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[quote/on]Nella sua autobiografia scrisse: “Ci fanno diventare famosi e ci danno dei nomi: il Re di questo, il Conte di quello, il Duca di quest’altro! Tanto crepiamo senza il becco di un quattrino. A volte penso che preferirei morire piuttosto che affrontare questo mondo di bianchi” (Beneath the Underdog, 1971).[quote/off] Quando i titoli nobiliari venivano invece dati ai musicisti bianchi. "Ufficialmente" i re del jazz del jazz classico non furono Luis Armstrong e Fletcher Henderson, ad esempio, bensì Benny Goodman molto sostenuto da Henderson come lo stesso clarinettista lealmente riconosceva, e qualche altro ottimo musicista sempre bianco non ricordo chi potesse essere. In una intervista Mingus fu ancora più duro. Non ricordo chi intervisto' il contrabbassista, un giornalista inglese, né dove e quando, nel ricopare l'intervista lomisi di riportare tai informazioni. Ma non ha importanza...la voce di MIngus si erge chiara e decisa, come sempre sa farsi capire senza peli sulla lungua... - E’ tutto? [chiese Mingus all’inglese] - Che ne dice del jazz inglese? Ce l’abbiamo il feeling? - Se parla di tecnica, di preparazione, immagino che gli inglesi siano altrettanto bravi di chiunque altro. Ma che bisogno avete di suonare jazz? E’ la tradizione del nero americano, è la sua musica. I bianchi non hanno diritto di suonarla, è musica popolare nera. Quando studiavo il basso con Rheinshagen, lui mi insegnava a suonare la musica classica. Mi diceva che ero vicino, ma che non ci sarei mai arrivato [falso.., Mingus ha scritto ed interpretato musiche da far invidia a Strawinski; un album per tutti? Da Pre Bird, Half-Mast Inhibition, oltre ad essere uno strumentista di qualità straordinarie nulla da invidiare sa qualsiasi grande contrabbassista bianco, classico– ndr] Così alla lezione successiva portai dei dischi di Paul Robeson e di Marian Anderson chiedendogli se pensava che quegli artisti ci fossero arrivati. Disse che erano dei neri che cercavano di cantare musica a loro estranea. Mi sta bene: se la società bianca ha le sue tradizioni, che lascino le nostre a noi. Voi avete avuto i vostri Shakespeare, Marx, Freud, Einstein, Gesù Cristo e Guy Lombardo, ma noi ce ne siamo usciti con il jazz, non ve lo dimenticate; e tutta la pop music del mondo oggi deriva da quell’origine. Gli inglesi ascoltano i nostri dischi e li copiano, perché non sviluppano qualcosa per conto loro? I bianchi prendono la nostra musica e ci fanno sopra più soldi di quanti noi ne abbiamo mai fatti! Il mio amico Max Roach è stato eletto miglior batterista in molte votazioni, ma gli offrono meno della metà di quello che prende Buddy Rich per suonare negli stessi posti.Che mer.a è questa? I commercianti della musica sono talmente occupati a vendere quello che va per la maggiore, che stanno soffocando a morte la gallina che ha fatto per loro tutte quelle uova d’oro. Hanno ammazzato Lester e Bird e Fats Navarro, e ne ammazzeranno altri: probabilmente anche me [e così fu! - ndr]. Io non farò mai i soldi, anzi pagherò sempre di persona perché apro la bocca per sputtanare gli agenti e gli imbroglioni… ed è quello che ho voglia di dire stasera! Charles Mingus Ma, per tornare al titolo del tuo ottimo scritto, Mingus fu ripagato dall'abbraccio metafisico delle 56 balene che andarono ad arenarsi sulla spiaggia di Agapulco in Messico, a tre ore da Cuernavaca, la citta messicana nella quale Mingus esalò l'ultimo respiro, in quello stato del Messico che Mingus amò molto fino a trasferire nelle sue più toccanti e vibranti composizioni, non solo nel capolavoro Tijuana Mood che hai già citato, gli aspetti più profondi della spirtualità di quella straordinaria, complessa realtà latino/centro/americana.6 punti
