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Good religion trascendenza/mistica


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La risposta alla crisi della fede (e della Chiesa) è per il neoeletto da cercare nel misticismo spirituale più che in un “superficiale cristianesimo culturale”

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Celibato facoltativo, misticismo e diaconesse. Chi è il nuovo arcivescovo di Vienna | Il Foglio https://share.google/hWQGbMO520WKHiJBb

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La polarizzazione è problematica soprattutto quando ci porta a disumanizzare le persone, quando ci fa dimenticare che chi giudichiamo, critichiamo e contestiamo in realtà è un essere umano come noi. Questa disumanizzazione si può manifestare in modo esplicito, come nell’apartheid, nello schiavismo, nella brutalità della polizia, nel genocidio. Ma nella mente di tutti, a qualche livello, esiste questo genere di pregiudizio. Se siamo sinceri con noi stessi, vedremo che abbiamo l’abitudine di disumanizzare gli altri per tanti motivi. Per esempio, se hanno opinioni politiche che consideriamo miopi o arretrate, potremmo avere qualche difficoltà a considerarli pienamente umani. Se non credono nel cambiamento climatico o nell’evoluzione, potremmo inconsciamente squalificarli dall’essere membri pienamente sviluppati della specie umana. Potremmo condannare le persone per il loro comportamento o criticarle perché fumano, bevono o indossano quelli che ci sembrano vestiti di cattivo gusto. Anche minime differenze nelle nostre abitudini e preferenze possono portarci a sentirci fondamentalmente separati dagli altri.

...Avere compassione non significa che non possiamo prendere una posizione. È importante dire la nostra quando siamo stati feriti, quando vediamo maltrattare altri e quando osserviamo o sperimentiamo un abuso di potere. È altrettanto importante ascoltare a fondo e senza giudicare le persone che parlano delle loro esperienze e della loro sofferenza. Quello che è stato disfunzionale deve essere affrontato apertamente.

Viviamo in un periodo in cui i vecchi sistemi e le vecchie idee sono messi in discussione e crollano, e questa è una meravigliosa occasione perché emerga qualcosa di nuovo. Non ho idea di come si presenterà e nessun preconcetto sulla piega che dovrebbero prendere gli eventi, ma ho la netta sensazione che l’epoca in cui viviamo sia un terreno fertile per addestrarci a essere aperti di mente e di cuore. Se possiamo imparare a sostenere questo crollo generale senza polarizzare e senza diventare integralisti, allora qualsiasi cosa facciamo oggi avrà un effetto positivo domani.

Ma ogni volta che ci sorprendiamo a polarizzare pensieri, parole e azioni, e ogni volta che facciamo qualcosa per accorciare la distanza stiamo iniettando un briciolo di bodhicitta (compassione per tutti gli esseri) nei nostri schemi abituali. Stiamo approfondendo la nostra comprensione di come siamo interconnessi con gli altri. Stiamo rendendo possibile la guarigione, invece di ostacolarla. E a causa di questa interconnessione, quando cambiamo i nostri schemi, contribuiamo a cambiare quelli della nostra cultura in generale.

Tratto da:  Accogliere l'inaccettabie (Pema Chodron)

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Qualsiasi approssimazione al buddismo che non arrivi a toccare queste fibre della compassione universale, di rinunciare, come diranno i bodhisattva, alla mia salvezza personale in favore di tutti gli esseri viventi che ancora forse hanno bisogno del mio aiuto, non ha capito niente di quel che voglia dire il buddismo. Un grande arhant (e qui stiamo dentro l'ironia delle due grandi tradizioni buddiste), avendo compiuto la propria vita terrena sale al nirvâna, al cielo meritato, e il suo grande desiderio è di vedere il maestro e di sapere dove il maestro vive. E sale per tutti i cieli del nîrvâna, e si potrebbero descrivere le apsara , le ninfe e le cose preziose che trova, fino ad arrivare al settimo cielo. Qui le porte sono aperte e grida e cerca, perché vuole vedere Gôtama, il Buddha. Non lo trova e grida, ed esce un'apsara, esce una ninfa, una fanciulla che lo guarda tutta stupita. Egli le dice: Cerco Sakyâmuni, l'Adhibuddha. Essa gli risponde: «Ma tu non sai quel che cerchi, il Sakyâmuni, il vero, il Buddha non è mai venuto qui, è sempre rimasto tra gli uomini e ci rimarrà finché l'ultimo essere senziente non sia arrivato al nirvâna».

