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@LUIGI64 Se può interessare, stasera in TV  su La 7 , alle ore 21:15
". Una giornata particolare - Il Grande Romanzo della Bibbia.
Aldo Cazzullo presenta un appassionante viaggio nella giornata cruciale di un personaggio storico. 3a Edizione." 

 

 

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Dal seme al frutto, ovvero la legge di causa ed effetto

Quando lanciamo un sasso in aria, non dobbiamo stupirci se ci cade sulla testa. Parimenti, allorché ci rendiamo responsabili di un qualche gesto, indipendentemente dalla sua natura, possiamo solo aspettarci che, presto o tardi, produrrà un effetto. Se desideriamo liberarci dalla sofferenza è quindi logico compiere determinate azioni ed evitarne altre. La legge di casualità delle nostre azioni è il fondamento stesso dell’insegnamento del Buddha, che disse:

Evitare la benché minima azione negativa,

realizzare perfettamente il bene

e padroneggiare la mente:

è questo l’insegnamento del Buddha.

Tutti i fenomeni sono il risultato del concorso di un’infinità di cause e condizioni in perpetuo cambiamento. Come l’arcobaleno che emerge quando il sole brilla attraverso uno strato di pioggia e scompare quando viene a mancare uno dei fattori che contribuiscono alla sua formazione, i fenomeni non si manifestano che in virtù dell’interdipendenza e sono quindi privi di esistenza intrinseca e permanente. Se i fenomeni si condizionano mutualmente nell’ambito di un vasto processo dinamico e creativo, non c’è peraltro nulla che sorga in modo arbitrario, e la legge di causalità opera ineluttabile.

...Se analizzate sotto tale punto di vista, le sofferenze di cui non siamo apparentemente responsabili – il male che ci fanno gli altri, le malattie o i disastri naturali – non sono dovute né a una volontà divina né a una fatalità ineluttabile, e neppure al mero caso. È come se un giorno avessimo lanciato per aria delle frecce, per poi dimenticarcene, ed ecco che ricadono su di noi. Tale visione delle cose può sembrare sconcertante per un occidentale, soprattutto se applicata a un essere innocente che soffre, a un uomo profondamente buono la cui vita non è che una perpetua tragedia. Occorre comprendere che, secondo il buddhismo, ogni essere è il risultato di un insieme complesso di cause e condizioni, di buoni e cattivi semi sparsi nel passato, ed è proprio tale combinazione di fattori multipli che si manifesta, gradualmente e nel momento dovuto, nel corso della nostra vita. Prenderne coscienza ci consente di adottare un atteggiamento più responsabile. Ci permette per esempio di evitare di dar la colpa agli altri per ciò che di sgradevole ci sta accadendo.

Non opporsi a ciò che ci tocca in virtù della natura delle cose non significa peraltro essere fatalisti. Abbiamo sempre la possibilità di trarre il meglio da una situazione sfavorevole, quale che sia. Sta a noi decidere ciò che dobbiamo fare o non fare per costruire la nostra felicità futura e non generare più le cause della sofferenza. Comprendendo che le azioni negative conducono a tutti i mali che ci affliggono – tanto noi stessi quanto gli altri – e che quelle benefiche generano felicità, sta a noi agire con discernimento. Come si suol dire: “Finché si lascia la mano sul fuoco, è inutile sperare di sfuggire alla bruciatura”. Per concludere, non raccogliamo né “ricompense” né “punizioni”: ciò che ci accade obbedisce semplicemente alla legge di causalità.

Tratto da:

 

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Matthieu Ricard , figlio del noto filosofo francese Jean-François Revel

Ha conseguito il dottorato in biologia, ma ha abbandonato presto una promettente carriera accademica per dedicarsi alla ricerca interiore secondo gli insegnamenti buddhisti. Nel 1978 ha preso i voti monastici e da allora vive tra la Francia e il Nepal, nel monastero di Shechen. Noto per le sue capacità meditative, gli interessi verso le neuroscienze e il suo impegno nella trasmissione del Dharma, è spesso a fianco del Dalai Lama come interprete nei suoi viaggi internazionali.

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È importante ricordare, però, ciò che scriveva il filosofo francese Gilles Deleuze a proposito del compito della ricerca filosofica: “Philosophos non significa saggio, ma amico della saggezza”. Gli scopi della ricerca di una vita filosofica non possono e non devono essere confusi “con quelli dell’Oriente sacerdotale, nemmeno quando essa li assume al proprio servizio”. Il ricercatore è amico della saggezza e dunque non necessariamente saggio. Una distinzione sottile e non scontata che ci apre a una prospettiva più ampia, meno ascetica, più inclusiva verso le contraddizioni e le fragilità dell’uomo. Di più ancora e diverso è il compito del pensatore:

Quando qualcuno chiede a cosa serve la filosofia, la risposta deve essere aggressiva, poiché la domanda è ironica e pungente. La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme.

E allora, siamo di fronte a una diversa forma di saggezza, a un accesso più problematico alla consapevolezza, a un approccio interrogativo e inclusivo che non dà per scontata nessuna posizione, nessuna verità, rivelata o meno. È, questo, un avvicinamento all’idea di felicità e a una forma di saggezza quasi empirica, anzi, necessariamente fondata sull’esperienza concreta del vivere, nel corpo, che diventa, allora, un lavoro costante di relazione con il disorientamento provocato dal costante interrogare la vita. Un interrogare che è destabilizzante perché non apre ad alcuna facile via di uscita, ma lascia come unica speranza la capacità dell’uomo di conoscere sé stesso e di porsi con dignità e orgoglio di fronte alla vita.