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Si ho ricordato anch'io questo particolare. Mingus più che insolente, più che maleducato, era "selvaggio" gentile, come la sua musica che discendeva dalle tribalità dell'Africa nera le stesse che Duke Ellinton riprendeva "addolcendole" un po'. Mingus era la tradizione e l'avanguardia in maniera più rivoluzionare di quanto non sia stata la musica di Ornette Coleman perchè Mingus era un compositore e interprete della inasazietà, smodato e travolgente, estremamente vario, in realtà colui che portò ai massimi livelli della creatività l'improvvisazione colletiva dalla quale scaturirà il free jazz, la new thing; Coleman, fantastico, ma dallo stile più concentrato e "intellettuale"capace tuttavia di esprimere infiniti punti di vista musicali. Armstrong, dietro l'apparente maschera del bonaccione che intratteneva bianchi era a sua volta uno spirito libero e "selvaggio" nel profondo del suo essere delicarto e generoso; suonava e componeva improvvisando la sua musica senza preoccuparsi delle questioni sociali, politiche, di costune, dello spettacolo, logiche dello sfrittamento dei musicsti neri che ptraticavano i bianchi, si lasciava coinvolgere nei pessimi film sul jazz che mettevano in scena ptotsgonistica i musicisti bianchi relegando il trombettista, ma anche Ellington, anche Billie Holyday, nei ruoli secondari "sewrvizievoli"... Fu uno dei grandi costruttori del jazz, tra i più grandi, il più grande nel delineare il linguaggio del jazz, una tromba pura, una musicalità pura che dettava le direzioni e quando venne a mancare tutti i musicisti di jazz piansero la morte del padre-maestro dell'arte inesauribile ed ineguagliabile, glorificando inoltre la sua estetica increata. Miled Davis dichiarò che senza Armstrong non sarebbe potuto esiste Miles Davis.4 punti
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@Gaetanoalberto Ho "(as)saggiato"ieri sera tardi in cuffia il disco in un momento non ottimale per l'ascolto più riposato., ripromettendomi di farlo al più presto in stato mentale meno assonnato. Fatto.., scrivo mentre ascolto... e mi devo sbrigare perchè è pronto il pranto. Senza entrare nei dettagli, per una panoramica generale, scopro che vi sia "gente" decisamente straordinaria a suonare : Pastorius, Don Alias, Hanckock, Shorter, Peter Erskine ... la stessa Mitchell a suo agio con i fraseggi jazz, formalmente precisa come sempre ancorchè dotata di espressività la cui voce non possiede, comprensibilmente, quelle risonanze "rotonde" e corposamente armoniche delle più celebrate black singers. Si rivela inoltre ottima autrice dei brani acustici da lei stessa cantati dai quali emergono i toni di "beffardia" che caratterizzano la musica di Mingus. Aspetti presenti anche in Goodbye Pork Pie Hat, uno dei cavalli di battaglia del contrabbassista che Mitchell ripropone con aggiunta di un testo dalla stessa composto ed efficacemente interpretato seguendo il fil-rouge che riconduce al genio mingusiano. Poi ci sono i "rap" collettivi dai quali sbuca la voce sempre graffiante ed ironica di Mingus: scherzosa ed ilare nella registrazione del compleanno del "Nostro" festeggiato con gli amici; sarcastica e divertita in "Funeal" brano nel quale si ascolta Mingus fare un confronto tra le sue esequie e quelle di Duke Ellington... suo nume tutelare della composizione e dell'interpretazione, sua principale fonte di ispirazione Duke Ellington's Sound Of Love Eccellenti le "orchestrazioni", in grande spolvero le singole personalità solistiche già citate, menzione speciale andrebbe forse a Jaco Pastorius che lavora davvero di fino e con robusta musicalità nel "dialogare" con una Joni Mitchell molto ispirata ed appassionata, innamorata del suo progetto e dell'incredibile, irripetibile mondo musicale di Charles Mingus. La mancanza di organicità circa la scaletta dei brani non toglie nulla alla bellezza del disco (un progetto ) nel suo pieno insieme.3 punti
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@analogico_09 se non vado errato, tu sei lontane origini abruzzesi. Ti segnalo allora la tesi dell'origine di Maramao perché sei morto? Il testo risale secondo la maggior parte dei critici al canto popolare abruzzese Scura maje o Mara maje, canto popolare abruzzese di autore ignoto, nel quale la vedova si lamenta per la scomparsa del marito e l’incertezza per il suo futuro e la serenità e il benessere che ora teme di perdere: “Io avevo una casetta, ora sono senza ricetto, senza fuoco e senza letto, senza pane e companatico". Ancor più simili al ritornello dell’arcinota canzonetta, sono i canti della questua rituale che precedeva la sfilata dei dodici mesi, antica tradizione