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La civiltà delle buone maniere


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È un compito da assolvere, quello di una più accurata indagine sulle modificazioni intervenute nei modelli di comportamento medioevali; ma noi qui siamo costretti ad accennarvi soltanto, rammentando che questo livello medioevale non è scevro da movimenti interni, e certamente non rappresenta un «inizio» o addirittura «<lo stadio più basso» del processo di «civiltà», e neppure, come a volte si è affermato, «<lo stadio della barbarie» o della «<primitività».

Era uno stadio differente dal nostro; e se fosse migliore o peggiore, non è qui la sede per discuterne. E se la «ricerca del passato perduto» ci condurrà passo passo dal XVIII al XVI secolo e da qui al XIII e XII, ciò non significa affatto che questi ultimi secoli abbiano segnato «<l'inizio» del processo di civilizzazione; anzi il percorso inverso, il breve percorso dallo standard del Medioevo a quello degli inizi dell'età moderna e il tentativo di comprendere le trasformazioni avvenute nella società umana offrono, innanzi tutto, ampia materia di riflessione.

Lo standard del «buon comportamento» nel Medioevo è, al pari di quelli successivi, rappresentato da un concetto ben preciso. Esso serve allo strato superiore secolare del Medioevo, o almeno ad alcuni dei suoi gruppi al vertice, per esprimere la propria autocoscienza, cioè tutto quello che per essi caratterizza i loro sentimenti. Questa incarnazione dell'autocoscienza e del comportamento «adeguato alla società» suona, in francese, «courtoisie», in inglese «courtesy», in italiano <<cortesia>> insieme ad altri termini affini e spesso leggermente differenti -, in Germania, anche qui con termini differenti, «Hövescheit» o «Hübescheit» o anche «<Zuht». Tutti quanti indicano, in modo diretto e assai più preciso di quanto non facciano i successivi concetti aventi la stessa funzione, un determinato luogo sociale. In sostanza significano: ecco il modo in cui ci si comporta alle corti. Sono anzitutto determinati vertici dello strato superiore secolare ad esempio non la cavalleria nel suo complesso ma in primo luogo i gruppi cavalleresco-cortesi che circondano i grandi signori feudali a indicare con tale termine tutto ciò che li distingue per la loro sensibilità, le regole e le interdizioni specifiche che si sono venute creando dapprima nelle grandi corti feudali e successivamente si sono diffuse in una cerchia più vasta; tuttavia per il momento possiamo tralasciare questa differenziazione. Infatti rispetto a epoche posteriori si nota innanzi tutto che vi è una grande omogeneità nei costumi buoni e cattivi di cui parliamo qui, appunto quello che indichiamo come un determinato standard.

Come appare dunque questo standard? Qual è il comportamento tipico, il carattere comune a tutte le prescrizioni?

Innanzi tutto, un aspetto che rispetto a epoche posteriori si potrebbe definire come semplicità, ingenuità. Come in tutte le società nelle quali i sentimenti sono più impetuosi e diretti, compaiono qui meno sfumature e complicazioni. Vi sono amici e nemici, gioia e dolore, buoni e cattivi.

·         Devi seguire l'uomo buono, essere contro il malvagio

è detto in una traduzione tedesca dei Disticha Catonis, una raccolta di regole di comportamento che era diffusa nel Medioevo e attribuita a Catone. E in un altro passo:

Se i tuoi domestici ti fanno inquietare,

caro figlio, bada tuttavia

di non andare in collera

al punto che poi tu debba deplorarlo.

Tutto è più semplice; impulsi e inclinazioni sono meno controllati di quanto non avverrà in seguito, anche a tavola:

Due uomini di nobile estrazione

non devono servirsi dello stesso cucchiaio;

ciò provoca disagio, quando avviene,

alla gente cortese

viene spiegato nella Hofzucht di Tannhäuser, «<Hübsche Leute» sono i nobili, la gente «di corte» (höfisch). Le norme della Hofzucht sono espressamente destinate allo strato superiore, alle persone della cerchia cavalleresco-cortese. Il modo nobile, <<hoveliche» di comportarsi viene costantemente contrapposto ai <<geburische Siten», cioè ai modi propri dei contadini:

Alcuni staccano un morso da un pezzo di pane e poi immergono di nuovo il pane nel vassoio, secondo i costumi dei contadini,

ma le persone cortesi si astengono da tali cattive maniere.

Perciò, quando hai addentato un pezzo di pane non immergerlo nuovamente nel vassoio comune; lo possono fare i contadini, non la «hübsche Leute»>:

Alcuni sentono il bisogno, dopo aver spolpato l'osso,

di rimetterlo nel piatto comune;

ma ciò deve essere ritenuto scorretto.

Non rimettere nel vassoio comune l'osso da te spolpato, dunque. Sappiamo, da altre fonti, che era consuetudine gettarlo a terra.

