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Le trame del PD, così ha preparato la crisi del governo


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Comunque il PD sta mentendo spudoratamente pure sulla fine del Campo Largo e dell’alleanza con i cinque stelle.

In sicilia correranno assieme, come se nulla fosse successo.

Non si smentiscono proprio mai, sono invotabili.

 

1 ora fa, Jack ha scritto:

secondo te per che altro l’adoro? 

… si scrive Thatcher

Grazie per  le spiegazioni, entrambe.

La prossima volta che interverrò, citandoti, mi rivolgerò a te con la dovuta deferenza, come se stessi parlando al marchese del grillo 🙂

Credo che Thatcher me l'abbia corretto l'editor per la scrittura. Ho lavorato in Inghilterra nel 88-89-90, Thatcher III e per avere i paper adeguati, sebbene fossi dipendente di multinazionale con la direzione europea a Londra, ho dovuto quasi camminare sui carboni ardenti, alla faccia del neoliberismo, ed aveva molto allentato.

Ciao

D.

20 minuti fa, Roberto M ha scritto:

E’ infine assodato che il PD (Letta, Franceschini e Speranza, invece di lavorare per “salvare il governo” ed andare avanti o cercando di convicere Draghi ad accettare un governo Draghi Bis senza 5 stelle o mettendosi d’accordo con Lega e FI (o almeno tentare) per accantonare provocazioni e temi divisivi e portare al termine la legislatura hanno TRAMATO per ingannare

 

È questo il punto... Il PD, more solito, deve  "lavorare per salvare il governo", ancora una volta perché, come diciamo a Roma, "una manica di teste di caxxx" ha deciso per la libera uscita. 

È la storia degli ultimi 20 anni, disastri, causati sempre dagli stessi, che vanno riparati con lacrime e sangue per tutti. Ed il prezzo elettorale lo paga sempre il PD. Io non capisco come non si riesca a vedere questo fatto palese, boh?

Ciao 

D.

  • Melius 1

Riassumendo la questione: mentre Conte distraeva Draghi, la Banda Bassotti (al secolo FI) assieme al bullo bollito (alias 49 pijotte, alias Mr. T-shirt, ecc...) ne approfittava per pugnalarlo alle spalle. L'avesse commesso la sx un omicidio politico di tal fatta non sarebbe bastato l'intero cloud mondiale a contenere l'effluvio di post vaneggianti degli adoratori del puttaniere.

Ma la cosa esilarante è che il banchiere paladino dei liberisti è stato incaprettato proprio dagli (ultra)liberisti per meschini e abietti calcoli politici (non sapendo fare altro...). Sapendo di aver fatto cosa poco gradita al popolino, a due passi dalle elezioni, col modus operandi che gli è consono e decenni di pratica alle spalle, si corre a ribaltare la realtà, sulla scorta di dichiarazioni di mentitori seriali (che guarda caso da qualche anno trovano in Conte il nemico mortale, quindi attendibilissimi...) o quotidiani totalmente inadeguati persino come carta igienica. Quindi "ha stato il PD" a pugnalare alle spalle The Banker, facendo ricadere la colpa sugli innocenti, il bullo bollito e la Banda Bassotti. Anche qui, l'avesse messo in atto la sx un tale ribaltamento della realtà, avremmo avuto un diluvio di post e accuse di veterocomunismo a sinistra e a... manca..., con plotoni d'esecuzione senza processo.

Concludendo, la solita, scontata, noiosa destra berluscoide in tutta la sua più sfavillante miseria.

Da questa goffa operazione false flag se ne possono trarre due conclusioni: una malafede di colossale sfacciataggine oppure un contatto con la realtà a dir poco claudicante. A voi la scelta.

3 ore fa, Jack ha scritto:

non è che perché non ho una Thatcher disponibile debbo accontentarmi di un manipolo di abbuffini che liberalizzano quattro cazzate ma continuano a sostenere enormi monopoli di stato dove si  è obbligati ad acquistare il prodotto che vuole la politicanza.

