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Il Papa a Kiev


Velvet

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Ripeto aborro le guerre e sono assolutamente contro la violenza. 

 

Penso però che l'idea che si possa rompere la "spirale della violenza bloccando la produzione di armi, anche se molto suggestiva e, in fin dei conti, logica, non possa essere un argomento efficace per ottenere il risultato che tutti cerchiamo, per il semplice motivo che non tutti hanno la stessa opinione sulla sacralità della vita, sui diritti di ognuno alla libertà e alla autodeterminazione.

 

È una bella utopia. 

 

Oltre alle solite considerazioni sulla natura aggressiva e competitiva dell'uomo, occorre constatare che, quelli che Francesco chiamerebbe "uomini di buona volontà", i diritti, la libertà, anche quella di fare il papa e credere nel proprio Dio, se la devono difendere quotidianamente, si spera raramente, se necessario anche con la forza, perché, purtroppo, vivere in pace non è uno stato al quale l'essere umano tende per natura. 

 

A meno che, per la storia di Franza o Spagna ecc., non si consideri vivere soggiogati da qualcuno come una situazione accettabile pur di risparmiare violenza, dolori e lutti oppure non si consideri la libertà individuale sacrificabile per un non meglio definito benessere collettivo o, ancora, non si vedano i valori di cui sopra come causa di degrado morale ed etico dell'umanità. 

 

Essere capaci di difendersi diventa una necessità perché periodicamente le società libere devono fare i conti con soggetti incompatibili con i valori di cui sopra.

 

Adeguare le nostre difese alle capacità di offesa degli altri servirà quindi a costruire una forza condivisa a livello delle società europee con le quali tali valori sono condivisi, a svincolarci, eventualmente, dall'altra potenza non esattamente specchiata (ma cmq inconfrontabile con quella russa) e a ridimensionare le megalomanie imperiali e imperialistiche del pazzoide di turno.

Come pare e si spera faranno gli ucraini. 

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5 ore fa, appecundria ha scritto:

Altra cosa è il riarmo generalizzato, il ritorno della Wehrmacht e della Luftwaffe.

Penso di aver intuito i tuoi timori. 

Il segreto è che ogni stato rinunci a una porzione (come succede per la sovranità) di forze armate per metterle in comune sotto un comando condiviso. 

  • Melius 1
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ascoltoebasta
1 ora fa, Carson ha scritto:

Un papa che dice al fratello di Emanuela Orlandi, devastato dal dolore e dopo aver ottenuto finalmente un incontro, “non preoccuparti perché tua sorella è in cielo” (come se il fratello non sapesse che oramai non ci sono più speranze che sia in vita), invece di aiutarlo a scoprire qualcosa,

Purtroppo quella è una rete dalle maglie talmente fitte che neanche il miglior papa riuscirà mai a districarsi.

Quella rete si chiama "fede".

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6 ore fa, ClasseA ha scritto:
7 ore fa, Velvet ha scritto:

 

Expand  

Ti è mai capitato anche solo per sbaglio di leggere il nuovo Testamento? Mai sentito parlare dello spezzare la spirale di violenza con la resa? Col porgere l'altra guancia?

Da cattolico penso che il diritto di difendersi e soprattutto di difendere i propri cari o il mio prossimo da chi lo aggredisce  sia sacrosanto , non vedo cosa ci sia di sbagliato. 

  • Melius 1
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DIFENDERSI È UN DIRITTO

 

Corriere della Sera 26 Mar 2022 Di Aldo Cazzullo

 

 

«Il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi». Non sono parole di un guerrafondaio, ma del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin. Non si potrebbe dire meglio. Sostenere, anche con le armi, il popolo ucraino, non significa alimentare la guerra. Al contrario, è l’unico modo per indurre Putin al compromesso che può fermare la guerra.

 

A meno che non si voglia costringere l’Ucraina a capitolare, incoraggiando Putin ad aggredire altri popoli. Non a caso Parolin — uomo che ha passato la vita in diplomazia, ha trattato lo storico accordo con la Cina, e ora guida la rete mondiale delle nunziature — si è espresso in quel modo. E il Papa non l’ha contraddetto. Certo, Francesco ha gridato la propria contrarietà all’aumento delle spese militari di Paesi in pace. Ma non è affatto equidistante tra aggrediti e aggressori, tra gli ucraini e l’esercito di Putin.

