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Good religion trascendenza/mistica


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Ramakrishna: "la Realtà è Una e sempre la stessa, la differenza sta solo nel nome e nella forma. È come l'acqua, che nelle diverse lingue è chiamata con nomi diversi, tipo 'jal', 'pani' e così via. In un lago ci sono tre o quattro pontili. Gli indù che attingono acqua ad uno di essi la chiamano 'jal'. I mussulmani, che la attingono a un altro, la chiamano 'pani' e gli inglesi, ad un terzo, la chiamano 'water'. Si tratta sempre della stessa cosa chiamata con tre nomi diversi. Allo stesso modo, alcuni chiamano la Realtà col nome di 'Allah', alcuni la chiamano col nome 'Dio', alcuni col nome 'Brahman ', alcuni con 'Kali', ed altri ancora con 'Rama', 'Gesù', 'Durga' e 'Hari'".

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Dialogo piuttosto interessante,

Tratto sempre daCervello e meditazione. Dialogo tra buddhismo e neuroscienze (Matthieu Ricard e Wolf Singer)

 

WOLF (neurofisiologo di fama mondiale, dirige a Francoforte il Dipartimento di Neurofisiologia al Max Planck Institute for Brain Research)

Proprio così. La meditazione è quindi un processo attenzionale estremamente attivo. Concentrando l’attenzione su stati interiori, si familiarizza con loro, si impara a conoscerli, il che rende più facile ricordarsene quando si decide di riattivarli. Tale fenomeno deve procedere di pari passo con cambiamenti duraturi a livello neuronale. Ogni attività cerebrale che si svolge sotto il controllo dell’attenzione viene memorizzata. Avvengono delle  modifiche a livello di trasmissione sinaptica; le sinapsi si rinforzano o si indeboliscono. E questo sfocia in cambiamenti dello stato dinamico delle assemblee di neuroni (ovvero di vaste reti neuronali). Così, grazie a un addestramento mentale, si giunge a creare nuovi stati mentali e s’impara a riportarli intenzionalmente alla memoria. È straordinario che sia stata scoperta una simile possibilità. Che cosa ha spinto degli esseri viventi a distogliere l’attenzione dal mondo esterno per dedicarla a stati di coscienza interiori, sottoponendoli a una dissezione cognitiva fino a riuscire a controllarli? Per quale motivo le tradizioni orientali si sono concentrate sull’universo interiore, piuttosto che sul mondo esterno?

MATTHIEU  (laureato in genetica molecolare presso l'Istituto Pasteur. Monaco Buddhista -Buddhismo tibetano)

Ebbene, suppongo perché tali stati mentali sono determinanti per la nostra felicità o la nostra sofferenza. Rappresentano un aspetto essenziale nella vita di ognuno di noi. Io invece mi stupisco ancora di più nel constatare come il mondo occidentale abbia accordato così poca attenzione alle condizioni interiori del benessere, e abbia sottovalutato la capacità della mente di trasformare il modo in cui sperimentiamo la vita!

WOLF 

È particolarmente affascinante osservare come un tale addestramento mentale generi cambiamenti duraturi nel cervello, alterazioni che persistono al di là del processo stesso della meditazione. Un recente studio condotto da ricercatori dell’Università di Harvard ha rilevato che nei meditanti di vecchia data si registra un aumento del volume della corteccia cerebrale in certe aree del cervello. Inoltre, Tania Singer ha osservato simili alterazioni strutturali del cervello in gruppi di soggetti principianti che si sono allenati in tre diverse pratiche di meditazione per nove mesi: tre sulla presenza risvegliata, tre sulla presa di prospettiva e tre sulla gentilezza amorevole. Ogni tipo di meditazione ha prodotto alterazioni strutturali in aree specifiche del cervello, che variano da un tipo all’altro. Simili accrescimenti di volume si osservano anche in seguito all’apprendimento di capacità motorie, o dopo una stimolazione sensoriale intensiva, e sono dovuti all’attivazione dei neuropili legata al processo di apprendimento (con il termine neuropilo si designa lo spazio contenente le connessioni tra un neurone e l’altro). Aumentano il numero e le dimensioni delle sinapsi e delle spine dendritiche, come in altre forme di allenamento e di apprendimento.

 

 

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Rabbi Ba‘er di Radoshitz un giorno supplicò il suo maestro, il «Veggente» di Lublino: «Indicami un cammino universale per servire Dio!» Lo ṣaddiq rispose: «Non si tratta di dire a un essere umano quale cammino debba intraprendere, perché c’è un cammino per servire Dio con lo studio, un altro con la preghiera, un altro col digiuno e un altro col mangiare. Sta a ciascuno sapere bene su quale cammino lo attragga il suo cuore e poi sceglierlo con tutte le forze».