Ma soprattutto pagarlo non per quello che ne prendi ma per quanti soldi hai in tasca. 

Certo, ma ad oggi le cose stanno

come ho scritto, che poi il PD non sia la Thatcher non si discute, ma di certo non è meglio il cdx e questo passa il convento.

1 ora fa, maurodg65 ha scritto:

questo passa il convento

Gli elettori, qualcuno mi ricorda.

Ma quando il menu fa schifo, le ricette sono sempre quelle, i cuochi non ne hanno una idea...non è però necessario accomodarsi a quel ristorante, o a quei ristoranti.

e ci si può comunque pure lamentare delle proposte rifiutate, checché ne dica qualcuno a cui piace con tutta evidenza mangiare così. 

 

  • Melius 1
9 minuti fa, nullo ha scritto:

Gli elettori, qualcuno mi ricorda.

Ma quando il menu fa schifo, le ricette sono sempre quelle, i cuochi non ne hanno una idea...non è però necessario accomodarsi a quel ristorante, o a quei ristoranti.

Il tuo ragionamento mi ricorda il classico è nato prima l’uovo o la gallina?

Ad ogni modo la classe politica l’abbiamo selezionata noi negli anni, chi ci raccontava la realtà sottolineando come stavano realmente le cose l’abbiamo sempre bocciato premiando chi prometteva clientele, alla fine anche il più stupido si adegua perché alla fine gli stupidi siamo noi.

11 minuti fa, maurodg65 ha scritto:

Ad ogni modo la classe politica l’abbiamo selezionata noi negli anni

Ma manco per... È che tu meni ceffoni e a quelli paiono carezze.

Sono capaci pure di raccontare in giro che agiscono per mandato su specifica delega. Tu, ad esempio, sei uno di quelli convinti che i 5stelle o un Trump siano carezze. Gente che di fronte al montare dell'onda Salvini o 5 s non fa una piega non è una scelta, ma una condanna, peraltro inevitabile purtroppo.

Hanno ancora troppi supporter, che litigano tra loro come i Capponi di Renzo.

 

Crisi di governo, Draghi dopo le dimissioni: «Ora lasciatemi fuori»

di Francesco Verderami

 

L’agenda Draghi non coincideva con l’agenda dei partiti? Secondo il premier, la crisi di governo è stata un «divorzio unilaterale», deciso dal centrodestra dopo l’«ingenuità» del M5S. La settimana che cambiò l’Italia: dalle dimissioni respinte a quando ha rassegnato il mandato

 

«Le cose andavano bene e bisognava farle andare male». L’altro ieri, per commentare la fine del governo, Draghi si è ispirato alle leggi di Murphy e le ha adattate alla sua indole romana. Così, con una battuta, ha smontato la tesi in voga nel Palazzo: l’idea che la crisi sia stata frutto di un divorzio consensuale tra il premier e le forze della maggioranza, che avrebbero tacitamente convenuto di non poter più andare avanti perché l’agenda Draghi non coincideva con l’agenda elettorale dei partiti.

 

Il presidente del Consiglio — che la crisi l’ha vista da vicino — sostiene invece si sia trattato di un «divorzio unilaterale», deciso dal centrodestra dopo l’«ingenuità» dei Cinque Stelle. Salvini e Berlusconi hanno subito sfruttato l’occasione offerta da Conte. Altrimenti non avrebbero rotto, timorosi com’erano della reazione del loro elettorato. È l’imperizia del Movimento, insomma, ad aver compromesso irrimediabilmente l’equilibrio. E sempre da lì parte ogni qualvolta ripercorre la fine delle larghe intese. E rivede l’atteggiamento sempre più conflittuale del leader della Lega che nemmeno rispondeva alle telefonate, il gioco a specchio del Cavaliere, certe reazioni stizzite di una parte del mondo accademico geloso dei risultati del suo gabinetto.

