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Fisica e Buddhismo


LUIGI64

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5 minuti fa, simpson ha scritto:

facile spiegare ad un altro cos’è la stanchezza, un po’ meno la vacuità.

Senza dubbio hai ragione

È argomento spiazzante che può anche disorientare, soprattutto per noi occidentali.

Per un buddhista (orientale), o comunque praticante avanzato, non mi pare abbia così tante difficoltà ad impostare una spiegazione, seppur parziale, sul concetto di vacuità (Sunyata)

Anzi, per loro è piuttosto normale

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Nel frattempo, continuano a studiare i monaci tibetani:

 

Neuroscienze. Il mistero della meditazione: studiato il cervello dei monaci tibetani

https://www.avvenire.it/agora/pagine/meditazione-spirituale-come-funziona-studiato-il-cervello-dei-monaci-tibetani

 

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2 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

Nel frattempo, continuano a studiare i monaci tibetani:

Neuroscienze. Il mistero della meditazione: studiato il cervello dei monaci tibetani

https://www.avvenire.it/agora/pagine/meditazione-spirituale-come-funziona-studiato-il-cervello-dei-monaci-tibetani

Come dicevo, questa è una cosa che mi interessa di più 

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25 minuti fa, simpson ha scritto:

questa è una cosa che mi interessa di più 

Per me, Interessanti entrambi gli approcci

Ormai sono anni che mettono sotto torchio questi tibetani...

☺️ Da tempo, anche molto psicoterapeuti associano tecniche di mindfulness di estrazione buddhista....e non solo

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Quindi, ripeto, “coscienza” non significherebbe nulla senza il supporto dell’esperienza soggettiva. Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo proseguire l’esame di ciò che rappresenta la coscienza partendo dalla prospettiva in prima persona, senza saltare continuamente dal punto di vista interiore a quello esteriore, adottando di volta in volta la prospettiva in prima persona e quella in terza persona. Dobbiamo proseguire secondo una linea di pensiero coerente, fino al suo punto ultimo.

 

Ora, che succede quando approfondiamo l’esperienza della coscienza? Secondo il punto di vista della prospettiva in prima persona non giungeremo mai ai neuroni. Come sai, ho partecipato a esperimenti sugli effetti della meditazione sulle funzioni cerebrali e ho potuto vedere sugli schermi della neuroimmagine funzionale come la meditazione attivi sulla compassione l’insula anteriore. Tuttavia, a livello soggettivo, non c’è modo di localizzare l’attività cerebrale, tant’è vero che, a meno che non abbiamo un forte mal di testa, non sentiamo nemmeno di avere un cervello.

WOLF È vero: non abbiamo nessun ricordo dei processi cerebrali che operano nel nostro cervello. Sono trasparenti. Nel caso del mal di testa, i segnali indicano che il dolore proviene dalle meningi. Il cervello in sé e per sé non è sensibile al dolore.

MATTHIEU Potrei inoltre affermare che, quando siamo assorti nei nostri pensieri e percezioni, anche la nuda esperienza della coscienza risvegliata, priva di elaborazioni mentali, ci risulta essere “trasparente”, nel senso che ci sfugge completamente. Eppure è proprio là, sulla base di questa trasparenza, che io giungo a un’analisi via via più sottile e minuziosa della mia esperienza soggettiva: una pura coscienza risvegliata, una coscienza fondamentale, l’aspetto più essenziale della conoscenza. Non è necessario che tale coscienza fondamentale abbia contenuti particolari, per esempio pensiero discorsivo, o emozioni. Si tratta semplicemente di una coscienza pura, chiara e limpida. Si parla anche di aspetto “luminoso” della mente, perché tale particolare stato di coscienza ci consente di essere consapevoli del mondo esterno e, nel contempo, del nostro stato di coscienza interiore. Ci permette di ricordarci degli eventi passati, di immaginare il futuro ed essere coscienti del momento presente.

