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Dopo la morte c'è un'altra vita?


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43 minuti fa, ascoltoebasta ha scritto:

insignificante nulla,

A proposito di nulla...

 

...Un aspetto affascinante del simbolo zero come fu inteso in India è la ricchezza del concetto che rappresentava. Mentre nella tradizione babilonese aveva un valore unidimensionale, quello di un posto vuoto in un registro contabile, in India era pensato come parte di un più ampio spettro filosofico di significati connessi al nulla e al vuoto...

La parola bindu era usata per descrivere il più insignificante ente geometrico, il punto, oppure un cerchio rimpicciolito fino a ridursi al proprio centro, ove non ha estensione finita. In senso letterale indicava solo un «punto», ma rappresentava simbolicamente l’essenza dell’universo prima che si materializzasse nel mondo concreto di apparenze che noi percepiamo; rappresentava l’universo non creato a partire dal quale tutte le cose possono essere create. Questo potenziale creativo era illustrato mediante una semplice analogia: con il suo moto, un unico punto può generare delle linee, con il moto delle quali si possono generare piani che, a loro volta, con il loro moto possono generare l’intero spazio tridimensionale che ci circonda. Il bindu era il Nulla da cui poteva derivare ogni cosa...

...Le tradizioni religiose indiane erano più in sintonia con la sensibilità mistica e accettavano il concetto di non essere mettendolo sullo stesso piano di quello di essere. Così come molte altre culture orientali, quella indiana considerava il nulla come uno stato dal quale qualsiasi cosa poteva essere venuta e al quale poteva ritornare: anzi queste transizioni potevano verificarsi molte volte, senza inizio e senza fine. Mentre le tradizioni religiose occidentali cercavano di rifuggire dal nulla, l’uso del simbolo puntiforme dello zero negli esercizi di meditazione mostrava come uno stato di non essere fosse per i buddisti e gli induisti qualcosa da ricercare attivamente al fine di raggiungere il Nirvana: l’unità con il cosmo.

La gerarchia dei concetti indiani di «nulla» costituisce un tutto coerente che include in modo organico il simbolo zero dei matematici.

Tratto da: Da zero a infinito (John D. Barrow - già docente di astrofisica, attualmente insegna scienze matematiche presso l’Università di Cambridge ed è direttore del «Millennium Mathematics Project». Studioso di fama internazionale, considerato uno dei maggiori esperti al mondo della moderna ricerca cosmologica, è autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche di cosmologia e astrofisica e di una dozzina di libri)

 

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Ecco altro santone....vedere in calce chi è realmente... :classic_cool::classic_tongue:

 

La più elementare delle ragioni addotte è che interrompendo la propria attività di pensiero, l’individuo umano si espande al di là dei propri limiti personali, diventando ricettivo a un totalmente altro che potrebbe cogliere l’occasione per manifestarsi in lui; si mette in ascolto dell’“intimo”, cioè di ciò che è ancora più profondo della propria interiorità personale; e si immerge nel silenzio per prestare attenzione ad un verbo che si presume non abbia nulla a che fare con le parole del linguaggio articolato. Un’altra ragione connessa è che Dio, questo ideale regolatore della maggior parte delle correnti della vita contemplativa, così come della morale kantiana, non è, forse, altro che ciò che si mostra alla coscienza ordinaria come vertigine di assenza. L’uomo, affermano i fondatori del giudaismo hassidico, unendo tra loro le due ragioni menzionate, deve diventare vuoto come un corno d’ariete scavato servendo da richiamo annunciatore (un shofar in ebraico), se vuole permettere “alla voce divina di risuonare in lui”. Deve “annullare il suo io, svuotarsi di sè stesso” per realizzare infine che egli “dimora nel seno stesso del nulla” della vita divina. L’autore anonimo del testo mistico medievale in lingua inglese, The Cloud of Unknowing, non dice altro quando indica che la pratica dell’orazione ha come unico scopo di stendere “una nube di oblio tra voi e tutta la creazione”, e di prepararvi, attraverso ciò, a contemplare questo “nulla” nel suo “non luogo”, che il senso interiore riconosce come “tutto”. 