Il posto del Buddha è tra coloro che soffrono, tra gli uomini. La grande compassione che fa sì che si possa essere un bodhisattva, fa che si rinunci alla propria salvezza per collaborare col resto degli esseri viventi alla liberazione dell'universo. Il voto del bodhisattva che fa il monaco della tradizione mahayâna, dopo cinque anni di preparazione come minimo, è la rinuncia a qualsiasi beneficio e merito personale, di non farci caso e di non capitalizzarlo, finché l'ultimo essere vivente non arrivi alla propria pienezza. E quando si vuol costruire tutto un sistema filosofico quel che si vuole è sbancare tutta la forza della logica per dimostrare, logicamente, che qualsiasi costruzione intellettuale, distrugge se stessa quando si vuol formulare. Questo è lo spirito del buddismo.

R. Panikkar

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...La filosofia di Zhuangzi non è facile da incasellare perché è sfuggente. È una specie di naturalismo che insiste sul relativismo dei giudizi e con una forte connotazione scettica talvolta radicale («Una volta, Zhuangzi sognò di essere una farfalla, che svolazzava felice e non sapeva nulla di Zhuangzi. Al risveglio, si chiese se era Zhuangzi e aveva sognato di essere una farfalla, oppure se era una farfalla che stava sognando di essere Zhuangzi»). La forza del testo è nella capacità di mettere in dubbio ciò che appare ovvio, ribaltare punti di vista e aprire prospettive. Nei secoli successivi, quando il buddhismo arrivò in Cina e poi in Giappone, l’influenza di Zhuangzi è stata considerevole sulla nascita delle versioni del buddhismo chan cinese e zen giapponese. Ma lo Zhuangzi è comunque sempre rimasto un testo amato dall’intero mondo intellettuale cinese.

La teoria che descrive questi fenomeni, la meccanica quantistica, lo fa facendo riferimento esplicito a come questi appaiono a un osservatore. La teoria sembra parlare della conoscenza che un osservatore può avere di questi fatti, invece che dei fatti in sé. Il padre spirituale della teoria, il danese Niels Bohr, ha formulato la questione così: «La fisica non riguarda il mondo, riguarda ciò che possiamo dire sul mondo». Non so se Bohr conoscesse Zhuangzi ma sono certo che se lo avesse conosciuto lo avrebbe adorato. Lo stesso spirito sornione pervade il vecchio filosofo cinese e il grande fisico del Novecento («La caratteristica di una profonda verità — ha scritto Bohr — è il fatto che la sua negazione è pure una profonda verità»). C’è implicita in Zhuangzi una risposta cruciale all’apparentemente sconsolata osservazione di Bohr che la fisica non riguarda il mondo, riguarda ciò che possiamo dire sul mondo. La risposta è nella domanda: «Dove sta la differenza?». Ciò che possiamo dire del mondo non è forse null’altro che uno degli aspetti del mondo stesso? Se sostituiamo i pesci con un atomo quantistico e Zhuangzi con l’osservatore di cui parla la teoria quantistica, il gustoso dialogo dell’antico libro va al cuore della questione quantistica: l’osservatore stesso è un sistema osservato, rispetto a un altro sistema. Come tale, non è sostanzialmente diverso dai sistemi che osserva.
In una piccola gemma di libro pubblicato nel 1923 e intitolato Ich und Du («Io e Tu»), il filosofo ebreo austriaco Martin Buber osserva che ci sono due attitudini con cui ci possiamo mettere in relazione al mondo. Una è quella che Buber chiama «Io» verso un «Esso», dove «Esso» è qualunque oggetto, idea o persona di cui possiamo parlare. La seconda attitudine è quella che chiama «Io» verso «Tu», caratterizzata dall’enfasi sulla relazione stessa, e soprattutto dal riconoscimento della eguale e complementare natura dei due termini. Gli interessi e il linguaggio di Buber sono teologici, etici e politici. Ma il cuore dell’idea mi sembra essenziale per una filosofia della scienza pienamente naturalista: il soggetto della conoscenza non è altro dal mondo, è parte del mondo. Studiamo il mondo dall’interno del mondo, consapevoli di esserne parte. Il mondo per noi è quindi incontro, relazione. Delle cose della natura siamo fratelli, non giudici. La conoscenza non vive disincarnata fuori dal mondo: è una delle configurazioni del mondo stesso.

C. Rovelli

https://francosenia.blogspot.com/2021/11/pesci-farfalle.html

 

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Il 20/09/2025 at 19:53, LUIGI64 ha scritto:

Per semplificare le cose, potrei dire che, sebbene nel corso della mia ricerca e dei miei viaggi abbia avuto il privilegio di avvicinare molti esseri straordinari – tibetani, sufi, guru indù e maestri Zen, molti dei quali lasciarono una traccia profonda nel mio cuore – per me Anandamayi Ma fu, e rimane, la personificazione della trascendenza, la prova vivente dell’esistenza di una realtà trascendentale.

