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Good religion trascendenza/mistica


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Ascoltando Neva Papachristou, come non ricordare suo marito ed eccellente insegnante di meditazione buddhista come Corrado Pensa ( è stato socio fondatore e, insieme a Neva Papachristou, insegnante guida dell’A.Me.Co. Insegnante senior di Dharma presso l’Insight Meditation Society di Barre -USA-, per vari anni è stato docente di Religioni e Filosofie dell’India all’Università “La Sapienza” di Roma e psicoterapeuta junghiano. Ha scritto regolarmente per SATI, la rivista dell’A.Me.Co. Ha pubblicato numerosi testi sul Buddhismo e sulla pratica della meditazione di consapevolezza -Vipassanā-)

....

DOMANDA:

Aiutami a capire le differenze tra accettazione e passività. E per favore qualche sassolino che indichi la via per imparare a perdonarsi.

RISPOSTA (C. Pensa)

Questo tema è talmente centrale nel cammino spirituale che rispondere a questa domanda è come illustrare la pratica dall'inizio alla fine. Tante volte in questi giorni si è parlato del giudicarsi, del dubbio su se stessi, cioè del contrario di perdonarsi, di come sia frequente questo atteggiamento di svalutazione di sé, di sfiducia in se stessi. È un tema cruciale.

Da un lato lo è sempre stato, ma forse oggi c'è qualche cosa in più. Sono finite o stanno finendo le società tradizionali, nelle quali c'è una gran quantità di supporti per ogni individuo, dai ruoli ai riti, eccetera. Oggi l'individuo è più libero di scegliersi la propria vita, ma è molto più privo di supporti, di punti di riferimento e questo aumenta l'ansia, la sfiducia, la facilità a sentire di non valere, con tutto il disorientamento che questo comportaTutto il cammino della pratica, poiché ci porta gradualmente a cogliere qualche cosa di grande valore che è dentro di noi, e che, al tempo stesso, non è personale, va nella direzione di ingenerare fiducia, sia nel senso di fiducia in se stessi, sia in un senso più grande, di fiducia incondizionata, radicale. E questo senso di fiducia si manifesterà anche come capacità di perdonarci, e dunque di essere meno giudicanti, innanzitutto verso di noi e di conseguenza, organicamente, verso gli altri.

Poi naturalmente, oltre a coltivare la nostra pratica abituale, possiamo prendere iniziative specifiche: rivolgere la metta (benevolenza) verso noi stessi e rivolgere parole di perdono esplicite verso noi stessi. Anche questa è una vera e propria pratica: rivolgere parole di perdono verso noi stessi. È un aiuto. Però senza il fondamento di una pratica che va avanti un mese dopo l'altro, un anno dopo l'altro, è difficile che queste cose possano andare in profondità; infatti il condizionamento della nostra mente è molto forte e di esso fa parte, non di rado, la facilità ad autodisprezzarci: non è una tendenza di cui ci liberiamo tanto facilmenteOccorre dunque da un lato il lavoro lungo e paziente della pratica nel suo complesso, dall'altro occorre una pratica specifica: la metta verso di sé, il perdono verso di sé. C'è bisogno di tutto questo per aiutarci a sviluppare una comprensione sempre più profonda di quanto inutilmente doloroso sia il nutrire l'avversione per noi e per altri. Tale comprensione ci porta in primo luogo a riconoscere l'odio per se stessi. Poi a comprendere quale carico di dolore ciò porti con sé e poi - per usare la terminologia del buddhismo classico - a concepire un sereno disincanto nei confronti di questa tendenza negativa che ci abita. Allora questa tendenza si comincia a indebolire, mentre i nostri intenti positivi guadagnano spazio, perché c'è stata questa comprensione e questo primo naturale moto di non attaccamento nei confronti di quello che ci fa male, proprio perché l'abbiamo verificato attraverso l'esperienza.

Accettazione è un nome che la spiritualità contemporanea, non soltanto buddhista, usa per indicare dimensioni che, nel linguaggio spirituale classico, sono indicate con equanimità e pazienza, in campo buddhista, e con abbandono, umiltà e pazienza, in campo cristiano. Oggi si usa molto la parola accettazione, che da un lato ha il pregio di essere una parola meno logora, dall'altro ha il difetto di potersi confondere con quello che non ha niente a che fare con l'accettazione, ossia la passività. Ma quale virtù particolare potrebbe esserci nella passività? La passività fa capo alla paura, la quale è un 'oggetto' da investigare seriamente con la pratica della consapevolezza. L'accettazione è un atto di coraggio, la passività è un atto di paura. L'accettazione non significa né subire a tutti i costi, né inghiottire, ma, davanti a una ingiustizia, significa la consapevolezza del turbine interno che questa ci suscita e quindi la capacità di rispondere a essa, non da una dimensione di reattività (che crea solo un'altra ingiustizia), ma di equanimità e di accettazione. Ora, avere come punto di partenza l'accettazione invece della reattività rende molto più alte le probabilità di rispondere con un'azione giusta, non violenta e giusta. Da tutto ciò si può comprendere come l'accettazione sia esattamente il contrario della passività. L'accettazione, il calore, la tenerezza, sono parti integranti della consapevolezza che si sviluppa. Tanto che noi possiamo definire la consapevolezza come una dimensione discernente e accettante, che ha insieme luce e calore, soprattutto quando si sviluppa e matura.