 

La sciocchezza del Movimento

 

Senza la «sciocchezza» del Movimento resta convinto che avrebbe proseguito, anche nelle difficoltà prodotte dai partiti che — avvicinandosi la scadenza elettorale — ogni giorno avanzavano nuove richieste. «Siete dei rompiscatole», diceva Draghi al termine delle telefonate: «Tanto lo so che domani vi inventerete un’altra cosa». Sarà stato forse un eccesso di razionalizzazione dei processi, ma era persuaso che la maggioranza gli avrebbe fatto completare il programma e gestire le rogne: dalla Finanziaria al rigassificatore di Piombino, contro cui hanno protestato tutti i partiti della coalizione, insieme al sindaco della città che è di Fratelli d’Italia.

 

È dopo «l’errore di Conte» che ha cambiato idea. Perciò era salito al Quirinale per rassegnare il mandato: «Ma Mattarella — disse ai suoi collaboratori — mi ha chiesto di andare in Parlamento e io ci vado». Le cinque giornate di Draghi, vissute tra le dimissioni e il dibattito al Senato, sono state la testimonianza che non c’era più nulla da fare. «In quella fase — raccontano a Palazzo Chigi — era un susseguirsi continuo di telefonate con il capo dello Stato: cinque, sei, sette... A un certo punto abbiamo perso il conto».

 

In Draghi il «tentativo genuino» di provare a rimettere insieme i cocci della maggioranza si scontrava con la percezione che mancasse la volontà dei partiti di collaborare. E che questo fosse «l’epilogo naturale delle elezioni del 2018». Dopo il definitivo commiato dall’incarico, il premier ha ricostruito la sequenza degli eventi e si è convinto che non sarebbe servito a nulla «un approccio più mellifluo» nel discorso al Senato, «perché tutto era stato deciso». I grillini «non volevano ricucire» e Salvini — che vedeva «la porta spalancata» delle urne — aveva già stretto l’accordo con Berlusconi.

 

Ne ebbe la certezza la sera in cui ricevette a Palazzo Chigi la delegazione del centrodestra, che protestò perché in mattinata Draghi aveva incontrato il segretario del Pd . «Letta aveva chiesto di vedermi», rispose il premier: «Allora gli ho detto di venire qui. Sarà stato un errore ma...». «Mario», lo interruppe Tajani: «Nessuno di noi ha mai messo in dubbio la tua malafede». E dopo quel lapsus freudiano, iniziò una lunga sequenza di richieste per dar vita a un nuovo governo e andare al voto a marzo. «Fosse per me anche a febbraio», spiegò il capo del governo: «Ma questa decisione spetta a Mattarella, non posso stabilirla io».

 

Il profilo super partes

 

Tutti sapevano che Draghi non avrebbe mai accettato di guidare un Draghi-bis, né nella versione proposta dal centrodestra né nella versione poi auspicata dal centrosinistra. Il motivo è chiaro, e non è legato solo al fatto che questo nuovo esecutivo non sarebbe durato «nemmeno un giorno». Il punto è che l’ex capo della Bce, dicendo sì, avrebbe perso il suo profilo super-partes. E non intendeva consegnarsi al gioco dei partiti, nemmeno indirettamente. Infatti quando alcuni esponenti politici nei giorni scorsi gli hanno chiesto di poter usare il suo nome per la loro lista, il premier li ha dispensati con una battuta, prima di chiedere di «lasciarmi fuori»: «Basta con la politica. Ho altre idee per me in futuro».

 

Eppure quando entrò al Senato per il suo ultimo intervento, avrebbe proseguito «se i partiti avessero preso coscienza degli errori». Certo, «aveva le tasche piene» dell’andazzo, «ma non ero stanco» come ha sostenuto il Cavaliere. E non voleva i «pieni poteri», anche se «quella frase sugli italiani che ho pronunciato in Aula potevamo migliorarla», ha detto poi ai collaboratori. Ma la richiesta di restare a Palazzo Chigi giunta dal Paese, l’aveva condivisa. Quanto le parole dei suoi familiari che — dopo aver inizialmente accolto con sollievo le sue dimissioni — gli avevano intimato: «Non puoi star fermo».

