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La civiltà delle buone maniere


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41 minuti fa, Savgal ha scritto:

, è necessaria soprattutto una propaganda abilmente orchestrata per risvegliare in grandi masse di uomini e legittimare gli istinti soffocati nella vita «civile» d'ogni giorno, le manifestazioni pulsionali socialmente bandite, la gioia di uccidere e di distruggere.  

Questo passaggio mi pare che rappresenti in modo inquietante la situazione che l'Occidente, come noi lo intendiamo, sta attraversando in quest'ultimo periodo.

Spero vivamente di sbagliarmi...

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Certamente, anche nella società «civile» queste pulsioni, in una forma bensì più «raffinata», più razionalizzata hanno il loro posto legittimo e ben delimitato. E questo caratterizza assai bene il tipo di trasformazione che si verifica parallelamente alla civilizzazione nell'economia affettiva. Ad esempio, il piacere della lotta e l'aggressività trovano un'espressione socialmente consentita nelle competizioni sportive. E ciò vale soprattutto allorché si tratta di «essere spettatori»>, ad esempio di incontri di boxe, in quel sogno a occhi aperti in cui lo spettatore si identifica con quei pochi individui cui è concesso uno spazio limitato e rigorosamente regolato per scaricare la propria emotività. Questa possibilità di godere appieno (ausleben) dei propri affetti facendo da spettatore o perfino da ascoltatore, ad esempio ascoltando un resoconto alla radio, è un tratto assai caratteristico della società «civile». Esso ha contribuito allo sviluppo del libro e del teatro, ed è stato decisivo nel determinare il ruolo del cinematografo nel nostro mondo. La trasformazione di quella che in origine era una manifestazione di gioia attiva e spesso aggressiva nella più passiva e costumata gioia di far da spettatore, cioè in una mera gioia degli occhi, ha inizio già con l'educazione dei giovani, con i precetti miranti a condizionarli.

Nell'edizione della Civilité di La Salle del 1774, è detto ad esempio (p. 23):

I bambini amano toccare con le mani le vesti e le altre cose che gradiscono: bisogna correggere in loro questa avidità e insegnargli a toccare soltanto con gli occhi ciò che vedono.

Ormai questa prescrizione è divenuta del tutto ovvia: l'uomo moderno è caratterizzato in sommo grado dal fatto che attraverso un'autocostrizione di origine sociale gli viene proibito di abbandonarsi alla spontaneità di afferrare ciò che desidera, ciò che ama o odia. Questa necessità ha concorso in modo decisivo a modellare tutti i suoi gesti, per quanto notevoli possano essere in tal senso le differenze tra una nazione occidentale e l'altra.

Abbiamo già esposto in precedenza come, nel corso del processo di civilizzazione, l'uso dell'olfatto, la tendenza a odorare le vivande o altro abbia subito una limitazione, come se si trattasse di un aspetto animalesco. Ora vediamo qui un'altra di quelle interazioni a seguito delle quali un nuovo organo dei sensi, la vista, acquista nella società “civile” un'importanza tutta particolare. Al pari dell'orecchio, anzi forse più di esso, diviene mediatore della gioia proprio perché nella società «civile» il soddisfacimento immediato del desiderio viene limitato da una serie di divieti e barriere.

Ma anche nell'ambito di questo spostamento delle manifestazioni pulsionali dall'azione diretta alla mera attività di spettatore si rileva una ben precisa parabola della moderazione e della trasformazione dell'affettività. Ad esempio l'incontro di boxe, per limitarci ad esso, rispetto a spettacoli di epoche passate, è un'incarnazione estremamente moderata delle apparentate tendenze all'aggressività e alla crudeltà.

Un esempio del XVI secolo può essere molto efficace: è stato scelto tra una quantità di altri esempi perché mostra un'incarnazione di questa crudeltà che si appaga dello spettacolo, nella quale il piacere di tormentare compare allo stato puro, senza alcuna giustificazione razionale e senza mascherarsi da punizione o mezzo di correzione. Nella Parigi del XVI secolo, uno dei festeggiamenti del giorno di S. Giovanni consisteva nel bruciare vivi una o due dozzine di gatti. Era una festa molto famosa, e il popolo vi faceva ressa. Veniva suonata una musica allegra e, sotto una specie di impalcatura, preparato un grande rogo. All'impalcatura si appendeva un sacco oppure una cesta con dentro i gatti. Quando il sacco o la cesta cominciavano a bruciare, i gatti precipitavano sul rogo e bruciavano vivi, mentre la massa attorno giubilava nell'udire i loro urli e miagolii. Di solito erano presenti anche il re e la corte. A volte si lasciava al Re o al Delfino l'onore di dar fuoco al rogo. E sappiamo che una volta, su espresso desiderio di Carlo IX, fu catturata e bruciata insieme ai gatti anche una volpe. 

