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Good religion trascendenza/mistica


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A proposito di Zen, come non ricordare Willigis Jager monaco e maestro Zen

J. Ratzinger (Congregazione per la Dottrina della Fede) vietò al benedettino di svolgere attività pubbliche o pubblicazioni, avendo a suo dire falsato il concetto cristiano di Dio personale 

Ma non ritenendomi un cattolico perfetto ed ortodosso, dal mio punto di vista non è importante

Anzi, ritengo la lettura dei suoi testi molto interessante

 

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Tratto da:

 

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La verità della religione sta nel distacco e nella conversione verso l’uomo interiore, ovvero verso il profondo di noi stessi, la luce, il Bene, in un sapere tutto interiore – esperienza, sapienza. La menzogna della religione sta nel legame all’uomo esteriore – corpo, denaro, prestigio sociale – e nella costruzione di un presunto sapere tutto esteriore, mitologico, pseudoscientifico.

...Perciò ateo non è colui che rifugge dal Dio della superstizione, ma solo chi ha un Dio diverso dal Dio vero: il potere, il denaro, o che altro.  La Weil scrive infatti:

Nessun uomo sfugge alla necessità di concepire al di fuori di sé un bene verso cui volgere il pensiero con desiderio, speranza, supplica. Perciò si può scegliere solo tra l’adorazione del vero Dio e quella di un idolo. Ogni ateo è idolatra, a meno che non adori il vero Dio nella sua forma impersonale. Anche la maggior parte delle persone religiose è idolatra. Si può scegliere solo tra Dio e un idolo: non c’è altra possibilità. Infatti la facoltà di adorazione è in noi ed essa è diretta da qualche parte, in questo mondo o nell’altro. ..Questo “ateismo” riporta sempre alla giusta dimensione dell’umano la verità, mettendo in fuga le illusioni, le menzogne. Per contro la religione, anche nel suo aspetto più ingenuo, mantiene comunque l’orientamento verso l’Assoluto: infatti, come notava Hegel, nella devozione (Andacht ) è già presente il pensiero (Denken ) e sotto questo aspetto la religione merita sempre profondo rispetto. In un certo senso, perciò, religione e ateismo hanno entrambi ragione, ed entrambi torto...

Nel suo aspetto menzognero, la religione è la forma estrema di appropriazione, religio come legame non all’origine, alla verità, ma a se stessi, ovvero amor sui , che vuole impadronirsi di Dio per metterlo al proprio servizio, a sostegno dell’egoità – e lo fa con la costruzione di una teologia. Si noti che la parola “teologia” è stata coniata da Platone, per contrapporre alla mitologia un discorso che “parli della divinità quale essa è realmente”: ovvero che Dio è buono, non invidioso, e che è causa solo del bene, per cui sono da respingere i discorsi dei poeti, come Omero, sugli dèi. Ma la teologia finisce qui: non è possibile un ulteriore sapere su Dio, giacché Dio non si mescola agli umani.

Dunque, in Platone, che è colui che ha coniato il concetto di teologia, opposto a mitologia, non c’è affatto una teologia, nel nostro senso. C’è invece – al suo posto – una assimilazione a Dio (homoiosis to theo ), un farsi simile a Dio, che si compie attraverso conversione (epistrofe ) e distacco, cercando l’uomo interiore, contrapposto a quello esteriore, e dunque fuggendo il sociale, che è il “grosso animale”, sempre nemico del Bene.

Tratto da:

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Come non ricordare Sri Aurobindo: (filosofo e mistico indiano. Poeta, scrittore e maestro di yoga, si distinse anche per il suo impegno politico in favore dell'indipendenza dell'India).

L'ateismo è una protesta necessaria contro la perversità delle Chiese e la ristrettezza delle fedi. Dio lo usa come una pietra per abbattere questi castelli di carte insudiciate

 

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All’impermanenza (bisognerebbe usare le cose, ringraziarle e poi lasciarle andare) l’ego si oppone con tutta la sua forza. Questa forza viene meno quando iniziamo a chiamare la morte sorella. Chi respinge la morte si oppone anche alla resurrezione.

Morire significa cominciare di nuovo.

Morire qui e ora per imparare a vivere qui e ora.