 

 

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Non solo per il nostro amore , a volte è meglio mentire  lasciando correre la ragione, dimentichiamo per un attimo l'orgoglio il giusto  , il giusto  non esiste è  solo un inganno  . A volte è meglio dimenticare di essere nel giusto e a volte  è meglio scusarsi  pur di non mollare tutto perché convinti di stare nel giusto, cioè di aver ragione.

La ragione è il giusto sono come  un miraggio , svaniscono presto.

 

 

 

 

 

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16 minuti fa, zigirmato ha scritto:

meglio scusarsi  pur di non mollare tutto perché convinti di stare nel giusto, cioè di aver ragione.

Dipende anche dalle situazioni

Se ci si riferisce a relazioni tossiche, meglio cambiare aria

Se trattasi di punti di vista diversi dai nostri, è sufficiente non identificarsi completamente con le nostre posizioni

Non difenderle, come se fosse una questione di vita o di morte, esprimerle e lasciare andare 

☺️

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6 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

Dipende anche dalle situazioni

A volte è meglio prendersi il torto pur essendo convinti di aver ragione , e chiedere scusa  , ovviamente  dipende dalle circostanze e dalle situazioni .

È un atto di  fede anche questo. Imho

 

 

 

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Presentata a Roma la nuova Charta Œcumenica, firmata da Cec e Ccee. Frutto di un ampio processo di revisione, il documento rinnova l’impegno delle Chiese europee per l’unità, la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e la cura del creato. Al centro, la testimonianza cristiana condivisa e l’ascolto delle nuove generazioni

Firmata a Roma la nuova Charta Œcumenica: “Un passo storico verso l’unità dei cristiani in Europa” - AgenSIR https://share.google/E71AYDsQGziyKFaLW

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E cioè il fatto che sempre più giovani, non solo nel “vecchio” Occidente, dimostrano di voler uscire dagli schemi religiosi tradizionali, orientandosi verso una spiritualità più interiore, personale e svincolata dalle appartenenze istituzionali. Si tratta di una ricerca di senso che privilegia l’esperienza diretta, l’autenticità e il percorso individuale rispetto ai dogmi e alle strutture del passato. Certo, per alcuni questa nuova via appare come un rischio, persino una minaccia, perché scardina schemi consolidati e mette in discussione certezze antiche. Per altri, tuttavia, rappresenta una svolta profonda, e cioè un’occasione per crescere, per aprirsi a un orizzonte diverso e più autentico. E questo orizzonte, per molti, ha un nome che risuona con forza: silenzio.

Il silenzio come risposta

È nel silenzio che oggi tanti trovano una risposta alla sete di senso che li abita. Un silenzio inteso come spazio di ascolto interiore, come via per incontrare sé stessi prima ancora che Dio. O forse, per cercare un Dio che, nel rivelarsi, riveli anche l’uomo a sé stesso, donandogli significato, direzione, compimento. Il tutto, naturalmente, senza la necessità di mediatori esterni.

E del resto, paradossalmente, è proprio il silenzio a non essere estraneo alle religioni. Non esiste tradizione spirituale che non lo contempli, come pratica, come via, come spazio sacro. Che lo si chiami meditazione, contemplazione o preghiera silenziosa, il silenzio è da sempre una delle forme più profonde e universali di incontro con il divino.

https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Il-silenzio-nuova-frontiera-delle-fedi--3188799.html

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Kadowaki affronta poi un mutuo pregiudizio fra buddhisti zen e cristiani. “Certi cristiani, sentendo che lo Zen ignora la coscienza del peccato, lo considerano un insegnamento del demonio. Certi seguaci dello Zen pensano invece che i cristiani siano tormentati dal senso del peccato e che il cristianesimo sia una via del male.” (p. 39). L’autore affronta un nodo fondamentale in entrambe le tradizioni spirituali: la fonte del male, ovvero “la passione illusoria (sanscrito, kleśa), cioè quelle funzioni mentali che disturbano mente e cuore, come la cupidigia, l’ira, l’ignoranza, l’arroganza, il dubbio e le false opinioni. Nella terminologia cristiana, vengono chiamati i sette peccati capitali…” (p. 41). Ciò che, nel cristianesimo, è “ribellione a Dio”, nello Zen è “perdita del proprio Volto Originario”, o “natura illuminata”. L’uomo, insomma, perderebbe il contatto con la propria essenza, per l’interferenza di quelle funzioni mentali che dicevamo.