Del resto, non si tratta certo di uno spettacolo più crudele del rogo degli eretici, oppure della tortura e delle esecuzioni capitali pubbliche. Ma, come abbiamo detto, sembra più crudele soltanto perché qui la gioia di tormentare un essere vivente si manifesta allo stato puro, scopertamente, senza alcuno scopo o alcuna giustificazione razionale. La ripugnanza che suscitano in noi simili divertimenti, anche soltanto nel sentirli menzionare, e che è del tutto “normale” dato lo standard attuale della regolazione degli affetti, ci dimostra ancora una volta sino a che punto si sia storicamente trasformata l'economia affettiva. Nello stesso tempo, ci consente di individuare con notevole chiarezza un aspetto di tale trasformazione: cioè che molti spettacoli, che un tempo suscitavano piacere, suscitano adesso ripugnanza. Oggi, come un tempo, si tratta soltanto di sensazioni individuali. Il rogo dei gatti giorno di S. Giovanni era un'istituzione sociale così come gli incontri di boxe o le corse dei cavalli nella società odierna. Allora come ora, i divertimenti che la società si procura incarnano uno standard sociale affettivo nel cui ambito sono ricompresi tutti i condizionamenti individuali, nonostante tutte le differenze che possono esistere tra di essi; chiunque esca dai confini dello standard sociale degli istinti passa per “anormale”. Così, oggi sarebbe considerato “anormale” chiunque volesse divertirsi come gli uomini del XVI secolo mettendo al rogo i gatti, ad esempio, e ciò perché il normale condizionamento dell'uomo in questa nostra fase della «civiltà» impedisce di manifestare piacere per una tale azione, attraverso una paura interiorizzata come autocostrizione. Ancora una volta, è un meccanismo psichico semplice quello in base al quale avviene la trasformazione storica della vita affettiva: manifestazioni dell'istinto o del piacere non desiderate dalla società vengono minacciate e punite mediante misure che suscitano l'avversione o la rendono comunque dominante. Nella costante ricomparsa dell'avversione suscitata da una qualsiasi minaccia di punizione, e nell'acquisita abitudine a questo ritmo, la dominante dell'avversione inevitabilmente si assocerà ad un determinato comportamento, che in origine poteva anche essere apportatore di piacere. Così, l'avversione e la paura suscitate dalla società che è rappresentata oggi, ma non certo sempre né esclusivamente, dai genitori lottano contro un piacere celato. Quella che abbiamo già messo in evidenza nei suoi diversi aspetti come progressione del limite del pudore, della soglia della ripugnanza dello standard affettivo, può essere stata messa in moto da meccanismi di questo tipo.

Resta ora da esaminare più da vicino quali trasformazioni della struttura sociale siano state propriamente provocate da questi meccanismi psichici, quali trasformazioni delle eterocostrizioni siano state avviate da questa “civilizzazione” delle manifestazioni affettive e del comportamento.

 

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È un compito da assolvere, quello di una più accurata indagine sulle modificazioni intervenute nei modelli di comportamento medioevali; ma noi qui siamo costretti ad accennarvi soltanto, rammentando che questo livello medioevale non è scevro da movimenti interni, e certamente non rappresenta un «inizio» o addirittura «<lo stadio più basso» del processo di «civiltà», e neppure, come a volte si è affermato, «<lo stadio della barbarie» o della «<primitività».

Era uno stadio differente dal nostro; e se fosse migliore o peggiore, non è qui la sede per discuterne. E se la «ricerca del passato perduto» ci condurrà passo passo dal XVIII al XVI secolo e da qui al XIII e XII, ciò non significa affatto che questi ultimi secoli abbiano segnato «<l'inizio» del processo di civilizzazione; anzi il percorso inverso, il breve percorso dallo standard del Medioevo a quello degli inizi dell'età moderna e il tentativo di comprendere le trasformazioni avvenute nella società umana offrono, innanzi tutto, ampia materia di riflessione.