Tuttavia, quando arriviamo infine allo stato di coscienza più raffinato, uno stato privo di contenuto, a parte la sua lucidità e  la sua chiarezza, torniamo a porci di nuovo l’interrogativo: «Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla?», e ancora una volta possiamo rispondere: «È semplicemente là, e lo riconosco». Ci troviamo di fronte a un “fatto primario”. Dal punto di vista fenomenologico o sperimentale, la pura coscienza risvegliata precede qualsiasi altra cosa, che si tratti della coscienza di essere vivi o di postulare una teoria della coscienza.

C’è una cosa su cui insisto: è imperativo seguire con scrupolo una linea d’indagine, sino alla fine. Nel campo della fisica, quando esaminiamo i fenomeni secondo la prospettiva della meccanica quantistica, il concetto di una realtà solida costituita di particelle indipendenti perde ogni significato. Tuttavia, per giungere a tale conclusione, è stato necessario proseguire l’analisi sino in fondo. Sarebbe incoerente passare continuamente dalla meccanica quantistica alla meccanica di Newton, a seconda del punto di vista che vogliamo difendere in questo o quel momento dell’argomentazione, con il pretesto che vogliamo attenerci a una spiegazione realistica del mondo fenomenico.

Tratto dal libro di cui sopra

🎯☺️ Autori:

M. Ricard noto monaco buddhista tibetano, anche laureato nel 1972 in genetica delle cellule all'Institut Pasteur, sotto la supervisione di François Jacob

....

Wolf Singer (Monaco di Baviera, 1943), neurofisiologo di fama mondiale, dirige a Francoforte il Dipartimento di Neurofisiologia al Max Planck Institute for Brain Research. Noto per le sue ricerche sui processi cognitivi superiori e sui processi decisionali, è molto impegnato anche come divulgatore

 

 

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Nel laboratorio di neuroscienze dell’Università del Wisconsin, diretto dal dott. Richard Davidson, con l’utilizzo di strumenti sofisticati, è stato mostrato cosa accade nel cervello durante la meditazione, sono stati studiati gli effetti delle meditazioni buddiste relative alla compassione, alla equanimità ed alla presenza mentale. Da molti secoli, i buddisti sostengono che queste pratiche, rendono più calmi e meno inclini ad emozioni distruttive. Secondo il dott. Davidson, queste convinzioni sono avvalorate dai risultati da lui ottenuti, infatti la meditazione di presenza mentale rafforza il circuito neurologico che calma una parte del cervello che agisce da innesco per paura e rabbia. Quindi ci potrebbe essere, la possibilità di separare gli impulsi violenti dalle nostre azioni.

Il dott. Paul Elkman dell’Università della California a San Francisco, ha sottoposto alcuni monaci a forti rumori durante la meditazione, con il risultato che questi non sono stati disturbati, dimostrazione della calma creata attraverso la pratica meditativa. Sono state studiate le emozioni, anche su soggetti non buddisti, ai quali è stata insegnata la meditazione di presenza mentale, con eguali risultati. La presenza mentale aiuta ad essere calmi anche in situazioni critiche, sarebbe quindi di notevole aiuto per tutti e non soltanto per chi è religioso.

Tutti noi siamo sottoposti a stress derivante da cattive notizie, la meditazione ci insegna a rimanere calmi, a non lasciarci prendere dal panico e facili preda di emozioni distruttive, come il Dalai Lama a detto  "La sciagura dell’11 Settembre ha dimostrato che la tecnologia moderna e l’intelligenza umana guidata dall’odio possono portare a distruzioni immense. Azioni cosi terribili non sono che sintomi violenti di uno stato mentale  preda delle emozioni disturbanti"

Tratto da: Neuroscienze e meditazione (Massimo Lattanzi - Psicoterapeuta)

 

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...Guardando alla storia delle religioni, notiamo nelle credenze orientali la tendenza a esaurire o dissolvere progressivamente il momento contingente e fenomenico nella realtà assoluta fondamentale. Infatti, pur nella sua varietà di dottrine, l’induismo e la tradizione vedica individuano nel concetto centrale di Brahman (l’Assoluto) il principio e il fondamento trascendente del mutevole divenire delle cose, al quale corrisponde la figura di una sorta di demiurgo posto all’apice del pantheon induista e chiamato Brahma. Nell’induismo, come per altro nel buddhismo, ricorre pure la nozione di Dharma , che esprime l’ordine eterno, la rettitudine, la legge: tutti elementi questi che presiedono all’armonia cosmica e alla struttura dell’universo, ma soprattutto attribuiscono senso all’esistenza degli uomini e delle cose.

