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Fisica e Buddhismo


LUIGI64

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Nella tradizione Zen c’è una famosa serie di dieci illustrazioni note come le icone del mandriano (o del bue) che rappresentano le tappe del sentiero spirituale.

...La prima illustrazione si intitola ‘la ricerca del bue’ e mostra il giovane mandriano che si guarda intorno alla ricerca del bue: è ansioso di trovarlo ma non può vederlo, dato che non compare nell’immagine. Penso che l’immagine si riferisca all’inizio del cammino spirituale se non addirittura a una fase precedente. Può darsi che all’inizio del percorso spirituale ci capiti di sentire che nella nostra vita manca qualcosa: possiamo anche avere molti amici, ricchezza, un legame affettivo, un impegno politico, ma sentiamo di aver bisogno di qualcosa che ci manca. Perciò proviamo ogni genere di cose nel mondo esteriore, ma anche così continuiamo a sentire che ci manca qualcosa.

...E’ come se cercassi un bue mentre lo stai cavalcando": questa espressione metaforica fu usata da BaiZhang (VII sec.) per spiegare a un suo allievo che cosa fessela "buddhità". "Buddhità"! Ma che cos’è, in che consiste? E se non si risolve questo quesito, come si può individuare poi la via da percorrere per raggiungerla? "E’ il bue che stai cavalcando". In altri termini, non cercarla lontano da te; cercala dentro di te. La metafora del bue ebbe fortuna, perchè all’idea filosofica sottile e profonda accoppia un'idea visiva, rappresentativa di un concetto di per sé astratto

Furono concepite immagini in cui il bue ebbe il ruolo della "coscienza di Sé", in una serie che prendeva inizio dalla ricerca della propria coscienza (la ricerca del bue), dal suo primo svelarsi (le tracce del bue) e così via via sino al compimento del processo, che si attua quando l'uomo (dopo aver soggiogato il bue) parteciperà alla vita della società nella nuova natura di colui che ha superato il dualismo tra il "sé" e il "fuori di sé"
Vari artisti monaci chan hanno rappresentato la filosofìa chan con la metafora del bue. Qui non farò la storia, perchè nel testo c’è tutto. Ma le illustrazioni di questo testo sono frutto del grandissimo artista-monaco Zen Shubun, vissuto in Giappone nel XV secolo.

...La Cina dell’epoca Sung (11° sec.), era un paese di grandi sistemi filosofici, di ferventi dibattiti religiosi fra taoisti, buddisti e confuciani, di grandi scoperte scientifiche, ma soprattutto di un’estetica raffinatissima che si rivela attraverso "l'universo ineffabile" della pittura di paesaggio.
In questa atmosfera particolarmente stimolante nascono i wen-jen o pittori-letterati. Wen in cinese significa "disegno", "cultura", "civiltà" e comporta in sé l’idea di verità e bellezza; jen significa uomo, così wen- jen designa per analogia l’uomo civilizzato, il saggio per eccellenza, l’uomo vero.
Spesso erano anche monaci Ch’an che unificavano nella loro esistenza tutto il meglio della cultura del tempo: pittura, poesia, calligrafia, musica, filosofia, ma in maniera estremamente spontanea e informale incarnando una saggezza di vita tipicamente taoista, aperta e variegata

E' da ricordare che Il simbolismo: è un linguaggio e una forma di pensiero esatta, una lingua ieratica e metafisica, non una lingua determinata da categorie somatiche e psicologiche. Suo fondamento è la corrispondenza analogica tra tutti gli ordini della realtà e gli stati dell’essere o livelli di riferimento (A. Coomaraswamy - Storico dell'arte, considerato uno dei

principali studiosi dell'arte indiana e dei rapporti tra la civiltà simbolica orientale e quella occidentale)

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Quello che a noi più interessa in relazione a questo thread, è l'ottava icona/tappa

L’ottava icona è un cerchio vuoto che nel Ch’an rappresenta la vacuità o illuminazione, lo stato mistico in cui si percepisce intuitivamente l’unità di tutti i fenomeni. Pur essendo il momento culminante del processo di realizzazione non ne è qui la fine, ma il passaggio che permette "il fiorire dell’essere" per poter ritornare nel mondo col cuore aperto.

