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Parliamo del sistema scolastico?


Gaetanoalberto

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Alert Pippon part one, chi legge lo fa per sua scelta e a suo rischio e pericolo, non si accettano reclami per la lunghezza e l'affastellamento dei commenti.

Ho finalmente tempo per alcune riflessioni sul sistema d’istruzione italiano, in base alla mia esperienza. Innanzitutto diciamoci l’anomalia in Europa che nessuno più nota. Lo stato italiano ha dall’unità in poi voluto gestire direttamente, in un sostanziale monopolio, il servizio scolastico, svolgendo quindi le funzioni di fissatore d’indirizzi e regolatore (fin qui è sacrosanto che sia così) ma anche gestore diretto delle attività attraverso un pachidermico apparato amministrativo. L’idea della educazione gratuita e per tutti si è gradualmente concentrata più sulla istruzione che sull’educazione – non sfuggirà ai meno superficiali che l’istruzione è solo una parte del più ampio processo educativo – e alla fine si è arrivati a ridurre il percorso educativo, della formazione della persona (o del cittadino se vogliamo dirla in modo meno impegnativo) ad una questione meramente quantitativa e misurabile di programmi, competenze, test, protocolli, titoli di studio, soft e hard skill, percentuali di successo e di insuccesso ecc. Una potente dinamica omologatrice che era necessaria negli anni ’50 quando si trattava di alfabetizzare una intera popolazione rurale o da poco inurbata, ma che è rimasta come strumento di formazione e mantenimento del consenso e dello status quo attraverso due potenti leve: programmi ministeriali uguali per tutti e la gestione dell’esercito di dipendenti del comparto che con i nuclei familiari conterà non meno di 5 milioni di voti. Concorsi, graduatorie, ricorsi, supplenze, progetti pon, finanziamenti ecc. rappresentano interessanti opportunità di spesa e di esercizio delle clientele, ai più diversi livelli, sindacale, degli USR e , le briciole, ai poveri DS. In barba alla sventolata Autonomia, la scuola è sempre più centralizzata e omologata. Il DS,  chiamato a fare il dririgente e “l’imprenditore” non ne ha alcuna caratteristica effettiva (scusa Gaetano, lo faccio presente anche ai miei amici DS che si illudono): i ds non decidono la spesa e gli indirizzi, non scelgono loro i docenti, né quando arrivano né quando devono andar via, non scelgono ovviamente gli studenti che neanche li hanno scelti – spesso la famiglia  è costretta a scegliere l’unica offerta didattica gratuita presente nel distretto territoriale  – i DS non possono improntare in modo personale il progetto educativo, perché l’autonomia riguarda solo eventuali aggiunte curricolari o di servizi extra, assolutamente marginali dal punto di vista dell’impatto educativo e comunque non sostenute economicamente dal ministero. Il DS oggi non è più educatore, come era ancora nella pur travagliata scuola degli anni ‘70 e ‘80, non ne ha più il tempo e neanche gli è più richiesto, ma è un burocrate, uno schivarogne giudiziarie e sindacali, è più simile ad un amministratore di condominio che ad una figura autorevole e di guida per la comunità educativa (altro termine politicamente scorretto, che però quasi  tutte le famiglie e gli studenti cercherebbero).

L’impostazione culturale era rimasta in qualche modo inizialmente gentiliana e poi improntata secondo i valori del neo Regno di Italia, e poi a scopi di formazione identitaria e di inculcamento nei pargoli dei valori della neonata repubblica italiana; i miei coetanei ricorderanno certo il Libro Cuore che ancora alla fine degli anni ’60 era obbligatorio nelle elementari. Questo scopo di indottrinamento culturale e di controllo sociale ed elettorale secondo il mio avviso è il motivo per cui lo Stato mantiene la onerosissima e non di rado farraginosa gestione diretta del servizio in monopolio, un unicum in Europa. Oggi l’indottrinamento si maschera con le scelte apparentemente numerose tra i vari indirizzi scolastici e le “piegature” dei curricoli, che in realtà nascondono la stessa minestra riscaldata dagli anni ’70 ad oggi, anni in cui si è affermato un impulso molto forte alla omologazione degli ambienti scolastici a quelli del lavoro, i decreti delegati avevano inizialmente le stesse radici culturali e le stesse finalità del coevo statuto dei lavoratori, con la esaltazione dell’elemento collegiale si trasformava una comunità educativa incentrata sul Preside e sui Docenti in una sorta di comitato di fabbrica nella logica della contrapposizione delle categorie di  scuola, docenti, famiglie e studenti in analogia con il conflitto di classe tanto centrale nelle riflessioni del periodo. Il contrasto all’acqua sporca dell’autoritarismo, così odiato e respinto in quel periodo storico, ha comportato di gettar via anche il bambino dell’autorità, che invece è necessaria per la crescita dei formandi.

