Vai al contenuto
Melius Club

Il Monarca americano Biden è a Kiev: il preludio della fine dei tempi


Messaggi raccomandati

Per chi avesse voglia di smettere la casacca da tifoso ultras della curva sud, c'è un bellissimo ed approfondito articolo di Jurgen Habermas. Varrebbe la pena di leggerlo che porta un po' di ordine e di metodo nei discorsi sin troppo disordinati e profondamente ignoranti che si leggono su tutti i media.

 

 

La decisione di fornire carri armati Leopard era stata appena salutata come "storica" che già la notizia veniva superata - e relativizzata - da tonanti richieste di aerei da combattimento, missili a lungo raggio, navi da guerra e sottomarini. Le invocazioni d'aiuto, drammatiche quanto comprensibili, da parte dell'Ucraina invasa in violazione del diritto internazionale hanno trovato in Occidente l'eco prevedibile. Nuova è stata solo l'accelerazione del noto gioco delle richieste di armi più potenti sulla spinta dell'indignazione morale e il successivo upgrading delle suddette tipologie di armi regolarmente attuato seppure con esitazione.

Anche in ambienti Spd si è sentito dire che non esistono "linee rosse". Ad eccezione del cancelliere e del suo entourage, il governo, i partiti e la stampa quasi compatti prendono sul serio le parole incisive del ministro degli Esteri lituano: "Dobbiamo superare la paura di voler sconfiggere la Russia." Dalla vaga prospettiva di una "vittoria", che può voler dire qualsiasi cosa, qualsiasi ulteriore discussione circa l'obiettivo della nostra assistenza militare - e le sue modalità - deve cessare. Così il processo di armamento pare assumere una dinamica propria, certo sotto la spinta della fin troppo comprensibile insistenza del governo ucraino, ma alimentata qui da noi dal tono bellicoso di una "opinione pubblica" compatta, in cui l'esitazione e la riflessione di metà della popolazione tedesca non trovano espressione. O forse non del tutto?

Attualmente stanno emergendo voci riflessive che non solo difendono la posizione del cancelliere, ma sollecitano anche una riflessione pubblica sulla difficile strada del negoziato. Se io mi unisco a queste voci è proprio perché è giusto affermare che l'Ucraina non può perdere la guerra.

Il punto per me è il carattere preventivo di negoziati in tempo utile a impedire che una guerra lunga mieta ancora più vittime e distruzioni e ci ponga alla fine di fronte a una scelta obbligata: o entrare attivamente in guerra oppure, per non scatenare la prima guerra mondiale tra potenze dotate di armi nucleari, lasciare l'Ucraina al suo destino.

La guerra prosegue, il numero delle vittime e l'entità delle distruzioni lievitano. La dinamica del sostegno militare da noi fornito per valide ragioni deve quindi spogliarsi del carattere difensivo perché l'obiettivo può essere solo la vittoria su Putin? La Washington ufficiale e i governi degli altri Paesi Nato sono stati d'accordo fin dall'inizio di fermarsi prima del point of no return - l'entrata in guerra.

La titubanza di carattere palesemente strategico e non solo tecnico che il cancelliere Scholz ha riscontrato da parte del presidente americano già agli albori della fornitura di carri armati ha ribadito la premessa che sta alla base dell'appoggio  occidentale all'Ucraina. Finora a preoccupare  l'Occidente era il problema che sta solo alla leadership russa decidere da quale punto in poi considerare l'entità e la qualità delle forniture occidentali di armi alla stregua di un'entrata in guerra.

Ma da quando anche la Cina si è dichiarata contraria all'impiego di armi nucleari biologiche e chimiche (ABC) questa preoccupazione è passata in secondo piano. Quindi i governi occidentali farebbero bene piuttosto a concentrarsi sul rinvio di questo problema. Nella prospettiva di una vittoria a tutti i costi l'incremento qualitativo delle nostre forniture di armi ha preso un abbrivio che potrebbe portarci più o meno senza accorgercene oltre la soglia di una terza guerra mondiale. Quindi ora non si dovrebbe  "soffocare qualsiasi dibattito circa la fase del possibile passaggio dalla presa di posizione alla partecipazione effettiva, in base alla tesi che già solo conducendo un simile dibattito si fanno gli affari della Russia" (come ha scritto Kurt Kister nell'inserto culturale della Süddeutsche Zeitung del 11/12 febbraio 2023.)