per propiziare la buona sorte e i buoni raccolti del Carnevale abruzzese. Nel canto di questua infatti, i figuranti procedevano in coppia cantando “Carnevale pecchè te siè morte” con richiesta di cibarie e dolci tradizionali. A Introdacqua, Bugnara, Pratola Peligna e Sulmona (AQ) era tradizione rappresentare il Carnevale con un uomo in carne e ossa, dentro una cassa di morto, e un finto prete presso la bara con una tinozza per acquasantiera e, per aspersorio, uno scopetta di saggina. Intorno al finto defunto le donne così cantavano: Carnevale, pecche sci morte? Pane e vine non te mancava ; La 'nsalata tinive a l'orte : Carnevale, pecche sci morte? O anche: Carnivale, pirchè sci muorte ? La 'nsalata tenivi all' uórte : Lu presutte tenivi appise: Carnevale, puozz' esse accise. Continua qui https://www.abruzzoturismo.it/it/magazine/maramao-perche-sei-morto-il-canto-di-questua-e-la-sfilata-dei-dodici-mesi3 punti
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Quanti ricordi, da piccolo futuro audiofilo sbavavo davanti all'impianto di "miocuggino" (davvero). Ricordo che vendette* le AR3a per prendere le Ditton66. Lo scambio non piacque a sua madre (mia zia) che le chiamava "casse da morto" e sosteneva suonassero peggio delle precedenti. * Raggiunta la capacità di spesa divenni audiodipendente anch'io, al che il cuggino - col grado di confidenza che spesso sorge tra tossici - mi confessò che in realtà non aveva venduto le AR: Quella era la versione "ufficiale" data in pasto alla madre. Completamente avvinto dalla scimmia le parcheggiò in soffitta di un amico, è iniziò a raccontare persino a se stesso di averle razionalmente vendute (dopotutto era solo questione di tempo, infatti le vendette una quarantina di anni dopo )2 punti
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d'accordissimo sulle scelte (le ESL furono un grande amore non corrisposto: non ho mai avuto i soldi per comprarle...) vorrei mettere i miei 2 cent con un diffusore pochissimo conosciuto ma che suonava in modo eccezionale e che tecnicamente era totalmente di rottura con l'establishment degli anni '70: tedesco, 3 vie con mid a cupola da 50mm e (orrore) attivo! Heco P7302 slv (le varie versioni avevano gli altoparlanti montati in modo diverso)2 punti
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Grazie per questo tuo nuovo, ottimo scritto. Mi sono innamorato della musica di Mingus, un genio che riusciva ad andare oltre alla semplice dimensione artistica, dal primo ascolto. Un uomo, un militante, un prodotto tipico di quell’epoca spazzata via dal riflusso degli anni ottanta (mi risulta che diventasse una bestia se lo chiamavi Charlie, diminuitivo che considerava razzista). Se Ornette è l’effettivo papà dell’avanguardia, Mingus è il musicista che per primo si è imposto per un atteggiamento insolente e dirompente. Con i suoi atteggiamenti, il suo essere volontariamente rude e scostante, ha influenzato quei musicisti che rivendicavano apertamente l’orgoglio di essere neri (magari prendendosela, e qui secondo me esageravano, con il povero Armstrong, ridotto ad accondiscendente zio Tom). Di Mingus rimarrà soprattutto la grande musica che ha composto ed interpretato, ma anche la sua umanità, la sua (giusta, sacrosanta) rabbia sono parte del patrimonio culturale del jazz.2 punti
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Un "uccellino" mi aveva anticipato giorni fa che ci saremmo prima o poi imbattuti nella presentazione del libro Eric Hobsbawm da parte del recensore che avrebbe ricevuto in regalo una copia presa un una bancarella dell'usato cosa che aggiunge alla sua puntuale ed interessante presentazione un pizzico di "romanticisto" (in un libro vissuto resta sempre qualche traccia "aleatoria" dei precedenti lettori). Confesso di non conoscere questa "Storia sociale del jazz", ne ho lette di altri autori, ma, poichè l'argomento mi sta particolarmente a cuore, non di rado nelle numerose discussioni sull'espressione musicale afroamericana ho cercato spesso ed "urgentemente" di soffermarmi sul fatto che se non si comprende ed accetta il fatto che il jazz sia una musica socio-politica, sociologica, financo "socialista", antropologico-razziale virata al marxismo, si