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Good religion trascendenza/mistica


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Si parla spesso di intolleranza e fanatismo religioso... ma vorrei riportare quanto scrive Giovanni Filoramo  (ha insegnato Storia del cristianesimo presso l'Università di Torino. Si è occupato di vari aspetti della storia del cristianesimo antico, di nuovi fenomeni religiosi, di storia delle interpretazioni e di problemi metodologici della storia religiosa) sul suo libro, Ateismo:

Il termine proviene dal latino atheismus , a sua volta resa del greco atheotes .  L’ alpha (a -) privativo del greco indica un’assenza di theotes “divinità” o theos “dio”: un’assenza, si badi bene, non un’opposizione, così come “anarchia” (a-arche ) indica assenza di una guida, di una legge, non il rifiuto di ogni legge (come l’hanno poi intesa gli anarchici). Precisazione importante perché dovrebbe ricordarci che, dal punto di vista etimologico, il termine non contiene quel significato polemico (l’ateo come colui che, novello Prometeo, lotta contro Dio e gli dei), che invece normalmente tende ad avere nel linguaggio comune e che ha contribuito, nei secoli, a dargli quell’ombra negativa che continua ad accompagnarlo.

...Come precisa lo storico della filosofia Eugenio Lecaldano, in un suo recente lavoro consacrato a difendere una visione e pratica di vita senza riferimenti a qualunque dimensione sovrannaturale:

L’ateismo è dunque una nozione che può essere maneggiata con precisione solo chiarendo di volta in volta quale sia il senso preciso che si dà alla componente di negazione che fa parte integrante di essa: non bisogna cioè confondere tra coloro che mostrano, nella loro condotta o nei loro discorsi, di non fare alcun ricorso all’idea di Dio e coloro che invece, in modo assertivo, si impegnano a criticare l’idea di Dio e le sue ricadute nella vita umana.

 

Ciò significa che, mentre l’ateismo negativo può comprendere posizioni come l’agnosticismo o l’indifferentismo, l’ateismo positivo implica un suo mondo di credenza, se non una sua vera e propria visione del mondo alternativa e in concorrenza con quella teistica. Ne consegue che l’ateismo positivo implica quello negativo, ma non è vero il contrario

...

L’illusione di Dio è un bell’esempio di questo scientismo ateo militante, che rifiuta ogni teoria del doppio binario o magistero (a Dio, e cioè alla teologia, quel che è di Dio; e a Cesare, e cioè alla scienza, quel che le compete), deride “la miseria dell’agnosticismo”, incapace di prendere posizione nello scontro, invita il lettore, preda della follia della fede o semplicemente dubbioso, a convertirsi al vangelo della selezione naturale e, particolare non trascurabile, è in grado, come nel caso di Dawkins, di produrre un libro scritto in modo talmente avvincente da trasformarlo in un best-seller, facendo dell’autore un protagonista dello star system internazionale (“Time” gli ha dedicato una copertina)
...
Lasciando ad altri più competente di me in materia la valutazione degli argomenti filosofici e scientifici portati da Dawkins, 76 mi limito a qualche considerazione sulla pars destruens del libro, perché essa mette chiaramente in luce i forti limiti di quest’impostazione e solleva un problema più generale.

Dawkins pesca a piene mani, consapevole o meno, in un arsenale di critiche plurisecolare, utilizzandolo in modo spesso caustico ed efficace, con esempi studiati ad arte, senza però che la sostanza muti: nulla di nuovo, se non un elenco di crimini che, nel frattempo, si è allungato, e il rivestimento scientifico, che rimanda alla fine a una classica origine psicologica infantile e deviante. Classico anche l’attacco alla teologia: “in diciotto secoli non ha fatto un passo”; i teologi “non hanno nulla da dire in merito a nulla”. Il tono liquidatorio non può nascondere la debolezza dell’argomento: da Agostino a Barth, tutta una tradizione culturale, spesso di altissimo livello, è gettata, con boria e sprezzo degni della superficialità e del vuoto culturale che tradiscono, nel cestino. Più in generale, quel che colpisce uno storico è l’assenza della storia: al posto delle religioni come fatti di civiltà e cultura subentra una astorica fede “molto, molto pericolosa”. Nella prefazione alla seconda edizione del libro,  Dawkins si difende da una serie di accuse, tra cui quella di essere, nella sua battaglia contro il fondamentalismo religioso, anch’egli caduto in questa trappola. Quel che meno convince nella sua risposta è il fatto che permane la radicalità della contrapposizione, che alimenta il clima da crociata: tertium non datur . Con alla base un limite fondamentale: non distinguere, all’interno della millenaria storia delle religioni e del fenomeno religioso in generale, tra elementi positivi ed elementi negativi, buttando via, come si suol dire, il bambino con l’acqua sporca.

Non è certo ora il momento di mettersi a fare un’apologia della religione. Ma, di fronte alla schiera di nuovi atei che, con maggiore o minore verve polemica ed efficacia di argomenti, attraverso il rifiuto di Dio mirano in realtà alla eliminazione tout court della religione, non si può fare a meno di ricordare che, in quanto prodotti culturali, le religioni riflettono limiti, ma anche grandezze dell’uomo: sono “riserve di senso” a cui l’umanità ha attinto a piene mani per rispondere agli interrogativi esistenziali fondamentali. Non soltanto quelli relativi alle origini o alla conduzione pratica e politica della vita, ma anche, direi prima di tutto e soprattutto, all’interrogativo che concerne il nostro destino finale. Non solo, dunque, “da dove veniamo” o “come dobbiamo vivere”, ma anche o soprattutto “come e perché dobbiamo morire” e quale è il premio-punizione che attende il credente.

Le religioni, in altri termini, sono state e continuano ad essere anche fattori etici determinanti: se si dovesse accettare l’argomento della ditta Dawkins&Co., per cui, in merito a queste risposte, “tutte le religioni hanno torto, molto semplicemente” si potrebbero tranquillamente bruciare i libri di quegli studiosi come Max Weber o Émile Durkheim – e di tutti coloro che continuano a ispirarsi al loro pensiero – che, da un punto di vista assolutamente laico, hanno tuttavia guardato alla religione e alle religioni, dalle più primitive alle grandi religioni universali, come fattori fondamentali della coesione e solidarietà sociale e come sorgenti basilari del senso etico.