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Frusta e corda, uomo e bue fanno ormai parte del vuoto.
L’immensità del cielo azzurro in verità è difficile da penetrare.
Sopra la rossa fiamma del fornello come può la neve conservarsi?
Arrivato qui e solo allora ha il potere di identificarsi con la tradizione dei
patriarchi

...Nel vuoto primordiale non esiste più nulla, né cercatore né oggetto di ricerca né metodi per cercare. Nel grande oceano della verità non esistono più onde e l’immensità di questo vuoto, come il cielo azzurro, è difficile da penetrare tanto è infinito. Persino le idee di saggezza e Nirvana, prima così sostanziali scompaiono come neve sul fuoco. Tutto è estremamente chiaro e trasparente. Giunto a questo livello di vuoto si può dire che la sua realizzazione è pari a quella degli antichi maestri. "Ha il potere di identificarsi con la tradizione dei patriarchi", come se attraverso la realizzazione si creasse un filo che congiunge tutti i maestri e i patriarchi illuminati di tutti i tempi.
Nel Tao Te Ching è detto: "Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità. Raggiungendo un vuoto estremo e conservando una rigorosa tranquillità, mentre i diecimila esseri tutti insieme si dibattono, io contemplo il loro ritorno" (XVI). Gli antichi maestri che hanno raggiunto questo vuoto e che erano "abili nella via...

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/iconebatchelor.htm

Gran parte del testo, tratto da: Le dieci icone del bue (Migi Autore)

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Come non ricordare anche il simbolo sacro Giapponese (Zen), l'Enso

Enso.jpg.d31f254ad5f84b2a3799ba5ad01eb4a5.jpg

...Sono simboli di insegnamento, realtà, illuminazione, e una miriade di cose in mezzo. Apparentemente perfetti nella loro continuità, equilibrio, e senso di completezza, eppure spesso irregolare nell'esecuzione, lo sono anch'essi allo stesso tempo la forma fondamentalmente più semplice e più complessa. Essi sembrano lasciare poco spazio alla variazione, eppure nelle mani dei maestri Zen, le varietà di espressione personale sono infinite. Enso evocano potenza, dinamismo, fascino, umorismo, drammaticità e quiete. Come e perché viene utilizzata una forma così semplice per trasmettere i vasti significati e le complessità dello Zen? Come spiega Helmut Brinker: ‘original countenance before birth, of which is said in the Gateless Barrier, ‘even when one paints it, it is not painted

Tratto da: ENSO Zen Circles of Enlightenment (Audrey Yoshiko Seo)

Poi ci sarebbe la famosa O (cerchio) del nostro Giotto...:classic_rolleyes:

 

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Come non ricordare l'istituto Mind & Life

Mind & Life è nato nel 1987 dall'incontro di tre visionari: Tenzin Gyatso, il 14° Dalai Lama, leader spirituale del popolo tibetano e sostenitore globale della compassione; Francisco Varela, scienziato e filosofo; e Adam Engle, avvocato e imprenditore...

Al Mind & Life Institute uniamo scienza e saggezza contemplativa per comprendere meglio la mente e creare un cambiamento positivo nel mondo. In questo momento critico della storia, è chiaro che gli sforzi per affrontare le crescenti sfide globali devono tenere conto delle nostre vite interiori e di come il benessere individuale contribuisce alla prosperità collettiva