Morire significa congedarsi da idee, convinzioni, concezioni del mondo alle quali si è affezionati.

Ritorniamo alla totalità, all’unione solo allentando la presa, donandoci, non aggrappandoci e in nessun caso cercando di conquistarla.

Il potere della trasformazione è nel singolo, non nei cambiamenti sociali. E’ quando si cambia dentro che il fuori cambia....La vocazione spesso significa rompere con il passato… lasciare la propria famiglia, che è considerato da tutti essere irresponsabili. Rompere certe regole e norme della tradizione è considerato da irresponsabili.

Penso a uomini e donne dopo i 45-50-60 anni che si dicono “e adesso?”

penso ai giovani che dopo la prima formazione professionale si accorgono di aver sbagliato la propria scelta e che devono ricominciare da capo. O quelli che si sono incamminati su un percorso spirituale e tutti scuotono la testa…

Spesso un’intuizione profonda non è altro che la reintegrazione di parti scisse della nostra coscienza. Il divino non ci è lontano ma si manifesta in immagini e segni già presenti nella nostra dimensione profonda.

Willigis Jager

 

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«La natura simbolica della fisica» spiega Eddington «è generalmente riconosciuta, e lo schema della fisica è formulato adesso in modo tale da rendere quasi di per sé evidente che si tratta di un aspetto parziale di qualcosa di più ampio». Tuttavia, secondo questi fisici, a proposito di questo “qualcosa di più ampio” la fisica non ci dice (né può dirci) nulla. Fu
proprio questo fallimento radicale della fisica, e non le sue supposte somiglianze al misticismo, che paradossalmente guidò tanti fisici verso una visione mistica del mondo. Come Eddington attentamente spiega:
«In breve, la situazione è questa. Abbiamo imparato che l’esplorazione del mondo esterno con i metodi della scienza fisica non porta a una realtà concreta, ma a un mondo-ombra fatto di simboli, al di sotto del quale quei metodi sono inadatti a penetrare. Sentendo che dietro deve esserci di più, ritorniamo al nostro punto di partenza nella coscienza umana, il solo centro in cui qualcosa di più può venir conosciuto. Lì [nell’immediata coscienza interiore] troviamo altri stimoli, altre rivelazioni rispetto a quelle condizionate dal mondo dei simboli. [...] La fisica insiste con forza che i suoi metodi non penetrano al di là del simbolismo. Sicuramente allora quella nostra natura mentale e spirituale, conosciuta nelle nostre menti tramite un contatto intimo che trascende i metodi della fisica, ci fornisce proprio quello [...] che la scienza ammette di non essere in grado di dare...

D’altra parte, se si definisce la scienza come conoscenza empiricosensoriale convalidata dagli strumenti allora in pratica tutte le forme di religione diventano non-scientifiche. Si potrà dunque prendere una di queste due strade: (i) vedere la religione come una forma perfettamente valida di fede, valori e credenze personali non aperta allo scrutinio scientifico, nel qual caso scienza e religione sono allora definite come due dominii differenti ma egualmente legittimi, tra i quali non può esserci propriamente né conflitto né compromesso né paralleli (questo modo di vedere fu introdotto da Kant e Lotze e ha molti sostenitori anche al giorno d’oggi, inclusi alcuni fisici di questo volume come Planck, Einstein ed
Eddington); (ii) vedere la religione come non-scientifica in un senso puramente peggiorativo, come una superstiziosa reliquia di un pensiero magico e primitivo (Comte) o un meccanismo di difesa per espiare sensi di colpa e ansie (Freud) o un’ideologia opaca che istituzionalizza l’alienazione (Marx) o una debilitante proiezione degli interiori e umanistici aneliti degli uomini e delle donne (Feuerbach) o una questione emotiva puramente personale, inoffensiva di per sé ma indegna del titolo di “conoscenza” (Quine, Ayer e i positivisti). Ora, vedete, tutta quella confusione giace in larga misura nel modo in cui si definisce la scienza. Le questioni sono tanto complesse e sottili che se non specifichiamo precisamente cosa intendiamo per scienza (e poi per religione) gli enunciati sulla relazione tra le due diventano sciocchi se va bene, infausti se va male. Personalmente sono giunto ora al punto in cui, quando qualche popolare scrittore fa una dichiarazione sbrigativa sulla “nuova scienza” e la “spiritualità”, non ho più alcuna idea di cosa intenda e tutto ciò di cui sono sicuro è che neppure lui lo sa.