Un’ultima ragione, infine, esplicita la precedente pur correggendola del suo residuo di ingenuità. Invece di affermare che Dio non possiede l’essere ma, al contrario, tutto ciò che è si ritrova ad essere riempito da lui, e anziché dichiarare che Egli non è “niente di ciò che è”, si ha l’improvvisa intuizione che continuare a evocare “Dio” perfino in questa negazione (contrapponendolo a qualcosa che non è, e brandendolo, volenti o nolenti, come un’entità a parte), equivale paradossalmente a restare prigionieri della matrice intellettiva che ce “lo” rende inaccessibile. Per poter superare quest’ultimo ostacolo inatteso, bisogna avere il coraggio di sostituire “essere niente” con “niente”; niente di definito che possa fungere da predicato a qualcosa tramite la copula “è”; un niente forse analogo a quello dell’esperienza pura, che condiziona la manifestazione pur senza essere qualcosa di manifesto. Perciò, per comprendere questa verità ultima che non si rivela se non perdendo la sua ultima ed eminente denominazione, fa notare Meister Eckhart, bisogna farsi simili ad essa, lasciarla distendere su di sé fino a cancellare i confini tra la conoscenza, l’apparizione, e l’essere del vero. Il genere di verità qui evocato è prossimo all’estasi del sentire, di cui solo gli artisti sono capaci di esprimere l’intensità; è simile a quello “stupore” del contatto sensibile in cui il soggetto stesso della sensazione si perde in essa, dove “muore” annegato nel suo oceanico splendore, e dove non rinasce che contrapponendosi (temporaneamente) ad essa. Solo che la verità eckhartiana necessita di una generalizzazione dello stupore nella quale ogni modalità di coscienza possa acquisire l’intensità e l’autenticità del sentire dopo aver demolito i filtri interpretativi che rischierebbero di distanziarcene. Tutte le interpretazioni devono essere vagliate, approfondite e infine dissipate come un velo di nebbia, per rendere possibile questo rapimento ineffabile del vero. “Prima che esistessero delle creature”, scrive Eckhart (ovvero prima di qualunque possibilità per loro di interpretare e categorizzare), “Dio non era Dio, Egli era ciò che era”. Il non-interpretato, l’acategoriale per eccellenza, non si lascia catturare da una categoria particolare, e soprattutto non da una categoria teologica che esorterebbe a escludere qualcosa o qualcuno. Egli è ciò che è; Egli è tale; dove “tale” dissolve fino a l’“Egli” introduttivo. Qui possiamo vedere meglio come interpretare i paradossi dell’autore del Cloud of Unknowing: non essere questo o quello non vuol dire ridursi al nulla (annullarsi), ma semplicemente, quasi con innocenza, essere tale; essere, cioè, pienezza di determinazioni senza alcuna limitazione da parte di qualsivoglia determinazione particolare e infine essere pregno di tutto. Di conseguenza, per scivolare in lui, per farmi simile alla sua anelata verità senza pretendere di afferrarla (poiché significherebbe perderla), “io prego Dio di liberarmi da Dio”. Io lo prego (ma chi è “lui”, chi è “io”?) di liberarmi dalle pastoie mentali che mi spingono a pregare “lui” piuttosto che un altro, di impedirmi di dare alla mia ricerca forma di preghiera, o altra forma o nessuna forma; in altre parole, io lo prego di evitare che io “lo” determini in atto. Se mi avvalgo del veicolo dello stato di credenza, qui rappresentato dall’atteggiamento di preghiera, è solo per trasportarmi lontano dalle sue strettoie, presso la sorgente generativa, che non si cura dei limiti e del vocabolo stesso che tenta invano di definirla.