Diventa reale il rischio di aggirarsi come sonnambuli sull'orlo dell'abisso, perché l'alleanza occidentale non solo sostiene l'Ucraina, ma ribadisce instancabilmente che sosterrà il governo ucraino "per tutto il tempo necessario" e che la decisione circa tempi e obiettivi di possibili negoziati spetta esclusivamente al governo ucraino.  Questa affermazione ha lo scopo di scoraggiare l'avversario, ma è incoerente e maschera differenze palesi. In primo luogo può ingannarci sulla necessità di avviare da parte nostra iniziative negoziali.

Da un lato è ovvio che solo una parte coinvolta nel conflitto possa determinare il proprio obiettivo bellico e, in caso, i tempi dei negoziati. Però la capacità di resistenza ucraina dipende anche dal sostegno occidentale. 

L'Occidente ha propri legittimi interessi e obblighi. Quindi i governi occidentali agiscono in un contesto geopolitico più ampio e devono tenere in considerazione altri interessi oltre a quelli ucraini in questa guerra; hanno obblighi giuridici nei confronti delle esigenze di sicurezza dei propri cittadini e inoltre, indipendentemente da quelle che sono le posizioni della popolazione ucraina, hanno una responsabilità morale per le vittime e le distruzioni provocate con le armi fornite dall'Occidente; quindi non possono scaricare sul governo ucraino la responsabilità delle brutali conseguenze di un prolungamento delle ostilità, possibile solo grazie al sostegno militare offerto.

Il fatto che l'Occidente debba prendere decisioni importanti e assumersene la responsabilità è dimostrato anche dalla situazione che più deve temere, ossia quella citata in cui una superiorità delle forze armate russe lo porrebbe di fronte all'alternativa di cedere o di entrare in guerra. Il tempo stringe per i negoziati anche per motivi più ovvi, come l'esaurimento delle riserve di personale e delle risorse materiali necessarie alla guerra. Il fattore tempo gioca inoltre un ruolo rispetto alle convinzioni e inclinazioni di ampia parte delle popolazioni occidentali. In questo contesto è troppo facile ridurre le posizioni sulla controversa questione della tempistica dei negoziati al semplice contrasto tra morale e interesse personale. Sono soprattutto morali le ragioni che spingono a porre fine alla guerra.

Quindi la durata del conflitto influisce sui punti di vista delle popolazioni circa gli eventi bellici. Più la guerra si prolunga più è prevalente la percezione della violenza, particolarmente esplosiva nei conflitti moderni, determinando la visione del rapporto tra guerra e pace in generale. Questi punti di vista mi interessano in relazione al dibattito che si sta progressivamente avviando nella Repubblica Federale Tedesca sul razionale e la possibilità di negoziati di pace. Qui da noi già all'inizio del conflitto in Ucraina due modi diversi di percepire e valutare la guerra hanno trovato espressione nella disputa tra due vaghe ma discordanti formulazioni linguistiche: l'obiettivo delle nostre forniture di armi è che l'Ucraina "non perda la guerra"  o piuttosto la "vittoria" sulla Russia?

Questa differenza concettualmente ambigua ha ben poco a che fare con una presa di posizione pro o contro il pacifismo. Il movimento pacifista nato alla fine del diciannovesimo secolo ha politicizzato la dimensione violenta delle guerre, ma il vero punto non è il graduale superamento delle guerre come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, bensì il rifiuto totale di imbracciare armi. Pertanto il pacifismo non gioca alcun ruolo in questi due punti di vista, che si differenziano in base al peso attribuito alle vittime della guerra.

È importante perché la sottile differenza retorica tra le espressioni "non perdere" e  "vincere" la guerra non divide già i pacifisti dai non pacifisti. Oggi caratterizza infatti anche contrasti in seno a quella fazione politica che considera l'alleanza occidentale non solo legittimata, ma anche politicamente obbligata a sostenere l'Ucraina con forniture di armi, appoggio logistico e servizi civili  nella sua coraggiosa lotta contro l'attacco all'esistenza e all'indipendenza di uno stato sovrano, condotto in violazione del diritto internazionale e in maniera decisamente criminale. 