...Oggi viviamo il presente in una dimensione in gran parte inconsapevole e nevrotica. Per uscire da questa nevrosi dissociata e dall’attenzione forzata su un presente che risulta solo effimero occorre recuperare una narrazione della pazienza, della lentezza, della riflessione e della contemplazione di lungo raggio capaci di risvegliare una consapevolezza diversa sul valore delle relazioni e della comunità

...Non stupisce se in questo contesto le relazioni, la valorizzazione dell’umano diventano secondari ed emerge un senso di isolamento, di solitudine, di frustrazione. Rincorrere i tempi del consumo delle esperienze ci toglie l’energia per dedicarci a noi stessi, per recuperare un diverso rapporto col mondo. Questo senso di disagio profondo emerge, urla, ci richiama alla nostra natura più profonda, alla necessità di un diverso rapporto con l’esistenza e una diversa modalità dell’esistere. Il richiamo che hanno le discipline meditative in questi decenni, con il diffondersi delle discipline meditative e dello yoga, o il ritorno a una certa spiritualità più intimista e meno liturgica hanno a che fare con questo bisogno interiore.

Tratto da:

 

 

 

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Stefano Davide Betttera (presidente dell’Unione Buddhista Europea, è filosofo, scrittore e giornalista. Alterna il suo lavoro di autore con l’attività divulgativa)

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La sfida. E il filosofo vinse sullo scienziato la scommessa sulla coscienza

25 anni fa il neuroscienziato Koch aveva scommesso con il filosofo Chalmers che entro il 2023 si sarebbe scoperto come i neuroni producono la coscienza. Ha pagato con una cassa di porto

Che i filosofi abbiano la meglio sugli scienziati non è esperienza comune nel panorama intellettuale di oggi. Quando poi vincono una scommessa venticinquennale in uno dei campi di ricerca più importanti e significativi per la nostra vita, allora siamo di certo davanti a una grande notizia. Nel 1998, il neuroscienziato Christof Koch aveva messo in palio una ricompensa alcolica con il filosofo David Chalmers, nella certezza che sarebbe stato scoperto entro il 2023 il modo in cui i neuroni del cervello producono la coscienza. Il 23 giugno scorso, in occasione della riunione annuale dell'Associazione per lo Studio Scientifico della Coscienza alla New York University, entrambi i contendenti hanno convenuto pubblicamente che la ricerca nel campo è ben lungi dall’essere giunta a un risultato definitivo e hanno dichiarato Chalmers vincitore. Nessuno nella comunità scientifica ha avuto da obiettare.

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/koch-e-chalmers-il-filosofo-vinse-sullo-scienziato-la-scommessa-sulla-coscienza

 

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Ogni percorso spirituale che aiuti a rispondere non può che essere un percorso di libertà radicale e, allo stesso tempo, di capacità di vivere nel paradosso della costante tensione tra il bisogno di definirci, di fondare un’identità, e la spinta a trascendere ogni finitezza per aprirci e, di fatto, coincidere con la dimensione dell’assoluto. In questo il potere dell’immaginazione volitiva dell’anima è senza confini, esattamente come quello della trascendenza. Ma a noi è posto un confine, è imposta, dal nostro stesso corpo, una convivenza con la fragilità di una condizione terrena che ricusiamo, alla quale ci adeguiamo obtorto collo, desiderosi come siamo di abbeverarci di eternità. Il ricordo di questa libertà brucia come un’onta, come la condanna della cacciata dal paradiso, felice metafora, per lo più incompresa, di questo dimenarsi tra desiderio e condanna. Il Buddha che esorta a raggiungere il nirvana, dimensione dell’estinzione della fiamma, a questo fa riferimento. Ma non si tratta di un ritorno. O, meglio, non è ripercorrere i passi verso una purezza primigenia e primitiva. Bensì un ricordare ciò che ci è dato essere quando non indugiamo nell’istinto del voler essere. Se il paradiso va cercato dentro di noi, come Gesù insegnava, occorre tornarvi. Ritornare a casa, ritrovare la strada che ci riporta allo sguardo dell’altro, a quella relazione dove la trascendenza si rivela insieme alla nostra umanità. Faccia a faccia. Nell’unicità dell’incontro con un altro essere, con un’identità irripetibile e non riducibile a un’idea, a un concetto, ritroviamo la libertà radicale dell’incontro con un frammento di quell’assoluto cui bramiamo tornare.

...Eppure, per paradosso, è proprio nella sfida dell’incontro, in quella relazione con il volto dell’altro, in quella dimensione in cui la parola precede il linguaggio, in cui c’è pura connessione che trascende l’io e il tu definiti come individui che si raccontano, che è possibile la presenza della trascendenza. È lì che la vediamo compiersi. La esperiamo lì in primo luogo in questo scambio e ci viene richiesto di andare oltre, di trascendere, di annullarci in quanto individui, perché questo piano di relazione diventi universale. In questo trascendere, solo lì, possiamo coniugare etica e amore, inteso come partecipazione disinteressata al destino universale. Finché questo atto di trascendenza non è compiuto si resta sul piano dell’etica, sul piano della giustizia, del teorico, dove però non avviene altro incontro che quello esclusivo tra due soli individui.