Tratto da:

 

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@LUIGI64 Questo tuo ultimo post va al cuore del problema. Sta tutto nella frase di Eddington "Sentendo che dietro deve esserci di più". Perché se è vero che la fisica è un fallimento, semplicemente perché è condannata ad un compito di svelamento senza fine, è anche vero che per alcuni "dietro deve esserci di più" e questo di più non può essere nella fisica ma in una dimensione "altra". Ma non tutti pensano che questa dimensione altra esista: rifacendosi all'evoluzionismo, spiegano l'esigenza della ricerca di una dimensione altra proprio... con la fisica :classic_biggrin:: è tutto già scritto nel DNA.

Chi ha ragione? Ti svelo un segreto: non lo sapremo mai...

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20 minuti fa, faber_57 ha scritto:

Ti svelo un segreto: non lo sapremo mai...

Probamente hai ragione

Se la questione è evidentemente aperta, allora perché escludere determinate ipotesi, questo mi chiedo

È da sottolineare che esiste un approccio arrogante e presuntuoso che si pone con un paradigma riduzionista  e divisivo, non riconoscendo in maniera assoluta, determinate teorie, o ipotesi diverse dal loro punto di vista

Bah

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3 minuti fa, LUIGI64 ha scritto:

Se la questione è evidentemente aperta, allora perché escludere determinate ipotesi

Perché certe ipotesi non stanno in piedi se non grazie ad abbondante uso di fantasia. Ma la quantità di fantasia tollerata da ciascuno di noi è molto diversa :classic_biggrin:

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34 minuti fa, faber_57 ha scritto:

quantità di fantasia

Non credo che qualcuno possa avere la certezza di questo, te compreso

Ovviamente mi riferisco ad ipotesi verosimili e non  strampalate teorie da web (per questo preferisco citare tutti i testi di riferimento)

Inoltre, il presente thread è nato per parlare di trascendenza in maniera non negativa, con un approccio positivo nei confronti delle tradizioni religiose e spirituali

In caso contrario, si ridurrebbe alla solita diatriba viva la scienza, abbasso i creduloni

Se così fosse, sei fuori tema

La scienza me la tengo stretta, ma sono convinto che anche la dimensione della trascendenza e spiritualità abbiano una loro dignità 

