanzia dei prestiti ricevuti il proprio patrimonio o altre forme di ricchezza. Gli ultimi sono stati invece caratterizzati dalla diffusione di un alto indebitamento tra persone con redditi limitati, la cui unica ricchezza era una casa impegnata a garanzia del debito.

L'aumento di valore delle case faceva sì che la concessione di prestiti a queste categorie di persone non apparisse eccessivamente rischiosa. A loro volta le banche cominciarono a sfruttare la possibilità di negoziare questi rischi sui mercati secondari, facendoli rientrare nel processo di ripartizione dei rischi nei mercati secondari. Tra questi rischi vi erano anche tranches di mutui privi di adeguata garanzia e debiti da carte di credito. Questi titoli venivano collocati in pacchetti insieme a rischi meno elevati, creando nuovi titoli, scambiati a loro volta sui mercati secondari. Si faceva affidamento sul fatto che gli acquirenti non si sarebbero presi la briga di analizzarne i contenuti. In tal modo, mercati secondari già di per sé instabili hanno "contribuito" sostenere elevati livelli di consumi, e con essi l'attività economica generale, consentendo a coloro che avevano dei redditi modesti di spendere denaro che non possedevano.

È un processo che ha reso tanti indirettamente complici del modello finanziario, cosa che ha reso ancor più difficile per i governi opporsi alle richieste delle banche di aiutarle a rimettersi in piedi per ricominciare tutto da capo.

Il modello keynesiano cui si ispirò la politica economica nei trent'anni successivi alla seconda guerra mondiale rappresentò una forma di temporanea convergenza tra un interesse generale del sistema politico-economico e gli interessi della classe operaia dell'industria dell’Occidente. Questa classe era in grado di mettere a repentaglio l'ordine politico e sociale, ma era anche potenzialmente quella i cui consumi di massa hanno consentito di alimentare la crescita economica in una misura senza precedenti nella storia umana. Infine, questa classe aveva dato vita a partiti politici, sindacati e altre organizzazioni, e aveva aggregato il ceto intellettuale che espresse e diede forza alle loro richieste. Il modello keynesiano, abbinato alla produzione di massa, fu una risposta a queste esigenze e riconciliò i lavoratori con il sistema di produzione capitalistico.

Il neoliberismo le cui idee erano di segno opposto, ebbe come vettore una classe, i capitalisti finanziari, geograficamente concentrata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma gradualmente diffusasi in tutto il pianeta. Questa classe aveva il vantaggio del suo carattere transnazionale. Nello stesso periodo, infatti, si verificò un altro grande cambiamento, la progressiva perdita di autonomia dello Stato-nazione. La politica economica postbellica era stata imperniata su governi che godevano di una certa discrezionalità nel gestire la rispettiva economia. Negli anni Ottanta il processo chiamato globalizzazione erose gran parte di quell'autonomia, anche per effetto della deregulation finanziaria. Gli unici soggetti in grado di operare rapidamente a livello globale erano le gigantesche imprese transnazionali che antepongono le proprie regole private a quelle degli stati. Furono questi sviluppi a favorire e per molti aspetti a imporre, il nuovo modello.

Se il mondo ha tratto dei vantaggi dalla liberazione delle forze produttive e imprenditoriali che la diffusione dei liberi mercati portava con sé, la classe di coloro che operavano nella finanza priva di regole, che accompagnava e favoriva la crescita di quei mercati, se ne è avvantaggiata più di ogni altra.

Se la rigidità dei mercati del lavoro e il capitalismo regolamentato dell'epoca keynesiana avevano gradualmente ridotto le disparità di ricchezza in tutti i paesi avanzati, nel periodo successivo si assisté a una inversione di tendenza; i premi più cospicui toccarono proprio a chi operava nel mondo della finanza.