AnandamayMa e' stata piu' di una santa, in India viene celebrata come la personificazione della Madre Divina.

Quando il grande Maestro Yogananda la incontro' nel 1935 lei si espresse cosi':

"Padre, c’è poco da dire. La mia coscienza non s’è mai associata a questo corpo transitorio. Prima di venire su questa terra... ‘ero la stessa’. Da bambina ‘ero la stessa’. Divenni donna, ma ‘ero la stessa’. Quando la famiglia predispose di far sposare questo corpo, ‘ero la stessa’. Ed ora di fronte a voi, Padre, ‘io sono la stessa’; e per sempre in futuro, nonostante la danza della creazione cambi intorno a me nello spazio dell’eternità, ‘io sarò la stessa’”.

Cercare di capire lo stato spirituale di AnandamyMa e' alquanto problematico, poiche' qui siamo di fronte a una presenza che ha trasceso completamente qualsiasi ragionamento logico.

Eppure, giovanissima fu data in sposa, secondo le convenzioni indiane, in un matrimonio concordato.

Non si oppose, ma servi' il marito in obbedienza, Quando quest'ultimo si avvicino' al lei per un rapporto fisico, ricevette una scossa eletrrica, tanto per fargli capire chi aveva di fronte.

Il matrimonio non fu' mai consumato, e il marito divenne il suo primo discepolo.

Fin da giovane ebbe estasi, ando' in samadhi con una facilita' incredibile, diguno' per 4/5 mesi con piccoli chicchi di riso al giorno, nien'altro. Il piu' delle volte mangiava perche' era in presenza di altre persone, e non per una effettiva necessita' corporea. Il suo cibo era altro.

Quando comincio' a viaggiare in tutta l'India per portare le sue benedizioni e impartire il suo sadhana spirituale, avvennero guarigioni, ma forse meglio dire miracoli, per usare il nostro linguaggio.

Lascio' il corpo nel 1982 e ad oggi vi sono una ventina di ashram in India dedicati a lei.

Ho avuto la fortuna di meditare  nel 2007 nel  suo Ashram a Varanasi la citta''piu sacra dell 'India.

Se questa donna non fosse vissuta nel secolo scorso, nessuno ci crederebbe, o forse si parlerebbe di pura fantasia o mitologia. E questo ci fa' capire che i grandi Maestri che ci seguono al di la' del velo....ogni tanto si calano qui da noi, per indirizzarci e guidarci nella retta via.

AnandamayMa era uno di questi.

 

 

 

 

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Thích Nhất Hạnh, il celebre monaco buddhista vietnamita, ci offre una via per comprendere la realtà e non esserne vittime. Ci insegna a guardare il «vuoto oscuro» non come mancanza, ma come spazio di connessione e libertà. Sono usciti recentemente due suoi testi dedicati a questo tema: Il cuore dell’insegnamento del Buddha e Il nocciolo della vacuità: comprendere la filosofia di Nāgārjuna (Ubilibri, 2025).

Altri autori hanno affrontato il vuoto da prospettive differenti — non come esperienza interiore, ma come realtà fisica e creativa da cui tutto sorge. 

...Thích Nhất Hạnh ci ricorda che soffriamo perché ci identifichiamo con pensieri, desideri, ruoli e ricordi, dimenticando che tutto è in movimento: è questo il flusso naturale della vita. Spesso ci diciamo: «Non dovrebbe essere così», «Voglio che le cose restino come mi fanno stare bene». Ma — insegna il maestro — tutto è in relazione e ogni cosa è frutto del cambiamento.

Con il suo linguaggio poetico, Thích Nhất Hạnh ci invita a vedere che il fiore non esiste in modo indipendente, ma è pieno di sole, di pioggia, di terra e di tempo: «Se sei un poeta, vedrai chiaramente che questa carta è fatta di nuvola». E ancora: «Nulla esiste da solo, ogni cosa è in ogni altra».

... Questa consapevolezza ci aiuta a vedere la realtà in modo meno illusorio, a sciogliere le barriere tra “io” e “altro”. Ne nasce la pace, e si manifesta una compassione spontanea: riconosci che l’altro è parte di te, e non puoi più ferirlo. È l’antidoto più profondo al narcisismo dilagante.