...In ambedue le religioni, “la conseguenza della caduta consiste in una opposizione tra l’individuo e gli altri, tra l’individuo e l’universo” (p. 42). Per emanciparsi dalle passioni illusorie, al cristiano si richiede la metanoia (p. 43): tradotta come “pentimento” o “conversione”, è più propriamente un cambio radicale di percezione del mondo e di sé. È lo sforzo di tendersi verso la “natura originaria” dell’uomo, che è lo stesso sforzo del praticante zen.

...Arrivare alla propria natura originaria significa arrivare alla natura originaria di ogni cosa. In questo senso, Kadowaki legge anche la concezione cristiana dell’universalità della salvezza. Dato che la “salvezza” coincide col completo abbandono degli attaccamenti egoistici e del nozionismo, si può comprendere anche l’invito di Cristo ad “accogliere il regno di Dio come un bambino” (Mc 10, 13-16). Il bambino è colui che vive con tutto se stesso, che comprende con le viscere, senza sofisticazioni o pregiudizi. Sarebbe capace di comprendere anche che Buddha “è un bastone di sterco secco” (p. 134): perché anche le cose più “basse” e “sporche” vivono di quella vita che l’illuminato sa vedere.

Attraverso la pratica dello Zen, Kadowaki ha trovato un modo per vivere la vita di Cristo, senza contraddizioni tra il “dire” e il “fare”. “Come un koan Zen, le parole di Gesù ci spingono a una conversione, perché moriamo alla nostra mentalità e vita attuale, per vivere realmente in una condizione di beata povertà. […] Se ascoltassimo le parole di Cristo con l’hara (= viscere), invece che con la testa, e ci lasciassimo investire dalla loro forza intrinseca, ne sarebbe trasformata tutta la nostra mentalità e la nostra vita.” (p. 141).

https://erica-gazzoldi.blogspot.com/2017/04/lo-zen-e-la-bibbia.html?m=1

Articolo molto bello

Convergenze tra Zen e Cristianesimo 

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Cristo e Buddha sono grandi amici dell’uomo, prescindendo da ogni appartenenza religiosa. Il Cristo ti redime all’amore umile e forte, nel perdono. Il Buddha t’introduce nel silenzio dell’armonia cosmica. “La stella del mattino” è un cammino religioso di ascolto del Vangelo nel silenzio del Buddha.

Il Cristo è il Vangelo del perdono e dell’amore. L’esistenza umana, sotto il velo umile delle contraddizioni, è vocazione ad essere amati e ad amare, nella via forte e soave del perdono reciproco! Gesù è incarnazione del Cristo. Nell’Eucaristia è pane che nutre e vino che purifica e rallegra ogni commensale dell’esistenza. Sulla croce muore gridando il perdono universale. Morendo, è risurrezione a vita nuova per gli uomini e le cose. Seguire il Cristo è gettare tutto, il bene e il male, nell’economia dell’amore, nel perdono. Non è sopprimere il male, ma battezzarlo nell’amore. All’amore si accede chinando il capo, e non sbandierando la propria virtù. Il perdono più difficile è verso se stessi: accogliersi cordialmente con i propri valori e limiti e, così, essere amati ed amare - nel perdono…

Il Buddha siede silenzioso, consapevole che tutto è vuoto e impermanente. Non brama nulla, non recrimina nulla. Siede silenzioso e composto, affidandosi alla natura autentica che dimora intima dentro di sé e le cose. Allora, il proprio sé e le cose, in coro, cantano la verità e la bellezza di essere così, senza alcuna aggiunta. La via del Buddha è presenza, rispetto, armonia, consapevolezza. Siddharta Shakyamuni è il sommo testimone del Buddha. Il Buddhismo è la via religiosa ad essere così presente al proprio presente, finché questo spreme il suo senso eterno, nella pace interiore…

(Padre Luciano Mazzocchi)

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Cosa succede nel cervello quando pratichi mindfulness

Gli studi di neuroimaging mostrano che la meditazione mindfulness modifica la struttura e l’attività di alcune aree cerebrali chiave:

Corteccia prefrontale: migliora il controllo dell’attenzione e la regolazione emotiva.

Amigdala: riduce la reattività allo stress.

Ippocampo: aumenta la densità neuronale, favorendo memoria e apprendimento.

Una recente meta-analisi del 2025 pubblicata su Frontiers in Psychology ha confermato che otto settimane di mindfulness training sono sufficienti per ridurre i marker cerebrali dello stress e potenziare la connettività tra aree legate all’autoconsapevolezza.

 

https://www.salute.it/mindfulness-le-evidenze-scientifiche/

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“Esiste, o monaci, un non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato. Se non ci fosse questo non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato, non si potrebbe scorgere via di scampo dal nato, evoluto, fatto, condizionato. Ma poiché, invece, c’è un non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato, si scorge una via di scampo dal nato, diventato, fatto, condizionato”.

(Buddha)

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