La crisi del modello keynesiano negli anni Settanta fu accompagnata da una straordinaria mobilitazione della classe operaia, che indusse molti a credere che la sfida che essa poneva diventasse sempre più centrale. Ciò non corrispondeva alla realtà. La produttività in aumento e la globalizzazione della produzione stavano minando la base demografica di quella classe. L'occupazione nelle attività estrattive e manifatturiere iniziò a diminuire in tutto l'Occidente. L'attivismo degli anni Settanta non fece che incoraggiare ulteriormente i governi ad accelerare il declino della classe operaia, come accadde in Gran Bretagna durante gli anni Ottanta nelle miniere di carbone e in altri settori. I lavoratori dell'industria non erano mai stati la maggioranza della popolazione attiva, ma erano la classe in crescita. Ora, invece, iniziavano a diminuire. Negli anni Ottanta la componente più sindacalizzata del mondo del lavoro divenne il pubblico impiego, con cui i governi potevano trattare direttamente, senza interferire troppo con l'economia di mercato. I lavoratori dei servizi privati, la parte più dinamica della nuova economia, raramente erano organizzati e non avevano elaborato un'agenda politica autonoma.

Nel regime deregolamentato della finanza internazionale a preoccupare i governi erano molto più i movimenti dei capitali che quelli della forza-lavoro. Da un lato i governi desideravano attrarre nel proprio paese i capitali che fluttuavano liberamente in cerca di impieghi a breve, dall'altro temevano che quei capitali se ne andassero altrove se insoddisfatti delle condizioni del paese.

Le cose in realtà erano ancora più complesse: lo stesso modello keynesiano aveva risposto sia all'esigenza dell'economia capitalistica di un consumo stabile di massa, sia alla domanda di stabilità di vita dei lavoratori. Nelle economie sviluppate la dipendenza da un aumento dei consumi interni, anziché dalle esportazioni, era aumentata. Con il trasferimento verso nuove aree di produzione e la riduzione della manodopera in buona parte delle industrie produttrici di beni di massa, l'aumento dell'occupazione è avvenuta nei mercati dei servizi personali, relativamente immuni alla globalizzazione. Questi servizi risentono della globalizzazione soprattutto attraverso l'immigrazione, il cui impatto è però limitato dai controlli sui movimenti di popolazione e dal fatto che i salari degli immigrati, per quanto bassi, sono superiori a quelli dei loro connazionali rimasti a casa.

Rimane perciò la questione: se l'instabilità del libero mercato aveva rappresentato inizialmente un ostacolo allo sviluppo del, come ha fatto quest'ultima a sopravvivere al ritorno dell'instabilità?

Il quesito è come abbia fatto a sopravvivere l'economia dei consumi di massa al ritorno dell’instabilità del lavoro e alla stagnazione dei salari.

Negli anni Ottanta o Novanta si pensò che i consumi di massa non potessero sopravvivere, considerata la crescente disoccupazione e la recessione prolungata. Poi le cose cambiarono. Alla fine del ventesimo secolo Gran Bretagna e Stati Uniti, e in seguito altri paesi, registrarono un calo della disoccupazione e una forte crescita. Il neoliberismo il fenomeno può essere spiegato con il fatto che in una economia di mercato veramente pura non si verifica il frequente alternarsi di espansioni e recessioni, caratteristico della precedente storia del capitalismo. L'informazione non è affatto perfetta, come dimostra la crisi del 2008, i traumi esogeni, le guerre o le azioni irrazionali continuano a riversarsi sulle economie e a vanificare le previsioni.

Sono due le forze che hanno concorso a salvare il modello neoliberista dall'instabilità: lo sviluppo del mercato del credito alle persone con redditi medi o bassi e, per i ricchi, la nascita dei mercati dei derivati e dei futures. Questa combinazione ha prodotto un modello di economia keynesiana “privatizzata" che, sorto in modo casuale, è diventata una questione politica ed economica cruciale. Nel modello keynesiano sono gli stati ad indebitarsi, in luogo dello stato sono stati gli individui e le famiglie, compresa la parte più povera, a indebitarsi stimolando l'economia.

Tutto ciò spiega in che modo lavoratori non particolarmente ben pagati (soprattutto quelli americani), con scarse tutele legali contro il licenziamento immediato e salari fermi dalla fine degli anni Settanta, a continuare a consumare, quando i lavoratori dell'Europa continentale, nonostante posti di lavoro pressoché garantiti e redditi annuali in costante aumento, hanno frenato le rispettive economie perché poco propensi a spendere.