Lo standard del «buon comportamento» nel Medioevo è, al pari di quelli successivi, rappresentato da un concetto ben preciso. Esso serve allo strato superiore secolare del Medioevo, o almeno ad alcuni dei suoi gruppi al vertice, per esprimere la propria autocoscienza, cioè tutto quello che per essi caratterizza i loro sentimenti. Questa incarnazione dell'autocoscienza e del comportamento «adeguato alla società» suona, in francese, «courtoisie», in inglese «courtesy», in italiano <<cortesia>> insieme ad altri termini affini e spesso leggermente differenti -, in Germania, anche qui con termini differenti, «Hövescheit» o «Hübescheit» o anche «<Zuht». Tutti quanti indicano, in modo diretto e assai più preciso di quanto non facciano i successivi concetti aventi la stessa funzione, un determinato luogo sociale. In sostanza significano: ecco il modo in cui ci si comporta alle corti. Sono anzitutto determinati vertici dello strato superiore secolare ad esempio non la cavalleria nel suo complesso ma in primo luogo i gruppi cavalleresco-cortesi che circondano i grandi signori feudali a indicare con tale termine tutto ciò che li distingue per la loro sensibilità, le regole e le interdizioni specifiche che si sono venute creando dapprima nelle grandi corti feudali e successivamente si sono diffuse in una cerchia più vasta; tuttavia per il momento possiamo tralasciare questa differenziazione. Infatti rispetto a epoche posteriori si nota innanzi tutto che vi è una grande omogeneità nei costumi buoni e cattivi di cui parliamo qui, appunto quello che indichiamo come un determinato standard.

Come appare dunque questo standard? Qual è il comportamento tipico, il carattere comune a tutte le prescrizioni?

Innanzi tutto, un aspetto che rispetto a epoche posteriori si potrebbe definire come semplicità, ingenuità. Come in tutte le società nelle quali i sentimenti sono più impetuosi e diretti, compaiono qui meno sfumature e complicazioni. Vi sono amici e nemici, gioia e dolore, buoni e cattivi.

·         Devi seguire l'uomo buono, essere contro il malvagio

è detto in una traduzione tedesca dei Disticha Catonis, una raccolta di regole di comportamento che era diffusa nel Medioevo e attribuita a Catone. E in un altro passo:

Se i tuoi domestici ti fanno inquietare,

caro figlio, bada tuttavia

di non andare in collera

al punto che poi tu debba deplorarlo.

Tutto è più semplice; impulsi e inclinazioni sono meno controllati di quanto non avverrà in seguito, anche a tavola:

Due uomini di nobile estrazione

non devono servirsi dello stesso cucchiaio;

ciò provoca disagio, quando avviene,

alla gente cortese

viene spiegato nella Hofzucht di Tannhäuser, «<Hübsche Leute» sono i nobili, la gente «di corte» (höfisch). Le norme della Hofzucht sono espressamente destinate allo strato superiore, alle persone della cerchia cavalleresco-cortese. Il modo nobile, <<hoveliche» di comportarsi viene costantemente contrapposto ai <<geburische Siten», cioè ai modi propri dei contadini:

Alcuni staccano un morso da un pezzo di pane e poi immergono di nuovo il pane nel vassoio, secondo i costumi dei contadini,

ma le persone cortesi si astengono da tali cattive maniere.

Perciò, quando hai addentato un pezzo di pane non immergerlo nuovamente nel vassoio comune; lo possono fare i contadini, non la «hübsche Leute»>:

Alcuni sentono il bisogno, dopo aver spolpato l'osso,

di rimetterlo nel piatto comune;

ma ciò deve essere ritenuto scorretto.

Non rimettere nel vassoio comune l'osso da te spolpato, dunque. Sappiamo, da altre fonti, che era consuetudine gettarlo a terra.

Raschiarsi la gola nel mettersi a tavola,

e soffiarsi il naso nella tovaglia

sono cose poco convenienti, per quel che posso giudicare

dice un'altra prescrizione. E ancora:

Se uno si soffia il naso sul tavolo

e poi strofina il moccio con la mano,

è un maleducato, io penso,

che non sa come comportarsi

Servirsi delle mani per soffiarsi il naso, era naturale; non esistevano i fazzoletti. Ma a tavola era necessario usare un certo riguardo e non ci si doveva soffiare il naso nella tovaglia.

Più avanti è detto di non schioccare le labbra e far rumori a tavola:

Chi sbuffa come un tasso acquatico [foca] mentre mangia, al modo di molti,

e fa rumori come un Beiersahs,

mostra di non avere educazione.