Questa presa di posizione è legata alla solidarietà per il triste destino di un popolo che dopo molti secoli di dominazione straniera polacca, russa e anche austriaca ha conquistato l'indipendenza solo con il crollo dell'Unione sovietica. Tra le nazioni europee tardive l'Ucraina è l'ultima arrivata. Continua ad essere una nazione in fieri.

Ma anche nel vasto campo dei sostenitori dichiarati dell'Ucraina al momento gli animi sono divisi riguardo alla giusta tempistica dei negoziati di pace. Una parte si identifica con la richiesta del governo ucraino di un sostegno militare in costante incremento per sconfiggere la Russia e ripristinare l'integrità territoriale del Paese, Crimea inclusa. L'altra parte intende spingere per tentare di arrivare a un cessate il fuoco e a negoziati che almeno scongiurino una possibile sconfitta, ripristinando lo status quo ante il 23 febbraio 2022. In questo pro e contro si riflettono esperienze storiche.

Non è un caso che questo conflitto che si consuma lentamente imponga ora di fare chiarezza. Da mesi il fronte è congelato. Un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung dal titolo "La guerra di logoramento favorisce la Russia" racconta la guerra di posizione con ingenti perdite da entrambe le parti attorno a Bakhmut, nel nord del Donbass e cita la dichiarazione sconvolgente di un alto funzionario della Nato: "Laggiù sembra Verdun". I paragoni con quella spaventosa battaglia, la più lunga e sanguinosa della prima guerra mondiale, hanno solo lontanamente a che fare con la guerra in Ucraina e solo nella misura in cui una prolungata guerra di posizione, senza grandi variazioni sulla linea del fronte, fa emergere innanzitutto la sofferenza delle vittime rispetto all'obiettivo politico "significativo" della guerra. La scioccante cronaca dal fronte di Sonja Zekri, che non nasconde le proprie simpatie ma non abbellisce nulla, ricorda in effetti le scene dal fronte occidentale nel 1916. Soldati che "si scannano", cumuli di morti e feriti, le macerie di case, ospedali e scuole, ossia l'annientamento della civiltà, in questo si riflette l'essenza distruttiva della guerra, che pone in una luce diversa le parole della nostra ministra degli Esteri secondo cui noi "con le nostre armi salviamo vite".

Nella misura in cui le vittime e le distruzioni della guerra si palesano come tali, viene alla ribalta l'altra faccia della guerra - non solo mezzo di difesa contro un aggressore senza scrupoli; nel loro corso gli eventi bellici sono percepiti come violenza travolgente che deve cessare al più presto. E quanto più si sposta il peso da un aspetto all'altro, tanto più chiara si impone l'idea che la guerra non debba esistere. Nelle guerre alla volontà di sconfiggere il nemico si è sempre associato il desiderio che la morte e la distruzione abbiano fine. E nella misura in cui assieme alla potenza delle armi sono aumentate anche le devastazioni, anche il peso di questi due aspetti è cambiato

A seguito delle esperienze barbare delle due guerre mondiali e della tensione nervosa provocata dalla guerra fredda nel secolo scorso, nella mente delle popolazioni coinvolte ha avuto luogo un latente spostamento concettuale. Dalle loro esperienze esse avevano tratto spesso a livello inconsapevole la conclusione che le guerre -  modalità fino ad allora scontata di condurre e risolvere i conflitti internazionali - sono del tutto incompatibili con le regole del vivere civile.

 Il carattere violento della guerra aveva in un certo senso perduto l'aura di naturalità. Questo ampio cambiamento compiutosi nella coscienza ha lasciato traccia anche nell'evoluzione del diritto. Il diritto umanitario che punisce i crimini di guerra ha tentato senza molto successo di frenare l'esercizio della violenza in guerra. Ma al termine della seconda guerra mondiale la violenza della guerra stessa ha dovuto essere pacificata con mezzi giuridici e sostituita dal diritto come unica modalità di risoluzione dei conflitti tra stati. La carta delle Nazioni Unite, entrata in vigore il 24 ottobre 1945, e l'istituzione del tribunale internazionale dell'Aja hanno rivoluzionato il diritto internazionale. L'articolo 2 obbliga tutti gli Stati a risolvere con mezzi pacifici le dispute internazionali. Fu lo shock delle violenze della guerra a generare questa rivoluzione.