Se è innegabile il nesso tra religione e violenza, religioni e guerre, non si può dimenticare l’altra faccia della medaglia: le religioni, in casi determinati, sono state anche fattori di convivenza, hanno favorito valori di pace e progresso, si sono dimostrate capaci di alimentare l’altruismo e la fratellanza, hanno ispirato artisti e poeti. L’impressione finale che si ricava da questo dibattito alquanto desolante è, in fondo, che il nuovo ateismo ha creato o ricuperato un nuovo tipo di sport, in cui i due contendenti si menano colpi senza pietà, ma alla fine il risultato è prigioniero di una situazione di stallo: nel gioco intitolato “Dio”, ciascuno può assestare terribili fendenti, ma nessuno esce veramente vincente.

Il motivo è presto detto. Questo tipo di ateismo – che di nuovo ha ben poco, se non la risonanza mediatica dei protagonisti – è alla fine in grado di nutrire e di nutrirsi soltanto della “cattiva religione”. Ma ciò di cui in genere si è dimostrato incapace è confrontarsi con la ricchezza immaginativa di una religione matura, di una fede consapevole. Si tratta, in fondo, di un dibattito che assimila in modo errato la fede, o meglio la credenza religiosa, al pensiero astratto e razionalistico. Riconducendo e riducendo il nemico al proprio terreno, si pensa di abbatterlo più facilmente, ma si trascura un piccolo dettaglio: la fede o credenza religiosa non è soltanto, o tanto, un processo trasparente di assenso intellettuale, ma anche, o soprattutto, una dimensione più profonda, che tocca le dimensioni più intime dell’essere umano, le pascaliane “ragioni del cuore”. :classic_smile:

Nel dibattito sul nuovo ateismo, non sono mancati i critici che hanno parlato, al proposito, di una nuova forma di fondamentalismo ateo. Valga per tutti la posizione di Eugenio Lecaldano che, pur difendendo nel suo libro un naturalismo metodologico e, più in generale, una concezione del mondo che cerca di spiegare sistematicamente tutte le varie parti della cultura umana sulla base di dati ricavati soltanto dall’esperienza sensibile e, dunque, senza alcun riferimento al soprannaturale e al trascendente, ha visto nel nuovo ateismo un naturalismo metafisico che rischia di finire assimilato a una fede religiosa:

L’assimilazione dell’ateismo a una vera e propria fede religiosa fondata in modo assoluto e proposta come concezione identitaria per la comunità degli atei ...

 

 

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Se la natura umana ci spinge a cercare la realizzazione esistenziale, non possiamo accontentarci della descrizione parziale della realtà che ci viene offerta dalla scienza. Abbiamo bisogno di una «nozione completa del mondo», di una «idea integrale dell’universo». Già da ragazzo ero consapevole di aver bisogno di una «narrazione più grande», di una visione più «ricca» della realtà, che intrecciasse fra loro la comprensione intellettuale e il significato delle cose. Ma non riuscivo a trovarla. Se una cosa mi risultava inafferrabile, allora la bollavo come illusoria. Eppure, quell’idea non se n’è mai andata del tutto, né dalla mia mente né dalla mia immaginazione. Sì, la scienza possedeva una magnifica capacità esplicativa, ma non riusciva a soddisfare i desideri e gli interrogativi più profondi del genere umano.

Dunque, secondo Ortega y Gasset ogni filosofia della vita, ogni riflessione sugli interrogativi che contano davvero, alla fine va oltre la scienza – e non perché nella scienza ci sia qualcosa di sbagliato, ma proprio perché la conquista delle virtù intellettuali della scienza ha un prezzo: se la scienza funziona tanto bene è perché si basa su metodi assai peculiari e su di essi è totalmente focalizzata.

"La verità scientifica si caratterizza per la sua esattezza e per il rigore delle sue previsioni. Ma queste ammirevoli qualità sono conquistate dalla scienza sperimentale a caro prezzo: mantenendosi su un piano di problemi secondari e lasciando intatte le questioni ultime, decisive" (José Ortega y Gasset)

Per Ortega y Gasset, il grande merito intellettuale della scienza è la consapevolezza dei propri limiti. La scienza risponde solo a quelle domande a cui sa di poter rispondere basandosi sulle evidenze. La curiosità umana, però, desidera andare oltre. Avvertiamo il bisogno di avere risposte a interrogativi più profondi che non possiamo evitare di porci. Chi siamo veramente? Qual è il senso ultimo della vita? Come osservava giustamente il filosofo spagnolo, gli esseri umani – gli scienziati quanto i non scienziati – non possono vivere senza dare una risposta, anche solo provvisoria, a queste domande. «Non possiamo non prendere una posizione di fronte ai temi ultimi: lo si voglia o no, in un modo o nell’altro, finiscono per imporcisi. La “verità scientifica” è una verità esatta, ma incompleta e non definitiva». Serve una narrazione più ricca, che leghi comprensione e significato. È a questo che alludeva il filosofo americano John Dewey (1859-1952) quando sosteneva che «il problema più serio della vita moderna» consiste nel fatto che l’uomo non sia riuscito a integrare le proprie «credenze circa il mondo» con le proprie opinioni riguardanti i «valori» e gli «scopi».

...

Non mi sono mai pentito della mia scelta. Dai quindici anni in poi mi concentrai sullo studio della fisica, della chimica e della matematica. Vinsi un’importante borsa di studio per frequentare i corsi di chimica all’Università di Oxford, dove mi specializzai in teoria quantistica. In seguito, sempre a Oxford, conseguii il dottorato presso i laboratori del professor George Radda lavorando allo sviluppo di nuove tecniche per lo studio dei sistemi biologici complessi. Conservo ancora quel vecchio microscopio di ottone sulla scrivania nel mio ufficio, in ricordo del ruolo fondamentale che ha avuto nella mia vita.

 

E così avevo abbracciato una forma alquanto dogmatica di ateismo, e mi compiacevo del minimalismo intellettuale e della desolazione esistenziale che lo caratterizzavano. Sì, la vita era priva di senso, ma che problema c’era? Accettare quella dura verità scientifica da parte mia era un atto di audacia intellettuale. La religione era solo un’inutile reliquia di un ingenuo passato la quale offriva un’ingannevole illusione di senso di cui era facile disfarsi. Ero convinto che la scienza fornisse una spiegazione esaustiva e totalizzante del mondo e che, inesorabile, smascherasse il carattere illusorio e menzognero dei propri antagonisti. La scienza smentiva l’esistenza di Dio, e ogni scienziato serio era ateo. La scienza era il bene e la religione era il male.