Se devi grattarti, non farlo con la mano nuda, ma serviti della veste:

Non dovete grattarvi il collo

nei pasti con le mani;

se è proprio indispensabile,

servitevi della veste.

Ciascuno prende il cibo dal piatto comune con le mani, e per questo non bisogna mettere le mani nelle orecchie, nel naso o negli occhi:

È ineducato portare le mani alle orecchie

o agli occhi, come taluni fanno,

oppure infilarsele nel naso:

queste sono tre cose da evitare.

Prima di mangiare bisogna lavarsi le mani:

Ho sentito dire

(e se ciò è vero è una cosa sconveniente)

che taluni mangiano senza essersi prima lavate le mani;

che le loro dita siano colte da paralisi!  

In un'altra Tischzucht, che ha molte affinità con l'Hofzucht di Tannhäuser tanto da apparire sotto molti aspetti una sua copia letterale, «ein spruch der ze tische kêrt» 19 (regole che si convengono a tavola), si richiede che si mangi con una sola mano; e quando ci si serve con un'altra persona dello stesso piatto o della stessa fetta di pane, come avveniva di frequente, bisogna usare la mano che sta all'esterno:

Bisogna sempre mangiare con la mano

più lontana dal commensale;

se il commensale sta alla sua destra,

deve essere usata la sinistra;

bisogna guardarsi dall'uso

di mangiare con entrambe le mani.

Se non hai un tovagliolo, non pulirti le mani sulla tua veste ma lasciale asciugare, dice ancora il poema succitato. E ancora:

Procurati subito ciò di cui abbisogni,

affinché tu non debba poi arrossire.

Inoltre, è poco elegante allargarsi la cintura mentre si è a tavola.

Tutte queste regole siano dedicate agli adulti, non ai fanciulli. Si tratta, per noi, di prescrizioni assolutamente elementari, impartite qui ai membri dello strato superiore perché sappiano come comportarsi, molto più elementari senza dubbio di quelle che generalmente sono considerate normali anche negli ambienti paesani e contadini, dati i livelli odierni di comportamento. Lo stesso standard emerge anche, con qualche variazione, negli scritti «courtois» di altri ambiti linguistici.

Prescrizioni e divieti che ritornano nella maggioranza o nella totalità delle varianti, sono stati raccolti per una delle correnti tradizionali che, partendo da norme di comportamento a tavola in latino, confluiscono principalmente in testi francesi e forse anche italiani, e in uno provenzale. Nel complesso, sono le medesime norme che abbiamo visto nei testi tedeschi. Vi è, innanzi tutto, la regola di pronunziare il benedicite, che si ritrova anche nella Hofzucht di Tannhäuser. Sempre presente è la prescrizione di occupare il posto assegnato, e altresì quella di non toccare naso e orecchi a tavola. Non si mettano i gomiti sul tavolo, leggiamo di frequente; si mostri un sembiante sereno, non si chiacchieri troppo. Assai spesso viene ricordato che non ci si deve grattare e neppure gettarsi troppo avidamente sul cibo. Non si deve rimettere sul vassoio comune il boccone già messo in bocca: questa prescrizione è ripetuta più volte. Altrettanto spesso si ammonisce di lavarsi le mani prima di mangiare, o di non immergere il cibo nella saliera. Inoltre viene ripetuto di continuo che non ci si devono pulire i denti con il coltello, che non si deve sputare sulla tavola o al di sopra di essa. Non bisogna pretendere che torni indietro il vassoio che è già stato portato via. Non lasciarti andare a tavola, viene detto spesso. Pulisciti le labbra prima di bere. Non lamentarti dei cibi, e non dire nulla che possa irritare gli altri. Se hai immerso il pane nel vino, bevi il vino o getta via il resto. Non ti pulire i denti col tovagliolo. Non offrire ad altri i resti della tua minestra o il pezzo di pane che hai già addentato, e non soffiarti il naso troppo rumorosamente. Non addormentarti a tavola, e simili.

Prescrizioni e indicazioni dello stesso tipo circa le usanze accettabili e non, si ritrovano in altre serie di poemi didascalici riguardanti le «buone maniere» e appartenenti a correnti tradizionali che non hanno un rapporto diretto con quelli conosciuti in Francia. Sono tutti testimonianze di un determinato standard dei rapporti interumani, testimonianze riguardanti la struttura della società medioevale e la «<psiche>> medioevale. L'affinità esistente tra tutti questi testi è di ordine sociogenetico e psicogenetico; è possibile, ma non obbligatorio, che tra questi scritti sul comportamento, in francese, inglese, italiano, tedesco e latino sussista una parentela letteraria. Le differenze tra di essi sono assai meno rilevanti delle somiglianze, che corrispondono all'omogeneità di comportamento esistente nel Medioevo nel ceto superiore, a differenza di quanto avviene nell'epoca moderna.