...Qui ci troviamo in presenza di un insegnamento fondato sul fatto che gli esseri umani sono diseguali per natura e che, di conseguenza, non si deve cercare di renderli uguali. Tutti gli esseri umani hanno accesso a Dio, ma ognuno ne ha uno diverso. È proprio nella diversità degli esseri umani, nella diversità delle loro particolarità e delle loro inclinazioni che risiede la grande chance del genere umano. L’universalità di Dio si manifesta nell’infinita varietà di cammini che conducono a Lui, ciascuno dei quali si apre per un unico essere umano. Quando alcuni discepoli di uno ṣaddiq deceduto si recarono dal «Veggente» di Lublino e si meravigliarono che avesse consuetudini diverse da quelle del loro maestro, egli esclamò: «E che Dio sarebbe mai quello che si può servire su un solo cammino?» Poiché infatti ogni essere umano, a partire da dove si trova e dalla propria natura, è in grado di arrivare a Dio, il genere umano in quanto tale può arrivare a Lui avanzando per tutti i cammini. Dio non dice: «Questo cammino conduce a me, mentre quest’altro no», ma dice piuttosto: «Tutto ciò che fai può essere un cammino verso di me, purché tu lo faccia in modo che a me ti conduca». In che cosa consista ciò che quel preciso essere umano e nessun altro può e deve fare, però, può essergli rivelato solo da sé stesso. In questo ambito, come ho già spiegato, è solo fuorviante guardare fino a dove è arrivato un altro e cercare di imitarlo, perché cosí facendo si perde proprio ciò che il singolo, e lui solo, è chiamato a fare. Disse il Ba‘al Shem: «Ognuno deve comportarsi secondo la sua misura. Se questo non accade e uno si impadronisce della misura del suo compagno, lasciandosi cosí sfuggire la propria, non realizzerà né l’una né l’altra». Il cammino attraverso il quale un essere umano raggiunge Dio, quindi, non può essergli rivelato se non dalla conoscenza della propria natura, dalla conoscenza della propria essenziale peculiarità e inclinazione. «In ciascuno c’è qualcosa di prezioso che non è in nessun altro». Questo qualcosa di «prezioso» dentro di sé l’essere umano potrà però scoprirlo solo se coglierà davvero il suo sentimento piú profondo, il suo desiderio principale, ciò che muove il suo essere piú intimo.

Estratto da:

 

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Martin Buber (filosofo e narratore tedesco di origine ebraica. Discendente da una famiglia rabbinica galiziana legata al movimento mistico-popolare del chassidismo.Frequentò poi le università di Vienna, Lipsia, Zurigo e Berlino, dove fu allievo di W. Dilthey e G. Simmel, oltre che lettore attento di L. Feuerbach, S. Kierkegaard e F. Nietzsche.Alla giovinezza di Buber risale il suo interesse per il chassidismo, al quale si accostò per un’attenzione dapprima letteraria, divenuta progressivamente una profonda adesione spirituale. L’influsso di Buber è stato notevole in pensatori cristiani come G. Marcel e P. Tillich -a sua volta è presente un influsso cristiano in Buber-: egli fu del resto uno dei pensatori ebrei, accanto a Rosenzweig, che più legittimarono il cristianesimo come via di redenzione)

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Non solo cervello, ma anche cuore...

 

 

Cuore e cervello: una connessione più profonda di quanto immaginiamo

https://www.repubblica.it/salute/dossier/frontiere/2025/03/25/news/cuore_cervello_cardiologia_neurologia-424085400/

Curare il cuore, quindi, non significa solo proteggere da infarti e aritmie, ma anche sostenere l’equilibrio emotivo e mentale di una persona. E viceversa. Perché, alla fine, non c’è cervello senza cuore. E nessun cuore batte davvero, senza la mente che lo sente.

 

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Dio può essere adorato e contemplato in uno qualsiasi dei suoi aspetti. Ma insistere nell’adorare solo un aspetto a esclusione di tutto il resto vuol dire correre un grave rischio spirituale. Così, se ci accostiamo a Dio con l’idea preconcetta che Egli sia esclusivamente il reggitore personale, trascendente, onnipotente del mondo, noi corriamo il rischio di restare invischiati in una religione rituale, di sacrifici propiziatori (talvolta orribili) e di osservanze legalitarie. È inevitabile: se Dio lassù è un potentato inavvicinabile che dà ordini misteriosi, questa specie di religione è del tutto appropriata alla situazione cosmica. Il meglio che si possa dire del legalismo ritualistico è che esso migliora il comportamento. Tuttavia, esso fa ben poco per alterare il carattere e niente per modificare la coscienza.
Le cose vanno molto meglio quando il Dio trascendente, onnipotente e personale è considerato anche un Padre amoroso. Il culto sincero di questo Dio muta il carattere e il comportamento, e fa qualcosa per modificare anche la coscienza. Ma quella completa trasformazione della coscienza, che è «illuminazione», «liberazione», «salvazione», si ha solo quando Dio viene considerato come la Filosofia Perenne Lo afferma: immanente non meno che trascendente, sovrapersonale non meno che personale; e quando le pratiche religiose sono adattate a questa concezione.
Quando Dio è considerato come esclusivamente immanente, il legalismo e le pratiche esteriori vengono abbandonate e ci si concentra sulla Luce Interiore. I pericoli sono allora il quietismo, l’antinomismo, una modificazione parziale della coscienza, inutile o perfino dannosa, perché non è accompagnata dalla trasformazione del carattere che è il prerequisito necessario di una trasformazione totale, completa e spiritualmente fruttifera della coscienza.
Infine, è possibile pensare Dio come un essere esclusivamente sovrapersonale. Per molte persone questa concezione è troppo «filosofica» per fornire un motivo adeguato per operare da un punto di vista pratico sulle proprie credenze. Quindi non è di alcun valore per loro. Sarebbe, ovviamente, un errore supporre che le persone che  adorano un solo aspetto di Dio ad esclusione di tutto il resto debbano inevitabilmente incorrere negli inconvenienti sopra descritti. Se non sono troppo ostinate nelle loro idee preconcette, se accettano con docilità ciò che accade loro nel processo di adorazione, il Dio che è nello stesso tempo immanente e trascendente, personale e più che personale, può allora rivelarsi loro nella sua pienezza. Tuttavia, resta il fatto che ci è più facile conseguire la nostra meta senza lo svantaggio di una serie di credenze erronee e inadeguate sul giusto modo di giungervi e sulla natura di ciò che andiamo cercando.