Raschiarsi la gola nel mettersi a tavola,

e soffiarsi il naso nella tovaglia

sono cose poco convenienti, per quel che posso giudicare

dice un'altra prescrizione. E ancora:

Se uno si soffia il naso sul tavolo

e poi strofina il moccio con la mano,

è un maleducato, io penso,

che non sa come comportarsi

Servirsi delle mani per soffiarsi il naso, era naturale; non esistevano i fazzoletti. Ma a tavola era necessario usare un certo riguardo e non ci si doveva soffiare il naso nella tovaglia.

Più avanti è detto di non schioccare le labbra e far rumori a tavola:

Chi sbuffa come un tasso acquatico [foca] mentre mangia, al modo di molti,

e fa rumori come un Beiersahs,

mostra di non avere educazione.

Se devi grattarti, non farlo con la mano nuda, ma serviti della veste:

Non dovete grattarvi il collo

nei pasti con le mani;

se è proprio indispensabile,

servitevi della veste.

Ciascuno prende il cibo dal piatto comune con le mani, e per questo non bisogna mettere le mani nelle orecchie, nel naso o negli occhi:

È ineducato portare le mani alle orecchie

o agli occhi, come taluni fanno,

oppure infilarsele nel naso:

queste sono tre cose da evitare.

Prima di mangiare bisogna lavarsi le mani:

Ho sentito dire

(e se ciò è vero è una cosa sconveniente)

che taluni mangiano senza essersi prima lavate le mani;

che le loro dita siano colte da paralisi!  

In un'altra Tischzucht, che ha molte affinità con l'Hofzucht di Tannhäuser tanto da apparire sotto molti aspetti una sua copia letterale, «ein spruch der ze tische kêrt» 19 (regole che si convengono a tavola), si richiede che si mangi con una sola mano; e quando ci si serve con un'altra persona dello stesso piatto o della stessa fetta di pane, come avveniva di frequente, bisogna usare la mano che sta all'esterno:

Bisogna sempre mangiare con la mano

più lontana dal commensale;

se il commensale sta alla sua destra,

deve essere usata la sinistra;

bisogna guardarsi dall'uso

di mangiare con entrambe le mani.

Se non hai un tovagliolo, non pulirti le mani sulla tua veste ma lasciale asciugare, dice ancora il poema succitato. E ancora:

Procurati subito ciò di cui abbisogni,

affinché tu non debba poi arrossire.

Inoltre, è poco elegante allargarsi la cintura mentre si è a tavola.

Tutte queste regole siano dedicate agli adulti, non ai fanciulli. Si tratta, per noi, di prescrizioni assolutamente elementari, impartite qui ai membri dello strato superiore perché sappiano come comportarsi, molto più elementari senza dubbio di quelle che generalmente sono considerate normali anche negli ambienti paesani e contadini, dati i livelli odierni di comportamento. Lo stesso standard emerge anche, con qualche variazione, negli scritti «courtois» di altri ambiti linguistici.

Prescrizioni e divieti che ritornano nella maggioranza o nella totalità delle varianti, sono stati raccolti per una delle correnti tradizionali che, partendo da norme di comportamento a tavola in latino, confluiscono principalmente in testi francesi e forse anche italiani, e in uno provenzale. Nel complesso, sono le medesime norme che abbiamo visto nei testi tedeschi. Vi è, innanzi tutto, la regola di pronunziare il benedicite, che si ritrova anche nella Hofzucht di Tannhäuser. Sempre presente è la prescrizione di occupare il posto assegnato, e altresì quella di non toccare naso e orecchi a tavola. Non si mettano i gomiti sul tavolo, leggiamo di frequente; si mostri un sembiante sereno, non si chiacchieri troppo. Assai spesso viene ricordato che non ci si deve grattare e neppure gettarsi troppo avidamente sul cibo. Non si deve rimettere sul vassoio comune il boccone già messo in bocca: questa prescrizione è ripetuta più volte. Altrettanto spesso si ammonisce di lavarsi le mani prima di mangiare, o di non immergere il cibo nella saliera. Inoltre viene ripetuto di continuo che non ci si devono pulire i denti con il coltello, che non si deve sputare sulla tavola o al di sopra di essa. Non bisogna pretendere che torni indietro il vassoio che è già stato portato via. Non lasciarti andare a tavola, viene detto spesso. Pulisciti le labbra prima di bere. Non lamentarti dei cibi, e non dire nulla che possa irritare gli altri. Se hai immerso il pane nel vino, bevi il vino o getta via il resto. Non ti pulire i denti col tovagliolo. Non offrire ad altri i resti della tua minestra o il pezzo di pane che hai già addentato, e non soffiarti il naso troppo rumorosamente. Non addormentarti a tavola, e simili.