Nelle  parole toccanti del preambolo si riflette l'orrore di fronte alle vittime della seconda guerra mondiale. Centrale è l'appello a "unire le nostre forze ad assicurare mediante... l'istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata salvo che nell'interesse comune" - ossia  nell'interesse dei cittadini di tutti gli Stati e di tutte le società del mondo definito in base al diritto internazionale. Questa attenzione alle vittime della guerra spiega da un lato l'abolizione dello ius ad bellum, ossia il nefasto "diritto" degli stati sovrani di guerreggiare a piacimento; ma anche il fatto che la dottrina su base etica della guerra giusta non sia stata rinnovata, bensì abolita, a parte il diritto di difesa dell'aggredito. Le varie misure elencate nel Capitolo VII contro le aggressioni sono dirette contro la guerra in quanto tale e questo esclusivamente nel linguaggio del diritto. Perché a tal fine è sufficiente il contenuto morale insito nel moderno diritto internazionale.

È alla luce di questa evoluzione che ho inteso la formula "L'Ucraina non può perdere la guerra". Perché interpreto la fase di cautela come monito che anche l'Occidente, il quale consente all'Ucraina di proseguire la battaglia contro un aggressore criminale, non deve dimenticare né il numero delle vittime né il rischio a cui le possibili vittime sono esposte, né l'entità delle effettive e potenziali distruzioni che per la legittima finalità a malincuore devono essere messe in conto. Neppure il più altruistico sostenitore è esentato da questa ottica di proporzionalità.

La formula titubante "non può perdere" pone in discussione la visione Amico-Nemico che anche nel ventunesimo secolo considera ancora "naturale" e priva di alternative la soluzione bellica dei conflitti internazionali. La guerra, e a maggior ragione quella scatenata da Putin, è sintomo di una regressione a una fase precedente alla storica civile interazione tra potenze - soprattutto quelle che hanno potuto trarre insegnamento dalle due guerre mondiali. Quando lo scoppio di conflitti armati non può essere evitato da sanzioni dolorose anche per gli stessi paladini del diritto internazionale violato, l'alternativa offerta - rispetto a una prosecuzione della guerra con sempre più vittime - è la ricerca di compromessi tollerabili.

L'obiezione è ovvia: al momento non c'è segno che Putin intenda impegnarsi in negoziati. Non deve essere costretto a cedere con mezzi militari già solo per questo motivo? Inoltre Putin ha preso decisioni che rendono quasi impossibile dare avvio a negoziati promettenti. Perché con l'annessione delle province orientali ucraine ha creato realtà e cementato rivendicazioni inaccettabili per l'Ucraina.

D'altro canto la sua è stata forse una risposta, per quanto sconsiderata, all'errore compiuto dall'Alleanza atlantica nel momento in cui ha intenzionalmente lasciato la Russia all'oscuro rispetto all'obiettivo del suo supporto militare. Perché così ha lasciato aperta la prospettiva di un regime change inaccettabile per Putin. Al contrario, il fine dichiarato di ristabilire lo status quo ante il 23 febbraio 2022 avrebbe agevolato la successiva via del negoziato. Ma entrambe le parti puntavano a scoraggiarsi a vicenda piantando paletti estesi e apparentemente inamovibili. Non sono presupposti promettenti, ma neppure disperati.

Perché a parte le vite umane che la guerra reclama giorno dopo giorno, aumentano i costi delle risorse materiali che non possono essere rimpiazzate a piacimento. E per l'amministrazione Biden il tempo stringe. Questo pensiero da solo dovrebbe spronarci a sollecitare energici tentativi per dare avvio ai negoziati e a cercare una soluzione di compromesso che non offra alla parte russa guadagni territoriali al di là dello status quo precedente l'inizio della guerra, permettendole tuttavia di salvare la faccia. 