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Chi è Dio? Non posso trovar migliore risposta di: «Colui che è». Niente è più appropriato a quell’eternità che è Dio. Se voi affermate che Dio è buono, grande, benedetto, o saggio, o Gli date altri analoghi attributi, essi sono sempre inclusi nelle parole: «Egli è».
SAN BERNARDO

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Orbene, non vi è una classe di sostanza o un genere comune cui appartenga il Brahman. Pertanto, non può essere indicato da parole che, come «essere» nel senso ordinario, significano una categoria di cose. Né può esser indicato dalla qualità, perché è senza qualità; né dall’attività perché è senza attività: «in riposo, senza parti né attività» secondo le scritture. Né può esser indicato dalla relazione, perché è «senza un secondo» e non è oggetto d’altro che di se stesso. Pertanto non può esser definito da alcuna parola o idea; come dice la scrittura, è l’Uno «davanti a cui si ritraggono le parole».
ŚAṄKARA

Tratto da:

La filosofia perenne di Aldous Huxley

 

 

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Rabbi Ḥanok raccontò: «C’era una volta un uomo talmente, ma talmente sciocco che lo chiamavano Golem. Quando al mattino si alzava, gli era sempre cosí difficile ritrovare i vestiti, che la sera, al pensiero, aveva spesso paura di andare a dormire. Una sera, finalmente, si fece coraggio, prese un pezzo di carta e una matita e, mentre si spogliava, annotò dove metteva ogni capo che si toglieva. Il mattino seguente, tutto contento, tirò fuori il biglietto e lesse: “Berretto”: era lí e se lo mise; “Pantaloni”: erano là e se li infilò; e cosí via, finché non ebbe tutto addosso. “Sí, ma io dove sono?”, si domandò a quel punto tutto angosciato, “Dove sono rimasto?” Invano si cercò e ricercò; non riusciva a trovare sé stesso».

Estatto da: Il cammino dell'uomo di M. Buber

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Un proverbio indù dice: «Possiamo ballare sulle nostre spalle? ». 

No. Ebbene, la mente non può comprendere se stessa. Qui possiamo notare il limite di uno strumento conoscitivo e ammettere con umiltà e accettazione una tale constatazione. Ma la mente, che produce l’io, il tempo, lo spazio e la causalità, non si arrende e nel suo moto ignorante tenta di definire, concettualizzare, afferrare ciò che è senza tempo, senza causa, senza spazio: insomma, non è autorisplendente, autoconoscente. Dietro a essa esiste qualcosa da cui trae un modesto riflesso conoscitivo. Questo qualche cosa lo possiamo paragonare al sole che risplende di luce propria. Compito del processo realizzativo è quello di ritirare la coscienza in questo Sole centrale che non abbisogna di nessuna mente-pensiero per conoscere poiché comprende e si autocomprende. Se questo atman centrale viene paragonato al sole e la mente alla luna, a che cosa serve quel pallido riflesso della luna, quando il sole splende allo zenit?!

...Il pensiero filosofico orientale predominante è questo:
Che cosa sono il conflitto e la sofferenza umana? Qual è l’origine del conflitto e della disarmonia? Come può essere eliminato tale conflitto? Come dovrebbe vivere l’uomo per essere armonico con se stesso, con i suoi simili e la stessa natura? Rispondere a queste domande significa risolvere il problema dell’individuo, significa fare della filosofia di vita; commensurarsi nell’esperienza pratica con tale filosofia significa Realizzarsi. La problematica orientale è di ordine pratico, empirico; il processo realizzativo è altrettanto empirico e pratico; la risultante è metafisica. Il Buddha, con la sua Illuminazione, ha scoperto che la vita samsarica è permeata di conflitto e di dolore. Le Quattro Nobili Verità trattano della sofferenza, dell’origine della sofferenza, della soppressione della sofferenza, della via che porta alla soluzione della sofferenza o del conflitto. L'origine della sofferenza, per il Buddha, è la sete del piacere-godimento, è il desiderio di essere questo o quello, è l'avidità di vivere certe esperienze duali. Il nirvana rappresenta la Pax profunda, la Compiutezza, la Pienezza, il moto sul proprio asse e la Gioia senza desiderio. Ma nel nirvana, è ovvio, non esiste più quell’io egoistico, appropriatore e samsarico, bensì il Sé, la Vita in quanto tale senza alcuna denominazione e qualificazione. Lo stesso Cristo non svelò  l'Amore che è Gioia senza desiderio?