Tratto dal libro di cui sopra

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Un picco nell’attività cerebrale verso la fine della vita potrebbe essere la prova che l’anima (o la coscienza) sta abbandonando il corpo. Ci ha pensato il professor Stuart Hameroff, celebre anestesista e docente dell’Università dell’Arizona, a rispolverare il delicato momento di trapasso tra vita e morte. Sul New York Post, Hameroff ha citato uno studio recente dove è stato monitorato il cervello di un paziente clinicamente morto con i sensori di un elettroencefalogramma. Questi sensori hanno poi catturato una strana scarica di energia dopo la morte. “Tutto era scomparso, poi quando non c’era più pressione sanguigna né frequenza cardiaca è stata registrata questa scarica”. L’anestesista ha affermato che l’ondata di attività chiamata sincronia gamma, un tipo di schema di onde cerebrali collegato al pensiero cosciente, alla consapevolezza e alla percezione, è stata rilevata dall’EEG e a volte dura “da 30 a 90 secondi” prima di scomparire quando il paziente è già clinicamente morto

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/02/20/il-mistero-dellultima-scarica-di-energia-del-cervello-dopo-la-morte-e-la-prova-che-lanima-sta-abbandonando-il-corpo-la-clamorosa-scoperta-nel-nuovo-studio/7885785/

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Una scienza della mente

 

MATTHIEU

Credo che, tanto per cominciare, sia necessaria una constatazione: a differenza delle civiltà occidentali, il buddhismo non si è concentrato sulla conoscenza del mondo fisico e delle scienze naturali, benché esistano trattati di medicina tradizionale e di cosmologia. Per contro, ha dedicato oltre venticinque secoli a una profonda investigazione della mente; ha così accumulato, in modo empirico, una somma considerevole di risultati esperienziali. Innumerevoli persone hanno consacrato la loro intera vita alla scienza contemplativa, mentre la psicologia occidentale ha avuto inizio poco più di un secolo fa, con William James. Non posso fare a meno di citare l’osservazione fatta da Stephen Kosslyn, allora direttore della facoltà di Psicologia dell’Università di Harvard, in occasione dell’incontro organizzato dall’istituto Mind and Life presso il MIT , nel 2003, sul tema dell’“Investigazione della mente”: «Vorrei cominciare con una dichiarazione d’umiltà di fronte al quantitativo considerevole di dati che i contemplativi apportano alla psicologia moderna».

...Fondandosi su un approccio empirico, e avendo una mente ben allenata, questi contemplativi hanno trovato metodi efficaci per giungere a una trasformazione graduale delle emozioni, degli stati d’animo e dei tratti caratteriali, così da erodere le tendenze ataviche più radicate, e che rappresentano un ostacolo a un modo di essere ottimale. Realizzare un tale obiettivo trasforma la qualità di ogni istante della nostra vita, rinforzando caratteristiche umane fondamentali, come la bontà, la libertà, la pace e la forza interiore.

WOLF 

Puoi essere un po’ più preciso rispetto a questa affermazione perlomeno audace? Perché ciò che la natura ci ha messo a disposizione sarebbe fondamentalmente negativo, tanto da esigere pratiche mentali particolari volte a eliminare questo nostro retaggio? E perché mai tale approccio contemplativo dovrebbe essere superiore all’istruzione convenzionale, alle diverse forme di psicoterapia, ivi compresa la psicanalisi?

MATTHIEU

...Come ben sappiamo, la nostra mente può essere il nostro migliore amico come il nostro peggior nemico. La mente che ci è stata messa a disposizione dalla natura ha davvero il potenziale di sviluppare una bontà immensa, ma può anche essere all’origine di sofferenze inutili e considerevoli, sia per noi sia per gli altri. Se abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio in tutta onestà, non possiamo che constatare di essere una miscela di qualità e di difetti. Davvero non possiamo fare di meglio? È questo il nostro modo di essere ottimale? Chiederselo è importante.

Alcune persone considerano le loro debolezze e le loro emozioni afflittive come una parte distinta e preziosa della loro “personalità”, tutti fattori che contribuirebbero alla pienezza della loro esistenza. Ma non si tratta forse di un modo fin troppo semplice per rinunciare a qualsiasi miglioramento della loro qualità della vita?

La nostra mente è assillata da vari problemi. Trascorriamo una notevole quantità di tempo lasciandoci sopraffare dai nostri pensieri dolorosi, dalla rabbia e dalla collera. Spesso vorremmo essere capaci di gestire meglio le nostre emozioni, così da liberarci da quegli stati mentali che perturbano e oscurano la mente. Ma in sostanza, immersi come siamo in una confusione che non sappiamo padroneggiare, ci risulta molto più semplice concludere che tale caos sia “normale”, e che sia proprio questa la “natura umana”. Certo, tutto ciò che è relativo alla natura è “naturale”, ivi compresa la malattia, ma non per questo è necessariamente auspicabile. Non ci pare per nulla strano consacrare anni e anni all’apprendimento della lettura e della scrittura, e più tardi di un mestiere. Passiamo intere ore a fare ginnastica, al fine di mantenere il nostro corpo in buona forma fisica. Per dedicarsi a tali attività è indispensabile provare un minimo di interesse o di entusiasmo. Tale interesse scaturisce dall’essere convinti che quegli sforzi comporteranno dei benefici nel lungo termine. Il lavoro sulla mente procede secondo la stessa logica. Come possiamo pensare che la nostra mente cambi senza che facciamo il benché minimo sforzo, limitandoci cioè ad auspicare un tale cambiamento? Dedichiamo un considerevole quantitativo di tempo a migliorare le condizioni esteriori della nostra vita, ma in fine dei conti è sempre la mente che crea la nostra esperienza del mondo e la traduce in benessere o in sofferenza. Se trasformiamo la nostra modalità di percezione delle cose, modifichiamo anche la qualità della nostra vita. Possiamo giungere a una tale trasformazione attraverso l’addestramento mentale, ciò che chiamiamo “meditazione”. Sottovalutiamo ampiamente la nostra capacità di cambiamento. I nostri tratti caratteriali sono gli stessi da così tanto tempo che non facciamo più nulla per cambiarli. A ben guardare, la condizione che noi definiamo come “normale” è solo un punto di partenza, e non l’obiettivo su cui dovremmo concentrarci. In realtà giungere gradualmente a un modo di essere ottimale è possibile. L’istruzione convenzionale moderna non si concentra sulla trasformazione della mente, né sull’acquisizione di qualità umane fondamentali come la bontà e l’attenzione. Come vedremo più avanti, la scienza contemplativa buddhista ha numerosi punti in comune con le terapie cognitive e, più in particolare, con quelle che fanno ricorso all’attenzione per rimediare allo squilibrio mentale. Per quanto concerne la psicoanalisi, mi sembra incoraggi la “ruminazione”, inducendoci a esplorare senza posa e nei minimi dettagli gli arcani delle nubi di confusione mentale e di egocentrismo che oscurano l’aspetto più fondamentale della mente: la luminosità della coscienza risvegliata.