Dagli anni 70 in avanti non è cambiato molto nella concezione della scuola italiana, sono cambiati molti ministri e molti acronimi, ma l’impostazione è rimasta la medesima, anzi si è aggravato il peso delle procedure sulle persone. Se la scuola italiana ha ancora momenti di innovazione, valore e qualità dipende dalla qualità di molti educatori, tra ds e docenti, che ancora non hanno esaurito la dotazione patrimoniale che gli viene da una cultura antica, che è trafilata nel sistema intellettuale, scolastico e familiare, e che temo sia in corso di esaurimento perché non coltivata e alimentata di nuova linfa.

Fine pippon part one.

 

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tarantolazzi

Sono insegnante, anche se negli ultimi mesi demansionato per aver rifiutato l'inutile terza dose del siero benedetto.

Spero di tornare a stare con i ragazzi anziche doverli schivare, come ho dovuto fare nel periodo del demansionamento.

Gia' la caduta di Speranza, Bianchi e compagnia odiante mi fa ben sperare che per quanto mi riguarda sara' un sistema scolastico migliore. Mi accontento di poco...

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  • Confused 2
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tarantolazzi

@wow  Zombie

 

Mah, non esageriamo. Perderanno la loro poltrona e di questo (vedo che siamo d'accordo) c'e da festeggiare. Ma  "odiatori", come ho detto, cioe' produttori di leggi inutili se non a manifestare odio ideologico, mi pare abbastanza.

Ciao.

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Gaetanoalberto

@melos62 che poi qualcuno, forse @Roberto M aveva scritto un post dove chiedeva a me ed a @Savgalqualcosa sulla scuola, ma me l'ero persa. Darò un'occhiata allo one ma sono più curioso del two a sto punto 🤣

 

P. S. Frattanto ho dato un'occhiata a sta parte one... prevedo un'innamorata tosta ed ostica replica, ma grazie per l'attenzione. 

La scuola è un tema che bisogna avere a cuore.

Poi, non ci somigliamo ppe nniente 😁😁

Però mi disorientasti, andasti sul didattico e mi aspettavo il bilancistico. 

Eniuei, ci sentiamo presto. 

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Il mio di pippone, dalla prospettiva attuale di preside e con altre esperienze lavorative esterne alla scuola.

Ho già scritto che uno degli errori di fondo che si commettono è credere in una “ingegneria della formazione” per cui un progetto ben fatto deve necessariamente produrre buoni studenti.

Sottolineo che i “programmi ministeriali” non esistono da anni. Per chi avesse interesse, ad esempio, il D.M. 7 ottobre 2010, n. 211 ha quale oggetto “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali …”

Sulla questione relativa alla normativa scolastica ci ho scritto anche una tesi di laurea. A quasi 50 anni, per prepararmi al concorso da dirigente scolastico e acquisire qualche punto in sede di valutazione dei titoli, mi iscrissi a scienze dell’educazione. La tesi la chiedi in diritto pubblico e ripercorreva le normative succedutesi dal Testo unico (D.Lgs. 297/1994) fino alla c.d. “Riforma Gelmini”, contenuta sostanzialmente nell’art. 64 del D.L. 112/2008, articolo collocato nel Capo II del D.L. avente come titolo “Contenimento della spesa per il pubblico impiego”. Sulla normativa scolastica sono aperto a qualunque confronto, ma dubito la cosa possa interessare ai forumer.  Nel mio lavoro sono tuttavia un elemento fondamentale per valutare e proporre nonché strumento per bloccare sul nascere iniziative e proposte fantasiose.

Sono entrato nella scuola in tarda età, avevo 37 anni, in quanto vincitore di un concorso ordinario, con alle spalle 10 anni di lavoro in un contesto del tutto diverso. Nei primi momenti ha confrontato il lavoro dei nuovi colleghi con quello dei miei insegnanti del liceo. Il livello medio dei colleghi, per la mia esperienza, era sensibilmente superiore ai miei docenti di liceo della seconda metà degli anni Settanta. Le abilitazioni all’insegnamento “ope legis” in passato sono state numerose e succedutesi più volte negli anni.

