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Irrazionalismo dei nostri tempi


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Non so che taglio ha preso il thread, quindi potrei essere ot.

Senza andare troppo lontano, l’irrazionalita’ e’ dentro la vita.

Cosa ha di razionale lavorare la maggior parte del tempo oltre la necessita’, senza avere un talento speciale?

Nulla. Non sarebbe comportamento razionale anche se la vita fosse illimitata. E’ una nevrosi irrazionale.

Che senso ha sacrificare la propria esistenza irripetibile incatenandosi in obbligazioni familiari o sociali? Poco senso.

Per fortuna che l’uomo e’ irrazionale se no saremmo estinti con la clava in mano da lunga pezza.

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Il 27/08/2025 at 20:46, Savgal ha scritto:

Una parte della filosofia del Novecento denuncia l'irrazionalismo che minaccia la nostra epoca. È il caso della Eclisse della ragione (1947) di Max Horkheimer (1895-1973), in cui l'autore sostiene che la ragione oggettiva, l'idea che la ragione esistesse non solo negli uomini ma anche nel mondo oggettivo, fondando una gerarchia degli esseri, ha lasciato il posto (con uno sviluppo partito nel XVII secolo, ma acceleratosi decisamente con l'Illuminismo) alla ragione soggettiva, limitata al solo soggetto in quanto facoltà di calcolare i mezzi in rapporto ai fini. Nell'ambito della ragione soggettiva, "ragione" indica solo il rapporto di un concetto o di un oggetto con un certo fine, non un concetto in sé. La crisi odierna della ragione dipende dal fatto che il pensiero è divenuto incapace di concepire una simile oggettività, relegata nel campo dell'illusione: nessuna realtà è ragionevole in sé, e tutti i concetti si sono formalizzati. Tale ragione formalizzata è buona per qualunque uso. Questa crisi si esprime tra l'altro, secondo Horkheimer, con la sostituzione del pensiero speculativo e filosofico con il pensiero scientifico, il quale nega l'esistenza di una filosofia autonoma e di un concetto filosofico di verità. In quest'ambito l'irrazionalismo di fondo che minaccia il pensiero, e le cui tendenze Horkheimer vede esplicarsi nella costituzione dello stato autoritario, è dovuto all'abbandono della speculazione filosofica a favore di una ragione scientifica che è mera razionalità formale e strumentale la quale si rovescia, in ultima analisi, in negazione della ragione. Dunque, il rifiuto della razionalità scientifica non si è espresso soltanto a partire da posizioni legate al valore della Tradizione e all'intuizione vitalistica del mondo; ma sembra comunque legato ad una certa concezione del sapere, secondo la quale l'attività matematica e formalizzatrice della ragione scientifica sarebbe una sorta di parodia del pensiero. Così il sorgere della scienza, che è ragione strumentale, eclissa, secondo Horkheimer, la vera ragione.

Il concetto di razionalità scientifica come mera tecnica che si esplica dunque non come ragione sostanziale, ma come pura capacità di dominio, attraversa ambiti ben più vasti; così, per Hans-Georg Gadamer (1900) (Verità e metodo, 1960), nella scienza moderna ha perduto il senso originario della theoría greca, in quanto ha smarrito il guardare e il sapere con cui l'uomo greco contemplava e accettava l'ordine del mondo, fine stesso dell'attività filosofica, la scienza è pura attività pratico-pragmatica, e "il modo del suo domandare e del suo indagare è diretto al dominio dell'ente".

Gran parte delle discussioni contemporanee sull'irrazionalismo sono in relazione a una difesa di una sorta di primato e di autonomia della filosofia in quanto ragione sostanziale o in quanto theoría, di fronte ad una presunta invadenza della scienza ridotta a mero calcolo o a finalità pratica incapace di interrogarsi sui fini ultimi.