https://www.mindandlife.org/about/#mission

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L’‘uso del vuoto trova le sue modalità espressive in altri ambiti dell’estetica giapponese. Si pensi, per esempio, a quanto avviene nei giardini Zen e, in modo particolare, in quella tipologia definita kare sansui 枯山水 (giardini secchi/asciutti’). Tralasciando la varietà di interpretazioni, a volte fantasiose o arbitrarie, che si sono susseguite per spiegare le ragioni della scelta di alcune composizioni, dalla disposizione delle pietre, o della ghiaia, per esempio, fino ai significati reconditi di una certa impostazione planimetrica, molto più semplicemente si può suggerire che il giardino è uno strumento concreto di aiuto alla meditazione, quasi un mandala organico, che permette a ciascuno di raggiungere quel vuoto necessario all’unione del sé con il tutto. Come ha fatto notare Pasqualotto riferendosi a uno dei più noti giardini kare sansui il Ryōanji è un oggetto da meditazione: non nel senso che sia un oggetto su cui meditare, ma nel senso che è un’occasione per mettere alla prova grado e qualità del vuoto realizzato dalla mente di chi lo contempla.(Silvia Vesco - Università Ca’ Foscari Venezia)

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...È per questo che la vita dello spirito è così straordinaria, ma allo stesso tempo così rischiosa: essa si
muove sempre nell’ordine del tutto o niente, o piuttosto del
tutto e del niente. Ricorderà le famose
massime di Giovanni della Croce: «Per arrivare a gustare tutto, non vogliate avere gusto per niente.
Per arrivare a possedere tutto, non vogliate possedere niente. Per arrivare a essere tutto, non vogliate
essere niente». Il tutto non è mai la somma di tutte le parti. Todo y nada. Nonada è un termine di
santa Teresa, e credo che essa utilizzi l’altro termine, così profondo, di anonadamiento, non per
annientarsi ma per distruggere il suo niente
. (R. Panikkar - E' stato sacerdote, dottore in filosofia, scienza e teologia, ha insegnato alle università di Madrid, Roma, Bangalore, Harvard e California)

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Il nulla-vuoto richiama paure ancestrali come l’incubo comune e ricorrente della caduta nel pozzo senza fondo; la vacuità è sinonimo di disvalore: un animo vuoto, un discorso vuoto. L’associazione del concetto di vuoto al nulla nasce anche per l’assonanza inevitabile, per chi appartiene alla cultura occidentale, fra la teoria cosmologica di un universo che nasce dal vuoto e il concetto giudaico-cristiano della creazione del mondo ex nihilo , dal nulla. In realtà, come vedremo fra poco, si tratta di concetti quasi opposti; il vuoto come sistema fisico è, per certi versi, il contrario del nulla.

Il concetto di vuoto ha invece molti punti di contatto con lo zero. Il termine viene dal latino zephirum , che compare per la prima volta in Occidente nel 1202. In un suo scritto, il grande matematico Leonardo Fibonacci traduce in questo modo in latino la cifra araba sifr , che significa appunto zero o vuoto, per quanto nell’equivalente latino riecheggi il mito greco di Zephyros, il vento leggero che annuncia la primavera.

Nell’arabo si era mantenuto il significato originale del termine che indicava il numero zero, introdotto dagli indiani, che lo chiamavano sunya , cioè v uo to. La stessa radice si ritrova nella Śūnyatā, o “dottrina della vacuità”, concetto fondamentale del buddhismo tibetano secondo cui tutti i corpi materiali sono in realtà privi di un’esistenza propria e indipendente.

Furono gli Indiani a introdurre per primi il concetto di zero-vuoto. L’espressione ricorre per la prima volta in un’opera scritta in sanscrito nel 458 d.C. Il titolo è Lokavibhaga , il cui significato letterale è “Le parti dell’universo”, ed è curioso che sia un trattato di cosmologia; quasi a stabilire, fin dall’inizio, una connessione fra il concetto di vuoto e la nascita dell’universo.

....Per questo la cultura occidentale ha costruito una specie di tabù riguardo allo zero che si è poi esteso al vuoto. Di questo pregiudizio, che ancora condiziona il nostro modo di pensare, ci dobbiamo liberare per capire il meccanismo con il quale un universo può nascere dal vuoto.

Il vuoto di cui parliamo non è un concetto filosofico, è un particolare sistema mater ia le , quello in cui materia ed energia sono nulle. È uno stato a energia nulla, ma è un sistema fisico come tutti gli altri, che si può investigare, misurare, caratterizzare.