...Al termine di un tale lavoro di disgregazione, per non dire di sbriciolamento, dell’apparire, risulta evidente che qualsiasi entità con vocazione alla generalità, o con una pretenzione pur debole di permanenza, non può che essere considerata come una disposizione convenzionale di fugaci fenomeni. né gli universali concettuali, né la sostanza imperitura, né soprattutto la persistenza dell’“ego”, possono essere considerati se non come mere attribuzioni fittizie aventi finalità pratiche e funzione di pseudo-collante per una realtà che appare frammentaria e intermittente. Anche se la profondità di questa decostruzione della stoffa del mondo può risultare perturbante per chi la comprenda, e senza dubbio più ancora per chi ne fa esperienza diretta, è lei ad essere considerata come la miglior garanzia della finalità soteriologica del buddismo, in quanto dissipa l’illusione della costanza di sé e delle cose, e “placa” in tal modo il vano impulso a catturarli in maniera durevole.

---

Estratto di “Cambiare stato di coscienza” pubblicato da Mimesis edizioni di Michel Bitbol (Direttore di ricerca emerito presso il CNRS e Archives Husserl a Parigi. Laureato in medicina, con un dottorato in fisica e una “Habilitation” in filosofia, ha curato i testi di Erwin Schrödinger ricevendo nel 1997 il premio dall’Académie des sciences morales et politiques, per il suo lavoro sulla filosofia della meccanica quantistica. In seguito ha approfondito lo studio delle relazioni tra fisica e filosofia della mente)

https://www.indiscreto.org/come-si-fa-a-cambiare-stato-di-coscienza/

 

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Non volete vedere la differenza fra il caso e un qualcosa di perfetto , anche la chimica , la fisica etc hanno leggi che non possono essere  nate dal caso ...

 

Anche il discorso sull'uomo ... è   evidente che ad un certo punto l'uomo ha preso la tangente ( un cambio di marcia improvviso )rispetto a tutti gli altri esseri viventi , parliamo di poche migliaia di anni fa ...

E non può  essere stato solo il fatto di essere sceso dall'albero  ( questa  fa ridere come  una barzelletta ) .

Come fate a non rendervene conto 

 

  • Melius 1
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briandinazareth
13 minuti fa, luimas ha scritto:

Non volete vedere la differenza fra il caso e un qualcosa di perfetto , anche la chimica , la fisica etc hanno leggi che non possono essere  nate dal caso ...

 

perché? (anche se ho già spiegato che il caso è inteso in un senso un poco diverso da come lo state vedendo)

14 minuti fa, luimas ha scritto:

è   evidente che ad un certo punto l'uomo ha preso la tangente ( un cambio di marcia improvviso )rispetto a tutti gli altri esseri viventi , parliamo di poche migliaia di anni fa ...

 

ti sbagli, non sono poche migliaia di anni fa e non esiste alcuna traccia di questo "prendere la tangente"


 

15 minuti fa, luimas ha scritto:

E non può  essere stato solo il fatto di essere sceso dall'albero  ( questa  fa ridere come  una barzelletta ) .

 

comeho scritto prima è uno dei fattori, l'evoluzione è cosa molto complessa e le variabili sono tantissime. 

sicuramente andare meno sugli alberi ed essere passati al bipedismo sono molto rilevanti.



 

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56 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

comeho scritto prima è uno dei fattori, l'evoluzione è cosa molto complessa e le variabili sono tantissime. 

Benissimo , se l'evoluzione è  complessa e le variabili tantissime , perché  solo l'uomo fra milioni di specie di esseri viventi ?

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Rientro in tema:

 

 

Le esperienze di quasi-morte e la natura della coscienza

I tentativi di trovare una spiegazione biologica alle esperienze di quasi-morte si sono rilevate infruttuose e non convincenti. Alcuni autori hanno ipotizzato che siano causate dai farmaci dati ai pazienti nel momento di crisi, come anestetici e morfina. Tuttavia, le esperienze di quasi-morte avvengono in situazioni nelle quali tali farmaci non sono somministrati, e perfino quando c’è soltanto l’aspettativa della morte, ma nessuna emergenza fisiologica di qualsiasi tipo. Con l’eccezione dell’anestetico dissociativo ketamina, gli effetti di questi farmaci sono anche completamente diversi dalla fenomenologia dell’esperienza di quasi-morte.