Se non sei d'accordo, pazienza ☺️

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...per gli scopi di questa presentazione, prenderò come assunto l’ontologia di base della filosofia perenne; specificamente, come essa fu riassunta da Lovejoy, Huston Smith, René Guénon, Marco Pallis, Frithjof Schuon e altri, e abbracciata (in tutto o in parte) da pensatori moderni quali Nicolai Hartmann, Samuel Alexander, Whitehead, Aurobindo, Maritain, Urban, ecc. Né andrò a disputare sui termini. Dio, Divinità, Assoluto, Supremo, Essere, Spirito, vita, coscienza, psiche, anima: questi termini possono significare praticamente qualsiasi cosa si voglia. Il mio scopo è differente. Qui, dunque, è la nostra ontologia di lavoro: la cosiddetta Grande Catena dell’Essere (si veda il diagramma a p. 49). Salendo lungo il diagramma, ho aggiunto un nome generale a ciascun dominio; scendendo lungo il diagramma ho elencato per ciascuno una disciplina rappresentativa che generalmente (ma non necessariamente in modo esclusivo) ha come oggetto di studio quel particolare dominio. I numeri si riferiscono semplicemente ai livelli, mentre spiegherò a breve le lettere. Potrei anche menzionare il fatto che alcune versioni della Grande Catena presentano da tre a venti o più livelli, ma questo semplice schema a cinque livelli servirà adeguatamente i nostri scopi.
Il significato generale dei termini materia, vita e mente è forse abbastanza ovvio, ma mi si lasci dire qualcosa a proposito di anima e spirito. Il regno dell’anima, come lo chiamerò, si riferisce al regno delle Forme Platoniche, degli archetipi, delle forme divine personali (yidam, ishtadeva, ordini arcangelici e così via). Nel regno dell’anima, c’è ancora qualche sottile dualismo soggetto-oggetto; l’anima afferra l’Essere o è in comunione con Dio, ma rimane ancora un irriducibile confine tra di essi. Nel regno dello spirito (livello 5), tuttavia, l’anima diventa l’Essere in uno stato non-dualistico di intuizione radicale e identità suprema variamente nota come gnosis, nirvikalpa samadhi, satori, kensho, jnana, ecc. Nel regno dell’anima, l’anima e Dio sono in comunione; nel regno dello spirito, sia l’anima che Dio sono uniti nella Divinità, o spirito assoluto, che è ovunque privo di confini esclusivi. Abbiamo già incontrato comunque le gravi difficoltà semantiche con la parola “spirito”, poiché virtualmente non esiste modo di discutere sul regno dello spirito senza che vi siano paradossi. Lo spirito in sé non è paradossale; esso è, in senso stretto, al di là di qualsivoglia caratterizzazione o qualificazione (inclusa questa). Poiché lo spirito è, per così dire, il limite ultimo della gerarchia concentrica dell’Essere, esso entra nelle nostre formulazioni verbali in modi apparentemente contraddittori e paradossali (come Kant, Stace, Nagarjuna e altri hanno fatto notare). Ciò diventa problematico, tuttavia, solo se dimentichiamo di includere entrambi i lati del paradosso nelle nostre formulazioni verbali. Mi si lasci fare qualche esempio. Si noti che ciascun livello della Grande Catena trascende ma include i suoi predecessori. In altre parole, ciascun livello contiene funzioni, capacità o strutture che non si trovano in, o non possono essere spiegate solo in termini di, un livello più basso. Il livello più alto non vìola i princìpi di quello più basso, ma semplicemente non limitato in modo esclusivo da essi o da essi spiegabile. Il più alto trascende ma include il più basso e non viceversa, così come una sfera tridimensionale include o contiene cerchi bidimensionali ma non viceversa. Ed è questo “non viceversa” che stabilisce e costituisce la gerarchia concentrica. Così, ad esempio, la vita trascende ma include la materia, e non viceversa: gli organismi biologici contengono componenti materiali, ma gli oggetti materiali non contengono componenti biologiche (le rocce non si riproducono geneticamente, ecc.).

...Da parte mia, dunque, quando desidero riferirmi allo spirito nel suo aspetto trascendentale – come la dimensione più alta e la sommità dell’essere – utilizzo spirito o regno spirituale con una “s” minuscola, per indicare che il regno spirituale (livello 5) è un regno che, in modi molto significativi, è diverso da, o trascendente, il regno della materia, della vita, della mente e dell’anima. Nello specifico, intendo ciò: abbiamo detto che ciascun livello trascende ma include i suoi predecessori. Se la materia (livello 1) ha le caratteristiche A, allora la vita biologica (livello 2) può essere rappresentata da A + B, dove B sta per tutte quelle capacità trovate negli organismi viventi ma non nella materia inanimata (come il consumo di cibo, il metabolismo, il sesso, le funzioni motorie e così via). La mente (livello 3) è allora A + B + C, dove C rappresenta tutte quelle capacità trovate nei sistemi psicologici ma non nei sistemi biologici o materiali (come le idee, i concetti, i valori, le intuizioni e così via). Allo stesso modo, il regno dell’anima è A + B + C + D; e il regno spirituale (con la “s” minuscola) è A + B + C + D + E. Così, quando parliamo di “esplorare il regno spirituale” o delle “caratteristiche del regno spirituale” intendiamo esattamente queste funzioni, capacità e aspetti (rappresentati da E) che si trovano nel regno spirituale e da nessun’altra parte (come jnana, nirvikalpa samadhi, nirguna Brahman e così via). Se potessimo parlare della scienza dello spirito (non abbiamo ancora affrontato questa questione), tutto ciò che vorremmo dire sarebbe “lo studio scientifico di tutti quegli eventi che costituiscono la classe E”. In tal senso, la scienza spirituale sarebbe definitamente e significativamente diversa dalla scienza fisica (studio di classe A), dalla scienza biologica (studio di classe B), dalla scienza psicologica (studio di classe C) e così via, pur non essendo affatto antagonista a esse