Si trattava, ovviamente, di un’opposizione binaria e intransigente. Ogni cosa era o bianca o nera, senza alcuna considerazione per le tante sfumature di grigio che esigevano il loro giusto riconoscimento. Allora, però, quell’atteggiamento semplicistico mi si adattava alla perfezione. Senza averne minimamente idea, ero caduto nella trappola di una mentalità di contrapposizione fra in-group e out-group, basata sul rafforzamento del senso privilegiato di appartenenza a un «gruppo dei noi» attraverso la messa in ridicolo, la denigrazione e la demonizzazione degli avversari. (Tradizionalmente questo tipo di atteggiamento è ritenuto una delle più sgradevoli caratteristiche della religione, ma ormai si è capito che si tratta di un’attitudine tipica di ogni fondamentalismo, religioso o antireligioso che sia.) La religione era sbagliata dal punto di vista intellettuale e dannosa sul piano morale. Era contaminante; meglio non averci a che fare.

...

Tuttavia, nel caso dei neo-ateisti il problema va oltre questa sconcertante ossessione verso un Dio che a loro dire non esiste. Come scrive Greg Epstein, cappellano umanista dell’Università di Harvard, l’approccio aspramente aggressivo e i toni sprezzanti del movimento derivano proprio dall’aver adottato l’anti-teismo come caratteristica definitoria.

Anti-teismo significa andare costantemente alla ricerca degli aspetti più deteriori della fede in Dio e raffigurarli come indicativi della religione nel suo complesso. L’approccio anti-teistico mira ad allontanare gli individui dalla religione infondendo in loro un senso di svilimento e vergogna, intimorendoli con l’idea che credere in un dio bellicoso sia una cosa stupida.

L’implacabile ostilità verso ogni forma di religione fa parte dell’abito mentale fortemente dogmatico dei neo-ateisti, e li porta a screditare i propri oppositori con un’arroganza intellettuale che non ha rapporto alcuno con la qualità delle argomentazioni di questi ultimi. Mi fa venire in mente le critiche mosse da Platone alla politica ateniese dei suoi tempi, nella quale si «chiamano buone maniere la prepotenza».  Questo atteggiamento ostile rende inoltre impossibile il dialogo, nel senso che le conversazioni sono impostate in termini di sconfitta o di compromesso – soprattutto là dove il neo-ateismo (diversamente da altre forme più morbide e non dogmatiche di ateismo) ha investito moltissimo nella perpetua verità del conflitto tra scienza e fede come segno principe della propria identità.

...

Scienza e religione rappresentano due forze culturali tra le più importanti del mondo odierno. Se formulato nella maniera giusta, il dialogo reciproco può arricchire ed elevare. Se costruita nel modo giusto, una «più ampia narrazione» della realtà crea spazio intellettuale per il dissenso e la discordanza, affermando nel contempo l’intelligibilità e la coerenza del mondo.

E questo dialogo deve avere luogo. La religione è tornata a occupare la vita pubblica e il dibattito pubblico. Malgrado tutte le previsioni dei filosofi da salotto e dei commentatori mediatici, Dio non è morto, così come non è morto l’interesse per la «spiritualità». Al contrario, è il neo-ateismo a mostrare la corda, ad apparire datato e stagnante. Se pure ha sollevato alcune domande interessanti su Dio e sulla religione, le risposte che ha fornito sono ormai considerate scontate e superficiali. Slogan suadenti come «Dio è un’illusione» o «la fede è una patologia mentale» sono diventati celebri, ma in definitiva non sono riusciti ad appagare né la mente né il cuore di tante persone in cerca di risposte più profonde.

...Invece, dopo la mia immersione nella filosofia della scienza nei primi mesi del 1971, giunsi a capire che la scienza non sarebbe stata in grado di dare risposta a ciò che il filosofo della scienza Karl Popper chiamava le «questioni ultime». Secondo Popper la scienza non era in grado di fare «affermazioni sopra questioni ultime come gli enigmi dell’esistenza o sul dovere dell’uomo in questo mondo». 4 Tuttavia, questa verità – aggiungeva Popper – si prestava a equivoci e false interpretazioni, per esempio nel campo dell’etica. «Ma alcuni grandi scienziati, e molti scienziati minori, hanno malinteso la situazione. Il fatto che non sia compito della scienza pronunciarsi sui principi etici è stato frainteso nel senso che tali principi non esisterebbero»

...

La filosofa Mary Midgley è una delle principali promotrici di questo approccio «multi-mappa» per cogliere le profondità e i particolari della realtà. Midgley sostiene che per rappresentare la complessità del mondo bisogna ricorrere a «molte mappe, molte finestre», le quali sono il riflesso del fatto che «le forme e le fonti di conoscenza sono varie e indipendenti tra loro». Secondo la filosofa britannica può essere utile immaginarsi il mondo come un «enorme acquario»:

Dall’alto lo sguardo non riesce ad abbracciarlo per intero, e così sbirciamo attraverso una serie di finestrelle […]. Alla fine, a forza di mettere insieme pazientemente i dati da diverse angolazioni, ci si può fare anche una buona idea di questo habitat. Se invece si insiste a pensare che l’unica finestra da cui valga la pena di guardare sia la nostra, allora non si andrà molto lontano.

Nessun modo di pensare, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare il senso del nostro universo. «Quando si tratta delle domande fondamentali dell’esistenza umana bisogna sempre pescare qua e là da diverse “cassette degli attrezzi” concettuali».  Se ci si affida solo ai metodi della scienza in generale, o a un’unica scienza in particolare (la fisica, per esempio), senza volerlo ci si imprigiona in una «visione di senso straordinariamente riduttiva»

Notevoli riflessioni tratte dal bel libro: La grande domanda di Alister McGrath (laureato in Chimica a Oxford, si è in seguito occupato di Biofisica molecolare presso il Dipartimento di Biochimica della stessa università, dove ha svolto ricerche pubblicate in riviste scientifiche internazionali. Accanto agli studi scientifici, McGrath ha coltivato i suoi interessi religiosi, laureandosi in Teologia a Oxford. Dopo un periodo di docenza in Teologia al St John’s College di Cambridge, e dopo essere stato ordinato sacerdote della Chiesa d’Inghilterra, McGrath è tornato a Oxford, dove è stato docente di Teologia storica, per passare poi alla cattedra di Teologia, ministero e educazione del King’s College di Londra. Attualmente è professore di Scienza e religione a Oxford.)