A parte il fatto che capi di governo occidentali come Scholz e Macron mantengono contatti telefonici con Putin, neppure il governo statunitense apparentemente diviso su questa questione può mantenere il ruolo formale di parte non coinvolta.

Un risultato negoziale durevole non può essere integrato nell'ambito di accordi di ampia portata in assenza degli Stati Uniti. Entrambe le parti in guerra hanno interesse a questo. Vale per le garanzie di sicurezza che l'Occidente deve fornire all'Ucraina, ma anche per il principio secondo cui il rovesciamento di un regime autoritario è credibile e stabile solo nella misura in cui scaturisce dalla popolazione stessa, ed è quindi sostenuto dall'interno.

La guerra ha in generale focalizzato l'attenzione su un'acuta necessità di regolamentazione nell'intera regione dell'Europa centrale e orientale che vada oltre gli oggetti di contesa delle parti in conflitto. Hans-Henning Schröder, esperto dell'Europa orientale ed ex direttore dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza di Belino ha indicato (sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 24 gennaio 2023) gli accordi di disarmo e le condizioni quadro economiche in assenza delle quali non può essere raggiunto un accordo stabile tra le parti direttamente coinvolte. Putin potrebbe farsi vanto già della disponibilità degli Usa a impegnarsi in tali negoziati di portata geopolitica. 

Proprio perché il conflitto tocca una rete di interessi più ampia non si può escludere fin dall'inizio la possibilità di trovare, anche per le istanze al momento diametralmente opposte, un compromesso che salvi la faccia a entrambe le parti.

 

 

Le regole d'ingaggio sono già scritte. La battaglia è sul suolo ucraino nello stile che si vede nelle altri parti del mondo. 

Non è che noi europei siamo più speciali. 

A fronte di uno scenario di guerra dovuto ad uno stato canaglia altri si oppongono per via diplomatica e militare, purché non si sconfini nel territorio dell'aggressore. 

Questo è, infatti gli americani si sono ben guardati a mandare armi in tal senso e ne controllano l'operato in tempo reale. 

Il duce può fermarsi in qualsiasi momento, reclamare pace e ritirarsi dai territori occupati; né ha facoltà. 

42 minuti fa, 31canzoni ha scritto:

hanno obblighi giuridici nei confronti delle esigenze di sicurezza dei propri cittadini e inoltre, indipendentemente da quelle che sono le posizioni della popolazione ucraina, hanno una responsabilità morale per le vittime e le distruzioni

Si potrebbe sintetizzare, w il duce arrendetevi. 

 

 

1 ora fa, luimas ha scritto:

cosa dovrebbe  fare per fermare la guerra

Biden potrebbe dare le armi a Putin così in un mese finisce tutto salvo poi ricominciare quando Putin deciderà di invadere un altro Stato.

Gaetanoalberto
29 minuti fa, cactus_atomo ha scritto:

diplomazia non si fa con i gesti clamorosi

Oppure i gesti clamorosi stanno lì a far finta di voler evitare la diplomazia. 

Boh, cose troppo difficili. 

Manovre politiche, non necessariamente giuste o pacifiche, solo politiche. 

La guerra è il prolungamento della politica con altri mezzi

Sarebbe buona cosa che Melius vietasse queste discussioni via web sulla guerra e invece organizzasse uno spazio fisico, una piazza di periferia sarebbe perfetta, dove confrontarsi vestiti di pelli d'orso e clave, in palio le femmine della tribù nemica.

  • Haha 1
15 minuti fa, 31canzoni ha scritto:

Guerre  e partite di calcio e saremmo ancora nelle caverne a mangiare mammuth e a far la guardia al fuoco.

Guarda il lato positivo, almeno non si sarebbero estinti i mammuth.

A mio parere è una follia armare l'Ucraina, così aumenterà solo l'escalation di chi lo ha più grande...

Un errore anche umano, di qualche generale russo o ucraino che sia, porterebbe ad una situazione di grande pericolo, anche atomico.

Nella mia ignoranza l'unica soluzione è la mediazione e gli unici ad essere realmente credibili sono gli USA.