Il vuoto, allora, non ci conduce alla depressione ma ci apre alla libertà interiore. Attaccarci al nostro modo di vedere e sentire diventa invece una prigione: ci sprofonda nell’angoscia. Quando il senso di separazione si rilassa, la sofferenza non trova più radice. Non perché la vita diventi perfetta, ma perché non c’è più un centro rigido che la giudica o la teme.

«Noi pensiamo di essere un sé solido, come un blocco di ghiaccio. Ma in realtà siamo un flusso di energia, in continuo scambio con l’aria, l’acqua, il cibo, le emozioni, gli altri esseri. Quando realizziamo questo, l’io si scioglie e resta solo la danza della vita».

Così Thích Nhất Hạnh spiega il significato della vacuità (śūnyatā), cioè del vuoto: «La vacuità non significa che le cose non esistono. Significa che non possono esistere da sole, in modo indipendente. Un fiore è fatto solo di elementi non-fiore: nuvola, sole, terra, tempo, spazio, coscienza. Se togli la nuvola, il fiore non può esistere. Vedere la vacuità del fiore è vederne la meravigliosa interdipendenza con tutto l’universo».

Anche la morte, allora, smette di impaurirci: «Una nuvola non può morire. Può solo trasformarsi». «Quando comprendiamo la vacuità, vediamo che non c’è nascita e non c’è morte, non c’è essere e non c’è non-essere. Tutto è in continua trasformazione, in inter-esistenza».

https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Il-vuoto-non-è-vuoto-come-riscoprire-la-vita-oltre-la-depressione--3218973.html

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Dottor Sans Segarra, che cosa è accaduto ai pazienti clinicamente morti che sono stati poi rianimati e che lei ha studiato in questi anni?
«Nei casi di pre-morte vissuti da pazienti clinicamente morti, la coscienza neuronale non funziona, eppure ve n'è un'altra che persiste e ha una continuità al di fuori del cervello. Alcuni pazienti hanno raccontato quello che stava succedendo dall’altra parte del mondo nel momento in cui erano clinicamente morti. Persone negli Stati Uniti ci hanno rivelato ciò che stava accadendo in Australia, dimostrando un trasferimento delle informazioni indipendente dallo spazio e dal tempo. Questa sopracoscienza che persiste dopo la morte è la nostra realtà esistenziale (la chiesa cattolica la chiama “spirito”), è quella che ci definisce, che ci rende unici ed esclusivi».

Ma che differenza c’è esattamente tra questa sopracoscienza e la coscienza individuale?
«La coscienza individuale è la nostra capacità di conoscere, di interpretare la nostra esistenza. Ci consente in ogni istante di sapere chi siamo, dove siamo, che cosa stiamo facendo, in che ambiente ci stiamo muovendo. Questa attività è il frutto dei 100 miliardi di neuroni che ci sono nel nostro cervello. Prova di ciò è il fatto che se si inibisce l'attività dei neuroni, questa coscienza “locale” scompare. Durante il sonno, per esempio, non sappiamo chi siamo, non riflettiamo, non siamo consapevoli di quello che stiamo facendo perché i nostri neuroni sono inibiti, affinché possano rigenerarsi dopo le azioni della giornata. Questa è la coscienza locale o neuronale e in una persona normale e in salute può essere dimostrata attraverso i cinque tipi di onde cerebrali rilevati dall’elettroencefalogramma.
Ma, al di là di questa coscienza locale, le esperienze di pre-morte dimostrano che ci sono pazienti con elettroencefalogramma piatto i quali hanno comunque una serie di attività animiche perfettamente logiche e ben strutturate e che - una volta rianimati - sono in grado di spiegarci tutta una serie di fatti oggettivi cui hanno assistito e che sono davvero avvenuti»

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medico e scienziato spagnolo Manuel Sans Segarra, 82 anni, ex primario di Chirurgia Digestiva dell'ospedale universitario di Bellvitge e professore associato di Chirurgia Generale e Digestiva all'Università di Barcellona. Da più di 20 anni - cioè da quando è stato testimone di un caso di pre-morte vissuto da un suo paziente in Pronto Soccorso - Sans Segarra esplora scientificamente le Near-death Experience (NDE)

https://www.vanityfair.it/article/scienziato-manuel-sans-segarra-casi-premorte-aldila-la-vita-oltre-la-vita-prove-scientifiche-esistenza-sopracoscienza

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@densenpf interessanti risposte fornite da AnandamayMa inerenti allo Yoga

Domanda: Quali sono i benefici che si possono trarre dall’hatha yoga, quali gli svantaggi?