Tratto da:

 

 

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Matthieu Ricard (Aix-les-Bains, Francia, 1946), laureato in genetica nel 1972, è stato ordinato monaco buddhista nel 1978 e dal 1989 è l’interprete francese del Dalai Lama. Impegnato nello studio e nella preservazione della cultura tibetana, vive in Nepal.

Wolf Singer (Monaco di Baviera, 1943), neurofisiologo di fama mondiale, dirige a Francoforte il Dipartimento di Neurofisiologia al Max Planck Institute for Brain Research. Noto per le sue ricerche sui processi cognitivi superiori e sui processi decisionali, è molto impegnato anche come divulgatore.

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MATTHIEU

 

...Il punto essenziale è il seguente: possiamo osservare i nostri propri pensieri, ivi comprese le nostre emozioni più intense, a partire dalla prospettiva che ci viene offerta dalla pura vigilanza, o presenza risvegliata. I pensieri sono la manifestazione della pura presenza risvegliata, così come le onde che si sollevano dall’oceano per poi dissolversi in esso. L’oceano e le onde fondamentalmente non sono due cose distinte.

Di solito, siamo talmente catturati dal contenuto dei nostri pensieri da identificarci totalmente con essi, e quindi, così facendo, non siamo consapevoli della natura fondamentale della coscienza, la pura coscienza risvegliata. Tale condizione di “incoscienza” ci precipita nell’illusione e nella sofferenza.

 

L’intero sentiero buddhista espone i diversi metodi tramite cui possiamo eliminare tale equivoco illusorio. Prendiamo l’esempio di una potente esperienza di collera malevola. Siamo un’unica cosa con quella rabbia. Colma tutto il nostro panorama mentale e proietta la sua interpretazione erronea della realtà sulle persone e sugli eventi. Come se ciò non bastasse, perpetuiamo il circolo vizioso di tale emozione perturbatrice ravvivando l’emozione della rabbia ogni qualvolta vediamo o ci ricordiamo della persona che l’ha suscitata. Benché la collera non sia in nessun modo uno stato mentale piacevole, non possiamo impedirci di farla scattare continuamente, gettando ogni volta altra benzina sul fuoco. È così che acquisiamo dipendenza dalla causa stessa della sofferenza. Ma se ci dissociamo dalla collera analizzandola pacatamente, sulla base di una pura e diretta attenzione mentale, non possiamo che constatare che non si tratta d’altro che di un insieme di pensieri, e non di qualcosa di minaccioso. La rabbia non è armata, non brucia allo stesso modo di un fuoco, né ha il potere di schiacciarci come un masso: non è che un prodotto della mente.

WOLF 

Ma ciò non implica forse che anche le emozioni positive siano egualmente nocive, poiché inducono anch’esse a percezioni erronee e quindi ci provocano sofferenza?

 

MATTHIEU

Non necessariamente. Tutto dipende dal fatto che un certo evento mentale comporti o no una distorsione della realtà. Per esempio, se la nostra mente riconosce che tutti gli esseri aspirano alla libertà dalla sofferenza, se trabocca di amore altruistico ed è animata dal potente desiderio di liberarli dal loro malessere, fintantoché la mente ha in sé tale componente di saggezza, si trova in preciso accordo con la realtà. Qui parliamo di una mente che ammette appieno l’interdipendenza di tutti gli esseri, riconosce la loro aspirazione comune – che è quella di evitare la sofferenza e di sperimentare la felicità – e discerne le cause profonde del malessere degli altri. Inoltre, se l’amore altruistico non è contaminato dalle nostre diverse forme di attaccamento e di avidità, non può essere un fattore afflittivo. Lungi dal velare la saggezza, ne sarà un’espressione naturale. Ma concludiamo invece la nostra analisi della collera. Invece di “essere” in collera e di identificarci completamente con essa, dobbiamo semplicemente osservarla e mantenere nei suoi confronti la nostra più nuda attenzione. Cosa succede se ci dedichiamo a questo genere di esercizio? Quando cessiamo di alimentare un fuoco, questo non tarda a spegnersi; parimenti, sotto lo sguardo di un’attenzione consapevole, la collera non può durare per conto suo. Perde semplicemente d’intensità, fino a svanire.