La Cina sta in disparte, la Turchia che pareva esersi attivata, ha già i suoi problemi, il Papa non se lo fila nessuno...

Un grande piano Marshal di ristrutturazione multi miliardario per l'Ucraina ed i territori contesi alla Russia.

Viceversa non vedo altre soluzioni.

 

Gaetanoalberto

@31canzoni Letto con intenzioni sincere: scrive addirittura più di me, ma non ha apportato elementi significativi. 

Se si potesse spersonalizzare la discussione, il punto non è essere contrari alla guerra od alle morti: dipingere chi la pensa diversamente come un carnefice è una semplificazione non meritata. 

Non siamo dei Rambo. 

Avrai notato che non uso termini tipo "pacifinti" etc., se non magari per replicare a ragionamenti altrui un po' perentori. 

Non ce ne facciamo nulla del dileggio altrui. 

Tentativi di pace insistenti sono stati fatti al tempo da Macron ad esempio, o da Erdoğan. 

Un tavolo si era costituito, ma forse dimentichiamo le parole di Lavrov, totalmente contrario ad interrompere le operazioni militari. 

Quindi quale la proposta concreta? 

A parte l'affermazione condivisa, ma di principio, che la pace è meglio della guerra, quali sono le proposte concrete? 

Vedremo se la Cina sarà davvero capace di fare una proposta convincente e avremo altri argomenti. 

Però trovo davvero poco comprensibile il ribaltare le colpe. 

  • Thanks 2
extermination
2 ore fa, newton ha scritto:

ora saremmo a discutere se per i baltici o per la polonia la nato dovrebbe intervenire oppure no.

Certamente ( si fa per dire) Fatto salvo ( al di là di attacchi a paesi nato e obblighi derivanti) che le decisioni che contano vengono prese su altri tavoli dove ogni parola detta, nella pratica, ha un peso enorme. Si spera dunque che  costoro abbiano " giudizio"!

Quando si aprono discussioni con il tono dell'opener , tifo da stadio , quello che ne consegue sono post da tifo da stadio. Come tutte le altre discussioni sul tema.

Inutile ergersi a bacchettoni poi perche' non si e' d'accordo con le proprie opinioni. Si manda tutto in caciara  e amen.

Tanto finche si parla con doppia fetta di prosciutto condita da ideologia pregressa , non si va da nessuna parte.

Nemmeno se fai i disegnini.

Le domande da porsi oggi sono ben altre ,invece ci si concentra con il tiro al bersaglio su minuzie.

 




  • Badge Recenti

    • Membro Attivo
      simo15
      simo15 ha ottenuto un badge
      Membro Attivo
    • Ottimi Contenuti
      Paky33
      Paky33 ha ottenuto un badge
      Ottimi Contenuti
    • Membro Attivo
      Oscar
      Oscar ha ottenuto un badge
      Membro Attivo
    • Badge del Vinile Verde
      jackreacher
      jackreacher ha ottenuto un badge
      Badge del Vinile Verde
    • Contenuti Utili
      Sognatore
      Sognatore ha ottenuto un badge
      Contenuti Utili
  • Notizie

  • KnuKonceptz

    Kord Ultra Flex speakers cable

    Rame OFC 294 fili 12 AWG

    61dl-KzQaFL._SL1200_.jpg

  • 42 Diffusori significativi degli anni ‘70

    1. 1. Quali tra questi diffusori degli anni '70 ritieni più significativi?


      • Acoustic Research AR-10π
      • Acoustic Research AR-9
      • Allison One
      • B&W DM6
      • BBC LS3/5a
      • Dahlquist DQ10
      • Decibel 360 Modus
      • ESS AM-T 1B
      • IMF TLS 80
      • JBL L300 Summit
      • Jensen Model 15 Serenata
      • KEF 105 Reference
      • Linn Isobarik
      • Magnepan Magneplanar SMG
      • Magnepan Magneplanar Tympani 1
      • Philips RH545 MFB Studio
      • RCF BR40 & BR55
      • Snell Type A
      • Technics SB-10000
      • Yamaha NS-1000M

×
×
  • Crea Nuovo...