finisce per prendere il jazz come musica del mero intrattenimento, buona per far scrocchiar le dita e battere il ritmo sincopato col piedino ben calzato, graziosamente swingante, un approccio "bracciantile" al jazz che induce a pensare a come - citando il nostro "recensore" - proprio per questo il jazz è stato spesso imitato, addomesticato, commercializzato. Non mi riferisco unicamente al free jazz che nasce protestatario, quale manifesto iconoclastico e provocatorio, pur sempre eminentemente estetico ed etico, della rivoluzione culturale, sociale, politica razziale del "potere nero", dei movimentismi per l'emancipazione e per i diritti dei neri all'interno degli establishment statunitensi politico-culturali bianchi, borghesi e razzisti. Intendo invero sostenere come la "politica", il sociale, il sentimento di ribellione saldato alla sublime istanza poetica ed estetica, siano già nelle primissime forme musicali afroamericane schiave e successive; presenti nei blues che raccontavano il disagio esistenziale e sociale, politico, razziale, soprattutto la spiritualità e il "dolore" del "popolo del blues". Il dolore associato alla vitalità gioiosa del fare musica dell'anima, ancor prima che dello strumento e delle note. Il dolore catartico e catalizzatore senza il quale il jazz non si concretizza. Leggerò prima o poi questo libro scritto da un bianco spinto anche dalla curiosità di confrontarlo con quello che per me rappresenta il "testo sacro" sul "jazz sociale" nell'offrire un visione critico-estetica, storiologica, musicologica, dall'interno - tutt'altro che faziosa od ideologicamente viziata - già che a scriverla nel 1963 fu Amiri Baraka (Le Roi Jones) scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, musicologo, musicista, militante, condannato e incarcerato per aver partecipato alle dure sommosse di proteste antirazziste di Newark, se non ricordo male. Il libro è intitolato "Il Popolo del blues" - sociologia degli afroamericani attraverso il jazz. Il primo capitolo è "Il nero come non americano, alcuni antefatti" ; l'ultimo: La scena moderna (fino al 1962, ovviamente) Ne parlo non certamente per fare "concorrenza" al testo proposto, ci mancherebbe, è solo per arricchire, aggiungere una voce in più, e tante altre se ne potrebbero citare, a quello che è il panorama saggistico-letterario che gravita intorno alla cogente realtà del jazz come musica eminentemente "sociale". Anche per dire di come il jazz sia morto venuta a mancare, od avendo subito profonde trasformazioni, la dimensione poetica ed ispirativa di quelle realtà sociali e di quel dolore fisico, morale e metafisico. Restano tuttavia razzismo e dolore, con qualche correzione - insomma il nero sta meglio, manco troppo... - nella loro mera e prosaica, infruttuosa accezione.2 punti
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Una lettura molto interessante che ci riporta un po' nostalgicamente indietro nel tempo, al mio primo impiantino stereo con Thorens TD 16., ampli Nikko 100 (W) a cui associai un coppia di casse Altec Lansing da scaffale non ricordo il modello, accade tra i '60 e '701 punto
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Gran bel diffusore ascoltato e purtroppo causa del prezzo mi accontentai del modello più basso le SP1 della serie classic della Spendor, nel tempo risultò il classico diffusore che non riuscii a far cantare" e venne sostituito fortunatamente con altro che mi riportò la passione per l'impianto HiFi... Morale alcune volte è meglio rimandare un acquisto a tempi migliori e non fare scelte di compromesso, che a lungo andare NON pagano mai1 punto
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@paolosancesgrandissimo lavoro. Grazie.1 punto
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@paolosances che dire...spero basti la seconda "coppa", in periodo di para olimpiadi, sei il Tedoforo!1 punto
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l’Acoustic Research AR-3a, mi ricordo quanto ho massacrato mia madre per averle usate intorno al 1984/85, ero senza una lira! Poco tempo prima ero riuscito a farmi prendere un Marantz PM550 nuovo di zecca… e lo guardavo come fosse oro colato… mi ricordo ancora il primo giorno che le ho collegate… rigorosamente con la piattina rossa e nera😂😂😂… ero l’incubo del condominio!!! Mio padre li chiama a i cassoni!!😂😂1 punto