Mataji: Che significa ‘hatha’? Fare qualcosa con forza. ‘Essere’ è una cosa e ‘fare’ è un’altra cosa. Quando c’è ‘essere’, c’è la manifestazione del prana in un determinato centro del corpo. D’altra parte, se si pratica l’hatha yoga come un semplice esercizio fisico, la mente non sarà minimamente trasformata. Con l’esercizio fisico si sviluppa la buona salute del corpo. Si sente spesso parlare di casi in cui l’abbandono della pratica delle posizioni yoga e simili causa disordini fisici. Il corpo s’indebolisce per mancanza del giusto nutrimento, così anche la mente ha bisogno del cibo adatto. Quando la mente riceve il giusto sostentamento, l’uomo avanza verso Dio; ma curando solo il nutrimento del corpo si accresce l’attaccamento al mondo. La mera ginnastica è nutrimento per il corpo.

Ora, riguardo al ‘fare’, lo sforzo che si sostiene conduce all’essere senza sforzo; in altre parole, viene finalmente trasceso ciò che si è ottenuto con la pratica costante; alla fine tutto viene spontaneo. Fino a quando non accade questo, non è possibile comprendere l’utilità dell’hatha yoga. Quando l’abilità fisica che deriva dall’hatha yoga è usata per coadiuvare lo sforzo spirituale, non è sprecata; altrimenti non è yoga, ma bhoga (godimen­to). Il sentiero per l’Infinito sta nell’essere senza sforzo. Fino a quando l’hatha yoga non mira all’Eterno, non è altro che ginnastica. Se nel corso normale della pratica non s’avverte il Suo contatto, lo yoga è stato infruttuoso.

Di solito fate i vostri riti quotidiani nella maniera abituale. Se sentite il desiderio di praticare del japa o della meditazione in più, vuol dire che avete avuto un barlume, per quanto fievole, e che quindi c’è speranza che l’essenza della vostra vera natura possa gradualmente emergere. In questo stato c’è ancora il senso dell’io (aham), ma è rivolto all’Eterno, è intento ad unirsi a Lui; mentre le azioni fatte per avere fama o per distinguersi appartengono all’ego (ahamkara) e sono dunque ostacoli, impedimenti.

Che pratichiate l’hatha yoga o il raja yoga o qualsiasi altro yoga, può essere dannoso solo se manca la pura aspirazione spirituale. Quando fate asana e cose simili, se avete trovato accesso al ritmo della natura vedrete che ogni cosa procederà in maniera dolce e spontanea. Da quali segni potrete percepirlo? C’è una sensazione di gioco, una gioia profonda, e il ricordo costante dell’Uno. Sentirete che non è il prodotto della pratica delle cose del mondo. Quanto è stato detto è quello che può rivelarsi solo spontaneamente, da se stesso. Ecco perché c’è il ricordo costante dell’Uno: la vera natura dell’uomo scorre unicamente verso Dio

...Lasciar dimorare la mente sugli oggetti dei sensi accresce ulteriormente l’attaccamento ad essi. Quando si desta l’intenso interesse per la ricerca suprema si dedica sempre più tempo e attenzione al pensiero religioso, alla filosofia religiosa, al ricordo di Dio immanente in tutta la creazione, fino a quando non si scioglie ogni singolo nodo. Si è presi allora da un solo desiderio: “Come posso trovarLo?”. Come risultato, il ritmo del corpo e della mente diventerà armonioso, calmo e sereno.

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Ancora una sua citazione, pensando a coloro che ingenuamente asseriscono che il percorso spirituale sia soltanto un gioco narcisistico dell'ego

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Il lavoro fatto senza ego è pieno di bellezza, poiché non è motivato dal desiderio di gratificazione personale. Finché non saranno sciolti i nodi che costituiscono l’ego, vi sentirete feriti anche quando vorrete agire in maniera impersonale, e questo produrrà un mutamento nell’espressione dei vostri occhi e del vostro viso, e sarà palese in tutto il vostro comportamento. L’ardente preghiera: “Fa’ che il mio cuore sia libero dalla brama dei risultati”, è ancora desiderio di un risultato; tuttavia, continuando ad aspirare all’azione disinteressata c’è sempre speranza che vi si pervenga.

Nodo significa resistenza. Fino a quando c’è l’ego, ci saranno degli scontri, anche quando si cerca di fare un lavoro impersonale, poiché si è legati e dunque spinti in una certa direzione.