Altri le hanno attribuite all’anossia, ma la spiegazione non è plausibile per le stesse ragioni per cui non lo sono le teorie che si riferiscono ai farmaci. Non tutte le esperienze di quasi-morte infatti sono associate ad anossia. Inoltre la mancanza di ossigeno causa una confusione e un intontimento delle funzioni cognitive, che sono l’antitesi della chiarezza dell’ampliamento della coscienza che caratterizzano le esperienze di quasi-morte.

 

Peter Fenwick, il famoso neuropsichiatra britannico, ha riassunto così i suoi fondati dubbi sulla possibilità che le esperienze di quasi-morte possano essere spiegate dai cambiamenti fisiologici e chimici che avvengono nel cervello.

Sono assolutamente sicuro che tali esperienze non siano causate da mancanza di ossigeno, da endorfine o da qualsiasi altra cosa di questo tipo. E certo nessuno di questi elementi può fornire una spiegazione della qualità trascendentale di molti di questi eventi né del fatto che chi li vive senta un infinito senso di perdita quando se li lascia alle spalle... Inoltre, sappiamo che qualsiasi disorientamento della funzione cerebrale porta a una confusione della percezione e a una riduzione della memoria. E che, in genere, con un cervello gravemente danneggiato o confuso non si può essere molto strutturati né ricordare chiaramente le esperienze42.

Michael Sabom, un cardiologo conosciuto nei circoli tanatologici per il suo libro Dai confini della vita: un’indagine scientifica, presenta l’argomento più convincente contro l’ipotesi che le esperienze di quasi-morte siano dovute a disturbi delle funzioni cerebrali43. Nel suo libro Light and Death: One Doctor’s Fascinating Accounts of Near-Death Experiences (Luce e morte: gli affascinanti resoconti di un medico sulle esperienze di quasi-morte) presenta il caso straordinario di Pam Reynolds44. Pam fu sottoposta a un difficile intervento chirurgico per un grosso aneurisma dell’arteria alla base del cervello. Le  dimensioni e la posizione dell’aneurisma richiesero un audace procedimento chirurgico, conosciuto come “arresto cardiaco ipotermico”, chiamato standstill (sosta), che prevede l’abbassamento artificiale della temperatura corporea a 15,5 °C, con interruzione del respiro e del battito cardiaco. Pam era anche “cerebralmente morta” secondo tutti e tre i criteri usati per determinare la morte cerebrale: il suo encefalogramma era piatto, la risposta del segmento cerebrale agli stimoli era assente e non c’era alcun flusso di sangue attraverso il cervello. Stranamente, mentre si trovava in questo stato, ebbe le più profonde esperienze di quasi-morte di tutti i 50 partecipanti allo studio di Michael Sabom ad Atlanta.

Le sue osservazioni extracorporee, straordinariamente dettagliate, furono successivamente verificate e trovate molto precise. Il suo caso è considerato uno degli esempi più convincenti di autentica esperienza di quasi-morte: riuscì a descrivere i singolari strumenti chirurgici e i metodi usati dall’équipe medica durante il periodo in cui era clinicamente morta.

Le attuali teorie psicologiche delle esperienze di quasi-morte sono poco convincenti quanto quelle biologiche. L’ipotesi che le esperienze di quasi-morte siano piacevoli fantasie per accontentare i propri desideri e per proteggersi dalla sofferenza e dalla minaccia di distruzione45 non può spiegare le esperienze di quasi-morte terrificanti e spiacevoli. L’idea che riflettano l’educazione religiosa ricevuta e il condizionamento culturale è ugualmente insoddisfacente, perché non vi è alcuna correlazione tra le credenze religiose e queste esperienze46.