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Dopo circa un mese di ascolto abbastanza intenso posso dare un giudizio su questa meravigliosa macchina del suono : versatile , precisa ,calda e suona come pochi dac o cd player. Provare per credere….1 punto
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mi rende orgoglioso l'aver aggiunto un pezzettino di informazione alla tua sapienza mingusiana1 punto
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Certamente. Comunque questo bel post di Appe è una buona occasione: adesso mi ripiglio ad ascoltare i dischi di entrambi, che ho il gira fermo da un pezzo. Se ti capita senti anche altro della Mitchell... Shadows and light, Dog eat dog, Wild things run fast...1 punto
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@GaetanoalbertoIo invece vivevo un cortocircuito.., nel senso che non ricordo per quale motivo non avevo dato importanza al progetto della Mitchell, né che fossi stato toccato dalle nw ew, dalle promozioni discografiche. Sapevo che lei fosse rimasta in contatto con Mingus negli ultime tragiche svolte della sua vita, ma non fino a questo punto sul piano musicale. Ottimo progetto il suo che però, banale dirlo, viaggia separatamente dal lascito diretto ed irripetibile del grande contrabbassista che ho avuto l'onore e l'immenso piacere di ascoltare con il suo ultimo eccezionale quintetto ben cinque volte dal vivo, tra il 1974 e il 1976, il primo a Bologna, due ad Umbria jazz, uno a Pescara Jazz, uno a Roma, al Music Inn, marzo 1976, la volta in cui, seduto a due metri dal gruppo gli toccai la pancia durante gli applausi finali, mentre scendeva dalla piattaforma bassa che fungeva da palco... tutto vero, verissimo... faccio venire a testimoniare er poro Mario l'amico mio che ancora mi piglia in giro per quell'azzardo ...1 punto
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@analogico_09 Grazie per il bel commento. Ho sempre amato la Mitchell, ma questo disco mi aveva incantato, sia per le scelte melodiche e vocali, sia soprattutto perché mi era sembrata una sincera espressione di amore artistico ed infinitamente umano. Mi aveva toccato il cuore. Credo di aver iniziato da lì ad avere un rapporto più attento con Charlie, per non dire con il jazz.1 punto
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Prova ad ascoltarlo. Io l’ho sentito prima di conoscere la musica Mingus. Sono curioso di sentire la tua opinione1 punto
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Non sapevo dell'iniziativa internazionale della Charles Mingus Day a cura del Comitato Unesco Jazz Day Livorno, certo che eseguire le musichen di Mingus nel ventre della balena è qualcosa di straordinario che rimanda alle leggende antiche marinare e perfino a Pinocchio già che a Livorno siamo anche in Toscana... Il citato disco "Mingus" di Jony Mitchell non lo conosco, come si fa a ricreare la l'irripetibile magia musicale di un tal genio della musica, della poesia, della vita vissuta con estrema coerenza, con onestà e passione, con gentilezza e furore... non mi entusiasmano prticolarmente neppure le varie e coraggiose proposte delle "Mingus Dinasty" presenti alcuni grandi compagni di viaggi musicali di Charles Mingus (non amava essere chiamato Charlie, lo trovava un po' "caghetto"...). Proverò ad ascoltarla.1 punto
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Rileggi il mio post con calma e senza pregiudizi, vedrai che il significato non ti sfuggirà. : Ho sottoposto il mio post a CHATGPT per verificare se desse adito alla tua interpretazione; lo ha analizzato in 4 punti ed al punto 3 dice: : Sono quindi grato per la discussione che hai aperto, dandomi la possibilità di esporre il mio pensiero, e della tua obiezione che mi ha fatto scoprire la mirabile sintesi che ne fa la macchina: : In sintesi: L’arte (musica o cucina) va vissuta e gustata, non dissezionata a parole.1 punto
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@campaz non è un libro da primi approcci al jazz. Come testo per neofiti per me il migliore resta il buon vecchio Arrigo Polillo.1 punto