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La morte di Dio e le sapienze orientali (un estratto, con riflessioni di estremo interesse)
Intervista a Giangiorgio Pasqualotto (ha insegnato ‘Estetica’ e ‘Storia della filosofia buddhista’ all’Università di Padova.Per dieci anni ha insegnato ‘Filosofia delle culture’ presso il Master di Studi Interculturali della medesima Università.E’ stato per vari anni direttore scientifico della Scuola Superiore di filosofia orientale e comparativa di Rimini. Ha collaborato alla fondazione dell’Associazione ‘Maitreya’ di Venezia per lo studio della cultura buddhista, ed alla realizzazione di “Simplègadi. Rivista di filosofia interculturale”)

...A questo punto le chiederei: in che modo le vie esperienziali orientali possono contribuire ad affrontare la crisi dei valori e quindi la morte di Dio oggi per noi? E più precisamente, in che modo un contronto con il Buddhismo o con le tradizioni indiane e cinesi può aiutarci a vivere e affrontare la crisi delle meta-narrazioni?
P: Io penso che questo sia possibile, anzi forse questa è l’unica cosa possibile ma non nei termini in cui eravamo abituati. Cioè non è più possibile ripristinare forme di antiche certezze. Per esempio, il Buddhismo ha delle possibilità di risposte enormi, ma sicuramente non sono di ordine metafisico. Sono di ordine pratico, esperienziale, basate soprattutto sull’esperienza della meditazione; oppure, detta in maniera ancor più semplicistica, ha enormi possibilità di analisi e di terapia psicologica. Il Dalai Lama diceva, ancora nel 1974, che il Buddhismo in occidente avrà un ruolo rivoluzionario perché può donare enormi tesori in termini di psicologia, di analisi psicologica, di analisi dei comportamenti e soprattutto di analisi e terapia delle emozioni, cosa di cui noi ci siamo occupati ben poco o che abbiamo interpretato in maniera meccanicistica, facendo gli esperimenti in modo comportamentistico, meccanicistico.
Tra le tante cose che il Buddhismo può darci un posto di rilievo è occupato certamente da una considerazione del problema etico che porta ad un’etica radicalmente diversa da quella occidentale. Inoltre può aiutarci ad affrontare il problema ecologico, nel senso indicato dalla massima “proteggendo me stesso proteggo gli altri, e proteggendo gli altri proteggo me stesso". Ciò significa una cosa molto semplice (da formulare): l’uomo, se vuole sopravvivere e vivere meglio, deve far sopravvivere e vivere meglio gli altri esseri e l'ambiente che lo ospita, e, viceversa per far sopravvivere e vivere meglio gli altri e il proprio ambiente, è necessario che egli stia bene con se stesso. C’e’ quindi una simbiosi reciproca tra il singolo individuo, gli altri individui, e l’ambiente. Ecco, queste sono le tre cose fondamentali su cui il Buddhismo può dirci oggi qualcosa dotato di senso, qualcosa di ‘sensato’: l’etica, la psicologia e l’ecologia. Sicuramente, però, non sono risposte in termini metafisici.

D: Quindi secondo lei la differenza in questo caso la fa l’esperienza?
P:

D: Non è più metafisica, né più solo pura teoresi.
P: Sì, al centro viene posta l’esperienza analitica, introspettiva, che tradizionalmente tutte le scuole buddhiste, dal Buddha in poi, hanno sostenuto essere praticabile attraverso la meditazione. La pratica della meditazione diventa centrale, perché è attraverso la meditazione che si fa esperienza della struttura e delle qualità essenziale della realtà tutta, sia interna che esterna. ‘Meditazione’ non in senso occidentale, come speculazione-su, riflessione-su qualcosa, ma come attenzione a qualsiasi fenomeno, da quello più vicino a ciascuno (la respirazione) fino a quelli più astratti come i concetti di senza-spazio e di senza-tempo, passando per l’attenzione alle emozioni, agli stati interiori e alle azioni. E’ quindi meditazione anche su cose banali, e tuttavia, attraverso questo esercizio all’attenzione, si può raggiungere una chiarezza tale che ci permette di risolvere molti dei problemi posti dalla nostra vita quotidiana...

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Sempre dalla stessa intervista:

D: E’ possibile rintracciare nell’arte contemporanea, la testimonianza del disagio, della crisi che è nata dalla morte di Dio?