...Il vuoto è cosa viva, sostanza dinamica e incessantemente mutevole, gonfia di potenzialità, gravida di opposti. Non è il nulla, è al contrario un sistema traboccante di quantità illimitate di materia e antimateria. Per certi versi somiglia veramente al numero zero, come pensavano i matematici indiani. Lungi dall’essere il non-numero, lo zero contiene l’insieme infinito dei numeri positivi e negativi, organizzati in coppie simmetriche, di segno opposto, a somma nulla. L’analogia potrebbe essere estesa al silenzio, inteso come sovrapposizione di tutti i suoni possibili che si cancellano l’un l’altro quando si sommano in opposizione di fase, o al buio che può nascere dall’interferenza distruttiva di onde luminose.

Incredibile, anche lui stesse analogie.....

Tratto da: Genesi (anno 2019) di Guido Tonelli - fisico al Cern di Ginevra e professore all’Università di Pisa, è uno dei padri della scoperta del bosone di Higgs. Ha ricevuto il premio internazionale Fundamental Physics Prize (2013), il premio Enrico Fermi della Società italiana di fisica (2013) e la Medaglia d’onore del presidente della Repubblica (2014) per essere “l’ultimo esempio di una tradizione di eccellenza che è cominciata con Galileo Galilei per passare attraverso scienziati come Enrico Fermi, Bruno Pontecorvo e Carlo Rubbia-

 

 

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Ed ancora, dallo stesso testo di cui sopra:

...Questo non deve stupire, visto il ruolo che il vuoto occupa nella cosmogonia indiana e nei miti della creazione. Shiva è il dio creatore e insieme distruttore dell’universo. Quando danza, tutta la Terra trema e l’intero universo si sbriciola, bruciando sotto l’incalzare del ritmo divino. Tutto si dissolve fino a concentrarsi nel bindu , il punto metafisico al di fuori dello spazio e del tempo il cui emblema colorato viene portato sulla fronte da molte donne hindu. Poi anche il punto lentamente si dissolve e tutto si disperde nel vuoto cosmico. Il ciclo riprende quando Shiva decide di creare un nuovo universo e ricomincia a danzare. Ancora il ritmo divino produce vibrazioni sempre più ampie del vuoto che finisce per gonfiarsi spasmodicamente dando origine a un nuovo universo che prende il suo posto nel ciclo infinito delle creazioni e delle distruzioni.

Questa familiarità degli Indiani con il concetto di vuoto ci permette di capire meglio perché furono loro, per primi, a conferire allo zero le proprietà di numero a tutti gli effetti e, ispirandosi al sistema posizionale già adottato dai Babilonesi, ne decretarono la gloria definitiva.

 

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«Sentii che mi stavo immergendo in quell’acqua fresca e seppi che il viaggio attraverso il dolore finiva in un vuoto assoluto. Sciogliendomi ebbi la rivelazione che quel vuoto è pieno di tutto ciò che contiene l’universo. È nulla e tutto nello stesso tempo. Luce sacramentale e oscurità insondabile. Sono il vuoto, sono tutto ciò che esiste, sono in ogni foglia del bosco, in ogni goccia di rugiada, in ogni particella di cenere che l’acqua trascina via, sono Paula e sono anche me stessa, sono nulla e tutto il resto in questa vita e in altre vite, immortale»
(Isabel Allende – Paula)

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Il 23/5/2024 at 14:00, LUIGI64 ha scritto:

Il ciclo riprende quando Shiva decide di creare un nuovo universo e ricomincia a danzare. Ancora il ritmo divino produce vibrazioni sempre più ampie del vuoto che finisce per gonfiarsi spasmodicamente dando origine a un nuovo universo che prende il suo posto nel ciclo infinito delle creazioni e delle distruzioni.

questa parte secondo me è veramente attuale 

chiedo perchè non è che segua molto, si sa chi e quando ha scritto questi passaggi nella loro forma 

originaria ( cioè non quelli di dopo che li hanno solo riportati )

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