 

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Tratto dal libro di cui sopra

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Per un’appropriata comprensione della spiritualità, è utile cominciare dal significato originario della parola spirito. In latino spiritus significa “respiro”; è interessante notare che ciò vale anche per la parola latina connessa anima, per la parola greca psyché e la parola sanscrita atman. Il significato comune di questi termini chiave indica che il concetto originario di spirito, e di anima, in molte antiche tradizioni filosofiche e religiose, in Occidente come in Oriente, coincide con quello di alito della vita. Dal momento che la respirazione è effettivamente un aspetto centrale del metabolismo di tutte le forme di vita, eccetto le più semplici, l’alito della vita sembra essere una metafora perfetta per la rete di processi metabolici che definisce tutti i sistemi viventi in quanto tali. Lo spirito – l’alito della vita – è ciò che abbiamo in comune con tutti gli esseri viventi. Ci alimenta e ci mantiene vivi. La spiritualità è solitamente intesa come un modo di essere che fluisce da una certa esperienza profonda della realtà, nota come esperienza mistica, religiosa o, appunto, spirituale. Ci sono numerose descrizioni di questa esperienza nei testi delle varie religioni del mondo, che tendono a concordare su alcuni punti: si tratterebbe di un’esperienza diretta, non intellettuale, della realtà con caratteristiche di base indipendenti dai contesti culturali e storici. Una delle descrizioni contemporanee più belle si può trovare in un breve saggio intitolato Spirituality as Common Sense (Spiritualità come senso comune), del monaco benedettino, psicologo e scrittore David Steindl-Rast. In accordo con il significato originario di spirito come alito della vita, fra David caratterizza l’esperienza spirituale come un’esperienza non ordinaria della realtà in momenti di accentuata vitalità. I nostri momenti spirituali sono quei momenti in cui ci sentiamo più intensamente vivi. La vitalità che avvertiamo durante una simile “esperienza suprema” (peak experience), come l’ha chiamata lo psicologo Abraham Maslow, coinvolge non soltanto il corpo ma anche la mente.

I buddisti chiamano questa accentuata lucidità mentale pamnesi (mindfulness, piena consapevolezza mentale), e sottolineano che è profondamente radicata nel corpo. L’esperienza spirituale è un’esperienza di vitalità della mente e del corpo come un’unità. Inoltre questa esperienza di unità trascende non soltanto la separazione della mente dal corpo, ma anche la separazione del sé dal mondo. La consapevolezza centrale in questi momenti di spiritualità è un profondo senso di unità con il tutto, il senso di appartenere all’universo come totalità.

Questo senso di unità con il mondo naturale è pienamente corroborato dalla nuova concezione sistemica della vita emersa di recente sul fronte più avanzato della ricerca scientifica. Via via che comprendiamo come le radici della vita affondino in profondità nella fisica e nella chimica di base, come il dispiegarsi della complessità sia iniziato assai prima della formazione delle prime cellule viventi, e come la vita si sia evoluta per miliardi di anni utilizzando innumerevoli volte gli stessi schemi e processi basilari, ci rendiamo conto di quanto intimamente siamo connessi con l’intero tessuto della vita.

...

durante i primi mille anni del cristianesimo, praticamente tutti i più importanti teologi – i cosiddetti padri della Chiesa – erano anche mistici. Ma nel corso dei secoli seguenti, durante il periodo della scolastica, la teologia si frammentò progressivamente e divorziò dall’esperienza spirituale che ne era stata in origine il nucleo centrale.

Con la nuova enfasi sulla conoscenza teologica puramente intellettuale si ebbe un irrigidimento del linguaggio. Mentre i padri della Chiesa avevano ripetutamente affermato che l’esperienza religiosa non può essere espressa adeguatamente in parole, e quindi esprimevano le loro interpretazioni in termini di simboli e metafore, i teologi scolastici formularono gli insegnamenti cristiani in un linguaggio dogmatico, esigendo che il fedele li accettasse alla lettera come verità. In altre parole, la teologia cristiana divenne sempre più rigida e fondamentalista, priva di autentica spiritualità. Questa posizione rigida della Chiesa portò ai ben noti conflitti tra scienza e cristianesimo fondamentalista, che sono proseguiti fino ai giorni nostri. L’errore cruciale dei teologi fondamentalisti era, ed è, quello di adottare un’interpretazione letterale dei simboli religiosi e delle metafore.