Tratto dal testo di cui sopra

 

 

 

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MATTHIEU

 È evidente che la mente è in grado di conoscersi e di allenarsi. È ciò che facciamo continuamente, senza per questo chiamarlo meditazione. Memorizziamo volontariamente determinate informazioni, come fanno gli studenti, aumentiamo le nostre capacità mentali giocando a scacchi, o risolvendo problemi diversi, il che implica fare appello all’addestramento mentale. La meditazione è soltanto un modo più sistematico di dedicarsi a compiti del genere con l’ausilio della saggezza, vale a dire una comprensione dei meccanismi della felicità e della sofferenza. Ciò richiede perseveranza. Non si impara a giocare a tennis tenendo in mano una racchetta qualche minuto al mese. Lo scopo dello sforzo meditativo è sviluppare un arricchimento interiore , anziché una capacità fisica.

...Peraltro, per la maggior parte del tempo il nostro interagire con il mondo esterno si basa su una modalità definita “semipassiva”: siamo esposti a una situazione a cui reagiamo, il che ci permette di accrescere la nostra esperienza. In questo caso si tratta di un arricchimento esteriore .

...In circostanze del genere l’arricchimento esteriore è quasi nullo, ma l’arricchimento interiore è massimo

...ebbene penso che l’effetto di un tale processo sia la riprogrammazione del cervello.

WOLF

Per certi versi, si potrebbe dire che si fa uso del proprio cervello quale oggetto di un processo cognitivo complesso rivolto verso se stessi, piuttosto che verso il mondo esterno. Si applicano le capacità cognitive del cervello con la stessa concentrazione e intenzione con cui ci si dedicherebbe agli eventi del mondo esterno, organizzando i segnali sensoriali in rappresentazioni coerenti o percetti. Viene assegnato un determinato valore a certi stati mentali e ci si sforza di accrescere la loro ricorrenza, cosa che probabilmente procede di pari passo con un cambiamento nelle reti sinaptiche responsabili dei processi cognitivi, così come avviene con i processi di apprendimento che sono il risultato di interazioni con il mondo esterno

MATTHIEU

...Fino a oggi, i risultati degli studi effettuati su meditanti esperti sembrano indicare che abbiano acquisito la facoltà di generare stati mentali chiari, intensi e ben determinati, e tale facoltà è senza dubbio associata a specifici pattern cerebrali. L’addestramento mentale permette di generare tali stati mentali a volontà, e di modularne l’intensità, anche quando si deve fare i conti con le circostanze più difficili, come possono essere, per esempio, potenti stimoli emotivi, positivi o negativi. Si acquisisce così la capacità di mantenere un equilibrio generale a livello emotivo, tale da favorire la forza e la pace interiori.

WOLF

... è verosimile che l’addestramento mentale permetta di acuire la capacità interiore grazie a cui si distinguono con grande precisione i diversi stati emotivi. Una mente non allenata sarà capace soltanto di distinguere in linea generale tra stati mentali “buoni” e “cattivi”. Con la pratica, tale capacità si affina fino a identificare un numero crescente di sfumature. A mio parere, se le cose stanno così, nelle culture che fanno dell’addestramento mentale la fonte primaria di conoscenza ci dev’essere un vocabolario molto più ricco con cui designare i diversi stati mentali, rispetto a quelle che invece privilegiano l’analisi dei fenomeni del mondo esterno.

MATTHIEU 

Uno studio condotto su un gruppo di meditanti ha dimostrato che possono mantenere l’attenzione a un livello ottimale per periodi di tempo relativamente lunghi. Quando si dedicano ai cosiddetti compiti che esigono una “vigilanza continua”, non sono mai tesi né distratti, neanche dopo quarantacinque minuti di prova. Quando mi sono sottoposto alla stessa esperienza, mi sono accorto che i primi minuti richiedevano un vero sforzo, ma una volta entrato nello stato di “flusso attenzionale”, tutto è diventato molto più semplice.

...Gli stati mentali afflittivi hanno origine dall’egoismo, che accresce il fossato tra se stessi e gli altri, ma anche tra se stessi e il mondo. Tali stati si caratterizzano per una percezione sproporzionata dell’importanza del sé, un esagerato amore per se stessi, una mancanza di sollecitudine autentica verso gli altri, speranze e paure irragionevoli e un aggrapparsi compulsivo a oggetti e persone giudicati desiderabili. Queste forme di tossine mentali si accompagnano a una grave distorsione della realtà. In condizioni del genere, solidifichiamo mentalmente la realtà esterna, attribuendole caratteristiche intrinseche. Ci comportiamo nello stesso modo con gli esseri umani e le situazioni, attribuendo loro qualità positive, negative, piacevoli o spiacevoli, senza accorgerci che tali epiteti non sono in linea di massima che proiezioni della nostra mente.

Per contro, un gesto di benevolenza incondizionata, un gesto di pura generosità – come rendere felice un bambino, aiutare una persona nel bisogno o persino salvare una vita – compiuto senza attendersi nulla in cambio, un gesto di cui nessuno sa che siamo gli autori, genera un sentimento di soddisfazione, di profonda realizzazione.

...In ambito buddhista tradizionale, l’apprendimento basato sull’esempio costituisce la fonte principale di educazione dei più giovani, che possono constatare da sé come il comportamento dei loro genitori e dei loro educatori si basi su principi di non violenza verso gli umani, gli animali e l’ambiente. Ovviamente non bisogna sottovalutare la forza del contagio emotivo, ma bisogna anche tener conto di ciò che definirei “contagio comportamentale”. Le qualità interiori di una persona influenzano considerevolmente coloro che vivono con loro. Ciò che più conta è insegnare ai bambini a saper identificare le loro emozioni e quelle degli altri, e mostrare loro i metodi elementari che permettono di far fronte agli eccessi emotivi.