P: Sì, in tutta l’arte contemporanea. Dalla nascita delle cosiddette avanguardie, da Duchamp in poi. Ma in pittura si potrebbe partire dall’impressionismo, dallo sconvolgimento della prospettiva e della rappresentazione realistica. Direi che tutta l’arte contemporanea è una testimonianza di una perdita del centro, o, come diceva Sedlmayr, di una perdita della luce, di un polo focale. Detto questo, il ventaglio delle avanguardie è enorme. Nel senso che, se voi prendete i tentativi di Malevic, di Kandinskij e di Klee, trovate che sono tre tentativi di dare risposte a questa assenza. Per certi aspetti, per esempio in Kandinskij quando parla dello spirituale nell’arte, sembra che voglia ritornare ad una prospettiva metafisica. Credo che qui ci possa essere una vicinanza tra alcune grandi esperienze dell’arte contemporanea con il discorso che facevamo anche oggi del senza forma [N.d.r. Pasqualotto qui si riferisce alla conferenza tenuta nello stesso giorno su “Arte e ascesi in oriente”]. Cioè: attraverso le forme e i colori riuscire ad indicare qual è la fonte, il fondamento di tutte le forme e di tutti i colori. Mi riferisco soprattutto al Malevic del suo quadrato “Quadrato bianco”, oppure allo spirituale nell’arte di cui parla Kandinskij: l’arte potrebbe indicare ciò da cui provengono le sue rappresentazioni. Questo sarebbe un modo (assai vicino alla mistica) di indicare il non rappresentabile, nella consapevolezza che ad esso si può soltanto alludere, non lo si può descrivere compiutamente. Quindi ci potrebbe essere uno spirituale nell’arte dopo la morte di Dio, da riscoprire in modi assai diversi da quelli tradizionali, teologici o metafisici.

D: La globalizzazione da alcuni viene anche definita europeizzazione o americanizzazione, volendo con questo esprimere la fortissima influenza che il nostro modello di vita sta esercitando in India, in Cina, in Sud America, in Giappone. E’ possibile che anche il resto del mondo stia per vivere il confronto con il nulla e la crisi conseguente in cui noi già ci troviamo da tempo? E, l’arte orientale, visto che gli artisti sono comunque un po’ i profeti della società, esprime già questo disagio?

P: Devo rispondere purtroppo di sì. Ovviamente è un sì condizionato, nel senso che tutto è sempre possibile. Però a me sembra di capire, da vari indizi, che l’occidentalizzazione (sia essa europea o americana) sta divorando rapidamente pezzi di intere civiltà, soprattutto in Asia e Africa. A mio avviso l’Oriente nel giro di cinquant’anni non esisterà più, almeno quell’Oriente tradizionale che abbiamo studiato e fin troppo amato. Ovvero rimarrà nei musei, in alcune riserve come quelle degli indiani d’America. Uno dei segnali più recenti e drammatici è stato dato dal suicidio rituale di Mishima che si uccide perché capisce che un intero mondo non è più comprensibile e vivibile all’interno di una prospettiva dettata dall’americanismo. Questo avveniva quarant’anni fa . In questi quarant’anni abbiamo avuto un’accelerazione spaventosa di tali processi di occidentalizzazione guidata dall’american way of life. Tuttavia, siccome le cose sono sempre più complesse di come noi ce le rappresentiamo, può anche essere che queste nuove forme di globalizzazione innestino anche riflessi condizionati contrari. Per esempio: Il Giappone negli ultimi vent’anni ha riscoperto in maniera massiccia e ha riorganizzato molti settori delle sue arti tradizionali come quella della cerimonia del tè e quella del bonsai: queste arti sono state spesso trivializzate, ma nello stesso tempo, sono state diffuse in maniera massiccia, per cui le giovani generazioni di giapponesi hanno potuto recuperare – e certe volte conoscere per la prima volta – importanti tradizioni del loro paese. E questo magari ascoltando amici americani o europei che ne parlavano entusiasti.

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D: Il dialogo con la tradizione orientale potrebbe contribuire a questo tipo di mancanza della filosofia occidentale?

P: Sì. Credo che il lavoro che Francois Jullien sta conducendo a Parigi sia fondamentale, anche se molti sinologi, da una parte, e storici della filosofia, dall’altra, esprimono non poche riserve. Il suo ragionamento in base al quale dobbiamo conoscere la Cina proprio perché essa costituisce il nostro ‘altro’ più altro, più lontano, più diverso, è fondamentale perché ci dice che la nostra identità può costruirsi solo in maniera critica, ossia esponendosi a modi di pensiero il confronto con i quali ci costringe a rivedere i nostri, come a proposito dell’esempio già fatto circa la diversità dei concetti di ‘processo’ e di ‘creazione’. Lo stesso vale per il concetto di ‘efficacia’: noi lo intendiamo in una prospettiva lineare che parte da un punto (l’intenzione) e arriva ad un altro (il risultato); loro affrontano il problema in termini completamente diversi considerando l’efficacia come il modo migliore per trovare nella realtà la via che conduce a buon esito un’impresa. Non si tratta di un’imposizione nostra sulla realtà, ma si tratta di diventare capaci di ‘leggere’ nella realtà quegli indizi che ci possano condurre alla soluzione migliore così come si apprende dall”I Ching’, e come viene ben illustrato in un testo, tradotto di recente, di Jullien (“Trattato dell’efficacia” Einaudi, 2004) 

D: Non è in modo tecnico dunque che si intende l’efficacia.