Prescrizioni e indicazioni dello stesso tipo circa le usanze accettabili e non, si ritrovano in altre serie di poemi didascalici riguardanti le «buone maniere» e appartenenti a correnti tradizionali che non hanno un rapporto diretto con quelli conosciuti in Francia. Sono tutti testimonianze di un determinato standard dei rapporti interumani, testimonianze riguardanti la struttura della società medioevale e la «<psiche>> medioevale. L'affinità esistente tra tutti questi testi è di ordine sociogenetico e psicogenetico; è possibile, ma non obbligatorio, che tra questi scritti sul comportamento, in francese, inglese, italiano, tedesco e latino sussista una parentela letteraria. Le differenze tra di essi sono assai meno rilevanti delle somiglianze, che corrispondono all'omogeneità di comportamento esistente nel Medioevo nel ceto superiore, a differenza di quanto avviene nell'epoca moderna.

Le «cortesie» (De quinquaginta curialitatibus ad mensam) di Bonvesin da la Riva, ad esempio, uno dei testi relativamente più personali e, tenuto conto del livello dei costumi in Italia, più «progressisti», oltre ad altre norme già contenute anche nei testi francesi già citati, contengono altre prescrizioni, come quelle di non tossire né starnutire a tavola e di non leccarsi le dita. Non bisogna scegliersi i bocconi migliori frugando nel vassoio, e il pane va tagliato con garbo. Non bisogna toccare con le dita l'orlo della coppa comune e neppure tenere la medesima con due mani. Tuttavia nel complesso il tenore della cortesia e lo standard etico sono i medesimi. E non è privo di interesse il fatto che, tre secoli dopo, un autore che rielaborò le «cortesie» di Bonvesin ne abbia modificate soltanto due, e neppure molto importanti 25: consiglia infatti di tenere la coppa con due mani soltanto se non è troppo piena; e se parecchi bevono dalla stessa coppa, non bisogna assolutamente inzupparvi il pane, mentre a questo riguardo Bonvesin consiglia soltanto di gettar via il pane inzuppato oppure di bere il contenuto.

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extermination

Senza troppi giri di parole, il rispetto è il fondamento di tutti i valori, essenziale per la convivenza pacifica, la libertà e le relazioni sane. implica il riconoscimento del valore intrinseco di ogni individuo, delle sue scelte e delle sue idee, partendo in primis dal rispetto di se stessi. senza il ripetto, le relazioni degenerano e la società si indebolisce

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Le tradizioni spirituali occidentali ed orientali, ma soprattutto quelle asiatiche, considerano le emozioni negative (rabbia, odio, gelosia) stati mentali condizionati, non la vera essenza dell’uomo. La “barbarie” o la violenza emergono da ignoranza, attaccamento e condizionamenti sociali, non da una inclinazione naturale permanente.

Per coltivare tali aspetti positivi e per limitare i meccanismi automatizzati non coscienti e disfunzionali, occorrono percorsi di consapevolezza che possono durare anche una vita intera 

Una sorta di pulizia e deipnosi

In questo senso, anche la psicoanalisi può offrire un contributo particolarmente utile

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extermination
1 ora fa, Savgal ha scritto:

Anzi le inclinazione vanno spesso in ben altra direzione.

Certamente. Grazie allo Stato siamo tutti costretti a reprimere le nostre pulsione aggressive. Oggi come

oggi, più che grazie allo Stato, mi verrebbe da dire grazie all’educazione che i figli ricevono dai genitori e dalla scuola innescando una spirale virtuosa di generazione o generazione. Vedi ad esempio la questione sicurezza: più reati la Meloni si “inventa” -legiferando a riguardo- più i problemi legati alla sicurezza permangono irrisolti ( odio -rabbia e quant’altro scaricata da certuni sulla

società civile) E Po diciamolo: questo governo che rappresenta un elemento essenziale di questo Stato (esercitando funzioni cruciali) con gli attacchi quotidiani rivolti alle istituzioni- guida sta minchia

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gibraltar
23 minuti fa, extermination ha scritto:

Grazie allo Stato siamo tutti costretti a reprimere le nostre pulsione aggressive

Il problema è quando è lo stato a sovvertire le regole, cominciando esso stesso a degenerare manifestando le sue pulsioni più aggressive: sta succedendo in USA e non solo.

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mozarteum

La cortesia, le buone maniere appartengono al privato, la civilta’ e’ una dimensione politica e giuridica, quindi pubblica.

Si puo’ essere civili e scortesi e viceversa.

Sul piano privato, trovo che la cortesia, le buone maniere il ben vestire e il ben parlare non siano orpelli ma - quando naturali e non ipocriti - denotino il lodevole sforzo di conferire una dignita’ anche formale allo stare al mondo. Niente di essenziale, ma a me le persone cosi’ piacciono di piu’ di quelle che rifilano la propria soggettivita’ sgrammaticata (nei modi) agli altri senza la giustificazione d’una genialita’ naif retrostante

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@gibraltar

Alcuni comportamenti mi hanno fatto tornare alla mente i futuristi, gli anticipatori del fascismo.

 

Manifesto del futurismo.

1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo.... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!.. Perchè dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poichè abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo — il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

 

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