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Sondaggio UE: per i cittadini è il Collasso


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TetsuSan

"Se un vostro conoscente si fosse addormentato cinque anni fa e si svegliasse oggi, cosa gli direste sullo stato di salute dell’Europa? Per quasi sette cittadini su dieci la risposta non lascia spazio a dubbi: il continente sta vivendo un degrado irreversibile, ha perso la propria normalità e naviga a vista verso il baratro. Il verdetto arriva direttamente dal cuore dell’apparato culturale comunitario. A certificarlo è un corposo studio condotto dall’European Council on Foreign Relations (ECFR) insieme alla European Cultural Foundation: quasi 6.000 interviste in sei Paesi cardine (Italia, Germania, Francia, Polonia, Paesi Bassi e Regno Unito), affiancate da rilevazioni in altri quindici Stati membri. I numeri non lasciano spazio a interpretazioni burocratiche.

 

Alla richiesta di descrivere l’Unione attuale, le reazioni positive rappresentano un’anomalia statistica: Tema percepito dai cittadini e quota di risposte: Peggioramento generale e perdita di normalità: 68% Guerra, insicurezza e minacce esterne: 43% Frammentazione e divisioni politiche: 37% Pressioni economiche e carovita: 33% Immigrazione fuori controllo: 22% Segnali di risveglio o rinascita:12% Nel motore dell’asse franco-tedesco il sentimento tocca livelli drammatici: in Francia appena il 5% degli intervistati riesce a scorgere un segnale di riscossa, mentre il 56% dell’intero campione europeo afferma senza mezzi termini che il futuro stesso dell’Europa è in pericolo mortale. Non c’è nessuna fiducia nel continente, nelle sue istituzioni o nel suo futuro. Addirittura il quadro politico è migliore delle prospettive dei cittadini. Quasi tre quarti del campione sostiene che l’Unione stia gestendo in modo pessimo le sfide cruciali del nostro tempo. Una bocciatura senza appello.

 

I ricercatori hanno suddiviso i cittadini in quattro categorie psicologiche e politiche, evidenziando una spaccatura insanabile tra vertici e base: I Negativi (maggioranza relativa): Rappresentano quasi la metà dei cittadini in Francia, Italia e Germania. Considerano l’Unione un esperimento fallimentare, prigioniero di élite distanti, guerre volute da altri e ideologie punitive che hanno eroso il benessere materiale. Gli Incerti (circa un terzo dell’elettorato): Si sentirebbero anche parte di un progetto comune, ma vedono istituzioni lente, deboli e ipocrite. Constatano che Bruxelles fa grandi proclami a cui seguono sistematiche ritirate pratiche. I Positivi (meno del 20%): Lo zoccolo duro dei funzionari e dei ceti protetti, convinti che le crisi siano un’ottima scusa per accelerare l’integrazione forzata. I Disconnessi (10-15%): Coloro che hanno del tutto rimosso la dimensione europea dalla propria esistenza quotidiana. Non è un problema perché praticamente e mentalmente, vivono già altrove.

 

Davanti a un simile disastro di consensi, la diagnosi dell’establishment rasenta l’ironia involontaria. Per gli autori del rapporto, gli europei soffrirebbero di un “deficit di immaginazione”: vorrebbero un’Europa forte, ma non riescono a “immaginare il percorso” per arrivarci. Non è colpa dell’inflazione, della deindustrializzazione selvaggia o dei tassi d’interesse che strangolano la produzione: è la plebe che difetta di fantasia.

 

Per curare questa miopia, l’élite suggerisce di rispolverare la formula pop della “future nostalgia” (prendendo a prestito il titolo di un album e di un singolo di Dua Lipa che è parte del report). (!)

 

Una nostalgia in speranze che suonano false nel contesto attuale. Bisognerebbe cioè far leva sulla malinconia di quando il futuro appariva ancora radioso che è pura cosmetica comunicativa, sentimento senza contenuto. Per i cittadini europei la situazione è ben diversa e, a essere ottimisti, il loro feeling è quello del pezzo di Ditonellapiaga “Che fastidio”, cioè un mondo allucinato, incomprensibile, ma, comunque, irritante e fastidioso. Una festa piena di persone fallite e autoinvitate. A deprimere il corpo sociale sono, semplicemente,  le conseguenze pratiche delle decisioni comunitarie, incomprensibili ai cittadini.  Nelle risposte degli intervistati emerge con forza l’accusa di una “lentezza esasperante”.

 

Mentre colossi come Stati Uniti e Cina investono migliaia di miliardi nel sostegno alla propria domanda interna, in sussidi diretti e nell’autonomia energetica, Bruxelles risponde con direttive ipertrofiche. Il caso delle normative ambientali è emblematico. Il divieto delle cannucce di plastica o l’imposizione delle caldaie green e delle auto elettriche vengono vissuti come costi immediati scaricati direttamente sulle tasche dei lavoratori, a fronte di benefici industriali nulli. Un’impresa europea deve attendere anni per autorizzazioni ordinarie che altrove richiedono settimane. Il risultato è la fuga dei capitali, la chiusura degli impianti e un impoverimento salariale generalizzato.