In realtà, gli atteggiamenti fondamentalisti non sono appannaggio esclusivo dei leader religiosi. Anche gli scienziati possono essere fondamentalisti, dimenticando che tutti i loro modelli e le loro teorie sono limitati e approssimati e ignorando il ruolo importante delle metafore, nella religione come nella scienza. Quando ciò accade, qualunque dialogo tra religione e scienza diviene frustrante e improduttivo. Finisce in un dialogue des sourds, come lo chiamano i francesi, un dialogo tra sordi.

---

Interessanti riflessioni di F. Capra (fisico e scrittore di saggi, nonché co-fondatore del Center for Ecoliteracy a Berkeley, in California. Dopo la laurea in Fisica a Vienna ha condotto ricerche sull'atomo e si è occupato principalmente di teoria dei sistemi ed ecologia) estratte dal suo libro:

 

 

 

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Tra questi giganti della fisica moderna, Werner Heisenberg ha avuto l’influenza di gran lunga più rilevante sul mio pensiero. Da giovane studente a Vienna, lessi il classico di Heisenberg, Fisica e filosofia, in cui l’autore fornisce un vivido resoconto delle prime indagini sui fenomeni atomici e subatomici da parte dei pionieri della fisica quantistica. I loro esperimenti li misero in contatto con un mondo strano e inatteso. Nello sforzo di afferrare questa nuova realtà, divennero penosamente consapevoli che i loro concetti fondamentali, il loro linguaggio e il loro intero modo di pensare erano inadeguati a descrivere i fenomeni atomici. I loro problemi non erano di carattere meramente intellettuale, ma comportavano un’intensa crisi emotiva e, si potrebbe dire, perfino esistenziale. Qualche anno dopo aver letto il libro di Heisenberg, mi ricordai delle sue vivide descrizioni di quei paradossi quantistici quando lessi dell’uso di enigmi paradossali, noti come koan, quale mezzo di insegnamento nel buddismo Zen. Immediatamente scorsi alcune sorprendenti analogie tra queste due aree – la fisica quantistica e lo Zen – e queste analogie si approfondirono quando cominciai a studiare più sistematicamente le tradizioni spirituali orientali. A quell’epoca, verso la fine degli anni sessanta, in Europa e negli Stati Uniti c’era un forte interesse per le tradizioni spirituali orientali, e molti libri di carattere accademico sull’induismo, il buddismo e il taoismo venivano pubblicati da autori sia orientali sia occidentali. Anche in alcuni di quei libri si accennava a paralleli tra queste tradizioni e la fisica moderna. Per me, collegare la fisica e il misticismo fu in un primo tempo un esercizio puramente intellettuale. Mi ci vollero diversi anni per superare il divario tra pensiero razionale, analitico e coscienza meditativa, per fare esperienza di come la mente possa fluttuare liberamente, di come le intuizioni spirituali vengano spontaneamente, senza alcuno sforzo, emergendo dalla profondità della coscienza...

In molte tradizioni spirituali – per esempio, nelle varie scuole buddiste – l’esperienza mistica è sempre primaria; le sue descrizioni e interpretazioni sono considerate secondarie e provvisorie, insufficienti a dare pienamente conto dell’esperienza spirituale. In un certo senso, queste descrizioni non sono dissimili dai modelli limitati e approssimati della scienza, che sono sempre soggetti a ulteriori modificazioni e perfezionamenti. Un’altra importante analogia tra i modi di procedere del fisico e del mistico è che le loro osservazioni hanno luogo in domini che sono inaccessibili ai sensi ordinari. Nella fisica moderna, questi sono i domini del mondo atomico e subatomico. Nel misticismo, sono stati di coscienza non ordinari, in cui il mondo sensoriale quotidiano viene trasceso. In entrambi i casi, l’accesso a questi livelli non ordinari di esperienza è possibile soltanto dopo lunghi anni di formazione nel contesto di una disciplina rigorosa, e in entrambi i campi gli “esperti” affermano che le loro osservazioni spesso oppongono difficoltà insuperabili a formulazioni nel linguaggio ordinario.