I prezzi delle case negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Irlanda salirono di anno in anno, la percentuale del finanziamento concesso rispetto al valore dell'immobile arrivò al cento per cento e le possibilità offerte dalle carte di credito si moltiplicarono sempre più. Nell'Europa continentale i valori degli immobili, a parte poche eccezioni, rimasero invece stabili. Il debito su mutui e carte di credito raggiunse livelli molto più alti nelle economie anglofone che nell'Europa continentale.

In Germania e in altri paesi europei il modello di crescita è sempre stato assai meno dipendente dalla spesa per consumi interni rispetto al modello inglese e americano. Il settore manifatturiero orientato alle esportazioni conservò importanza centrale ed i governi erano più attenti a tenere a bada i prezzi che a sostenere il consumo interno dei servizi prodotti nel paese.

In entrambi i casi la politica pubblica esercitava una pressione sui salari. Nei paesi anglofoni riducendo i diritti collettivi dei lavoratori suscettibili di interferire con i mercati; in Germania e in altri paesi europei attraverso il deciso atteggiamento antinflazionistico della Banca centrale europea.

L'Europa continentale, il Giappone e un gran numero di paesi emergenti avevano bisogno che i consumatori americani, e in minor misura britannici, acquistassero i loro prodotti. Ciò che consentiva loro di farlo era il modello basato sul debito, che per questo divenne tanto importante e non può essere etichettato semplicemente come parassitario.

Le riflessioni sulle politiche pubbliche iniziarono ad accettare questa sorta di keynesismo ribaltato, privatizzato. Così un calo dei prezzi del petrolio era considerato una buona notizia, perché riduceva la pressione inflazionistica, mentre un calo dei prezzi delle case appariva catastrofico, perché avrebbe minato la fiducia nel debito. Toccava perciò allo stato intervenire con misure volte a favorire gli aumenti dei prezzi delle case. Il governo britannico allentò sempre più i vincoli alla concessione di mutui, mentre le due agenzie statali americane specializzate in mutui (Fannie Mae e Freddie Mac) si trovarono in prima linea sul mercato dei subprime.

Il sistema capitalista democratico aveva smesso di dipendere dagli alti salari, dal welfare state e dalla gestione pubblica della domanda. La prosperità cessò di fondarsi sulla formula socialdemocratica del sostegno pubblico alle classi lavoratrici. Fu adottata la formula conservatrice neoliberista fondata su banche, borse e mercati finanziari. Anche i lavoratori contribuirono, non nel ruolo di coloro che per migliorare la propria condizione facevano affidamento su sindacati, leggi di tutela e piani di previdenza sociale finanziati dallo Stato, bensì in veste di debitori sul mercato del credito. Questo mutamento politico di fondo fu più profondo di qualunque altra novità prodotta dall'alternarsi al governo di partiti socialdemocratici o conservatori-neoliberisti in base ai risultati elettorali. Esso ha provocato un marcato spostamento a destra di tutto lo spettro politico, collegando gli interessi collettivi e individuali di tutti ai mercati finanziari, che nel loro operare producono forti disparità e danno vita a grandi concentrazioni di ricchezza.

Rimangono tuttavia i fallimenti del mercato, come le insufficienze del prezzo quale indicatore di valore o la mancanza di informazioni. Le transazioni rapidissime sui mercati secondari sganciarono i prezzi dei beni dalla combinazione di terra, lavoro e capitale che è il vero patrimonio di un'impresa. E neppure le quotazioni del titolo riflettono le prospettive di mercato dell'impresa e forniscono informazioni importanti e precise su di essa. Gli imprenditori finanziari e le aziende di revisione contabile svilupparono forme di sapere riguardo al prezzo di pacchetti di titoli che non dovevano essere analizzati nei loro contenuti, cosa che condusse a decisioni autodistruttive, che è il grande limite di questo modello. Difatti al momento del crollo dei mercati secondari nessuno aveva un'idea precisa di quanto denaro fosse stato perso, né di dove fosse finito. Se l'unica informazione importante è totalmente autoreferenziale e non può essere convalidata se non da se stessa, essa non può in alcun modo svolgere il ruolo che il mercato richiede. Ma per anni e anni nessuno che avesse potere nel o sul sistema se ne era minimamente preoccupato, nonostante il chiaro campanello d'allarme risuonato poco tempo prima, ossia alla fine degli anni Novanta con lo scoppio della bolla della new economy. Anche in quel caso, i valori si erano basati su una infinita serie di previsioni a ritroso, perdendo progressivamente qualsiasi contatto con i prodotti effettivi delle imprese operanti attraverso internet.