 

Quando la burocrazia sostituisce gli investimenti produttivi, la sfiducia smette di essere un sentimento e diventa un conto economico. I commentatori più allineati cercano consolazione in un dato: solo il 13% chiede esplicitamente lo scioglimento immediato dell’Unione o l’uscita formale del proprio Stato. Scambiare questo dato per un consenso allo status quo significa ingannare se stessi. I popoli europei non chiedono l’abisso o il caos doganale dall’oggi al domani; rifiutano categoricamente la gabbia normativa e fiscale attuale. Non volere la distruzione del condominio non significa affatto approvare l’amministratore che sperpera le rate, fa piovere dal tetto e impone spese inutili per verniciare le scale mentre crollano le fondamenta. Il modello mercantilista, fondato sull’austerità di bilancio, sui vincoli di spesa pubblica e sulla compressione dei consumi interni in nome delle esportazioni, ha fatto il suo tempo. Continuare a ignorare questo messaggio significa consegnare la gestione del futuro alla protesta pura. I cittadini europei si stanno esprimendo in modo molto chiaro, e non solo nei sondaggio, ma anche nei voti politici delle diverse nazioni. Le élite europee fanno finta di nulla e proseguono con l’adorazione di un feticcio che appare ormai, alla maggioranza dei cittadini, in piena decadenza."

 

www.scenarieconomici.it

 

Ian Goth

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Fabio Cottatellucci
3 minuti fa, PL-L1000 ha scritto:

@Fabio Cottatellucci, sono più di trenta...:classic_smile:

Oh santa pace...il tempo vola, correggo.
Quindi, se sono trenta invece di venti, le capacità di previsione della Signorina Vaccaroni sono vieppiù ammirevoli.  

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briandinazareth

Questo studio offre anche alcuni altri spunti molto interessanti, riassumendo il tutto:

 

il 75% circa descrive un futuro europeo che vorrebbe positivo, mentre soltanto il 13% circa desidera esplicitamente “meno Europa” o addirittura la dissoluzione della ue

Pero la percezione del presente è opposta: il 68%, mediamente si descrivono  gli ultimi anni come un deterioramento o una perdita della normalità e come diceva l'opener solo il 12% vede nelle crisi un'occasione di risveglio europeo. 

 

Su “il futuro dell'europa è in pericolo”, il 56% è d'accordo, contro il 21% che non lo pensa, quasi tre persone su quattro ritengono che l'Europa stia affrontando male le sue principali sfide.

 

 

La cosa che mi sembra molto interessante è che la responsabilità venga attribuita ai governi nazionali circa due volte più frequentemente che alle istituzioni e ai leader ue. 

 

 

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TetsuSan
1 ora fa, briandinazareth ha scritto:

La cosa che mi sembra molto interessante è che la responsabilità venga attribuita ai governi nazionali circa due volte più frequentemente che alle istituzioni e ai leader ue. 

Da questo possiamo quindi desumere che la responsabilità viene attribuita in misura doppia a chi applica le decisioni (sbagliate) piuttosto che a chi le scrive ( ma restano comunque sbagliate ). E' corretto. "Lo vuole l'Europa" non è una scusante, ma un'aggravante. Per qualunque governo, indipendentemente dal colore. Le cessioni di sovranità non rafforzano i governi centrali (perché non dovrebbero averne bisogno) ma contemporaneamente indeboliscono quelli periferici.

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briandinazareth
53 minuti fa, TetsuSan ha scritto:

Da questo possiamo quindi desumere che la responsabilità viene attribuita in misura doppia a chi applica le decisioni (sbagliate) piuttosto che a chi le scrive ( ma restano comunque sbagliate ).

 

Non è questa la risultanza. Pare che l'opinione più diffusa sia che pochissimi vogliono la fine dell'europa o l'uscita e si attribuisce ai governi una responsabilità doppia delle cose che non funzionano in Europa.  Non l'applicazione delle norme.  

 

Viene fuori una popolazione straeuropeista, non l'immaginavo. 

 

agli intervistati viene chiesto come vorrebbero che fosse l'europa fra 20 anni, circa il 75% descrive spontaneamente una visione positiva dell'europa. gli elementi citati più frequentemente ci sono “unity and political integration”, insieme a pace/sicurezza e prosperità. solo circa il 13% vuole “less europe” o la dissoluzione della ue

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Forse basterebbe qualche ritocco sulle politiche europee. Farla finita con la menata della guerra e dell’Ucraina. Una regolamentazione serie e severa sui migranti. Alcuni snellimenti organizzativi. Forse basterebbe poco per essere più vicini ai cittadini. Personalmente non vedo possibilità di tornare indietro, sarebbe una catastrofe.

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