...La Verità non può essere racchiusa in uno schema, in un insegnamento, in un “sistema” filosofico, né può essere regalata come si trattasse di una scatola di dolciumi; si concede a chi sa amarla. Ma l’uomo non ama la Verità, bensì l’erudizione della mente, il proprio io con i suoi indefiniti contenuti, la vita della forma cangiante e fluttuante, la gloria del potere materiale e spirituale, la propria salvezza purché operata e donata da altri. Quando comprendiamo che la Verità non è il nostro passato, fatto di orgoglio, di superbia, di separatività, di egoismo, di brame mondane e spirituali; quando scopriamo che la Verità è qualcosa di Innocente, di Essenziale e di Semplice, dimorante in ogni espressione di vita, allora con grande umiltà sapremo bandire tutto ciò che la nostra mente ha accumulato finora. L’amore svela la realtà e la realtà è permeata di amore; comprendere è amare e l’amore si trova nei puri di cuore, in coloro che si rivolgono all’aspetto Vita e non agli oggetti che incatenano e rendono schiavi e avidi.

Estratto da:

 

 

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Possenti: «Il nostro tempo ha bisogno della metafisica»

Per Vittorio Possenti «la grandezza della metafisica sta nella sua necessità, di cui ci si accorge soprattutto quando è obliata. I suoi scribi e farisei ne annunciano la fine “destinale”, entro un irreversibile processo verso l’approdo nichilistico.

https://www.avvenire.it/agora/pagine/vittorio-possenti-il-nostro-tempo-ha-bisogno-della-metafisica

(Dopo un periodo passato presso il Rettorato dell'Università cattolica di Milano per coordinare i centri di Ricerca dell’Ateneo, dal 1988 al 2000 è stato professore associato di Storia della Filosofia morale presso l'Università Ca’ Foscari di Venezia -Facoltà di Lettere e Filosofia-, e dal 2000 al 2010 professore ordinario di Filosofia Politica. Ha fondato e presieduto a Ca’ Foscari il “Centro interdipartimentale di ricerca sui Diritti Umani” -Cirdu, 2003-)

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Così ne parla il Buddha:

Bhikkhu, esiste il non nato, il non divenuto, l’incondizionato, il non composto. Se non ci fosse il non nato, il non divenuto, l’incondizionato, il non composto, non ci sarebbe una via di fuga dal nato, da ciò che diviene, da ciò che è condizionato e da ciò che è composto. Perché c’è il non nato, il non divenuto, l’incondizionato, il non composto, c’è (una possibilità) di emancipazione per il nato, il divenuto, il condizionato e il composto”*. È dunque riscontrabile nel buddhismo delle origini l’affermazione dell’esistenza dell’incondizionato, qualcosa che è postulato dall’esperienza umana dell’impermanenza, sebbene non lo si definisca nei termini di un essere, e ancor meno venga chiamato Dio. Questa Realtà priva di condizionamenti è certamente avvertita come qualcosa che sfugge alla comprensione dell’esperienza umana.

*(Udana, 8,3 (73), citato da Walpola Rahula, L’insegnamento del Buddha, trad. it. di Maria Angela Falà, Roma, Edizioni Paramita, 1994, p. 44. [L’Udana, come altri testi del canone buddhista, è reperibile in italiano ne La rivelazione del Buddha, a cura e con un saggio introduttivo di Raniero Gnoli, traduzioni e commento di Carlo Cicuzza, Raniero Gnoli e Francesco
Sferra, 2 voll., Milano, Mondadori, 2001, N.d.T.])

Tratto da:

 

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Yves Raguin, teologo gesuita formatosi come orientalista a Parigi e Harvard, dopo diverse esperienze in Estremo Oriente dà vita nel 1964, assieme a Jean Lefeuvre, all’Istituto Ricci di Taipei, che rappresenterà per più di trent’anni il centro da cui svilupperà la sua ricerca spirituale e culturale. Tra i più autorevoli e competenti fautori del dialogo interreligioso, è stato autore di numerosi saggi e opuscoli sulla vita spirituale e la contemplazione, ma al suo nome è legato soprattutto il monumentale dizionario Grand Ricci della lingua cinese