Credo che riporterò altre citazioni dello stesso libro

 

 

 

 

 

 

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Nel frattempo, ripropongo:

 

Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini.

Papa Francesco

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/september/documents/20240913-singapore-giovani.html

Molto simile alla pensiero di Gandhi:

"Le religioni sono strade diverse che portano allo stesso punto. Che importa se facciamo strade diverse, finché raggiungiamo tutti la stessa meta?"

  • Melius 1
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A proposito di multi-mappa, per una interpretazione più completa ed integrale della realtà, come non menzionare il Quadrante di Ken Wilber (Conseguita la specializzazione in biochimica, lasciò il mondo accademico per dedicarsi interamente a studiare e scrivere. 
Con 20 libri sulla spiritualità e la scienza, tradotti in 25 lingue, Wilber è oggi il più tradotto autore accademico degli Stati Uniti. E' visto come il più importante esponente della psicologia transpersonale, che emerse negli anni '60 dalla psicologia umanistica, e che ha per argomento il sé e la spiritualità, da cui Wilber si è evoluto verso la Visione Integrale. Oggi é indubbiamente il più accreditato esponente della Visione Integrale con il suo Integral Institute)

 

Ken-Wilber-The-Four-Quadrants.png

 

Nel quadrante soggettivo –  o  superiore sinistro – troviamo il mondo delle nostre esperienze interiori individuali: i nostri pensieri, emozioni, ricordi, stati d’animo, percezioni, e sensazioni immediate – in altre parole, il nostro spazio dell’ “io” .


Nel quadrante intersoggettivo – o inferiore sinistro – troviamo il mondo delle nostre esperienze interiori condivise (collettive) : i nostri valori condivisi, i significati, il linguaggio, le relazioni, ed il background culturale – in altre parole, lo spazio del “noi”.


Nel quadrante oggettivo – o superiore destro – troviamo il mondo degli oggetti singolari esteriori: il nostro corpo materiale (compreso il cervello) e tutto ciò che si può vedere o toccare (o osservare scientificamente) nel tempo e nello spazio – in altre parole, il nostro spazio del “ciò”.


Nel quadrante interoggettivo – o inferiore destro- troviamo il mondo degli oggetti esterni collettivi ( condivisi): i sistemi, le reti, la tecnologia, il governo, e l’ambiente naturale – in altre parole, il nostro spazio dell’ “Essi”.

https://integrazioneposturale.com/cosa-sono-i-quattro-quadranti/

 

E' vero che la mappa non è il territorio, ma meglio una mappa più completa rispetto ad una parziale e riduttiva :classic_smile:

 

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Dunque, dove ci conducono queste riflessioni sulle mappe multiple della realtà, sulla molteplicità dei livelli di senso e narrazione? Scienza e fede possono fornirci due descrizioni dell’identità umana diverse tra loro ma potenzialmente complementari. E abbiamo bisogno di entrambe se vogliamo esprimere a pieno la nostra umanità e condurre un’esistenza appagante e piena di senso. Sia la scienza che la fede hanno la tendenza a ingigantire le proprie capacità. La religione non può dirci quanto dista la stella più vicina, così come la scienza non può spiegarci il senso della vita. Eppure, sia l’una che l’altra fanno parte di un più grande quadro d’insieme, e se si esclude una delle due – oppure entrambe – ciò che otteremo sarà una visione immiserita dell’esistenza.

...Si crede solo in ciò che si può dimostrare. E, per quanto mi riguardava, era quello il motivo che rendeva la scienza una cosa tanto grandiosa. Là dove c’era una questione da dirimere, ecco che la comunità scientifica inventava degli esperimenti e la risolveva. Chi mai aveva condotto un esperimento che avesse provato l’esistenza di Dio?

Non mi sembra di essermi mai spinto tanto in là quanto avrebbe fatto in seguito Dawkins lasciando intendere che gli individui religiosi siano dei malati di mente. Ero convinto tuttavia che la religione implicasse necessariamente un estraniamento dalla realtà e il rifugiarsi in un universo fittizio privo di qualsiasi corrispondenza con quello che la fisica mi aveva fatto conoscere...Parlare in maniera semplicistica di «evidenze indiscutibili» è estremamente fuorviante, e per numerosi motivi. Induce a pensare che l’evidenza sia una questione puramente oggettiva e impedisce di coglierne gli aspetti soggettivi, che sono assai complessi. Gli esseri umani sono creature che esercitano la libertà riflessiva e sono assolutamente in grado di far incastrare a forza l’«evidenza» nei loro modi di pensare preferiti e predeterminati. Un esempio illuminante ci è offerto l’«affare Lysenko», risalente agli anni quaranta del secolo scorso. I leader dell’Unione Sovietica considerarono politicamente accettabili le idee biologiche poco ortodosse di Trofim D. Lysenko (1898-1978), etichettando invece come «borghesi» e «fasciste» le teorie scientificamente ortodosse dei suoi avversari. Come insegna la triste vicenda della biologia evoluzionistica in epoca sovietica, può prevalere un pensiero di gruppo che ignora certe evidenze considerate scomode o che le adatta (sovente applicando una violenza di tipo intellettuale) all’interno di una determinata cornice ideologica...

Questi dogmatisti sembrano convinti che un semplice, convulso atto di assertività basti a poter eludere la complessità di cui è impregnata l’esistenza umana. Ma non basta, e non può bastare. Anch’io ne ero convinto, ma oggi non lo sono più. Persino i teologi sanno che è necessario abbracciare l’umiltà ed evitare dogmatismi quando si parla di Dio. Come scriveva con belle parole il teologo oxfordiano Charles Gore nell’Ottocento:

Il linguaggio umano non può mai esprimere le realtà divine in maniera adeguata. Nella mente di un teologo consapevole del proprio ruolo, quando immagina o rappresenta Dio, sono sempre presenti una tendenza a scusarsi per il modo di esprimersi degli uomini, un forte elemento di agnosticismo, l’orribile sensazione che oltre quel poco che si svela si celino profondità inesplorate...