 

Quel discorso a Palazzo Madama parve però a tutto l’emiciclo un’entrata a gamba tesa sulla politica, come se il premier cercasse di farsi «espellere». Nelle intenzioni di Draghi era invece l’unico modo per dire le cose come stavano: «Bisogna ricominciare a trivellare per estrarre il gas. E Piombino, i balneari, i tassisti...». E infine il passaggio su Putin, che non poteva esimersi dal fare e che sapeva avrebbe fatto imbestialire Salvini, intento ancora a coltivare stretti rapporti con l’ambasciatore russo, con cui si vede a cena.

 

I rapporti ruvidi

 

È finita com’è finita. Ma dopo le cinque giornate, Draghi ha potuto constatare com’erano cambiati nel tempo i rapporti in seno al Consiglio dei ministri, anche con le persone con cui nell’anno e mezzo di governo aveva avuto «rapporti ruvidi» e che però nell’ultima fase si erano mostrati «collaborativi». Per esempio Franceschini . I loro duelli in seno al governo sono noti, ma il premier riconosce che il ministro della Cultura si è «adoperato per ricucire» ed evitare la crisi. Quando arrivò a Palazzo Chigi non si capacitava del fatto che i media venissero a sapere quasi in tempo reale di quanto accadeva durante le riunioni. Tanto che un giorno avvisò i ministri: «Non costringetemi a farvi lasciare i cellulari fuori dal salone».

 

Ora che sta per congedarsi farà «il possibile» per garantire la transizione con il prossimo esecutivo sui temi in agenda: dal Pnrr alla contabilità di Stato. E non vede scossoni a livello internazionale per l’Italia. È vero, dai partner occidentali sono arrivati molti appelli pubblici e molte telefonate private perché non mollasse. Ha gestito tutto direttamente, con il suo cellulare, senza mai passare attraverso i canali diplomatici. E quando gli hanno chiesto se anche Biden l’avesse chiamato, ha tergiversato un attimo prima di rispondere «no».

 

Le cinque giornate sono state molto dure. In quella fase è parso taciturno e guardingo anche con le persone dello staff: «D’altronde — sussurrano a Palazzo Chigi — era la prima volta nella sua lunga esperienza che si trovava con tante persone intorno. Nemmeno alla Bce». Così si viene a sapere che a Francoforte circolava una definizione sul suo conto: «Draghi è ovunque ma non è qui». Il premier non ne era (ovviamente) al corrente, ma l’ha trovata simile a quella che fece un suo amico negli anni della giovinezza: «Mario è altrove, impegnato».

 

Le idee per il futuro

 

Adesso sono tornate le battute e si concede a discutere di politica leggendo i sondaggi, che prevedono un risultato elettorale chiaro e che però fanno anche trasparire un desiderio di centro nella pubblica opinione. Perciò si informa sulle dinamiche dei partiti e sui processi di aggregazione che dovrebbero verificarsi in vista del voto. È un modo per prepararsi al distacco, in attesa delle «idee che ho per il mio futuro». E che non prevedono alcun tipo di coinvolgimento nella sfida delle urne. Semmai è rammaricato per non aver completato la missione, perché — per esempio — sulla politica energetica, dopo essersi speso per garantire un progressivo distacco dalla dipendenza russa, teme che a novembre non parta il rigassificatore di Piombino. Un vero chiodo fisso.

 

Al pari della Roma. L’acquisto di Dybala l’ha galvanizzato, il fantasista argentino gli piace tanto. E il fatto che abbia segnato il primo gol della squadra in allenamento è per lui una sorta di premonizione. Ma è Mourinho l’uomo che «ha cambiato tutto». Dopo la vittoria della Conference league, Draghi sostenne che il tecnico portoghese avesse «trasformato un gruppo di abili giocolieri in una squadra». Non c’era alcun riferimento alle vicende politiche.

 




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