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Leggo un pensiero di Max Planck, premio Nobel per la fisica, tratto dal suo libro Autobiografia scientifica:
«Nel primo paragrafo di questo schema autobiografico, sottolineai che per me la ricerca di qualcosa di assoluto è lo scopo più nobile e più degno della scienza. Il lettore potrebbe ritenere contraddittorio questo mio confessato interesse per la teoria della relatività. Ma sarebbe fondamentalmente erroneo considerare le cose in questo modo:
poiché tutto ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto e ha un significato solo quando è confrontato con
qualche cosa di assoluto.
La solita frase “tutto è relativo” è ambigua e priva di senso. Anche la teoria della relatività
è basata su qualcosa di assoluto, cioè la determinazione metrica del continuo spazio-temporale; ed è un compito
particolarmente importante la ricerca dell’assoluto, che solo può dare senso a qualcosa di relativo. Tutte le nostre
misure sono relative. La materia che forma i nostri strumenti varia a seconda della sua origine geografica; la loro
costruzione dipende dall’abilità del progettista e del costruttore; il loro impiego è contingente al particolare scopo perseguito dallo sperimentatore. Il nostro compito è di trovare in tutti questi fattori e dati l'assoluto, l’universalmente valido, l’invariante che vi è nascosto».

Questo concetto, nella sua essenza, è metafisico e questa sera cercheremo di penetrarlo insieme. Quando parliamo di
Reale, senza neanche accorgercene, lo identifichiamo a “qualche cosa” di assoluto, di eternamente valido, di indipendente da ogni determinazione, a qualcosa che non deve dipendere da altro se non da se stesso. Se un dato è assoluto deve avere una vita autonoma, a sé, un’esistenza intrinseca, al di fuori di qualunque altro dato. Se altri dati esistono o non esistono, per quello che abbiamo preso in considerazione non ha nessuna importanza poiché appunto esso esiste quale realtà indipendente, inalterabile, diremo, Assoluta. Se invece questo nostro dato.non ha una vita autonoma, intrinseca, a sé, inalterabile, vuol dire che la sua esistenza è subordinata a qualche altro dato e quest’ultimo contribuisce a dargli vita e nome. In questo caso esso non è Realtà assoluta perché si dimostra come un semplice fenomeno relativo, contingente, transitorio.

Tratto sempre dal testo di Raphael più sopra citato

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C'è solo una Realtà assoluta: Brahman nirguna (Infinito inqualificato o senza attributi). L’uomo sensoriale può solo concepire la Realtà in termini di umanità, di qualità, di attributo. L'uomo si crea Dio a sua immagine: buono, cattivo, amorevole, potente, benefattore, giustiziere, vendicatore, lacrimevole, gioioso, ecc.: ma questi sono attributi inerenti alla natura umana sensoriale. La Realtà è fuori di ogni determinismo qualitativo, è fuori di ogni prospettiva mentale, per quanto elevata e accettabile possa essere. : La Realtà sfugge al pensiero che oggettivizza attributi, tendenze e scopi.

...La Realtà non può non essere una sola, e su questo, penso, siamo tutti d'accordo, ma ognuno se la configura in tanti modi. Brahman-costante è immaginato da molteplici punti di vista, come Saguna, Siva, Kether, Jehovah, Allah, Krsna, Rudra, Agni; come il tempo e lo spazio; come l’Incosciente; come il Bene, il Bello, il Giusto; come l’Infinito; come il niente o la vacuità. Ogni figlio dell’uomo aderisce alla sua proiezione preferita ed è capace di lottare e uccidere per difendere la sua proiezione deificata. Gli individualismi, le sette, le dittature, di ogni ordine e grado, nascono e si perpetuano per un atto proiettivo fortemente qualificato. Il Brahman nirguna è dietro tutte queste oggettivazioni, è la Costante intorno a cui roteano le possibili proiezioni spaziotemporali, è il sostrato unico e permanente...

Tratto sempre dal testo di Raphael di cui sopra

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Mi recai alla prima lezione e scoprii che usava due pianoforti. Non mi salutò neppure, sedette al piano, suonò cinque note e disse: “Rifallo”. Dovevo suonare il passaggio allo stesso modo. Suonai. “No”, disse. Suonò una seconda volta, e io suonai una seconda volta. “No”, disse. Andammo avanti così per un’ora, e ogni volta diceva soltanto: “No”.