Ma in che modo, dunque, opera la fede? Che cosa fa? Gli studiosi offrono un gran numero di risposte a questo interrogativo, ma io menzionerò solo gli effetti che ho sperimentato in prima persona. Li elencherò nell’ordine di valore che io riconosco loro, lasciando libertà al lettore di riordinare la lista (o di integrarla) come a lui o lei parrà più opportuno.

1. La fede mi aiuta a vedere il senso del mondo attraverso una visione della realtà che gli infonde intelligibilità e coerenza.

2. La fede mi fornisce un quadro di riferimento grazie al quale posso discernere il senso e lo scopo dell’esistenza.

3. Dalla fede discende una visione etica che non sono io a costruirmi e che non è al servizio dei miei interessi individuali.

4. La fede mi aiuta ad affrontare le situazioni negative mostrandomele sotto una luce diversa.

5. La fede è portatrice di speranza, in quanto mi permette di guardare alla mia vita entro un più ampio contesto di senso. Per speranza non intendo un immotivato ottimismo, bensì una salda convinzione del valore del presente e della pienezza futura.

Sempre tratto da:

 

 

 

 

 

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Interessante affermazione di Viktor E. Frankl (neurologo e psichiatra austriaco, è stato il fondatore della logo-terapia. A partire dal 1942 fu deportato nei lager di Auschwitz, Dachau, Kaufering, Theresienstadt e Türkheim. Servì a Frankl per elaborare un aspetto fondamentale della sua logoterapia: la necessità quotidiana di trovare un senso alla nostra esistenza, anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita. Frankl è stato a lungo professore di neurologia e psichiatria all’Università di Vienna, insegnando anche negli Stati Uniti)

dal libro: In principio era il senso

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La religione ha un effetto psicoterapeutico, ma non un obiettivo psicoterapeutico. E viceversa, la psicoterapia non può e non deve affatto avere obiettivi religiosi, ma in determinate circostanze può avere come involontario effetto collaterale una svolta o un approfondimento in senso religioso. Ossia, noi vediamo continuamente che le persone nel corso di una terapia ritrovano la strada verso le radici o le sorgenti religiose nel loro inconscio, sebbene la terapia non avesse nulla a che vedere con la religione e le questioni religiose non fossero nemmeno in discussione. Ma gli obiettivi sono diversi all’origine. La religione vuole, diciamo così, la salvezza dell’anima , la psicoterapia, e con essa la logoterapia, vuole la guarigione psichica . Eppure succede che nella terapia delle nevrosi la religione entra in gioco in riferimento al problema del senso, se prescindiamo dall’80% di fobie e nevrosi ossessive e ci limitiamo al 20% di nevrosi provocate dalla frustrazione della volontà di significato, quelle che io chiamo nevrosi noogene , nevrosi che non risultano da conflitti tra Io, Es e Super-Io o da sentimenti di inferiorità, bensì da un sentimento di mancanza di senso, di disperazione e depressione. Se, dunque, parliamo di questo 20% di nevrosi generate dalla mancanza di senso, ci imbattiamo in qualche modo nella problematica religiosa. L’uomo religioso in generale può trovare con più probabilità o – diciamo – con più facilità un senso rispetto all’irreligioso

 

 

 

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Il fatto fondamentale di cui ci occupiamo è l’esperienza e la coscienza
spirituale
e può essere così espresso: fin dai tempi più lontani
vi sono stati esseri umani che hanno affermato di avere sperimentato
stati di coscienza che differivano grandemente — nelle qualità, nell’intensità
e nell’effetto — da quelli che normalmente gettano le proprie
luci o le proprie ombre sullo schermo dell’umana consapevolezza.
Ma essi fanno un’altra e più vasta affermazione: sostengono che
tali stati di coscienza sono il risultato del pervenire, o dell’involontario
essere portati in contatto con un piano o sfera di Realtà che è al
‘disopra’, o ‘oltre’, quelli generalmente considerati come ‘reali’.
Questa Realtà è stata spesso chiamata trascendente, ma noi non useremo
questo termine per indicare qualche cosa di astratto, di remoto.
Chi ne ha avuto percezioni fugaci attesta che essa è sentita come qualche
cosa di più reale, duraturo e sostanziale del mondo di tutti i giorni,
come la vera radice ed essenza dell'essere, come ‘vita più abbondante”.
La vastità delle testimonianze di tali contatti con una Realtà superiore
più alta e più piena può togliere il respiro
. Noi troviamo questi
esseri in tutti i tempi e in ogni Paese, e tra le loro fila c’è il fior fiore
dell’umanità.