Queste posizioni sembrano discendere da un concetto ingenuo di scienza. È veramente impossibile intendere, difatti, come le affermazioni di Erwin Schrödinger (Scienza e umanesimo, 1951: "Parecchi credono, nella loro completa ignoranza di che cosa sia in realtà la scienza, che essa abbia principalmente lo scopo, secondario, di inventare nuovi macchinari o di aiutare ad inventarli, per migliorare le nostre condizioni di vita") possano venir comprese all'interno di un'immagine della scienza come mero "dominio sull'ente".

Emerge un'altra caratteristica dell'irrazionalismo contemporaneo, che concepisce la storia del pensiero - o, più in generale, quella della civiltà - come una storia di decadenza, per cui alla theoria della giovane civiltà greca si sostituisce la svirilizzata scienza dei moderni, in un'ottica ispirata alle posizioni di Spengler. Ma proprio questo fatto mostra come l'accusa di irrazionalismo lanciata alla scienza dai suoi critici possa essere con altrettanta facilità rovesciata su questi ultimi, a dimostrazione del fatto che tutta la questione ruota, in ultima analisi, su un problema di definizione iniziale.

Buongiorno @Savgal, a riguardo di questa seconda parte, mi chiedo: nel famoso video in cui spiega il metodo scientifico, Feynman dice che tutto parte da un’idea, un’intuizione dello scienziato. Il punto di partenza, quindi, sembrerebbe un atto filosofico se non addirittura un impulso ingenuo (non guidato dal ragionamento consapevole). L’esempio più famoso è certamente quello di Einstein che prima ragiona sulla questione su una base puramente deduttiva, poi formula una teoria assurda ma tiene duro, poi attende che qualcuno trovi gli strumenti matematici per indagarla a fondo e alla fine la vede confermata dalla scienza. In questo caso il primato della filosofia secondo me c’è, si palesa e la scienza diventa uno strumento di conferma. Qual è la posizione odierna della filosofia della scienza (scusa se ti tratto come un juke box filosofico, perdipiù senza nemmeno darti la monetina..)

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@simpson

Premetto che da 11 anni svolgo un altro lavoro e ciò che ho postato sono appunti risalenti a quando insegnavo filosofia e storia in un liceo.  

 

In linea di massima condivido quanto sostiene Thomas Kuhn (1922-1998), in “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” nel 1962.

È presente una mescolanza nella scienza fra "conservazione" di un patrimonio acquisito e una continua innovazione. Gli scienziati impegnati nella ricerca non hanno interesse per gli strani modi in cui furono inizialmente formulati i problemi sui quali lavorano. Essi muovono da essa e la assumono come il loro punto di partenza. Sono come membri di una corporazione, adottando uno specifico linguaggio e accettando determinate regole. La cosa davvero importante è l'apprendimento di quelle regole e di quel linguaggio. Mentre uno studente in filosofia avrà quasi sicuramente letto un dialogo di Platone o un'opera di Kant o di Nietzsche ed un laureato in lettere un’opera dei grandi della letteratura, al contrario un laureato in fisica o in biologia può nella quasi totalità dei casi non aver mai letto direttamente i Principia di Newton o L'origine delle specie di Darwin o le memorie di Einstein. Inoltre pare del tutto ovvio e naturale che uno studente di fisica o di biologia, prima di cominciare a svolgere una sua autonoma ricerca, che è sempre inserita in un progetto più ampio o "collettivo", legga soltanto pagine che sono state scritte soltanto per essere lette da studenti di fisica o genetica o fisiologia.

Ogni introduzione alle specifiche forme del sapere scientifico reca inevitabilmente con sé un elemento dogmatico. In riferimento ai manuali Thomas Kuhn ha parlato di un'educazione "rigida e limitata". I manuali non parlano molto dei problemi da risolvere o sui quali è in corso la discussione sulle riviste scientifiche. Parlano in prevalenza di problemi che sono già stati risolti e che si configurano come tipici o paradigmatici. Presentano cioè come da risolvere problemi già risolti e insegnano a risolverli non in modi nuovi e inaspettati, ma così come già sono stati risolti. Per questa ragione recano spesso in appendice le soluzioni giuste dei problemi e le risposte giuste alle domande.