Più difficile per gli occidentali rintracciare nella dottrina del Buddha un’idea precisa del divino, tanto che possiamo registrare tra gli studiosi opinioni discordanti: c’è chi la definisce un «ateismo religioso» e chi una forma di ideologia etico-politica. Certamente nel buddhismo non c’è traccia di un dio personale e di un principio assoluto che gli assomigli, ma lo spazio del divino sussiste ed è totale, onnicomprensivo, perché racchiude ogni realtà esistente, ossia il Tutto. Anche l’essere umano fa parte di questo Tutto, come del resto il mondo; e in questa unità che assorbe qualsiasi singola identità perdono valore e non sono applicabili le classiche dicotomie di immanenza-trascendenza e di naturale-soprannaturale, perché il Tutto è al tempo stesso immanente-trascendente, naturale-soprannaturale. Non a caso il dalai lama Tenzin Gyatso, trattando del rapporto tra l’insegnamento buddhista che invita a superare l’individualità, ovvero a sbarazzarsi del

«Sé», e il Dio personale del monoteismo occidentale ha concluso: «Se Dio viene considerato una realtà o una verità definitiva, allora la mancanza di identità può essere considerata come Dio». Ciononostante, la religione buddhista riconosce un gran numero di divinità, consentendone l’adorazione, e questo impedisce di ritenerla a tutti gli effetti una credenza atea....

Dallo stesso testo una citazione fuori tema:

Nel loro impeto combattivo, gli scientisti sono giunti tra l’altro a divulgare il dato secondo cui la scelta atea e quindi di non appartenere a nessuna religione sarebbe tipica della stragrande maggioranza degli uomini di scienza, ma questa conclusione non è tuttora accertata in maniera attendibile perché non sussiste nessun sondaggio completo in materia. Lo zoologo e biologo evoluzionista Richard Dawkins ha invece tagliato la testa al toro etichettando come «scientificamente da analfabeti» ogni teismo e ogni fede religiosa. A suo dire, in parole semplici, poiché la scienza implica l’ateismo, è inevitabile stabilire una perfetta coincidenza tra essere scienziato ed essere ateo; tuttavia non vale l’inverso: tutti gli scienziati sono atei, ma non tutti gli atei sono necessariamente scienziati. Di conseguenza, stando a questa impostazione la scienza viene ridotta a un sottoinsieme dell’ateismo. Atei scientisti come Dawkins e il filosofo cognitivista Daniel C. Dennett sembrano infatti coltivare come loro elemento prioritario la distruzione della religione o della credenza Dio tramite «crociate ateistiche»

 

In sostanza l’ateismo scientista o scientifico contrappone a un’interpretazione teo-teleologica del mondo un’ontologia naturalistica, che affonda le sue più remote radici nel naturalismo rinascimentale ed esclude qualsiasi finalismo. I suoi argomenti principali sono perciò facilmente individuabili:
la scienza ha definitivamente confutato o reso superflua l’ipotesi dell’esistenza di Dio in tutte le sue forme e in maniera particolare in quella del Creatore intelligente;
la fede religiosa e la scienza sono tra loro incompatibili: la prima è non dimostrata e non dimostrabile, la seconda è fondata sui dati oggettivi e verificabili;
la religione teme e avversa il progresso scientifico.

