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Sull'eguaglianza


Savgal

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Ho posto il tema dell’eguaglianza in ragione del fatto che esso era centrale nella politica.

Condivido ciò che sosteneva Norberto Bobbio secondo cui i valori implicati tra destra e sinistra sono diversi e riguardano l'atteggiamento che esse hanno di fronte all'uguaglianza. Mentre la sinistra è egualitaria, la destra è inegualitaria, per cui il valore sulla base di cui avviene la scelta fra destra e sinistra sarebbe dell'uguaglianza. Posto che nell'uomo ci sono aspetti di uguaglianza e aspetti di disuguaglianza, le persone di sinistra ritengono "che gli uomini siano più eguali che diseguali" mentre le persone di destra ritengono "che siano più diseguali che eguali". Sempre secondo Bobbio "se vi è un elemento caratterizzante delle dottrine e dei movimenti che si sono chiamati e sono stati riconosciuti universalmente come sinistra, questo è l'egualitarismo, inteso [...] non come l'utopia di una società in cui tutti gli individui siano eguali in tutto, ma come tendenza a rendere più eguali i diseguali".

Eppure è un tema che pare scomparso dal dibattito politico, quasi che l’eguaglianza si sia realizzata, cosa niente affatto vera. Le differenze di ceto e di classe permangono e con esso il conflitto, sebbene meno evidente.

Mi ha colpito l’uso strumentale e dispregiativo dell’etichetta “radical chic”, intesa non più nel senso chi, per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali, bensì per una particolare categoria di ricchi. La mia impressione è che il radical chic sia divenuto il nuovo nemico di classe. Se ci si identifica con il ricco imprenditore, l’ostilità non può più essere rivolta contro la borghesia, ma solo contro una parte non definita di essa.

 

  • Melius 1
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Il 12/6/2024 at 22:47, Savgal ha scritto:

il problema che egli cerca di affrontare è ancora attuale, ossia come si giustificano le diseguaglianze della gerarchia sociale e la conseguente differenza di ruoli, prestigio a questo riconosciuto o meno, e reddito?

 

Oltre all'art. 3 avresti dovuto citare l'art. 36 retribuzione,  34 merito scolastico, 97 merito nella selezione concorsuale della Costituzione.

Appare evidente che il principio di allocazione di risorse scarse sia principalmente quello di merito, non esclusivamente ma principalmente 

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@Jarvis

La questione che intendevo porre è differente. Se il tema dell'eguaglianza è quasi scomparso dal dibattito politico ne consegue che non è più un problema. Se l'eguaglianza non è più un problema le ipotesi plausibili sono due, o l'eguaglianza si è realizzata oppure le diseguaglianze sono ampiamente accettate come naturali ed immutabili (come avveniva nei sistemi comunitari retti dalla tradizione).

Tuttavia i populismi, che si autocollocano a destra e a sinistra, hanno quale carattere distintivo l'opposizione tra il "popolo" e le "élite", opposizione che implica la presenza di un conflitto.

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Gaetanoalberto
Il 13/06/2024 at 11:10, Savgal ha scritto:

@Gaetanoalberto

Dell'antitesi fra libertà individuali ed eguaglianza parla Augusto Barbera nel suo "Corso di diritto pubblico" (su cui ho studiato per il concorso da DS).

La socializzazione dei mezzi di produzione inevitabilmente è una limitazione della libertà intesa in senso negativo ossia di restringere e di molto il perimetro entro cui un soggetto, sia singolo che gruppo, può operare senza ostacoli ed interferenze da parte di altri soggetti.

Evidenzio che con la citazione di Platone e del probelma che poneva intendevo aprire una discussione sulla legittimazione della gerarchia sociale. Nel nostro lavoro cosa rende legittimo il nostro ruolo a chi ci è subordinato (insegnanti, impiegati e collaboratori scolastici)?

Mentre nelle società tradizionali era la quasi assenza della mobilità sociale e la religione a legittimare la gerarchia sociale, il dissolversi della tradizione e la secolarizzazione della società hanno reso improponibile questa forma di legittimazione. Tuttavia la gerachia sociale nel mondo reale esiste (quello virtuale di internet è altra cosa).

Se invece di scrivere su questo forum questa discussione avvenisse nel mondo reale dinanzi ad un pubblico le argomentazioni di un giurista o di un docente universitario o le nostre sarebbero valutate ben diversamente da quelle dell'operaio o dell'impiegato. Il tema è: questa differenziazione è legittima?