WOLF 

...A tale proposito faccio riferimento ai lavori pionieristici di Richard Davidson e di Antoine Lutz, che hanno registrato gli elettroencefalogrammi di grandi praticanti buddhisti, compreso il tuo, mentre eravate impegnati nella meditazione.  Quando ho esaminato i risultati, nel corso del nostro incontro a Parigi organizzato in memoria del carissimo amico Francisco Varela, sono rimasto sorpreso nello scoprire che nel cervello dei meditanti più esperti si nota una crescita stupefacente dell’ampiezza dell’attività oscillatoria sulla banda di frequenza dei 40 Hz, ovvero la celebre banda delle frequenze gamma. Dopo che sono state scoperte tali oscillazioni a livello della corteccia visiva, venticinque anni or sono, si è ben presto giunti a ipotizzare che svolgessero un ruolo importante nei processi cognitivi. L’oscillazione neuronale alla frequenza gamma permette in particolare l’integrazione dinamica dell’attività di una popolazione di neuroni, che si sincronizzano all’emergere di una funzione cognitiva.

Tra le diverse funzioni di questa modulazione temporale dell’attività neuronale, sembra particolarmente importante la sua implicazione nei meccanismi dell’attenzione. È stato dimostrato che l’attenzione concentrata su un punto è associata a un aumento delle oscillazioni gamma e della sincronia neuronale. Si è scoperto che quando un soggetto sta per dirigere la propria attenzione su un preciso oggetto visivo, prima ancora che elabori i segnali provenienti dall’oggetto, nelle aree visive della corteccia cerebrale si produce già un accrescersi dell’attività oscillatoria in specifiche bande di frequenza. Lo stesso accade quando un soggetto prevede l’elaborazione di un segnale auditivo.

 

Analogamente, se il soggetto prevede di dover elaborare un segnale uditivo per trasformarlo in un gesto motorio, il cervello comincia a sincronizzare l’attività oscillatoria nelle aree che verranno implicate nel futuro processo, vale a dire, per quanto riguarda l’esempio che ci concerne, nella corteccia auditiva e nelle aree premotrici e motrici. L’innescarsi di oscillazioni sincrone facilita un rapido contatto tra queste diverse aree e contribuisce a preparare la coordinazione indispensabile tra le strutture sensoriali e quelle motrici.

Sempre dal testo citato più sopra

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Non a caso, sembrerebbe che...

La stimolazione gamma a 40 Hz promuove la salute del cervello

...Aumentare la potenza dei ritmi gamma del cervello potrebbe aiutare a combattere l’Alzheimer e potenzialmente altre malattie neurologiche. Sono le ipotesi, piuttosto robuste, di studi decennali su topi condotti da laboratori di ricerca di tutto il mondo, con possibile applicazione anche nell’uomo. L’ultima conferma dell’efficacia del trattamento sembra arrivare da una revisione sistematica del Picower Institute for Learning and Memory parte del Massachusetts Institute of Technology (MIT), pubblicata su PLOS Biology, che fa il punto si risultati della stimolazione gamma non invasiva, indotta da varie forme come la stimolazione sensoriale, la stimolazione transcranica a corrente alternata o la stimolazione magnetica transcranica, da cui emerge che sia fondamentale attuare una stimolazione a 40 Hz. Una serie di studi, a partire da un primo lavoro sul Nature nel 2016, sembrano dimostrare che la stimolazione a 40 Hz tramite luce, suono, o l’associazione dei due, così come la vibrazione tattile, sia in grado di ridurre i tratti distintivi della patologia dell’Alzheimer, come le proteine amiloidi e tau, ma anche prevenire la morte dei neuroni, diminuire la perdita di sinapsi e supportare la memoria e la cognizione in vari modelli murini di Alzheimer

https://30science.com/2025/03/news/salute-la-stimolazione-gamma-a-40-hz-promuove-la-salute-del-cervello/

https://www.focus.it/scienza/salute/stimolare-con-particolare-ritmo-cerebrale-potrebbe-aiutare-contro-alzheimer

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La mente buddhista, che sarebbe più adeguato definire come ciò che i Greci intendevano con il termine “pneuma”, è dunque parte di quel soffio vitale che attraversa ogni esistenza e il tutto. La mente-cuore-spirito che Gotama immagina non contempla tanto sé stessa. Non è impegnata in un’indagine sul perché, sul cosa o sul come. La mente risvegliata, che è espressione della natura trascendente, chiamata anche natura di Buddha, è quella che inizia a contemplare il flusso dell’esistenza di cui essa stessa è parte, proprio quando il processo di analisi e di identificazione con i pensieri smette di essere attivo. Quando cade questo velo che ci impedisce di fatto di guardare davvero, emerge un altro tipo di visione profonda, uno sguardo sull’abisso della non conoscenza, del mistero, del sublime.

Ecco perché non si può che parlare di un’indagine contemplativa che è solo di carattere spirituale, perché è solo attraverso questa via che si può “vedere”, ascoltare, percepire la presenza di una connessione con l’assoluto, di una presenza trascendente che né il pensiero, né tantomeno il linguaggio sono adeguati a esprimere. La ragione del silenzio del Buddha di fronte alle grandi domande esistenziali sta proprio nella consapevolezza di questa impossibilità e nella necessità di fare un passo indietro, proprio perché la mente, come noi la intendiamo, è un ottimo strumento adeguato a fornirci i cartelli indicatori per il viaggio nel mondo convenzionale. Ma è totalmente impreparata ad affrontare la sfida di arrendersi di fronte a ciò che non comprende e a dire semplicemente “sì” all’imponderabilità dell’esperienza umana. La mente buddhista è dunque, senza dubbio, una mente che opera in una dimensione spirituale, religiosa.