Quanto al ruolo del dirigente scolastico, la scuola è definita una “pubblica amministrazione” (art. 1, c. 2, D.Lgs. 165/2001) e quindi implica che chi ha i poteri di gestione debba conoscere quale sia il perimetro normativo all’interno del quale muoversi. Di certo non abbiamo poteri di assunzione, anche se formalmente sono il datore di lavoro di oltre 100 persone. Come tutti i luoghi di lavoro, siano essi pubblici o privati, in cui il numero di lavoratori eccede le poche unità, le possibilità che il datore di lavoro possa controllare ed intervenire puntualmente sui suoi collaboratori è cosa illusoria. Ho lavorato anche nel privato e fra le decine di colleghi vi era anche lì coloro che svolgevano con diligenza il lavoro ed altri molto più approssimativi, esperienza che mi è stata confermata da altri che hanno lavorato in grandi imprese nel privato. Solo in una catena di montaggio il datore di lavoro ha la possibilità di effettuare un controllo puntuale del lavoro svolto dagli operai. Nei lavori intellettuali gli obiettivi si raggiungono nel momento in cui chi gestisce ed organizza sia in grado di creare un “clima” favorevole e a cui sia riconosciuta una leadership. Uno dei miei formatori, dinanzi alle richieste di chiarimenti sulle questioni amministrative mi rispose: “Guarda che il 70% del lavoro che svolgerai è attività di relazione, devi imparare a gestire gli uomini e le donne. Devi possedere ed affinare le competenze relazionali, ricordando che queste presuppongono due risorse scarse per definizione, tempo e pazienza”. Nella scuola è fondamentale ricordarsi sempre che si opera in una istituzione educativa e che quindi tutti i comportamenti, ad iniziare dal mio, devono essere coerenti con le finalità educative dell’istituzione.  Sono convinto, e altre esperienze sono concordi in tal senso, che se i comportamenti del dirigente scolastico sono coerenti con le finalità educative dell’istituzione e competenti dal punto di vista organizzativo ed amministrativo, si crea un clima favorevole che favorisce i processi di apprendimento.

 

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31 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Però mi disorientasti, andasti sul didattico e mi aspettavo il bilancistico. 

Ci possiamo andare in un secondo momento,  le mie osservazioni sulla finalità, la funzione dell'organizzazione scolastica riguardano precisamente la natura aziendale,  l'azienda è sempre lo strumento di una finalità,  non può essere fine a sé stessa,  come vorrebbero i travet, e sono convinto che tu non lo sia.

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@Gaetanoalberto

Guarda, sul sistema scolastico italiano sono proprio sconsolato.

Per me la scuola e’ fondamentale.

Per me OGGI ancora piu’ di ieri conta la formazione.

Se 50 anni fa per assicurare un futuro ad un figlio gli potevi comprare case o terreni oggi gli devi fornire la migliore formazione e preparazione possibile.

Giudico la scuola italiana pubblica pessima, o meglio, un terno al lotto.

Nel senso che se hai cūlus trovi dirigenti scolastici motivatori e professori bravi e preparati che trasmettono entusiasmo, se va male asini incompetenti e fancazzisti, senza che puoi fare niente.

La scuola privata e’ molto peggio, sono diplomifici, gli insegnanti sono peggiori (ancora piu’ sottopagati del pubblico, per questo ci vanno i piu’ scarsi).

Circa 20 anni fa in epoca pre - crisi mi era venuta un’idea visionaria.

Creare nella mia citta’ con una cordata di imprenditori “illuminati” e un dirigente scolastico preparato una scuola privata di “elite” sul modello della scuola americana a Roma e degli istituti anglosassoni, con tanto di test di merito per entrare, borse di studio offerte, locali ameni, attrezzature al top e scelta di professori migliori da pagare di piu’ rispetto al pubblico.

Retta sui 20k l’anno.

Una breve ricerca di mercato ha subito svelato che “non c’era il mercato”, cioe’ che nessuno, neanche tra chi andava in giro in ferrari ed in porto ha ormeggiate da un milione di euro, era disposto a pagare 20k l’anno per mandare suo figlio in una scuola di elite.

E questo e’ sconfortante.

Non abbiamo proprio la cultura, stiamo ancora alla scuola che ti da il pezzo di carta e il voto buono, dove, al massimo, le mamme dal parrucchiere si compiacciono che il figlio “ha preso 9”.

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4 minuti fa, Roberto M ha scritto:

Una breve ricerca di mercato ha subito svelato che “non c’era il mercato”, cioe’ che nessuno, neanche tra chi andava in giro in ferrari ed in porto ha ormeggiate da un milione di euro, era disposto a pagare 20k l’anno per mandare suo figlio in una scuola di elite.

La domanda che si fanno è semplice: "Quanto rivendibile sarà il titolo di quella scuola ?" 

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Adesso, Martin ha scritto:

La domanda che si fanno è semplice: "Quanto rivendibile sarà il titolo di quella scuola ?" 

Esatto.

Non c’e’ la comprensione dell’enorme valore di una istruzione adeguata o superiore alla media.

Alla fine quella scuola da 20k l’anno ti da lo stesso “pezzo di carta” di una scuola gratuita, e non ti regala nulla, anzi, e’ molto piu’ severa e intransigente.

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