Perciò i tentativi che sono stati fatti per negare tali esperienze, le
asserzioni che esse sono mere illusioni, o tutt'al più sublimazioni degli
istinti sessuali, sono del tutto arbitrarie, e dimostrano. mancanza del
Il risveglio e lo sviluppo della coscienza spirituale
vero spirito scientifico. William James, il cui libro The Varieties of
Religious Experience
è un modello di esame imparziale e scientifico
di questo tema, ha vigorosamente dimostrato la realtà e il valore del
regno trascendente. “Mi sembra che i limiti estremi del nostro essere
— egli scrive — penetrino in una dimensione di esistenza del tutto
diversa dal mondo sensibile e comprensibile, come abitualmente concepito;
sia essa regione mistica o regione supernaturale, che dir si
voglia...Eppure l’invisibile regione in questione non
è meramente ideale, perché essa produce effetti in questo mondo.
Quando noi vi penetriamo, il lavoro è effettivamente fatto sul piano
della nostra personalità completa, perché noi siamo divenuti uomini
nuovi, e ne consegue un modo di condurci nel mondo naturale corrispondente
al nostro cambiamento rigeneratore
. Ma ciò che produce
effetti entro un’altra realtà deve essere chiamato una realtà esso stesso,
perciò io sento che non abbiamo una scusa filosofica per chiamare
‘irreale’ il mondo invisibile o mistico...Le testimonianze dell’esperienza del supercosciente sono innumerevoli,
di ogni tempo e di ogni luogo, antiche e moderne, orientali e
occidentali. Esse sono di vario genere; vi sono anzitutto quelle che
rientrano nel campo religioso, soprattutto le esperienze mistiche; ma
è bene notare che non sono le sole; ci sono esperienze supercoscienti
che hanno altri caratteri, non religiosi
. Se le esperienze supercoscienti
sono un fatto, devono naturalmente prestarsi a un’indagine scientifica,
come qualsiasi altro ordine di fatti, e invero essa è stata iniziata, ma
è poco sviluppata in confronto all'enorme importanza e al valore umano
e spirituale del supercosciente. Mentre ci sono migliaia e migliaia
di psicologi in tutto il mondo che studiano gli altri aspetti della natura
umana (soprattutto quelli inferiori!) pochissimi sono quelli che
si occupano del supercosciente
...Fra gli psicologi moderni, vi è Jung secondo il quale in quello che
egli chiama ‘inconscio collettivo’ esistono elementi che hanno un carattere
superiore, superpersonale
. Il sociologo Sorokin ha dedicato. un.
capitolo del suo libro The Powers and the Ways of Altruistic Love al
supercosciente. Il Frankl, neurologo di Vienna, ammette pienamente
l’esistenza di esperienze supercoscienti. Lo psichiatra Urban di Innsbruck
parla della ‘psicologia dell’alto’. Infine, un’ampia indagine sul
supercosciente è stata fatta da uno psicologo americano, A. Maslow,
professore alla Brandeis University, che ne ha esposto i risultati nel
suo libro Towards a Psychology of Being (Verso una psicologia dell'essere,
Astrolabio, Roma 1971). Egli chiama ‘essere’ l’insieme delle
espetienze che noi chiamiamo supercoscienti, poiché uno dei loro caratteri
è di dare un senso di ‘pienezza di essere’, di intensità di esistere
e di vivere. Il Maslow ha raccolto una serie di dati importanti mediante
interviste personali e l’uso di un questionario...In molte testimonianze si trovano
espressioni come le seguenti: “Mi sono risvegliato a una realtà superiore”,
“Sono uscito dalle tenebre dei sensi”, “Sono passato dallo ‘stato
sognante’ della vita ordinaria a uno stato di veglia superiore”.
Si ricordi che il nome proprio del Buddha era Gautama e che
‘Buddha’ significa ‘il Risvegliato’, ‘il Perfetto Svegliato
’. È anche molto
frequente il senso di i/lumzinazione di una nuova luce, non terrena,
che trasfigura il mondo esterno, nel quale appare una nuova bellezza:
che illumina il mondo interno, ‘getta luce’ sui problemi, sui dubbi e li
dissipa; è la luce intuitiva di una coscienza superiore. A questa generalmente
si accompagna anche un senso di gioia, di letizia che arriva a
stati di beatitudine
. E con questi, o indipendentemente, un senso di
rinnovamento, di rigenerazione, della ‘nascita’ di un nuovo essere in
noi. Vi è poi il senso di resurrezione, di assurgere a uno stato precedente
perduto, dimenticato. Infine il senso di liberazione, di libertà
interna.

Tratto da: Lo sviluppo transpersonale di R. Assagioli (fondò la Psicosintesi agli inizi del ’900, una corrente psicologico-esistenziale il cui interesse è ancora vivo anche e soprattutto perché è una “psicologia per l’uomo sano”: è l’arte di educare se stessi e gli altri per costruire un mondo migliore. Assagioli, oltre che di medicina, psichiatria e psicologia, si occupò di letteratura, esoterismo, questioni sociali, educative e spirituali. Ebreo di nascita, mostrò sempre estremo rispetto per tutte le religioni. Contribuì allo sviluppo della psicologia umanistica e transpersonale e fu uno dei fondatori della medicina psicosomatica)

 

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Ottimo testo che tocca ed interseca le conoscenze psicologiche e spirituali

Interessante questa ultima parte citata, in quanto spesso i credenti sono considerati degli obnubilati, illusi o creduloni , mentre il Buddha è stato da sempre definito il Risvegliato!

Contraddicendo completamente, le solite definizioni stereotipate e fuorvianti di cui sopra

 

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@LUIGI64 ...mi ritrovo completamente con il tuo scritto di apertura...

...io credo che sia nella natura umana cercare un rapporto con il trascendente...dove per trascendente intendo qualcosa che non si può vedere...e penso che questo tipo di rapporto non può che essere personale... nel momento in cui si passa ad una forma di massa l'esito certo (è solo una questione di tempo) è la perdita di contatto con il trascendente...

...non mi ritengo un ateo ma mi tengo a distanza dalle religioni ufficiali...

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6 minuti fa, sirjoe61 ha scritto:

è la perdita di contatto con il trascendente...

Soprattutto in Occidente, non di rado l'istituzione e la forma esteriore della religione prende il sopravvento, soffocando la componente più spirituale e trascendente

Non a caso il buon R. Panikkar, ricordava che il Cristianesimo per sopravvivere necessitava di mistici

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“Lo scopo della psicologia integrale, è l’attualizzazione delle potenzialità di corpo, mente e anima, per divenire
un veicolo dello Spirito radiosamente splendenti nel mondo”
.
Ken Wilber

Riporterò un breve scritto sulla Psicologia Integrale a cura di L. Boggio Gilot (conosciuta personalmente. psicologo clinico, psicoterapeuta e istruttore di meditazione Vedànta.
Autore di testi sullo sviluppo della coscienza e sui rapporti tra psicoterapia e meditazione, ha svolto fin dagli anni '80 un'opera di promozione della psicologia transpersonale attraverso corsi, congressi e pubblicazioni, con particolare attenzione all'approccio integrale. Fondatore e presidente della Associazione Italiana di Psicologia Transpersonale (Aipt), è anche stata cofondatore della European Transpersonal Association (Eurotas), di cui ha assunto la presidenza negli anni '90, e della European Transpersonal Psychology Association (Etpa), di cui è attualmente presidente onorario)

Soprattutto, per conoscere un po' di più il pensiero di Ken Wilber

L’essere umano vale solo per la sua essenza e se non la realizza la sua vita è sprecata: nonostante queste illuminate parole affermate da Carl Gustav Jung, la ricerca dell’essenza della persona umana, peraltro obiettivo delle tradizioni sapienziali e spirituali di tutti i tempi, è stata ignorata dalla psicologia occidentale e inaugurata solo dal movimento transpersonale. Sviluppatasi alla fine degli anni ‘60 e delineata come la quarta forza della psicologia, dopo il comportamentismo, la psicoanalisi e la psicologia umanistica, la psicologia transpersonale sposta la ricerca scientifica dall’esclusivo focus sulla psicopatologia, all’interesse per gli stati ottimali di salute mentale e per le potenzialità inesplorate della psiche, che includono la natura ultima e spirituale del Sé.
In questo contesto la psicologia transpersonale si rivolge allo studio di aree neglette dalla ricerca del campo, tra cui:
– la coscienza e i suoi stati non ordinari.
– l’intuizione e la creatività.
– i valori e la volontà.
– il ruolo della spiritualità nella vita umana.
– i processi di trasformazione verso l’interezza bio-psico-spirituale, ecc.

