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@Gaetanoalberto

Scriveva un contemporaneo di Cartesio, La Rochefoucauld, che “L'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù”. Ma questo omaggio è indirettamente il riconoscimento della superiorità della virtù rispetto al vizio e mentre il vizio è comporamento del singolo, la virtù è espressione della società in cui quell'individuo vive. Sempre più spesso osservo in cui anche l'ipocrisia è venuta mancare, quasi a rivendicare il vizio come espressione di una libertà individuale priva di limiti. Le tantissime forme di maleducazione, i genitori che difendono ogni comportamento dei loro figli, l'autoassoluzione, se non l'autocompiacimento, dei singoli per ogni comportamento che viola le norme sociali sono le manifestazioni di una rappresentazione dell'essenza dell'uomo quale soggetto che si identifica esclusivamente nel perseguimento dei propri desideri ed impulsi individuali. Scriveva Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. Siamo prossimi al rovesciamento della massima kantina e devo evidenziare che nela mia esperienza di uomo di scuola a questo rovesciamento sono più vicini i genitori che i figli.

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briandinazareth
2 minuti fa, loureediano ha scritto:

Una cosa è certa più si ampliano le libertà collettive più si limitano quelle individuali.

Comunque l'importante è non entrare nel tritacarne

 

continuo a non capire esattamente di che libertà negate stiamo parlando. 

 

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loureediano

La cintura di sicurezza, il casco, essere in aeroporto ore prima della partenza, non potersi drogare come pare e piace, se guido devo fortemente limitare il bere alcolici.

Fumare è diventato impossibile in ogni luogo.

Tra parentesi le trovo condivisibili. 

La mia libertà non dovrebbe mai ledere la libertà altrui.

Ma il casco che libertà altrui favorisce. La cintura di sicurezza dove lede la  sicurezza generale.

Il drogarsi a chi lede se non a se stessi?

L'eutanasia a chi lede se non a se stesso?

Non venite a dire che molte di queste cose sono per non pesare sulla sanità pubblica.

ETC.

 

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Gaetanoalberto
3 minuti fa, loureediano ha scritto:

il casco che libertà altrui favorisce. La cintura di sicurezza dove lede la  sicurezza generale.

La previdenza è la sanità ne sopportano il costo, poi ripartito tra tutti, o sotto forma di prestazioni sanitarie e invalidità, malattia in parte a carico anche dei datori di lavoro, e pure come incremento dei premi assicurativi e determinazione di maggiori riserve sinistri, sottratte al reimpiego produttivo. 

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@loureediano Il liberalismo (nell’uso italiano del termine, i liberal anglosassoni sono tutt’altra cosa) è come, secondo una vecchia barzelletta, l’aborto per i cattolici: fermamente contrari sino a che non gli rimane incinta la figlia. Troppo facile ragionare solo e soltanto sul proprio tornaconto dimenticandosi dei prezzi che le nostre scelte possono indurre sugli altri. Non ho invidiato la libertà del tossico strafatto di metadone che mi è passato davanti quando ero in fila al pronto soccorso… Se guidi senza cintura sei figo e indipendente, ma se poi ti fai male all’ospedale ci vai come quello che ha rispettato le regole della civile convivenza. E magari mentre curano te che sei uno spirito libero quel poveretto soffre. Viva la libertà, ma ricordiamoci di quello che diceva che la nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri. Tra l’altro, queste sono lezioni che mi hanno dato mamma e papà quando avevo otto anni, ma forse sono io che ho una memoria particolarmente buona!

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Gaetanoalberto
11 minuti fa, Savgal ha scritto:

Anche in questo forum

Mah, non credo di essere senza peccato anche da questo punto di vista. 

Ritorno però volentieri sul concetto da te anticipato, che i genitori (o comunque quelli in età genitoriale, ziale e nonnale) sono spesso peggio delle nuove generazioni, che per ora non possiamo ritenere responsabili. 

Al limite, cominciamo a distinguere in nuce quelli che si concentrano sul lavoro proprio, e quelli che preferiscono criticare quello altrui. 

 

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Che cosa si intende per “libertà” in filosofia?

Il termine libertà è privo di referente ad ha una pluralità di significati, è quindi facile che sia utilizzato in modo equivoco o poco rigoroso.

In filosofia la libertà equivale generalmente al libero arbitrio, che è la condizione propria di chi non è sottoposto alla legge della determinazione causale; in questo caso l'opposto di libero è "determinato".

In politica si dice libero colui che è titolare di diritti; il suo opposto è "schiavo" o "servo".

In psicologia e in etica è definito libero chi è capace di controllare i propri impulsi e dominare le proprie passioni, chi agisce in maniera responsabile; in questo caso l'opposto è "squilibrato", "folle" o "irresponsabile".

La libertà è ora intesa come stato o condizione, quindi come dato, ora come valore o modello, quindi come qualcosa di desiderabile, altre volte come meta o conquista da realizzare.

L'equivocità del termine è anche data dalla diversità dei soggetti, a cui la libertà può venire riferita. Chi è libero? Una cosa infatti è la libertà di un individuo (per esempio un uomo), un'altra la libertà di una parte o di un insieme (per esempio una comunità o uno Stato), un'altra ancora la libertà del tutto o di Dio.

Per il pensiero classico la libertà "era un concetto esclusivamente politico". La libertà come libero arbitrio fece il suo ingresso nella storia quando i primi cristiani, e in special modo Paolo, ebbero scoperto una libertà del tutto estranea alla politica.