 

Ha aggiunto il teologo morale monsignor Mauro Cozzoli, docente alla Pontificia Università Lateranense: «Una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa», che «può indurre anche altre nazioni a sostenere e aiutare la resistenza del popolo aggredito».

 

Compromesso non è sinonimo di soluzione, tanto meno di soluzione giusta. Se, per ipotesi, Putin si fermasse — o fosse costretto a fermarsi dalle armi ucraine, comprese quelle fornite dalla Nato — e si accontentasse del terreno di fatto già conquistato, cioè il Donbass e la striscia costiera che lo congiunge alla Crimea, violerebbe comunque il diritto internazionale. Ma per il satrapo di Mosca sarebbe una via per uscire dalla trappola in cui si è cacciato, commettendo nello stesso tempo un crimine e un errore. Allo stesso modo, pur vedendo il proprio territorio ingiustamente amputato, Zelensky potrebbe rivendicare di aver salvato la dignità, la vita, il posto; oltre a quello che più conta, l’indipendenza del proprio Paese. Un’indipendenza non magnanimamente concessa da Putin, ma conquistata con la resistenza delle proprie forze armate e con l’appoggio dell’Occidente.

 

In sintesi: sostenere in ogni modo il popolo ucraino, anche con le armi e con le sanzioni finanziarie contro Putin e il suo entourage, è la sola strada per costringere i russi a negoziare sul serio — quindi accettando prima il cessate il fuoco: qualsiasi patto stipulato sotto le bombe è un patto leonino — e a trovare un compromesso che interrompa la strage. Più forti saranno gli ucraini, più il compromesso sarà credibile e duraturo.

 

C’è infine un altro equivoco da dissipare, a beneficio dei social che hanno passato il mese della più grave guerra scoppiata in Europa dal 1945 a discutere prima dei corsi su Dostoevskij, poi del professor Orsini. La «denazificazione» dell’Ucraina è un’immagine della propaganda di Putin. Ridurre la resistenza del popolo ucraino a qualche reparto di invasati sarebbe davvero ingeneroso. E per quanto riguarda la storia, dopo essere stati vittime della carestia scientemente provocata da Stalin, gli ucraini furono vittime di una durissima occupazione nazista. Questi erano gli ordini di Hitler: «Chiunque parla di aver cura della popolazione indigena e di civilizzare deve essere spedito in un campo di concentramento. Il mio solo timore è che l’Ostministerium (il ministero per i territori dell’Est) cerchi di civilizzare le donne ucraine». Commenta Giorgio Bocca, nella sua «Storia d’Italia nella guerra fascista»: «Si manifesta appieno la paranoia hitleriana. Gli ucraini di cui parla come di bestie selvatiche sono uno dei popoli più ricchi e civili dell’Urss, l’università di Kiev è tra le migliori del mondo, le donne ucraine tra le più emancipate. È inevitabile che il risultato di una tale politica sia l’odio profondo, totale della popolazione, come scrivono i nostri relatori a Mussolini». Poi certo, come in ogni Paese da loro occupato, anche in Ucraina i nazisti trovarono collaborazionisti. Purtroppo li trovarono pure in Italia

  • Melius 1
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Il discorso inizia ad avere senso. Parlare in astratto di pace dal sicuro di un palazzo romano mentre gente innocente muore in un paese invaso mi dà quella stessa sensazione che provo leggendo della chiesa cattolica romana (e tedesca in particolare) che voltava la testa dall'altra parte mentre partivano i convogli verso i campi di concentramento. 

Uno può anche stare zitto e pregare, non c'è nulla di male.

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4 ore fa, ascoltoebasta ha scritto:

Purtroppo quella è una rete dalle maglie talmente fitte che neanche il miglior papa riuscirà mai a districarsi.

Sono d'accordo, proprio per questo ho immensa stima di qualsiasi frate che, o dal proprio paese o andando in Africa o Sudamerica, spende la propria vita tra i poveri ed affamati. Li trovo molto più coerenti rispetto a chi scala le classi ecclesiastiche per ambire al posto di direttore della più grande banca mondiale.

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