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È il desiderio il motore della società?


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appecundria

 

Stando alla teoria del desiderio mimetico di René Girard, l'uomo non desidera autonomamente ma tende a imitare il desiderio altrui. Questo meccanismo genererebbe un conflitto, la mimesi violenta, quando il modello diventa ostacolo, trasformando il desiderio in invidia e portando a dinamiche di capro espiatorio.
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Tutti pensiamo che i desideri ci nascano da dentro, come un impulso naturale e autonomo. Ma, secondo Girard, il desiderio non è un rapporto diretto tra noi e un oggetto. È un triangolo: io voglio qualcosa perché qualcun altro, il "modello", la vuole, la possiede e la rende preziosa ai miei occhi.
Il problema è che se io e il mio modello vogliamo la stessa cosa, quella persona smette di essere una guida e diventa un rivale. L’oggetto in sé passa in secondo piano: ciò che conta diventa l’ostacolo, il confronto, il voler superare l’altro. È qui che nasce l’invidia, che non è un vizio marginale ma il motore della nostra società.
Quando questa tensione mimetica contagia un intero gruppo, le società, per non autodistruggersi, usano il famoso capro espiatorio. Si scarica la tensione collettiva su qualcuno da incolpare per il disordine.

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Oggi, tra social media e vite messe in vetrina, siamo costantemente esposti ai desideri altrui, pronti a copiare, a competere e, infine, a cercare qualcuno a cui addossare la colpa dei nostri fallimenti... o no?

 

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extermination
14 minuti fa, appecundria ha scritto:

Oggi, tra social media e vite messe in vetrina, siamo costantemente esposti ai desideri altrui, pronti a copiare, a competere e, infine, a cercare qualcuno a cui addossare la colpa dei nostri fallimenti... o no?

Da cui la dilagante frustrazione richiamata frequentemente su questi lidi dall’esimio Sabino. 

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Nella filosofia di Schopenhauer non vi è spazio per un libero volere dell’uomo; il determinismo della volontà, in netto contrasto con Kant, è totale.

Il definire l’essere come privo di scopo, che persegue solo la sua riproduzione, implica che la vita è fondamentalmente sofferenza, dolore. La manifestazione del dolore è il desiderio, la tensione continua verso qualcosa. Il desiderio si manifesta palesemente nell’uomo, poiché è l’essere attraverso cui la Volontà diviene cosciente di se stessa. Difatti, se la felicità appare all’uomo facilmente raggiungibile quale appagamento di un desiderio, non appena la Volontà si acquieta a seguito dell’appagamento del desiderio, immediatamente segue il sentimento della noia per l’esistenza, ancora più distruttivo della stessa Volontà. Anzi, afferma Schopenhauer, la felicità umana ha un carattere fondamentalmente “negativo”: il piacere è solo la cessazione del dolore e vive esclusivamente grazie al dolore stesso. L’esistenza è rappresentata da Schopenhauer come un pendolo ai cui estremi si collocano il dolore e la noia ed al centro, momento fugace ed inafferrabile, il piacere.

La sostituzione effettuata da Schopenhauer dei tradizionali concetti filosofici di spirito, anima e mente con quello di Volontà implica necessariamente che la natura e la storia non possono più essere concepiti quali luoghi di realizzazione di un disegno razionale, di uno “scopo”. Anzi, proprio il loro essere forme di manifestazione dell’unica, atemporale, sempre identica Volontà, ne fa luoghi di perenne ed inconciliabile conflittualità. Il pessimismo cosmico abbraccia tutto l’essere: alla “armonia” del creato Schopenhauer contrappone la lotta per la sopravvivenza degli esseri viventi e le sofferenze che questi, quali strumenti inconsapevoli per la manifestazione della Volontà, si procurano reciprocamente. Il singolo individuo si riduce ad essere un “tramite per la specie”, condannato a sua insaputa a perpetuare la stessa dando vita ad altri individui e con loro ad altro dolore.