...Un esempio di antidoto nei confronti di questo tipo di strada senza uscita arriva dal rifiuto radicale di ogni sorta di asserzione assoluta che troviamo nel percorso buddhista. Uno dei luoghi comuni più diffusi, ad esempio, è che il Buddha neghi la presenza o l’esistenza di Dio, dell’assoluto o di qualsivoglia forma di trascendenza. In realtà, il silenzio di fronte a questo tipo di interrogativi non è ascrivibile né alla negazione, né tantomeno a un atteggiamento agnostico. Si tratta, piuttosto, di un silenzio “strategico” che non è davvero privo di contenuti. Si tratta di un silenzio consapevole, voluto, anche severo. Che afferma un’idea precisa: non viene rifiutata la dimensione assoluta in quanto tale, ma non si accetta di prendere parte al dibattito proprio perché qualunque discorso sull’assoluto è inadeguato. Non si tratta di sostenere che questa dimensione non sia pensabile o sperimentabile. Ma di rifiutare qualsiasi tentativo da parte del linguaggio di stabilire una verità definitiva in un senso o nell’altro.

Che, come il silenzio, non significa assenza di espressività e di esperienza. Ma la fine di ogni cristallizzazione, di ogni tentativo di definirla. Tentare di definire la vacuità, il nirvana o l’assoluto significa cadere ancora nello stesso tranello del pensiero che ci conduce a un punto morto. E di certo lontano dall’assoluto. Quello di cui Gotama non sente il bisogno, per liberare l’uomo dalla sua solitudine, dalla sua sofferenza e aprirlo alla dimensione dell’interconnessione, è una ragione, una verità, un fondamento teorico che giustifichi questa esperienza di liberazione. Che egli, invece, rivendica fortemente non solo come possibile, ma anche come sperimentale e immediata, alla portata di ogni uomo saggio. Il nirvana è immediato, ma non riusciamo a vederlo perché distratti dal nostro proprio discorso su di esso, su Dio, sull’assoluto. Di certo, in questo modo, decade non solo il bisogno di un principio divino relegato al mondo perfetto delle idee, ma anche la presenza di un dio persona cui ci si rivolge perché ci ascolti.

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Riflessioni molto interessanti (almeno per me),  tratte dal libro già citato:

Il volto dell'altro di Stefano Davide Bettera

 

 

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La mistica ebraica ha un modo affascinante per parlare di angeli e demoni: dice che questi sono una creazione dell’intento, della qualità, dell’energia delle nostre azioni. In sostanza quando assecondiamo i nostri istinti più bassi, diamo vita a presenze demoniache, che sono generate da quella energia. Al contrario quando eleviamo il nostro spirito a dimensioni celesti, generiamo angeli. Ancora una volta incontriamo un immaginario che attesta il profondo valore che la consapevolezza e la responsabilità rivestono non solo per le immediate conseguenze della condotta personale ma per l’effetto ben più ampio, trascendente, che l’agire umano crea sull’universo.

Quando il Buddha parlava del karma credo avesse in mente lo stesso principio: la qualità delle nostre intenzioni determina non solo una conseguenza tangibile che si manifesta nell’immediato ma anche una catena di conseguenze che vanno ben oltre il nostro controllo e che, come uno tsunami, acquistano forza lungo il percorso. Un po’ come quando gettiamo un sasso in uno stagno e i cerchi si propagano all’infinito, ben oltre il punto di impatto con l’acqua. È evidente che queste possono essere interpretate anche solo come metafore e non perderebbero la loro forza evocativa. Ma il cuore di questi insegnamenti è profondamente pedagogico e ci ricorda di prestare attenzione alla dimensione etica.

Allo stesso modo i diversi e maestosi racconti della creazione tramandati fin dall’alba dei tempi da varie culture credo che abbiano lo scopo non tanto di informarci su come il cosmo è stato creato, ma di fornirci basi etiche fondamentali per la creazione del “nostro” mondo. L’idea, ad esempio, che incontriamo spesso secondo cui cielo e terra sono plasmati contemporaneamente è significativa. I “cieli” sono sinonimo dell’aspetto spirituale, ma anche di astrazione, speculazione intellettuale e progettualità. Sottolineare che queste dimensioni sono create unitamente alla dimensione terrena vuole mostrare l’interdipendenza costante di questi due aspetti, onde evitare che si possa pensare a un dualismo in cui solo la dimensione spirituale avrebbe un’origine divina e quindi uno status maggiormente elevato.

Tratto sempre dal testo di cui sopra

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La malattia del nostro mondo moderno nasce dal virus del controllo, dalla sete insaziabile di possesso che impedisce di godere della vita con gioia sincera. Abbiamo concesso alla ragione, con le sue categorie, le sue idee sempre più raffinate, il dominio sul reale. Questo processo di esaltazione dell’intelletto ci ha portato a segregare la realtà nella dimensione astratta del concetto che genera catene di altri concetti, con l’unico risultato di aver sganciato l’uomo dal suo rapporto con il vivere. Alla base di questa nevrosi sta l’ossessione del comprendere, del sezionare, del definire, del controllare che ha inferto la ferita che separa il mondo dalla nostra presenza in esso. Se, come si dice, possiamo tornare non per ripetere le stesse esperienze ma per ricucire lo strappo nell’anima del mondo, è tempo di tornare a casa. In primo luogo, allo sguardo dell’innocenza capace di nuovi occhi, di nuove parole, di un nuovo silenzio.