In base al primo assunto scientista l’universo, gli elementi che lo compongono e la presenza dei viventi e della vita intelligente si giustificano da soli, ossia sono tutti nelle condizioni di esistere così come sono senza una causa esterna o un’intelligenza creatrice e senza un disegno finalistico. Dio è un’ipotesi non necessaria per spiegare la struttura cosmica, come ebbe a rimarcare Pierre-Simon de Laplace (1749-1827) rispondendo a una precisa domanda di Napoleone Bonaparte («Sire, je n’avais pas besoin de cette hypothèse-là [Sire, non avevo bisogno di quell’ipotesi]») 7 . La teoria dell’evoluzione di Charles Darwin (1809-1882) ha poi esteso questa conclusione anche al mondo dei viventi e in particolare alla presenza della specie umana. Negli ultimi tempi l’idea di Dio è diventata pertanto per alcuni nuovi atei non solo ininfluente dal punto di vista scientifico ed etico, ma perfino fuorviante e dannosa.

Quest’ultima posizione si collega direttamente con il terzo postulato scientista secondo cui la religione sarebbe nemica della scienza

Tratto da : Nel segno del nulla (Roberto Giovanni Timossi - Filosofo - Dal 2019 è Presidente del Consiglio Scientifico della Scuola Internazionale Superiore per la Ricerca Interdisciplinare ed è stato membro del Consiglio Generale e del Comitato di Gestione della Fondazione Compagnia di San Paolo di Torino. È accademico della Accademia Ligure di Scienze e Lettere e docente presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose Ligure -sigla ISSRL-. Dal mese di giugno 2020 è Consigliere di Amministrazione della Fondazione Carige di Genova)

 

 

 

 

 

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...Krishnamurti ci dice qual è la meta, per tutti noi.

«Solo a partire dal silenzio agisce la mente meditativa.»

Ecco! Possiamo interessarci di ogni tecnica. Praticare e praticare. Poi ne troviamo una che fa al caso nostro. Ma il silenzio è la meta e l’equipaggiamento. Senza la scoperta e la percezione del silenzio, non c’è meditazione.

Come dire che la meta di ogni filosofia è il nulla. Io preferirei chiamarlo il nudo. Ciò che oltrepassa le definizioni, le parole, i pensieri

Nel silenzio troviamo il nudo, e viceversa. Non siamo più appesantiti dai pregiudizi o dai concetti. Siamo , e basta

...Per Krishnamurti la meditazione è liberazione da qualcosa: l’intellettualismo, la presa del tempo, attaccamenti, pregiudizi, aspettative. Immergendoci nel flusso siamo nell’esperienza pura.

Qualcuno troverà difficili queste parole. Non si sente pronto. Crede che lo aspetti un cammino lungo e faticoso. Altri si sentiranno in sintonia. Krishnamurti ci sfida. Se vogliamo oltrepassare la meditazione, niente di meglio che rifarsi alle sue parole. Egli ci libera dalla meditazione, e la raccomanda. Dovremmo seguirlo? Farlo significa seguire noi stessi. È un paradosso. Andiamo verso il silenzio

...«Chi assapora il silenzio lo assapora nella solitudine.»

Spogliandoci degli orpelli, del chiacchiericcio mentale, andiamo verso il nudo.

Un maestro cristiano del Medioevo, Eckhart, disse che solo quando l’anima si spoglia di ogni immagine o idea vi si rifugia Dio. È la meditazione del distacco e della tranquillità.

Tratto da: La via del risveglio (L. Vittorio Arena - Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’università di Urbino. Orientalista e filosofo ha pubblicato molti volumi, tra saggi, romanzi e traduzioni -specie dal cinese, giapponese e sanscrito-, per i principali editori italiani)

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Vorrei sottolineare la differenza tra ciò che può definirsi transpersonale, esperienza che si pone oltre la mente egoica, la quale seppur superficialmente, può confondersi con stati prepersonali infantili e regressivi

 

 

 

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...La vacuità è il giardino in cui non si vede niente. In realtà è la madre di ogni cosa, dalla quale nasce ogni cosa

Shikantaza è praticare la vacuità, renderla reale. Anche se ci si può fare un’idea sommaria della vacuità per mezzo dell’attività di pensiero, la si dovrebbe comprendere facendone esperienza diretta. Tu hai un’idea di “vacuità” e un’idea di “esistenza”, e pensi che esistenza e vacuità siano due opposti. Nel buddhismo, però, queste sono entrambe idee di esistenza. La vacuità come la intendiamo noi non è uguale all’idea che ne potresti avere. Non puoi raggiungere la piena comprensione della vacuità con il pensiero o con le sensazioni. È per questo che pratichiamo zazen.