Nessuna delle lezioni che era possibile trarre da questa esperienza parve ispirare nuovi comportamenti al sistema finanziario, nei pochi anni trascorsi tra queste due crisi tanto simili tra loro. Il keynesismo privatizzato si è trasformato in una sorta di strano bene collettivo, pur basato sulle azioni dei privati. Esso presupponeva un comportamento delle banche sostanzialmente irresponsabile, che si è tradotto nell'omissione di verifiche e prassi contabili che in linea di principio toccavano alle banche stesse. Tuttavia il denaro irreale che esso generava ha consentito a milioni di persone di acquistare beni e servizi reali. Perciò, quella stessa irresponsabilità si è trasformata in un bene collettivo.

Vi è una immoralità sostanziale nella complicità di intere società coinvolte in quelle prassi irresponsabili. Le teorie storiche del mercato avevano sempre attribuito ad esso il ruolo di far sì che il perseguimento degli interessi individuali assicurasse il raggiungimento di obiettivi collettivi e generali. Con il neoliberismo il mercato fu asservito agli interessi e agli delle classi opulente degli anni Ottanta e Novanta.

Tuttavia il collegamento tra interessi privati e bene collettivo non può essere reciso di netto, i comportamenti economici non hanno mai una rilevanza esclusivamente privata.  

Il neoliberismo, già molto compiacente verso le concentrazioni di ricchezza nelle grandi aziende che dominano i mercati, si è ulteriormente squalificato per aver creato, attraverso la deregulation bancaria, mercati che si fondano sull'inadeguatezza delle informazioni. La conseguenza è che per garantirci un benessere collettivo si deve consentire a pochi individui di accumulare una ricchezza e un potere politico enormi. Esemplare è quanto sta accadendo al welfare. Gli stati devono tagliare pesantemente i servizi sociali, i programmi sanitari e d'istruzione, i diritti pensionistici e i trasferimenti sociali ai poveri e ai disoccupati. Devono farlo per placare le ansie di coloro che operano nei mercati finanziari sull'entità del debito pubblico, che sono gli stessi che hanno guadagnato dai salvataggi bancari e hanno ricominciato a concedersi generosi bonus, "guadagnati" solo grazie al fatto che le loro operazioni sono assicurate contro i rischi dalla spesa pubblica che ha prodotto il debito pubblico.

 

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Mi rendo conto che leggere un post di 2600 parole non è facile, ma vi invito a fare uno sforzo. 

 

Il debito privato rispetto al PIL negli Stati Uniti è diminuito al 142% nel 2024 rispetto al 147,50% nel 2023. Il debito privato rispetto al PIL negli Stati Uniti ha mediato il 131,72% dal 1995 al 2024, raggiungendo un massimo storico del 158,30% nel 2020 e un minimo record del 100,50% nel 1997. https://it.tradingeconomics.com/united-states/private-debt-to-gdp

Ossia nel 2024 il debito dei privati ammontava a 41.435 miliardi di dollari, una cifra spaventosa 35.634 miliardi di euro, quasi 12 volte il debito pubblico italiano.

 

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extermination
9 ore fa, Savgal ha scritto:

Il debito privato

Quanto di questo debito è stato contratto per l’acquisto di beni di consumi ( dunque “bruciato” nel breve termine)  e quanto invece per investimenti ? ( ad esempio per l’acquisto di una casa)

Riguardo la sostenibilità del debito privato, (anche solo per farsi un’idea vista la storia del pollo di Trilussa) qual’è il reddito medio pro capite e quale l’ indebitamento medio pro capite? (come noto una famiglia “media” che spende oltre il 40-50% del proprio reddito per pagare rate dei prestiti è da considerarsi fortemente indebitata dunque in probabile difficoltà nel far fronte all’acquisto di beni di prima necessità). Da ultimo e non per ultimo, il tasso di crescita, il tasso di occupazione -disoccupazione il tasso di inflazione ed il tasso medio sul credito al consumo e sui mutui.

Massima semplificazione tra il mare magnum di indicatori…4 numeri …magari per fare anche un confronto con altri stati.  

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