Tratto dal libro di cui sopra

 

 

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Il simbolismo nella religione, spiritualità e arte sacra, è sempre stato un particolare linguaggio di notevole rilevanza.

---

Nella misura in cui il mondo si divide in sacro e in profano,  in naturale e sovrannaturale, il simbolo si riferisce alle sole realtà  spirituali. Di per sé, il simbolo non presuppone né questa separazione, né questa opposizione. Nella mentalità primitiva una divisione del genere sarebbe inconcepibile, ma il XII secolo si avvia verso quella distinzione fra naturale e sovrannaturale che si affermerà nel XIII secolo e che diventerà per l'uomo un ostacolo sul suo cammino...Nonostante i rifiuti e le confusioni, i simboli rimangono vivi,  inattaccabili. Nessuna mano, nessuna volontà potrà mai distruggerli  perché il pensiero simbolico è consustanziale all'uomo orientato verso la luce. Quando l'uomo modifica la sua struttura e cambia il suo vero volto, non sa più scoprire i valori spirituali e rischia allora di girare  in un circolo senza uscita...

La differenza fra gli uomini si riduce solo a questo: alla presenza o all'assenza dell'esperienza spirituale. Per quanto luminosa sia  
tale esperienza, essa non si acquista una volta per tutte, ma è destinata ad approfondimenti successivi: ecco perché l'uomo nel quale  essa si compie è attento ai segni della presenza, ai simboli che, come delle lettere, gli insegnano un linguaggio, il linguaggio dell'amore  e della conoscenza. L'uomo spirituale è reso edotto dal simbolo e  quando vuol rendere conto della sua ineffabile esperienza, è sempre  ai simboli che fa necessariamente ricorso. Così il simbolo diviene l'alpha e l'omega dell'esperienza spirituale o, piuttosto, costituisce tutto l'alfabeto di un simile misterioso  linguaggio, paragonato a quello degli angeli. Non è piu solamente linguaggio; diviene verbo che trasforma la terra d'ombra in terra di luce, cioè in una terra trasfigurata...

I lavori sul pensiero orientale, la traduzione di  opere sacre prima sconosciute, gli studi di storia delle religioni, di etnologia e di psicanalisi hanno aperto un mondo chiuso e che sembrava inviolabile. Le ricerche di Jung e dei suoi collaboratori hanno portato ad una visione dell'universo che mette l'uomo alle prese con la realtà della sua essenza. Infine, la fenomenologia illumina in singolar modo l'evidenza del trascendente.  Ci rendiamo conto in moc.lo irrefutabile della profonda unità  che trascende la Storia. Si svela il volto dell'uomo e, attraverso  
l'uomo, affiora tutto ciò che egli porta con sé, consciamente o inconsciamente. ...Gli storici delle religioni prendono il simbolo come tema di studio; alcuni teologi e  filosofi esaminano il pensiero cristiano alla luce delle moderne scoperte nel campo della psicologia e della storia delle idee. lnterpretazioni che un tempo si sarebbero respinte, oggi non soltanto vengono ammesse, ma aprono alla libera ricerca un vasto campo d'indagine. L'attuale esplicitazione del simbolo mostra il valore che gli  si attribuisce. Gli archetipi ed il ruolo dell'inconscio creano un nuovo campo di sperimentazione.

Estratto da questo bel testo:

 

 

 

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Dobbiamo comprendere Dio e la creatura non come due realtà tra loro distanti, ma come una sola e medesima
cosa. Infatti la creatura sussiste in Dio e Dio si crea mirabilmente e ineffabilmente
nella creatura, manifestando se stesso, ovvero rendendosi visibile — Lui che è invisibile.

Giovanni Scoto Eriugena (di origini irlandesi, è considerato il fondatore della filosofia scolastica, e fu uno dei massimi rappresentanti della Scuola Palatina, che diresse al tempo di Carlo il Calvo)

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