Le «cortesie» (De quinquaginta curialitatibus ad mensam) di Bonvesin da la Riva, ad esempio, uno dei testi relativamente più personali e, tenuto conto del livello dei costumi in Italia, più «progressisti», oltre ad altre norme già contenute anche nei testi francesi già citati, contengono altre prescrizioni, come quelle di non tossire né starnutire a tavola e di non leccarsi le dita. Non bisogna scegliersi i bocconi migliori frugando nel vassoio, e il pane va tagliato con garbo. Non bisogna toccare con le dita l'orlo della coppa comune e neppure tenere la medesima con due mani. Tuttavia nel complesso il tenore della cortesia e lo standard etico sono i medesimi. E non è privo di interesse il fatto che, tre secoli dopo, un autore che rielaborò le «cortesie» di Bonvesin ne abbia modificate soltanto due, e neppure molto importanti 25: consiglia infatti di tenere la coppa con due mani soltanto se non è troppo piena; e se parecchi bevono dalla stessa coppa, non bisogna assolutamente inzupparvi il pane, mentre a questo riguardo Bonvesin consiglia soltanto di gettar via il pane inzuppato oppure di bere il contenuto.

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extermination

Senza troppi giri di parole, il rispetto è il fondamento di tutti i valori, essenziale per la convivenza pacifica, la libertà e le relazioni sane. implica il riconoscimento del valore intrinseco di ogni individuo, delle sue scelte e delle sue idee, partendo in primis dal rispetto di se stessi. senza il ripetto, le relazioni degenerano e la società si indebolisce

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Le tradizioni spirituali occidentali ed orientali, ma soprattutto quelle asiatiche, considerano le emozioni negative (rabbia, odio, gelosia) stati mentali condizionati, non la vera essenza dell’uomo. La “barbarie” o la violenza emergono da ignoranza, attaccamento e condizionamenti sociali, non da una inclinazione naturale permanente.

Per coltivare tali aspetti positivi e per limitare i meccanismi automatizzati non coscienti e disfunzionali, occorrono percorsi di consapevolezza che possono durare anche una vita intera 

Una sorta di pulizia e deipnosi

In questo senso, anche la psicoanalisi può offrire un contributo particolarmente utile

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extermination
1 ora fa, Savgal ha scritto:

Anzi le inclinazione vanno spesso in ben altra direzione.

Certamente. Grazie allo Stato siamo tutti costretti a reprimere le nostre pulsione aggressive. Oggi come

oggi, più che grazie allo Stato, mi verrebbe da dire grazie all’educazione che i figli ricevono dai genitori e dalla scuola innescando una spirale virtuosa di generazione o generazione. Vedi ad esempio la questione sicurezza: più reati la Meloni si “inventa” -legiferando a riguardo- più i problemi legati alla sicurezza permangono irrisolti ( odio -rabbia e quant’altro scaricata da certuni sulla

società civile) E Po diciamolo: questo governo che rappresenta un elemento essenziale di questo Stato (esercitando funzioni cruciali) con gli attacchi quotidiani rivolti alle istituzioni- guida sta minchia

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23 minuti fa, extermination ha scritto:

Grazie allo Stato siamo tutti costretti a reprimere le nostre pulsione aggressive

Il problema è quando è lo stato a sovvertire le regole, cominciando esso stesso a degenerare manifestando le sue pulsioni più aggressive: sta succedendo in USA e non solo.

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La cortesia, le buone maniere appartengono al privato, la civilta’ e’ una dimensione politica e giuridica, quindi pubblica.

Si puo’ essere civili e scortesi e viceversa.

Sul piano privato, trovo che la cortesia, le buone maniere il ben vestire e il ben parlare non siano orpelli ma - quando naturali e non ipocriti - denotino il lodevole sforzo di conferire una dignita’ anche formale allo stare al mondo. Niente di essenziale, ma a me le persone cosi’ piacciono di piu’ di quelle che rifilano la propria soggettivita’ sgrammaticata (nei modi) agli altri senza la giustificazione d’una genialita’ naif retrostante

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