Nei tre mesi seguenti arrivai a suonare tre battute, diciamo trenta secondi di musica. Io credevo di non essere male, avevo suonato come solista in piccole orchestre sinfoniche. Eppure andammo avanti così per tre mesi, e per tutto il tempo piangevo. Aveva tutte le caratteristiche di un vero maestro: la spinta e la tremenda determinazione a far sì che l’allievo capisse. Ecco perché era ottimo. Un giorno, trascorsi i tre mesi, disse: “Buono”. Cos’era accaduto? Che avevo imparato ad ascoltare. Come diceva: se lo sai ascoltare, lo sai suonare. Cos’era accaduto in quei tre mesi? Le mie orecchie erano uguali a prima, non avevano subito nessuna trasformazione. Il pezzo non presentava nessuna particolare difficoltà tecnica. Ma avevo imparato  ad ascoltare per la prima volta… ed erano tanti anni che suonavo il piano! Avevo imparato a fare attenzione. Ecco perché era un buon maestro: perché insegnava l’attenzione. Studiando con lui si imparava davvero ad ascoltare, a sentire. Se lo sai ascoltare, lo sai suonare. Dalle sue mani sono usciti pianisti completi. Nella pratica dello Zen occorre la stessa attenzione. Viene chiamata samadhi, unione totale con l’oggetto. Nella storia che vi ho raccontato era più facile, perché era rivolta a un oggetto che mi piaceva. È la stessa unione del grande artista, dell’atleta, del giocatore di football o di pallacanestro; di tutti quanti hanno dovuto imparare a fare attenzione. È un tipo di samadhi. Solo un tipo, ma molto utile. Nello Zen ci viene richiesta una cosa più difficile: l’attenzione a questo preciso momento, alla totalità di ciò che accade ora. Il motivo per cui non vogliamo fare attenzione è che non sempre ciò che accade è piacevole. Non ci va. Abbiamo una mente in grado di pensare. Le cose spiacevoli sono impresse nella memoria. Facciamo sogni sul futuro, sulle cose piacevoli che avremo e che faremo. Tutto ciò che accade nel presente lo passiamo a questo filtro: “Non mi piace. Non voglio sentirlo; Preferisco dimenticarlo e sognare quanto accadrà di bello”. È un lavoro continuo: la mente gira, gira, gira nel costante tentativo di creare una vita piacevole, di farci sentire al sicuro e felici. Facendo così non vediamo il qui-e-ora, questo preciso momento. Non lo vediamo perché siamo impegnati a filtrare. Ma ciò che accade è molto diverso da ciò che pensiamo. Chiedete a dieci persone di riassumervi questo libro, e avrete dieci distinte versioni. Si rimuovono i passi che non ci piacciono e si isolano quelli che ci gratificano. Delle parole dell’insegnante di Zen, sentiamo solo quello che vogliamo sentire. Essere aperti significa  ascoltare tutto, non solo qualcosa. L’insegnante non è lì solo per essere carino con voi. Il cardine dello zazen è questo: ritornare costantemente dal lavorio mentale al qui-e-ora. La pratica è questa. Ciò che dobbiamo sviluppare è la capacità di stare intensamente nel qui e-ora

...La pratica dello Zen mira a farci vivere con più agio. Vivere con agio significa imparare a non passare la vita a sognare, ma stare con ciò che è qui-e-ora, qualunque cosa sia. Buono, cattivo, bello, brutto, mal di testa, malattia o felicità non fa differenza. Una caratteristica dello studente zen maturo è quella di essere ben radicato. Incontrando una persona del genere, lo avvertite. Tali persone sono in contatto con la vita reale così come si dispiega, senza perdersi in una versione di fantasia. Per questo le tempeste della vita le colpiscono senza troppi danni. Accettando le cose così come sono, nulla ci sconvolgerà troppo. Oppure, il turbamento finirà molto più in fretta. Vediamo cosa succede nella seduta. Tutto ciò che dobbiamo fare è stare con ciò che accade in questo preciso momento. Non dovete credermi, dovete verificarlo da voi.

Tratto da:

 

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Charlotte Joko Beck (1917-2011) è stata un’insegnante americana di buddhismo zen e un’autrice di grande successo. Ha iniziato a praticare sotto la guida del maestro Taizan Maezumi all’età di quarantanni. Ha dato vita e diretto lo Zen Center di San Diego, il Prescott Zen Center e la rete di centri Ordinary Mind Zen School. Molto amata per il suo stile diretto e anticonvenzionale, è considerata un punto di riferimento nella relazione tra buddhismo e psicologia.

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Il vicolo cieco della paura non è prodotto dal condizionamento, ma dal quadro che mi sono fatto di me stesso, basato sul condizionamento. Fortunatamente questa rappresentazione, essendo visibile nei miei pensieri e riflessa nelle tensioni del corpo, può diventare il mio maestro se faccio esperienza di me stesso nel momento presente. Non mi occorre una conoscenza intellettuale dei condizionamenti subiti, anche se può essere utile. Ciò che devo conoscere è il modello di pensiero che insisto a nutrire in questo preciso momento, oggi, e quali tensioni presenta oggi, in questo preciso momento, il mio corpo. Notando, in zazen, i pensieri e  sperimentando le tensioni fisiche, illumino la paura. Così facendo, la mia errata identificazione con un sé limitato (la rappresentazione) svanisce a poco a poco. Divento sempre più capace di essere ciò che sono davvero: un non-sé, una risposta aperta e spaziosa alla vita. Vedendo la costruzione illusoria del vicolo cieco della paura, il mio vero sé, tanto a lungo disertato e dimenticato, può riprendere le sue funzioni.