P: Sì, quella occidentale si fonda su una fede quasi cieca nella tecnica, anche quando tratta di politica o di strategie militari. Questo esporsi al diverso, di cui parla Jullien, comporta la necessità di ripensare alla valenza, al valore e al significato delle nostre stesse categorie. E quindi in questo senso il dialogo tra oriente e occidente diventa fondamentale, direi quasi necessario.

D: Concludiamo con un’ultima domanda che forse ha un po’ meno pretese. Le trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi sessant’anni, in buona parte determinate dal progresso tecnologico, hanno accentuato l’assenza di riferimento condiviso- è il discorso che abbiamo fatto fino ad ora- quindi l’assenza di una certezza sulla quale fondare una morale, un progetto di vita comune, a livello microsociale e macrosociale. Lei pensa che i giovani cerchino una risposta a queste domande, o comunque alla complessità del mondo, quando pensano di studiare filosofia? E l’università è in grado di dare queste risposte?

P: Non posso essere nella mente di tutti gli studenti, ma che in gran parte pensino di venire a fare filosofia per dare risposte alla loro vita è sicuramente vero: è sempre stato così e sarà sempre così. Che l’università sia in grado di fornire queste risposte, credo proprio di no. Però devo anche dire che nessun altro è in grado di dare risposte, anche se pretende di darle. Diciamo che nella migliore delle ipotesi l’università può dare molti strumenti perché poi gli studenti possano trovare da soli delle risposte. Se l’Università volesse fare di più vorrebbe dire che tenderebbe pericolosamente a diventare Chiesa. E di Chiese ce ne sono già troppe.

Link dell'intervista integralehttps://www.asia.it/articoli/pasqualotto-morte-dio-oriente/

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...L'esclusività di ogni singola religione è il simbolo della sua origine divina, del fatto che proviene dall'Assoluto, del fatto che rappresenta di per sé un modo compiuto di vita

...La molteplicità delle religioni è il risultato diretto dell'infinita ricchezza dell'Essere divino

...Finora la scienza moderna ha avuto esiti positivi proprio per il fatto che ha trascurato di considerare l'interrelazione tra le varie componenti della natura e ne ha isolato ogni segmento, in modo da poterlo analizzare separatamente... Fino ad oggi la perdita di questo aspetto dell'interrelazione tra le cose veniva considerata di poco conto, se paragonata al vantaggio di poter giungere a una precisione matematica. Ma oggi che l'applicazione di questa scienza parziale della natura ha distrutto tanta parte della natura stessa e ci minaccia con calamità ben peggiori di quelle avvenute sinora - tanto più da quando gli ecologi hanno scoperto che tutto l'ambiente naturale è un insieme integrato, straordinariamente complesso ma armonioso, sicché nulla in esso funziona se non è strettamente connesso con le altre parti -, è divenuto evidente come sia catastrofica l'omissione nella quale siamo incorsi

...L'uomo moderno ha perduto il senso della meraviglia, a causa della perdita del senso del sacro

...Attraverso lo storicismo, utopia secolare, e l'idea di progresso ed evoluzione, il tempo, per l'uomo moderno, ha tentato in un certo senso di divorare l'eternità e di usurparne il posto, sostituendo l'eterno ora, in cui perennità e divenire si incontrano, con il momento presente, l'attimo fuggente dei piaceri e delle sensazioni effimere... La deificazione del processo storico è divenuta una forza così potente e pressante che ha soppiantato la religione nell'anima di molti uomini

Seyyed Hossein Nasr (filosofo di orientamento “tradizionale” e docente universitario iraniano, ha promosso per decenni gli studi islamici all’interno di svariate Università occidentali, sia negli USA che in Europa. Ha studiato prima in Iran, poi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Nel 1964-1965 è stato il primo titolare della cattedra Aga Khan” per gli studi islamici all’Università di Beirut. E’ stato professore ordinario di storia della scienza e della filosofia, poi decano della facoltà di arti e lettere all’Università di Teheran. Ha retto Y Università di Tecnologia Aryamehr di Teheran. Ha pubblicato vari saggi sulla religione e sulla cultura islamiche)

 

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