Dalla riduzione dell’individuo a tramite per la specie ne consegue che l’amore si riduce ad un artificio, ad un inganno della Volontà finalizzato a realizzare la prosecuzione biologica della specie. L’amore, il più forte degli stimoli all’esistenza, è finalizzato solo all’accoppiamento sessuale e, attraverso esso, alla procreazione. Pertanto, proprio dove l’individuo è convinto di perseguire il proprio personale piacere, egli è paradossalmente più sottomesso all’imperativo della Volontà.

 

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25 minuti fa, appecundria ha scritto:

 

Stando alla teoria del desiderio mimetico di René Girard, l'uomo non desidera autonomamente ma tende a imitare il desiderio altrui. Questo meccanismo genererebbe un conflitto, la mimesi violenta, quando il modello diventa ostacolo, trasformando il desiderio in invidia e portando a dinamiche di capro espiatorio.
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Tutti pensiamo che i desideri ci nascano da dentro, come un impulso naturale e autonomo. Ma, secondo Girard, il desiderio non è un rapporto diretto tra noi e un oggetto. È un triangolo: io voglio qualcosa perché qualcun altro, il "modello", la vuole, la possiede e la rende preziosa ai miei occhi.
Il problema è che se io e il mio modello vogliamo la stessa cosa, quella persona smette di essere una guida e diventa un rivale. L’oggetto in sé passa in secondo piano: ciò che conta diventa l’ostacolo, il confronto, il voler superare l’altro. È qui che nasce l’invidia, che non è un vizio marginale ma il motore della nostra società.
Quando questa tensione mimetica contagia un intero gruppo, le società, per non autodistruggersi, usano il famoso capro espiatorio. Si scarica la tensione collettiva su qualcuno da incolpare per il disordine.

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Oggi, tra social media e vite messe in vetrina, siamo costantemente esposti ai desideri altrui, pronti a copiare, a competere e, infine, a cercare qualcuno a cui addossare la colpa dei nostri fallimenti... o no?

 

Se funziona veramente così allora sono un esemplare fallato. Me ne farò una ragione.

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lo schema ingannevole del desiderio.

Da bambini il fratellino che gioca con un giocattolo e dall'altra lo sguardo risentito del fratellino.

Desiderare costantemente cio' che l'altro possiede.

Desiderio e' desiderio di cio' che non abbiamo. Un cattivo infinito.

Destinato alla ripetizione.

E se vogliamo, e' funzionale al capitalismo.

 

 

 

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mozarteum
42 minuti fa, Savgal ha scritto:

ma l’invidia è una passione timida

Ma e’ chiara da cio’ che si dice anche se dissimulata.

i miei desideri sono invisi alla maggior parte del genere umano. Chi reggerebbe 16 ore di Wagner in 2 gg?

Seriamente: la teoria della mimesi e’ valida fino a un certo punto e per soggetti “deboli”.

In genere i desideri di persone ben strutturate prescindono dai desideri altrui e sono volti al conseguimento di cio’ che si ritiene utile e confacente al proprio modo di essere e non a cio’ cui altri ambiscono.

Peraltro spesso le cose ambite da molti sono oggettivamente utili e belle. Si pensi a una casa ampia ben posizionata, alla possibilita’ di fare col denaro cio’ che piace in scioltezza ecc. E’ li’ che si crea l’equivoco e l’ingorgo

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58 minuti fa, appecundria ha scritto:

Oggi, tra social media e vite messe in vetrina,

Più che vite, nella stragrande maggioranza dei casi quelle esposte nel vetrine dei social sono dei simulacri come aragoste di cera esposte in un ristorante cinese.

 

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Fa perdere tempo piu’ che altro e non di rado e’ un risentimento della propria inettitudine a conseguire cio’ che altri hanno. Ma Hobbes acutamente dice che si invidiano i pari grado o quelli poco piu’ su.

Nessun travet invidia un industriale, ma potrebbe invidiare il superiore o il collega

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