Tuttavia questa particolare forma di educazione "dogmatica" genera un tipo di sapere che è capace di trasformazioni rapidissime, che rimette in discussione i propri presupposti con una frequenza sconosciuta alla maggioranza degli intellettuali. I manuali scientifici invecchiano molto rapidamente. Chi riscrive un manuale effettua cancellazioni e sostituisce frasi e affermazioni che appaiono "superate" con altre frasi e affermazioni ritenute più "vere". Se ha davvero a cuore i destini della scienza che coltiva si augura anche che le affermazioni da sostituire nelle future edizioni siano molte. La disposizione a rivedere quello che si è affermato e a sostituirlo con altro non ha a che fare con l'essenza stessa di un sapere che ha istituzionalizzato le rivoluzioni, che le ammette come fenomeni positivi e auspicabili, che attribuisce importanti riconoscimenti sociali a coloro che sono riusciti a condurre al successo le idee più estremiste e che si configuravano, all'inizio, come del tutto eterodosse e non accettabili.

Gli standard della ricerca scientifica impone un contesto di disciplina e al tempo stesso incoraggiano la confutazione della stessa. Una ricerca deve essere in accordo con una serie diffusa di convinzioni intorno alla natura e ai nostri modi per conoscerla e l'autorità dei criteri accettati viene esercitata allo scopo di fornire delle basi indipendenti per opporsi a quella stessa autorità. Scrive Thomas Kuhn: "Lo scienziato è un tradizionalista a cui piace giocare giochi difficili con regole ben stabilite, al fine di essere un innovatore capace di scoprire nuove regole e nuovi pezzi con cui giocare".

(Sono sempre appunti da sintesi per delle lezioni)

 

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Gaetanoalberto
1 minuto fa, Savgal ha scritto:

all'approccio rigorosamente razionale

Si. L'intuizione necessita di essere "messa a terra" con  metodo e sperimentazione.

Ad ogni modo esiste una certa variabilità tra le scienze, ad esempio tra chimica e biologia, per non parlare delle cd "scienze sociali".

Insomma, il rigore sta nella razionalità e nella logica dell'operato, e nella quantità di competenze messe in campo per pervenire al risultato.

Nell'evoluzione esiste anche una certa importanza della casualità.

Insomma, ogni tanto il rigore, se eccessivo, è antigalileiano.

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briandinazareth
1 minuto fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Insomma, ogni tanto il rigore, se eccessivo, è antigalileiano.

 

Il rigore è fondamentale per filtrare tra le tante intuizioni,  fantasie e tirare ad indovinare,  quelle che dicono qualcosa della, realtà.  

 

Prima il caos e il tentativo,  anche assurdo all'apparenza, sono fondamentali

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Dal mio punto di vista, non di rado si tende a demonizzare l'esperienza soggettiva 

Anziché cercare di integrarla in una visione più ampia e completa, si tende a rifiutarla, o negarla.

Se si asserisce che tutte le persone sono sempre irrazionali e se tale frase è prodotta da un essere umano, si crea un evidente paradosso ...un corto circuito logico

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19 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

ancora di più, la razionalità è nel metodo,  non nelle persone

sì, capita di incontrare, per esempio in giro per ospedali, persone che dovrebbero comportarsi come scienziati ma che tendono a ritenersi dei santoni, depositari di verità. Viene la tentazione di prendersela con la scienza, come se fosse lei a generare questi fenomeni, bisogna invece ricordare che è l'uomo che rovina tutto, non il metodo in sé, un po' come nel caso delle religioni

  • Melius 1
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briandinazareth
8 minuti fa, simpson ha scritto:

sì, capita di incontrare, per esempio in giro per ospedali, persone che dovrebbero comportarsi come scienziati ma che tendono a ritenersi dei santoni, depositari di verità. Viene la tentazione di prendersela con la scienza, come se fosse lei a generare questi fenomeni, bisogna invece ricordare che è l'uomo che rovina tutto, non il metodo in sé, un po' come nel caso delle religioni

 

Questo è il motivo per il quale occorre scartare il principio di autorità 

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