Riprendo da qui solo come spunto… settimana intensa e poco tempo per temi seri, ma ho letto anche i post successivi, quindi metto assieme un breve “di tutto un po’”.

Uguaglianza, disuguaglianza, destra, sinistra, socializzazione dei mezzi di produzione … temi che richiederebbero trattazioni più dotte delle mie, ed infatti pensieri e pensatori si succedono, e i temi ritornano ciclicamente e vichianamente all'attenzione per poi scomparire o quietarsi.

Probabilmente l’ultima edizione della differenziazione giuridica é venuta meno con la fine degli assolutismi, anche se resistono monarchie e titoli che, in gran parte costituzionali, non determinano una diversa graduazione giuridica delle classi sociali.

Il tema dell’uguaglianza ha investito per reazione prima di tutto  il rapporto con lo Stato, tramite l’affermazione delle libertà individuali, che altro non sono che il tentativo di porre su un piano paritario il soggetto stato e gli individui, uguali di fronte alla legge, limite anche per l’esercizio di una sovranità che si sposta dal “sovrano” al “popolo”, che la attribuisce per delega.

La prima applicazione in tempi moderni risente del diverso punto di partenza dal quale l’uguaglianza formale si esercita, da cui gli approfondimenti secondo i quali, partendo da condizioni socioeconomiche diverse, quella dell’uguaglianza rischia di  apparire un’affermazione vuota di contenuti e favorevole all’affermazione della borghesia.

Il pensiero socialista vede dunquenun ruolo attivo dello Stato quale unica organizzazione potenzialmente capace di ridurre le disuguaglianze di fatto, ponendo i prodromi del concetto di uguaglianza “sostanziale”, in cui si interviene per ridurre disagi e porre effettivamente su un piano di parità il punto di partenza.

Parlare di destra e sinistra diventa arduo, perché dobbiamo distinguere un approccio liberale (più individuo meno stato), ed un approccio sociale (più stato e collettività e meno individuo).

Non saprei se la destra è per le differenze, e poi dovremmo capire di quale destra parliamo, e riferita a quale paese e quale momento storico.

La brevità costringe ad essere un po’ superficiali, ma direi che l’approccio socialista e quello fascista, per rimanere alla specificità dell’Italia, si caratterizzano entrambe per una visione che guarda al ruolo dello Stato che limita le libertà, per la realizzazione di una società diversa, promettendo entrambi un miglioramento delle condizioni del popolo, con strumenti diversi, la collettivizzazione dei mezzi di produzione (socialismo) od il mantenimento della proprietà privata con un intervento comunque redistributivo e di servizi, la mediazione delle corporazioni, il nazionalismo e la subordinazione dell’interesse individuale a quello della Nazione per il fascismo.

In entrambi i casi si determina la riduzione delle libertà individuali e la realizzazione di uno stato che deve per forza, in modo diverso, essere autoritario.

Nelle vene del popolo poi scorre da sempre una visione “egoistica” e miope della politica che guarda al proprio beneficio anche a scapito di quello altrui, ed una più egualitaria nel senso della disponibilità ad interventi nella direzione di una maggiore equità sociale.

La mediazione delle istanze ha funzionato a lungo nel “welfare state”..

Il timore dell’ insufficienza delle risorse ha riscatenato gli egoismi, che si trasformano in un pericoloso mix di proposte in cui si è del tutto persa la coscienza storica ed intellettuale delle posizioni di destra e sinistra, sostituite da un populismo becero ed ignorante in cui si prende a destra ed a sinistra ciò che serve di vokta in volta a giustificare il proprio egoismo, vero limite all’uguaglianza, oltre al tradizionale moto di appropriazione delle ricchezza delle categorie organizzate.

 

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@Gaetanoalberto

Leggo slogan "uno vale uno" o "il popolo contro le élite" come una manifestazione, diversa nella forma e con obiettivi nebulosi, del conflitto di classe.

Mi scuserai, e scuserete, se mi rifaccio alleie esperienze e ai miei ricordi.

Da 14 anni le mie estati le passavo lavorando con mio padre, che con il fratello aveva una microimpresa di trasporti e distribuzione. Viaggiavo spesso sugli autotreni con i dipendenti, il proletariato come si chiamava all'epoca (anni Settanta). Non ricordo di aver mai colto un sentimento che oggi colgo spesso, il rancore. Consideravano ed accettavano il loro ruolo e la loro collocazione sociale. Mai sentiti parlare di vacanze o di auto di lusso, la loro preoccupazione era accumulare risparmi per l'acquisto della casa. Probabilmente era ancora radicata in loro la concezione tradizionale della società.