In filosofia due sono gli orientamenti fondamentali in tema di libertà dell'uomo; da una parte si collocano i sostenitori della libertà, i c.d. “indeterministi”, dall'altra i negatori o “deterministi”.

Gli indeterministi sostengono la libertà della volontà; non negano l'esistenza di motivi che spingono a comportarsi in un modo o nell'altro, ma che la volontà ne dipenda. La libertà consiste pertanto nello scegliere un motivo piuttosto che un altro. Nel Medioevo si disse che la condizione ideale di verifica dello stato di libertà è quella del caso detto dello “asino di Buridano”, il quale asino, posto di fronte a due ceste egualmente colme di fieno, muore di fame perché non riesce a decidere da quale sacco iniziare. Si tratta della cosiddetta libertà d'indifferenza (liberum arbitrium indifferentiae), che si ha quando i motivi delle scelte alternative si annullano, e la volontà può decidere liberamente, decisione che l'uomo riesce a prendere tranquillamente. Ma tale versione della libertà presta il fianco a due critiche severe: 1) se è vero che solo l'uomo è libero, perché è l'unico essere capace di scegliere razionalmente, non c'è nessuna ragione che lo induca a scegliere tra due alternative perfettamente identiche; da questo punto di vista l'asino appare più intelligente dell'uomo; 2) se la libertà consistesse nel semplice stato di indifferenza, essa si ridurrebbe a pura casualità.

Kant sosteneva che l'uomo è libero perché è un “ente morale”, ed è ente morale perché dotato di ragione. È la ragione infatti a dettare gli imperativi; l'uomo è libero, perché i comandi si rivolgono solo a chi può disobbedire (tu devi, dunque puoi). In quanto soggetto libero, l'uomo è dotato di una natura che Kant definiva “noumenica”, cioè incondizionata. Tutti i fenomeni naturali sono eventi dipendenti da una causa secondo l leggi della natura; libero è chi può sottrarsi a questa catena causale, ossia, come Scrive Kant, "senza che l'attività della causa abbia bisogno di cominciare anch'essa e perciò senza che essa sia costretta ad avere un altro principio che determini il suo inizio". Ma se la causalità libera non sottostà a determinazioni temporali, essa non è fenomeno, fenomeni sono soltanto gli effetti del suo agire. In quanto soggetto morale l'uomo possiede una sua natura sovrasensibile, che fa di lui la più alta delle creature viventi. Dalla prospettiva kantiana il soggetto che pensa che la libertà consiste nel seguire i suoi impulsi non è affatto libero, ma è anzi determinato da una concatenazione di cause che non è in grado di controllare.

Vi sono poi i deterministi che negano il libero arbitrio ed in cui tutto è soggetto alla legge di causalità, e non si vede perché gli uomini dovrebbero fare eccezione. Schopenhauer sosteneva che l’idea di libertà per l'uomo è semplicemente risibile; libera è la Volontà (di vivere), non quella dell'uomo, ma la Volontà universale, il principio cosmico in cui consiste la cosa in sé. Essere deterministi nei confronti dell'uomo non comporta infatti negare in assoluto la libertà

Deterministiche sono quelle filosofie che identificano la libertà con la necessità. Spinoza sostiene che "si dice libera quella cosa che esiste per la sola necessità della sua natura ed è determinata da sé sola ad agire" (Etica, def. VII). Da questo punto di vista libero è solo Dio; tutto ciò che non è Dio è limitato e finito, quindi in qualche modo impedito ad essere "naturalmente" se stesso. Anche gli uomini potranno essere liberi, ma solo se sapranno riconoscere e riusciranno ad adeguarsi alla logica dell'insieme. Simile era la concezione degli filosofi stoici che sostenevano: "fata nolentem trahunt, volentem ducunt" ("il fato trascina chi fa resistenza, dirige chi lo accetta). Il cane legato ad un carretto farà bene ad adeguarsi alla sua corsa.

In filosofia vi è anche un determinismo "debole", che nega la libertà del volere, ma riconosce la libertà dell'agire. Scriveva Voltaire: "Sarebbe ben singolare che tutta la natura e tutti gli altri esseri obbedissero a leggi eterne, e che esistesse invece un piccolo animale, alto cinque piedi, che, a disprezzo di queste leggi, potesse agire sempre come gli piace, in base al suo solo capriccio. Egli agirebbe a caso, e ben sappiamo che il caso non è nulla: abbiamo inventato questo termine per esprimere l'effetto conosciuto di qualsiasi causa ignota". Ci sentiamo liberi semplicemente perché non siamo affatto consapevoli di tutti i fattori che ci determinano. Lo stesso Voltaire afferma: "Essere veramente libero, vuol dire potere. Quando posso fare ciò che voglio, sono libero". Tra la volontà, determinata come ogni altra cosa, e l'azione, si colloca la coscienza, a cui compete la responsabilità di cedere o meno alla pressione dei desideri e degli impulsi. Mentre il determinismo assoluto deresponsabilizza l'uomo, creando seri problemi sul piano etico e giuridico. Difatti se il nostro comportamento è rigorosamente soggetto alla legge della causalità, non possiamo essere considerati colpevoli di nulla, quello moderato concede che, almeno in qualche misura, l'uomo deve render conto dei suoi atti. Resterebbe da vedere, insinuano i deterministi radicali, se la coscienza o senso di responsabilità dell'uomo libero non sia anch'essa qualcosa di determinato.  

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