...Prima di tutto, la pratica non mira a produrre un cambiamento psicologico: se pratichiamo con intelligenza, il cambiamento psicologico interverrà da sé. Non metto in discussione che si produca, anzi è meraviglioso; ma intendo mettere in chiaro che la trasformazione psicologica non è lo scopo della pratica. La pratica non consiste in una comprensione intellettuale delle leggi fisiche, come la natura e il funzionamento dell’universo. Comprensioni di questo tipo potranno nascere in una pratica seria, ma non ne rappresentano lo scopo. La pratica non è diretta a ottenere stati di beatitudine. Non va in cerca di visioni o di luci bianche (o rosa, o azzurre). Sono fenomeni possibili, e sedendo a lungo si produrranno, ma non rappresentano lo scopo della pratica. La pratica non mira ad acquisire o coltivare speciali poteri.

...Sedere è essenzialmente uno spazio semplificato. La vita quotidiana è un incessante muoversi: cose da fare, gente con cui parlare, situazioni che si succedono. In mezzo a tutto ciò, è molto difficile percepire ciò che siamo. Semplificando la situazione, rimuovendo i disturbi esterni e sottraendoci al telefono che squilla, al televisore acceso, agli amici che vengono a trovarci e al cane che bisogna portare fuori, abbiamo la possibilità, che è il fatto di maggior pregio, di stare con noi stessi. La meditazione non riguarda uno stato particolare, riguarda il meditante. Non è rivolta a fare, finire o aggiustare qualcosa: è rivolta a noi stessi. Senza semplificare la  situazione, abbiamo scarse possibilità di gettare una buona occhiata su noi stessi. Tendiamo a guardare ciò che non siamo, sempre qualcos’altro. Se qualcosa non va, a cosa rivolgiamo l’attenzione? Alla cosa che non va, agli altri: e lì individuiamo i colpevoli. Non guardiamo noi, guardiamo fuori. Dicendo che la meditazione è rivolta al meditante, non invito a qualche forma di autoanalisi. Non è questo  Preferiamo pensare. Vogliamo ritornare alle nostre amate preoccupazioni, vogliamo capire la vita. Così, prima ancora di accorgercene, abbiamo dimenticato del tutto il momento presente e siamo trasvolati a un pensiero qualunque: il ragazzo, la ragazza, i figli, il capo, la paura di moda… Siamo partiti! Non c’è niente di male nelle fantasticherie, salvo il fatto che, perdendoci dentro, abbiamo perso qualcos’altro. Quando ci perdiamo nei pensieri e nelle fantasie, abbiamo perso la realtà. La vita ci è sfuggita. Questo è il modo di agire degli esseri umani. Non solo ogni tanto, ma in continuazione. Perché agiamo così? Conosciamo benissimo la risposta: perché stiamo cercando di proteggerci. Cerchiamo di sfuggire alla difficoltà del momento, o almeno di comprenderla. Non c’è nulla di sbagliato nei nostri pensieri egocentrici salvo che, identificandoci con essi, la nostra visione della realtà è bloccata...

Tratto dal testo di cui sopra

 

 

 

 

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Domanda posta a Gemini:

Perchè, generalmente, c'è poco interesse nei confronti di argomenti come la mistica, trascendenza e religione?

Il disinteresse verso la mistica, la trascendenza e la religione è un fenomeno complesso, influenzato da diversi fattori:

Secolarizzazione:

Le società moderne, specialmente in Occidente, hanno sperimentato un declino dell'influenza religiosa nella vita pubblica e privata.

La scienza e la ragione hanno assunto un ruolo predominante nella comprensione del mondo, riducendo lo spazio per le spiegazioni spirituali.

Materialismo e consumismo:

La cultura contemporanea spesso valorizza il successo materiale, il consumo e il piacere sensoriale.

Questa enfasi può distogliere l'attenzione dalle questioni spirituali e dalla ricerca di un significato più profondo.

Individualismo:

L'individualismo promuove l'autonomia e l'indipendenza, portando alcune persone a rifiutare le strutture religiose tradizionali e le credenze condivise.

Scetticismo e razionalismo:

I progressi della scienza e del pensiero razionale hanno alimentato lo scetticismo nei confronti delle credenze religiose e mistiche.

Molti preferiscono basare le proprie convinzioni su prove empiriche e logica.

Complessità e ambiguità:

La mistica e la trascendenza spesso coinvolgono concetti astratti e difficili da definire.

La religione, con le sue diverse interpretazioni e dottrine, può sembrare complessa e confusa.

Esperienze personali limitate:

Le esperienze mistiche e trascendenti sono spesso di natura personale e soggettiva.

In un mondo frenetico e distratto, può essere difficile trovare il tempo e lo spazio per coltivare tali esperienze.

Diversità religiosa:

La crescente diversità religiosa può generare confusione e incertezza.

Alcuni possono sentirsi sopraffatti dalla varietà di credenze e pratiche, scegliendo di allontanarsi dalla religione.

Nonostante queste tendenze, l'interesse per la spiritualità e la trascendenza persiste. Molte persone cercano un significato più profondo attraverso varie pratiche spirituali, filosofia e ricerca interiore.