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Lo sto leggendo (a spizziche e bocconi, non è per me un libro attrattivo: ma d'altronde nemmeno l'approccio dell'Hobsbawm storico mi fa impazzire) proprio in questi giorni. Ne ricordo, ero ragazzo, l'edizione Editori Riuniti (all'epoca nel quartiere genovese operaio dove sono cresciuto c'era una libreria di quella casa editrice, stava di fornte all'ingresso dei cantieri navali). Grazie, grazie, grazie.1 punto
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Non so se è, per qualche motivo, un errore voluto, ma riguardo il titolo non andrebbe scritto 'Cosa avremmo scritto...' invece di 'Cosa scriveremmo...' ? Ginetto Scassaminchia.1 punto
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La parte hi-fi non è male, nello stile forse si poteva evitare la confusione tra comicità e coprolalia mentre i nudini naive all' epoca forse potevano stare su riviste erotiche che, però, quando quelle foto sono state scattate (senz' altro prima del '65), in Italia non esistevano. : Queste sono più "anni '70", quella a sinistra credo di averla veramente vista stampata. Quella a destra direi fine anni '60 (capelli cotonati, gonna sopra il ginocchio).1 punto
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Erano delle specie di trattori le macchinette e ottiche russe ma con pochi soldi compravi roba veramente buona... Se conservi ancora le foto postane qualcuna in "Fotografia, dove vuoi. Nel '91 credo fosse ancora vivibile la festa di Cocullo, oggi è diventata impraticabile, come tutto d'altra parte sotto assedio di un turismo di massa che va a greggi oramai, spregiudicatamente,intenzionato a non rinunciaare a nulla. L'ultima volta andai con mia moglie nel 2014, prendemmo il treno, dal paese mio che sta a pochi km, per evitare l'auto, l'impossibilità di trovare un parcheggio lontano 10 km se non arrivi in loco, in quel paesino pittoresco sperduto in mezzo alle montahne .., all'andata andò un po' meglio, al ritorno fu un delirio... peggio degli sfollati. Ho ricordi affatto migliori della festa degli anni passati. Scusa l'ot... (colpa tua...) Che poi le cose ancora più belle della festa sono (erano) il contorno, il prima e dopo la provessione, l'ambiente i suoni, le persone con le serpi allese al collo, portate per mano, e i canti, le musiche jazz antesignate abruzzistate suonate con gli organetti colorati e finemente intarsiati.., le bande che ricodano quelle di New Orleans de noantri... Magari una volta posto un reportage fotografico "scelto"...1 punto
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Tra De Martino, Signorelli e Di Nola mi hanno fatto 'na capa tanta! 😆1 punto
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@appecundria Da abruzzese nato, legittimo e certificato, quest' propr' n' la sapev'... che pozza sci 'nguastit', appecundrì, tu la saj' chiù long' d' mi... 😂 👏 (dialetto marsicano più stretto e meno cantilenante del peligno: Sulmona, Pratola, Introdacqua, Pacentro, etc. ) Immaginiamo la canzone cantata e accompagnata a ritmo swingante da un pregiato organetto abruzzese di raffinata, artigianale costruzione i migliori i teramani, così sentii dire... cui facevano eco la zampogna e la ciaramella e il canto delle pie donne in processione... delle autentiche jam session improvvisate con ritmi saltarelli con sincopi arricchenti (scattai le fotto nella cosiddetta "Festa dei Serpari" che si svolge a Maggio nel pittoresco paese abruzzese di Cocullo, tra la Marsica e il Pelgno, dedicata a San Domenico Abate ed eremita, protettore dei morsi dei seprenti, dei cani rabbiosi e di altri accidenti che capitano ai contadini a stretto e duro contatto con gli animali e la terra - le serpi in processione si vedono solo in Abruzzo...) Ragazzi, il nome jazz che resta di incerta origine, in realtà fu inventato in Abruzzo, derivava dal termine jazz (si pronuncia iazz non giazz) così chiamato aj' paes' me, la glassa o ghiaccia bianca con cui si guarniscono i dolci secchi ottenuta sbattendo il velame dell'uovo e zucchero con la frusta al ritmo swing con cambi di ritmo per non stancare troppo il braccio, facendo con l'occasione un po' di musica percussiva che accompagnava i suoni della citola metallica o di ceramica battuta. Quando