...Questa ferita, infatti, ci fa percepire la realtà come altro da noi e ci induce a erigere muri sempre più alti per difendere la sicurezza dei punti di vista, delle analisi, delle ragioni. Ragioni, controllo, divisione e ferita. Che si è fatta, nella storia, lontananza, dolore, conflitto...In nome di categorie sempre più dettagliate che sostituiscono le esperienze, i corpi, esiliati, maltrattati, dimenticati. Per paradosso ogni esperienza autentica non è mai completamente riducibile a ciò che le idee pretendono di descrivere e cristallizzare in un momento eterno per vincere il tempo...La malattia dell’uomo è di aver così testardamente voluto dominare, esorcizzare il sacro che ha finito per allontanarlo dall’esistenza e rinchiuderlo nelle cattedrali, trasformandolo in un tenue fantasma appena percepibile. Fantasma che oggi reclama ascolto come un disagio nell’anima, come un richiamo che però non sappiamo più decifrare.

... A tutti, infatti, serve una guida che, passo dopo passo, eroda la convinzione così radicata che non siamo degni, che siamo separati dalla dimensione sacra della vita. Ora occorre aprire la porta che ci svela la gioia profonda di ciò che siamo davvero. Questo è ciò che provo a offrire a tutti voi in queste pagine. Non una verità rivelata, ma una possibile esperienza, del tutto umana, un percorso interiore che mette in luce i nodi che possiamo sciogliere e che possiamo condividere, passo dopo passo, per tornare a sorridere e a vivere pienamente quella pace che è a portata di mano.

Conclusioni del testo più volte citato

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Ogni esclusivismo è una distorsione. Gesù lo ripete in continuazione. «Il Padre è più grande di me» (Giovanni 14,28); «Perché mi chiami buono? Uno solo è buono» (Matteo 19,17); «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Giovanni 14,9), ha visto il mio Padre, e non me. È per questo che non ci si può fermare su di lui: non ci si può fermare, per così dire, che al niente. Bisogna percorrere la propria strada – attraversare la Via, che è la Verità, che porta alla Vita (Giovanni 14,6). Fissarsi sul Cristo, significa mancare quello che Cristo dice di se stesso. Che cos’è dunque? È la rivelazione del mistero, la rivelazione del Padre e la rivelazione dell’Uomo. E la sua umanità è là a ricordarci costantemente che in un simile cammino non dobbiamo dimenticare né abolire il corpo, la materia, il tempo, lo spazio. Da questo punto di vista, l’Incarnazione è in questo contesto la rivelazione più profonda che ci sia del mistero della realtà

...Ma nel momento in cui mi fermo su una cosa qualsiasi, non sono più nella verità. Dall’altro canto, però, abbiamo bisogno di simboli concreti. Nella spiritualità hindu, c’è un nome che anche gli hindu di oggi utilizzano in maniera individualista, ma che nella tradizione connota invece un senso ben altrimenti profondo; l’ishtadevata, erroneamente tradotto con «la divinità della mia scelta», non è la divinità che è oggetto di una mia scelta, bensì l’immagine o l’icona che mi si confà in modo particolare, sicché io possa disporre di un simbolo immaginabile, pensabile ed esprimibile e che sia connaturale, e il cui ruolo non è altro che di aprirmi al mistero ineffabile – il vuoto totale.

Nella grande disputa sulla iconoclastia, nella tradizione cristiana, si trattava di molto più che di una lotta politica o anche di prendere partito a favore di alcuni dipinti. Fu una lotta per difendere il senso reale dell’Incarnazione. In effetti, se manca la possibilità di usare un’icona o ancora più semplicemente un nome – «un nome al di sopra di ogni altro nome» (Filippesi 2,6) –, si perde alla fine la dimensione corporale, fisica, temporale e umana della realtà tout court. A quel punto cadremmo in un falso misticismo, nella fuga dal terreno della storia, nella cultura dell’Uno al di fuori del tempo e dello spazio. La negazione dell’Incarnazione.

...Sono tentato di interpretarlo come il neti neti delle Upanishad. Ni eso, ni esotro (Né questo né quello), dice testualmente sei volte di seguito Giovanni della Croce nel disegno di cui abbiamo parlato in precedenza. Questa visione mistica – come ogni pensiero – richiede di essere situata in un contesto preciso. Il nada, nel disegno del Monte Carmelo, è il punto culminante della strada. È la vetta. Prima, non si può parlare di nada. La vita di Giovanni della Croce l’ha dimostrato: il nada non si trova che una volta che si sia pervenuti alla vetta. In effetti, una volta in cima, non c’è più bisogno di salire, non c’è più pellegrinaggio. Por aquí no ay camino, «Qui non c’è più strada» – in senso letterale, non c’è luogo in cui camminare. Questo è il niente. Un simile nada è il superamento, non direi della condizione umana, ma di tutto quello che si può considerare come mezzo per... «Sei dunque arrivato?». «Sì e no». Si arriva alla vetta, ma non al nada, al niente. In effetti, è proprio allora che incomincia – proseguendo la metafora di Giovanni della Croce – il volo. Tu puoi volare, perché la vetta implica che ci sia un cielo al di sopra, un cielo che permette che ci si involi, come l’aquila. Maestro Eckhart e Scoto Eriugena aprono entrambi i loro commentari al Prologo di san Giovanni evocando l’aquila, vista, secondo la tradizione giovannea, come simbolo della Trinità. È questo il nada: il superamento di tutto – in termini propri a Giovanni della Croce, il superamento di tutto il creato. Volé tan alto, tan alto, que le di a la caze alcance, «Volai così in alto, così in alto, che raggiunsi la casa», canta in uno dei suoi poemi.

R. Panikkar

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