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Gaetanoalberto
20 minuti fa, Savgal ha scritto:

Consideravano ed accettavano il loro ruolo e la loro collocazione sociale. Mai sentiti parlare di vacanze o di auto di lusso, la loro preoccupazione era accumulare risparmi per l'acquisto della casa. Probabilmente era ancora radicata in loro la concezione tradizionale della società.

Senza contare che il rispetto era diffuso ed abbastanza reciproceo ed anche minore la tracotanza manifesta del ricco verso il povero.

Certo, l’aspirazione al “quarto di nobiltà” era parte del vissuto di alcuni, ed un certo rancore lo trovi già ad inizi 900, ma forse filtrato dalla buona educazione.

Ad ogni modo in molti era chiaro il concetto di sacrificarsi per “far studiare i figli” come strumento di miglioramento soprattutto delle condizioni di vita, più che di arricchimento in sè.

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Il 13/06/2024 at 09:46, briandinazareth ha scritto:

questo è il motivo per il quale una società ha dei vantaggi con più uguaglianza, a partire dall'assicurare un'educazione decente anche ai meno abbienti. 
anche se la vediamo dal punto di vista utilitaristico si tratta di non perdere talento e capacità, oltre al migliorare le condizioni culturali, e quindi sociali, di tutti.

Ed è questo il punto centrale della questione: sociale e di tutti, sono termini che nella società odierna sono sconosciuti ai più. E quei pochi che cercano di portare questi valori nei centri di discussione e decisionali vengono messi in quarantena. Direi anzi che la corsa all'egocentrismo smisurato ed al "mors tua vita mea" tende a far arretrare ogni possibile evoluzione, in senso migliorativo, dell'ordinamento sociale. L'ascensore sociale è stato appesantito dai sacchi di cemento che si sono susseguiti a partire dagli anni 80, quandk è iniziata fatalmente la corsa all'indietro.

Ciao

D.

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9 minuti fa, damiano ha scritto:

Direi anzi che la corsa all'egocentrismo smisurato ed al "mors tua vita mea" tende a far arretrare ogni possibile evoluzione, in senso migliorativo, dell'ordinamento sociale

Per questo motivo, è fondamentale operare sempre sull'essere umano

A prescindere dall'ideologia, o partito politico a cui si aderisce

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1 minuto fa, LUIGI64 ha scritto:

Per questo motivo, è fondamentale operare sempre sull'essere umano

È fondamentale ed è l'unica soluzione. Purtroppo la funzione pedagogica è demandata alla TV, che ha iniziato a dare il peggio di sé dagli anni 80, e peggio ancora ai social. La scuola dovrebbe essere l'antidoto......

Ciao

D.

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Ciò che mi capita spesso di cogliere oggi è il rancore, inteso come sdegno, risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto. La scuola ha le sue gerarchie, dal collaboratore scolastico (il proletariato, il bidello), per poi passare all'impiegata amministrativa, al direttore dei servizi amministrativi e ai docenti. I primi sono quelli più litigiosi, tra loro e con gli altri, più rancorosi anche nei confronti delle impiegate, che hanno retribuzioni di poco superiori. Come pure ho visto esibire un senso di superiorità verso i loro ex colleghi di collaboratori passati ad amministrativi. La solidarietà di classe è diventata conflitto tra di loro. Non poche volte si coglie, quando sorgono imprevisti, il tono di chi pensa "io sarei in grado di fare meglio".

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@Gaetanoalberto

Non sarei in grado di portare dati a supporto di una mia impressione, ma ciò che mi pare di cogliere è che si sia persa la convinzione che studiare possa far migliorare la condizione sociale dei figli.

Poi si è persa un'altra convizione assai diffusa nel recente passato, ossia che la condizione di operaio (di proletario) fosse temporaneo, nell'attesa di diventare anche egli imprenditore e di migliorare così la propria condizione economica e sociale. Il "popolo delle partite IVA" di recente memoria.  La dura legge del mercato ha collocato molti di questi soggetti ai margini e dissuaso tanti a tentare di aprire una propria attività autonoma. La condizione di operaio è tornata ad essere per la vita.

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