ero regazzino piccolo, vedendo mia nonna o mia madre con il contenitore stretto in petto dentro cui battevano il tempo con la frusta muovendosi per la cucina con dei passi di danza, chiedevo loro cosa stessero facendo, mi rispondevano: steng' a fa i' jazz... una parola per me favolosa, esotica, quasi fatata... e quando scoprii che lo stesso termine veniva associato alla musica tutta sincopata che usciva dalla radio e che mi prese subito, immaginavo ometti nascosti dentro la scatola suonante, con il "cotturello" in petto daje a montare i' jazz accompagnati da altri gnometti con gli strumenti giocattolo a fare festa...1 punto
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Un racconto molto interessante dal quale traspaiono in maniera chiara e puntuale i passaggi salienti di una vicenda storica, socio-politica, culturale e razziale complessa e controversa. Mi stavo chiedendo cosa sarebbe successo in quegli anni fascistici se al posto delle forme più sbianchettate della musica afroamericana sbarcate in Italia, ed ivi edulcorate, fossero ad esempio giunti intonsi i complessi e le orchestre veraci di Ma Raney, di Bessie Smith, di Fletcher Henderson, di Andy Kirk, di Billie Holiday, dei roventi musicisti di Chicago, N.Y., New Orleans, etc, e con essi l'eco della profonda tribalità africana, del razzismo, delle secolari violenze razziali, del dolore, della gioia, della rivoluzione estetica, sociale, culturale, infine dello scandalo. Il jazz nasce come rivoluzione e scandalo nella stessa America culla di madre madrigna della quale si fece "asse spirituale" secondo il poeta, figuriamoci come sarebbe stato recepito nell'Italia fascista: probabilmente le loro destinazioni sarebbero state i lager sperduti in qualche parte dell'Albania.., pardon della Polonia o di altri luoghi più vicini a crante Cermania. Il jazz una volta arrivato nel belpaese manterrà la forma del ritmo sincopato e lo swing corretto al beguine e foxtrot a volte virato al liscio, ad altre variantri melodico- saltellanti delle nostre belle tradizioni nazional-popolari destinate all'ascolto e al ballo spensierato. Ma non basta dire "sincopato", o tempo in "levare", swingando, per poter dire jazz. Le cose nel dopoguerra inizieranno a cambiare anche in Italia con gli avvicendamenti di complessi, orchestre, solisti, cantanti e strumentisti che seppero riportare le proprie specifiche esperienze jazzistiche autoctone al grande mare della musica afroamericana dalle quali traevano nutrimento. Le graziose "polifonie" in levare del leggendario "Trio Lescano" e di altre canzoni leggere e divertenti, cosiddette “di fronda”, già menzionate puntualmente nello scritto in questione, resteranno un bel ricordo di gioventù, motivo di nostalgie dei bei tempi andati, quando alle spassose note del "Maramao perché sei morto?" spesso si mescolavano i contrappunti delle sirene e delle bombe che piovevano a grappoli dal cielo mentre vi era e non vi è nulla di più contrario ed antitetico al jazz che la guerra e ogni altra forma di violenza. In fondo erano solo "canzonette" al sapore di jazz, ma giunge a conferma del fatto che il jazz si espanse lungo l'intero globo terreste finendo per influenzare quasi tutte le musiche del mondo in modo più o meno marcato: ancora oggi non c'è canzone, più o meno autoriale o commerciale che non sia jazzata, spesso con effetto di reciprocità. La stessa reciprocità che intercorre tra jazz e musica classica, o "colta", nelle loro forme di reciproca influenza. Altro tipo di discorso.1 punto
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Post interessante e capita a puntino: Sto finendo di leggere "Jazz e fascismo" di Luca Cerchiari ( L'Epos editore 2003) e ritrovo molti degli argomenti citati.1 punto
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Complimenti per il saggio, molto interessante e articolato.1 punto
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Bellissimo scritto. Ho una "Maramao perché sei morto?" cantata da Nicola Arigliano che è un ottimo pezzo.1 punto
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Ottima e fluida anamnesi di un fenomeno storico musicale che ci riguarda da vicino .1 punto
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