Chiaramente il fenomeno delle esperienze veritiere fuori del corpo mette in discussione il modello paradigmatico corrente e rappresenta una sfida formidabile e un colpo mortale alle attuali teorie biologiche, come pure a quelle psicologiche.

Tratto da: L'ultimo viaggio di Stan Grof

 

 

 

 

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1 ora fa, luimas ha scritto:

Non volete vedere la differenza fra il caso e un qualcosa di perfetto , anche la chimica , la fisica etc hanno leggi che non possono essere  nate dal caso ...

La tua frase mi ha fatto venire in mente la sequenza numerica di Fibonacci, che viene rappresentata magistralmente in natura in tante forme di vita, la sua sezione aurea la troviamo nelle Galassie, nei cicloni, fino alla piu' piccola conchiglia.

Un connubio di matematica, geometria , bellezza senza pari.

Quello che i nostri amici razionalisti non vogliono capire, che per intervento Divino non intendiamo il Dio che abbiamo umanizzato. con il ditino che crea Adamo ed Eva, ma un processo cellulare perfetto, che ha dato vita a cio' che si chiama evoluzione della Vita ed e' presente in tutti i mondi intorno a noi, minerale, vegetale, animale e umano.

Quindi la prima causa non puo' essere che di natura Divina o Spirituale, poiche Nulla puo' crearsi dal Nulla, e qualsiasi variabile o mutazione dimostra che  essa  e' di natura intelligente, e non un processo fortuito.

E qualsiasi sincronicita' potreste trovare nella Creazione, frutto di tentativi elaborati in miliardi di anni,  al fine di creare l'ambiente adatto alla sua manifestazione, implica gia' in questo, un principio intellettivo che non nasce da solo.

Ecco perche' il caso non esiste.

 

 

  • Haha 1
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16 minuti fa, densenpf ha scritto:

Quello che i nostri amici razionalisti non vogliono capire,

Secondo me, hanno capito benissimo

Semplicemente la pensano diversamente

Secondo Darwin, la teoria dell'evoluzione si basa sul caso e necessità. 

I cambiamenti nel tempo, avvengono tramite processi naturali, la selezione naturale e la mutazione, senza la necessità di un creatore, o intelligenza superiore organizzatrice

Punto

C'è poco da questionare

Prendere o lasciare

I Darwiniani più stretti, non accettano altre ipotesi

Qualora questa teoria non corrispondesse la 100% alla realtà fattuale, prima o poi, la scienza lo scoprirà...

The end

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briandinazareth
47 minuti fa, luimas ha scritto:

Benissimo , se l'evoluzione è  complessa e le variabili tantissime , perché  solo l'uomo fra milioni di specie di esseri viventi ?

 

l'uomo quale? ci sono stati tanti homo e con diversi siamo imparentati e ci siamo pure accoppiati...

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ascoltoebasta

Il mio "nulla" è inteso al cospetto di tutto ciò che è l'universo ed anche limitandoci alla Terra e alla sua età,noi corrispondiamo a niente,riusciamo giusto a disturbarne in parte gli equilibri,ma tutto sommato siamo insignificanti comparse.

L'evoluzione di una specie rispetto ad un'altra è principalmente dovuta alla grandezza del cervello con tutto ciò che ne consegue,anche trovare l'habitat ideale contribuisce più o meno ad evolversi,il progredire nell'essere in grado di apprendere di poter manipolare e adattare ambienti e oggetti al proprie necessità furono un passo enorme,così si iniziò a praticare intenzionalmente agricoltura e allevamento,circa 800000 anni fa l'uomo capì come accendere intenzionalmente il fuoco e successivamente i vari vantaggi.

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1 minuto fa, briandinazareth ha scritto:

l'uomo quale? ci sono stati tanti homo e con diversi siamo imparentati e ci siamo pure accoppiati...

Per favore , cerchiamo di essere seri però...

Non ti arrendi all'evidenza ...

Ci sono milioni di esseri viventi , il caso avrebbe portato a migliaia di esseri evoluti , non 1 .

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