 

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L’uomo è, fin dalle sue origini, religioso. Su una tale conclusione convergono autori diversi per disciplina e orientamento culturale. Julien Ries (1981, 2014), eminente studioso di antropologia del sacro, ha mostrato che la formazione dell’idea del divino ha dato un contributo determinante al processo di ominizzazione: sono state proprio le elaborazioni religiose a permettere ai primi uomini di proiettarsi al di là della loro condizione materiale verso orizzonti di significato più ampi su cui la vita sociale ha poi potuto svilupparsi. Da un’angolatura disciplinare completamente diversa, C.G. Jung, uno dei padri nobili della psicanalisi, ha sostenuto che l’esperienza religiosa non attiene semplicemente al campo della credenza, ma esprime un tratto psicologico costitutivo dell’umano che è tale in quanto ha natura simbolica: “L’esperienza prova che le religioni non sorgono quali frutti di una elucubrazione cosciente, ma provengono dalla vita naturale dell’anima inconscia che in qualche modo esprimono in modo adeguato. Ciò spiega la loro diffusione universale e la loro straordinaria efficacia storica sull’umanità […] i simboli religiosi sono verità naturali psicologiche” (Jung, 2016: 17).

...Secondo Ries, “è proprio riflettendo sulla distanza che separa l’uomo dagli dèi che Platone arriverà a elaborare le idee di trascendenza e virtù” (Ries, 1981: 128). Secondo il filosofo greco, infatti, è il fossato che la separa dalla condizione divina a spingere l’anima oltre se stessa. Come scriverà Goethe: “vivere nel mondo ideale vuol dire considerare l’impossibile come possibile”. Fu per questa via che nelle piccole e accaldate città greche, alcuni secoli prima di Cristo, la capacità di riflessione sulla condizione umana ha cominciato a fiorire fino al punto di arrivare a mettere in discussione la conoscenza sensoriale e percettiva. Il “conosci te stesso” di Socrate è la felicissima espressione che dice del compito impegnativo a cui ciascuno di noi è chiamato per venire a capo della propria condizione.

...

E oggi la gloria non appartiene più né alla religione, con la sua promessa di salvezza futura, né alla politica, con la sua promessa di pacificazione del rapporto fra gli uomini. Il loro posto è stato preso dalla tecno-scienza – con la sua capacità di aumentare concretamente le possibilità di vita della specie umana e di ogni uomo in particolare: “Dire che l’Apparato scientifico‐tecnologico subordina a sé tutte le forme di potenza apparse lungo la storia dell’uomo, significa dunque dire che la potenza della scienza ottiene un riconoscimento sociale che non è più ottenuto dalla magia, dalla religione, dalla politica, ecc. Ma anche per la scienza moderna la potenza sul mondo esiste solo se la totalità dei gruppi umani riconosce l’esistenza di tale potenza. La scienza è inseparabile dalla propria ‘gloria’” (Agamben, 2007: 76).

Dimostrando pubblicamente la propria potenza, il sistema tecnico si candida così a essere il demiurgo del nostro tempo: la tecno-scienza non si limita più a dominare l’ente, ma arriva a dire in cosa effettivamente tale dominio consista.

...In tale prospettiva, la stessa natura – ivi compreso l’essere umano ridotto a biologia – cambia il suo statuto divenendo mero fondo a disposizione dell’intervento umano che si produce sulla base di quella che Peter Sloterdijk (2013a) chiama “ragione cinica” – definita dalla perfetta coincidenza fra tecnica e realtà, scienza e potenza, ragione e calcolo. Come già aveva proclamato Marinetti annunciando il nuovo tempo che veniva: “si deve credere nella potenza assoluta invincibile della volontà […]. La nostra volontà deve uscire da noi per impossessarsi della materia e modificarla a nostro piacimento. Noi possiamo dare forma a tutto quello che ci circonda e rinnovare senza fine la faccia della terra” (Marinetti, 2003: 163).

... È qui, in questa pretesa del sistema tecnico di poter padroneggiare l’intera realtà che si svela il lato idolatrico, e perciò temibile, del progetto di società tecnica, al di là delle intenzioni dei suoi attori. Una pretesa che sempre più esplicitamente arriva oggi a porre il tema di fondo su cui si regge tutto il discorso: quello della nascita e della morte, cioè i due punti su cui la presa dell’uomo di poter dominare la realtà rimane debole e forse inesistente. Come nel passato per la società religiosa e la società politica, è precisamente attorno a tali questioni che si giocherà il futuro del sistema tecno-scientifico. Mai come in questo momento storico l’homo creator ha sentito così fortemente il fascino di una potenza che sembra potersi dare senza alcun limite. Abbandonato il rapporto con la trascendenza, la volontà di potenza pretende oggi di diventare meta-fisica applicandosi senza mediazioni – se non quella tecnica – al rapporto col mondo, alle relazioni sociali, all’uomo stesso.

Tratto da:

 

 

 

 

 

 

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Mauro Magatti (1960), sociologo ed economista, è professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dirige il Centro di Ricerca ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change) ed è editorialista del «Corriere della Sera».

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