...Il primo manifesto della psicologia transpersonale si trova nel libro di A. Maslow, Verso una psicologia dell’essere L’esponente della Psicologia Umanistica
preannunciava l’avvento di una psicologia superiore, o transpersonale, centrata sui bisogni del cosmo piuttosto che su quelli egocentrici, ed elaborata in base all’amore per l’umanità ed alla reverenza verso la natura.
La psicologia transpersonale avrebbe dovuto contribuire alla costruzione di un mondo migliore, rappresentando una nuova scienza portatrice di valori e di speranza per l’umanità, che, né la religione separata dalla scienza, né la scienza separata dalla religione, erano stati capaci di rappresentare.

Secondo Maslow la piena salute mentale richiede la liberazione dei bisogni di crescita e di autorealizzazione, che spingono ad attualizzare potenzialità di intelligenza, bontà e creatività. Le persone veramente sane e mature hanno sufficientemente soddisfatto le necessità fondamentali di sicurezza, appartenenza, amore e stima, e risultano motivate da tendenze di autorealizzazione (definibili come continua attuazione di potenzialità, di capacità e talenti, come compimento di una missione o vocazione o destino, come conoscenza più piena e accettazione della natura intrinseca della persona, come tendenza incessante all’unità, all’integrazione, alla sinergia all’interno della persona, e in fine alla trascendenza di sé, nella comprensione verso gli altri, nella saggezza, nell’onestà, volte al superamento di motivazioni egoistiche).

...Secondo la prospettiva di Maslow, la psicologia transpersonale avrebbe dovuto studiare e insegnare i modi non solo per uscire dalla psicopatologia conclamata da sintomi, ma anche dalla suddetta ordinaria psicopatologia che affligge le condizioni della supposta normalità, superando l’ignoranza del modo di essere buoni e forti, il timore della maturità, il terrore di sentirsi virtuosi e degni d’amore, imparando a trasformare l’aggressività in furia creativa e il dolore della vita in sfide evolutive.
Tra gli esponenti della psicologia transpersonale chi ha maggiormente sviluppato il pensiero di Maslow è senz’altro Ken Wilber. Nel palcoscenico della psicologia occidentale il nome di Ken Wilber si afferma con le “ricerche sulla coscienza", ricerche che avevano preso le mosse dalle testimonianze di Maslow sulle cosiddette “esperienze di vetta”.
Queste ultime sono descritte come stadi non ordinari di coscienza, in cui si realizzano esperienze percettive di ordine superiore, che permettono all’individuo una sintesi di coscienza panoramica, fuori dall’esperienza cognitiva ordinaria ed associate alla felicità. Tra queste: l’esperienza mistica e di amore cosmico, l’intuizione geniale, intellettuale, creativa ed estetica e tutti quegli stadi straordinari di coscienza in cui è trasceso il senso dell’io, in una percezione distaccata, non egoistica, priva di desiderio e immotivata . Lo studio delle esperienze di vetta, dapprima iniziato come generica ricerca sugli stati non ordinari di coscienza, ha preso, con Ken Wilber, un andamento sistematico, mirante a delineare lo sviluppo organico della coscienza sino all’Illuminazione, testimoniata nei sistemi meditativi come riconoscimento delle verità inerenti alla vita e alla morte e infine come rivelazione della natura sacra del sé e della realtà. Lo stato di Illuminazione è stato descritto nelle diverse tradizioni come samadhi, satori, nirvana, estasi mistica ..., e assimilato all’autorealizzazione e alla liberazione dalla sofferenza prodotta dall’ignoranza ontologica...In questo contesto le ricerche sulla coscienza si sono sviluppate secondo un approccio multidisciplinare e multiculturale che accosta le conoscenze scientifiche della psicologia e della psichiatria occidentale alle conoscenze delle grandi tradizioni meditative tra cui, in particolare, la tradizione Vedanta ed il Buddismo Zen. La sua peculiarità è quella di richiedere l’esperienza diretta del ricercatore e la sua immersione profonda nella prassi meditativa.
Queste ricerche seguite da ricercatori di tutto il mondo tra cui la scrivente,hanno portato al riconoscimento di uno spettro della coscienza composto da stadi e strutture che danno la misura della complessità della umana esperienza a livello esistenziale, spirituale e psicopatologico.

Nel libro “Integral Psychology” , sono sintetizzati i portati più significativi delle conoscenze premoderne, moderne e postmoderne ed è proposto un modello psicologico che allarga le ricerche sulla coscienza a temi evolutivi, educativi, psicoterapici e sociali.
Alla sistematizzazione teorica, Wilber appoggia un progetto di lavoro di autoconoscenza e autotrasformazione, che miri all’integrazione delle potenzialità corporee, emotive, mentali e spirituali: in questo contesto la pratica integrale include
una spiritualità che trasforma e un’etica applicata alla vita ed a tutti i campi dell’agire individuale e sociale
.
Parte integrale del pensiero di Ken Wilber è la visione del mondo non-dualista che informa la cosiddetta Filosofia Perenne , il cuore di tutte le tradizioni spirituali da quelle cristiane, al buddismo, all’induismo, all’islamismo, al taoismo ... Secondo la visione non-dualista non c’è separazione tra il sé e la realtà: il microcosmo è una versione in miniatura del macrocosmo, di cui è inscindibile parte come la goccia lo è del mare.