Molti buddhisti hanno fatto questo errore. Per questo si sono attaccati ai testi scritti, alle parole del Buddha: pensavano che le sue parole fossero la cosa che contava di più e che il modo giusto di conservare l’insegnamento del Buddha fosse ricordare quello che aveva detto. Quello che aveva detto il Buddha, però, era soltanto una lettera dal mondo della vacuità, soltanto un suggerimento, una forma di aiuto da parte sua. Per qualcun altro quei testi potrebbero non avere alcun senso. È questa la natura delle parole del Buddha. Per comprendere le parole del Buddha non possiamo far conto sulla nostra solita mente pensante: se vuoi leggere una lettera che arriva dal mondo del Buddha è necessario comprendere il mondo del Buddha...

 

...“Svuotiamo” dunque la nostra esperienza delle idee di grande o piccolo, buono o cattivo: le misurazioni che utilizziamo si basano, di solito, sul sé, sull’ego. Quando diciamo “buono” o “cattivo”, la scala di riferimento siamo noi stessi. Questa scala non è la stessa per tutti: ogni persona ne ha una diversa. Non dico che la scala sia sempre sbagliata, dunque, ma che siamo responsabili di usare la nostra scala autoreferenziale quando analizziamo qualcosa, quando ce ne facciamo un’idea. Quella parte autoreferenziale dovrebbe essere “vuotata via”. Il modo per farlo è praticare zazen e abituarsi sempre di più ad accettare le cose così com’è senza alcuna idea di grande o piccolo, buono o cattivo.

Un artista o uno scrittore, per esprimere la propria esperienza diretta, dipinge o scrive. Se la sua esperienza è molto forte e pura, però, può capitare che rinunci a descriverla: “Oh!”, e basta...

...Se svuotiamo le cose e le lasciamo essere com’è , allora andranno bene. In origine le cose sono correlate, le cose sono una sola e in quanto unico essere si estenderà. Per lasciarlo estendere svuotiamo le cose. Quando abbiamo questo genere di atteggiamento, senza alcuna idea di religione abbiamo religione [un’ottica religiosa, N.d.T. ]; quando nella nostra pratica religiosa questo atteggiamento manca, sarà facile che diventi come oppio. Purificare la nostra esperienza e osservare le cose così com’è è comprendere il mondo della vacuità e comprendere perché il Buddha ha lasciato così tanti insegnamenti.

Tratto da: Lettere dalla vacuità (tit. originale: Not Always So) (Shunryū Suzuki Roshi - è stato un monaco e insegnante di Soto Zen che ha contribuito a rendere popolare il buddismo Zen negli Stati Uniti, ed è rinomato per la fondazione del primo monastero buddista Zen fuori dall'Asia -Tassajara Zen Mountain Center- Suzuki fondò il San Francisco Zen Center.)

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Mi è sempre più evidente, il motivo che ha spinto alcuni scienziati ad accostare il pensiero orientale alla realtà quantistica

Una sorta di pulizia profonda delle impurità mentali, del proprio bias mentale/cognitivo

Piuttosto disorientante, almeno per noi occidentali :classic_huh:

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Tratto da: Al di la' del materialismo spirituale (Chogyam Trungpa - 

Fu tra i primi maestri tibetani a presentare il Buddhismo in Occidente in lingua inglese,

Stabilitosi in America nel 1970, fondò diverse comunità contemplative buddhiste che facevano capo al Vajradhatu, l'organizzazione da lui istituita negli Stati Uniti, e una comunità terapeutica, il Naropa Institute di Boulder, Colorado che più tardi è diventato Naropa University, la prima università buddhista accreditata del Nord America)

 

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