...Secondo Wilber, la concezione della realtà della Filosofia Perenne è il più grande dono dell’umanità, drammaticamente perduto per opera del materialismo scientifico, che la tradizione psicologica deve recuperare per avere una visione integrale dello spettro della coscienza e della psicopatologia....Wilber rileva che i diversi livelli di corpo, mente, anima e Spirito compongono il terreno delle potenzialità umane..Come l’atomo è parte della molecola che è parte della cellula che è parte degli organi che sono parte del corpo, così il corpo è parte della mente che è parte dell’anima che è parte dello Spirito che è parte dello Spirito cosmico...L’intero arco dello sviluppo umano va dall’es all’io all’anima allo Spirito; dalla cognizione prelogica a quella logica a quella translogica; dall’affettività narcisistica ed egocentrica all’apertura all’altro, sino all’amore altruistico; dalla morale preconvenzionale alla morale convenzionale alla morale postconvenzionale sino a quella universalistica e da comportamenti egocentrici a comportamenti sociocentrici a
comportamenti cosmocentrici
. In Integral Psychology, Wilber delinea un modello di pratica integrale che attraverso pratiche combinate della psicoterapia e della tradizione meditativa lavora ai livelli corporei, emotivi, mentali e spirituali della persona per integrarne le potenzialità...La finalità ultima è la trasformazione della coscienza egocentrica, limitata e distorta, verso modalità di consapevolezza lucida e di comportamento altruistico che lascia esprimere i talenti e le potenzialità individuali, al servizio non solo di se stessi ma dei bisogni dell’umanità e del mondo. Per questo la pratica integrale include una spiritualità che trasforma e che purifica le energie della personalità non diversamente dalla platonica metànoia: la spiritualità che trasforma opera per dirimere fattori di illusione e separazione e sviluppare la pace del cuore...Poiché come dice Maslow “ognuno può dare alla vita solo ciò che è”.


 

 

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Per chi fosse interessato a tale approcio, consiglio un testo sempreverde di Ken Wilber:

Oltre i confini, tra l'altro letto anche dal nostro Panurge che lo ha definito interessante!...:classic_biggrin:

 

 

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Secondo C.S. Lewis la nostra difficoltà nel raffigurarci realtà complesse deriva dal fatto che siamo come gli abitanti di «Flatlandia», ossia individui bidimensionali che si sforzano di visualizzare oggetti tridimensionali. Lo scrittore irlandese ci esorta a immaginare come sarebbe vivere in un universo a due dimensioni e cercare di giungere a una raffigurazione mentale o a una descrizione di una realtà a tre dimensioni. «I Flatlanders, immaginando i sei quadrati di un cubo, li avrebbero fatti coincidere, distruggendo così le loro identità distinte, oppure li avrebbero posti uno accanto all’altro, distruggendone l’unità». Lewis suggerisce che le nostre difficoltà mentali – vuoi sul piano scientifico, vuoi sul piano religioso – nascono dal guardare le cose da una prospettiva limitata e limitante. Ma se non possiamo scappare dal mondo che conosciamo, siamo però esortati a immaginare uno «strano mondo» (Einstein) che paia funzionare secondo regole diverse! Invece di pensare al tempo, come facciamo, dovremmo pensare al non-tempo.

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...Secondo Dawkins ogni cosa è determinata dal DNA, la molecola complessa attraverso la quale si trasmettono le informazioni genetiche. « Il DNA nulla sente e nulla sa. Il DNA semplicemente esiste, e noi non possiamo far altro che danzare alla sua musica». Noi esistiamo solamente per permettere ai nostri geni di trasferirsi alle future generazioni. Visti attraverso la lente del riduzionismo scientifico di Dawkins, noi esseri umani siamo soltanto macchine per la perpetuazione dei geni...Ma le cose stanno diversamente. Questa è saccenteria metafisica, non analisi scientifica. Dawkins enuncia la sua personale interpretazione della scienza, non la scienza esatta in sé. Nelle parole di Dawkins sopra citate che cosa c’è di sperimentalmente dimostrabile ? Si tratta perlopiù di congetture spacciate per opinioni scientificamente convalidate e accolte. La critica più efficace al riduzionismo genetico di Dawkins la offre Denis Noble, l’emerito biologo di Oxford al quale molti attribuiscono l’invenzione della «biologia dei sistemi», un approccio alla biologia basato sul riconoscimento della complessità dei sistemi biologici. Noble, in particolare, evidenzia l’incapacità degli approcci riduzionistici alla biologia di spiegare la comparsa di proprietà emergenti nei sistemi biologici.  Secondo Noble la complessità osservata nei sistemi biologici impone un atteggiamento di scetticismo nei confronti delle interpretazioni riduzionistiche. Siamo costretti ad ammettere che all’interno di questi sistemi emergono caratteri che superano quelli delle loro singole componenti...Ogni sistema complesso – come per esempio il corpo umano – ha delle proprietà che spesso non è possibile anticipare o prevedere basandosi su ciò che si conosce delle proprietà delle singole parti. Il riduzionismo ha dei grossi limiti, specialmente in biologia.

da La grande domanda di Alister McGrath

 

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@LUIGI64 proprio stamattina ascoltando Uomini e profeti hanno trasmesso un passo di un grande Seneca, uno che l'aveva vista lunga già allora:

 Vivete come destinati a vivere sempre, non vi viene mai in mente la vostra fragilità, non considerate quanto tempo è già passato; sprecate come da (un deposito) pieno e abbondante, quando nel frattempo forse proprio quel giorno che viene dato a qualche o persona o faccenda potrebbe essere l'ultimo. Come mortali temete tutto, come immortali desiderate tutto. Sentirai i più dire: "dai cinquant'anni mi ritirerò a vita tranquilla, il sessantesimo anno mi lascierà libero dagli impegni." E infine chi ricevi come garante di una vita più lunga? Chi permetterà che queste cose vadano come progetti? Non ti vergogni di riservarti i rimasugli della vita e di destinare ad un buon atteggamento quel solo tempo che non potrebbe essere impiegato per nessuna cosa? Quanto è tardivo incominciare a vivere allora quando bisogna finire! Quale così stolta dimenticanza della mortalità rinviare ai cinquanta e sessant'anni le sagge decisioni e voler iniziare la vita dal punto al quale pochi l'hanno condotta!

Ecco un poco sintetizzato il mio pensiero sulle religioni che ti promettono la vita eterna e più avrai sofferto su questa terra, maggiore sarà il premio nell'aldilà. Qui ci siamo già fregati da soli nell'attesa dei 50 anni per cominciare a mollare un  pochino, in attesa poi dei 60 per andare in pensione ed io dovrei credere ad un dio che oltretutto mi racconta di dover soffrire tutta una vita per ottenere un premio? No dai sono più di duemila anni che tentano a fregarci, prima noi con il nostro modo di vivere e poi con la religione che ci racconta di una vita eterna come premio 

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    1. 1. Quali tra questi diffusori degli anni '70 ritieni più significativi?


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      • Acoustic Research AR-9
      • Allison One
      • B&W DM6
      • BBC LS3/5a
      • Dahlquist DQ10
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