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Good religion trascendenza/mistica


Messaggi raccomandati

@LUIGI64 A proposito di cinesi e arti marziali, vi consiglio un bel film, Hero  con Jet Lii  . La storia di questo film a me è piaciuto tantissimo, a parte i combattimenti più o meno fantasiosi che possono piacere o non piacere, il succo il senso del film è a mio parere uno dei film migliori che ho visto.

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Altre domande e risposte, sempre dal testo di cui sopra:

Mi accorgo di essere molto propenso a sminuire gli altri. Qual è il modo migliore per affrontare questo problema?

La meditazione. Se l'ego è forte, si cerca di sminuire gli altri, di abbassare la loro importanza e accrescere la propria. Ma la meditazione dissolve naturalmente l'ego. E quando esso si dissolve, non è più possibile fare qualcosa che offenda un altro. Lavorate e il problema si risolverà automaticamente.

A volte mi sento in colpa per ciò che ho fatto.

Sentirvi in colpa non vi aiuterà, vi causerà solo danno. La colpa non ha posto nel sentiero di Dhamma. Se vi accorgete di aver agito in modo errato, accettate semplicemente il fatto senza cercare di giustificarlo o di nasconderlo. Potete anche andare da qualcuno che rispettate e dirgli: "Ho fatto questo errore, ma in futuro starò attento a non ripeterlo". E poi meditate, e scoprirete di poter superare tutte le difficoltà.

Perché tendo a rinforzare questo ego? Perché continuo a voler essere Io?

Questo è ciò che la mente è stata condizionata a fare, a causa dell'ignoranza. Ma Vipassana può liberarvi da questo dannoso condizionamento. Invece di pensare sempre a voi stessi, imparerete a pensare agli altri.

Come succede questo?

Il primo passo è riconoscere quanto si sia egoisti ed egocentrici. A meno che non si comprenda questa verità, non si può emergere dalla pazzia dell'amore di sé. Man mano che proseguirete nella pratica, vi accorgerete che anche il vostro amore per gli altri è nei fatti un amore egoistico. Capirete di amare qualcuno perché vi aspettate qualcosa da lui, vi aspettate che si comporti in un modo che vi piace: nel momento in cui questo qualcuno inizia a comportarsi in modo diverso, il vostro amore sparisce. Così vi domanderete se amate questa persona o voi stessi. La risposta vi diventerà chiara, ma non cercandola a livello intellettuale, bensì con la pratica di Vipassana. E una volta che avrete fatto questa esperienza diretta, potrete iniziare a emergere dal vostro egoismo, imparando a sviluppare un amore reale per gli altri, un amore altruistico, a senso unico: dare senza aspettarsi niente in cambio.

Sono confuso su chi sta osservando e chi o cosa viene osservato.

Nessuna risposta intellettuale può essere soddisfacente. Ciascuno deve indagare per proprio conto. Che cos'è questo Io che sta facendo tutto questo? Chi è questo Io? Bisogna continuare a esplorare, ad analizzare, a vedere se viene fuori un qualche Io; se è così, osservatelo. Vedete se viene fuori un qualche Io; se è così, osservatelo. Se non viene fuori niente, allora bisogna accettare: "Questo Io è un'illusione".

Un maestro come riconosce che un allievo ha sperimentato il nibbāna?

Ci sono vari modi per verificare quando qualcuno sta effettivamente sperimentando il nibbāna . Per questo un maestro deve ricevere un'educazione appropriata.

Come possono i meditatori riconoscerlo da soli?

Dai cambiamenti che intervengono nella loro vita. Chi ha realmente sperimentato il nibbāna diventa una persona nobile, santa, con una mente pura. Non trasgredisce in alcun modo i cinque precetti di base, non nasconde gli errori ma li ammette apertamente e cerca in tutti i modi di non ripeterli. L'attaccamento a riti e cerimonie scompare, perché essi li riconoscono come forme esteriori, vuote, senza un'esperienza reale. Hanno una fiducia inamovibile nel sentiero che li conduce alla liberazione, non continuano a cercare altre strade. E, infine, in essi l'illusione dell'ego sarà frantumata. Se qualcuno afferma di avere sperimentato il nibbāna , ma la sua mente rimane impura come prima, al pari delle sue azioni che restano nocive, allora c'è qualcosa di sbagliato. Il suo stile di vita deve mostrare se lo ha realmente sperimentato. Non è consono a un maestro rilasciare "certificati" agli studenti per annunciare che hanno conseguito il nibbāna . Tutto si trasformerebbe in una gara di accrescimento dell'ego sia per l'insegnante che per gli studenti. Gli studenti cercherebbero solo di ottenere un certificato, e più certificati  un maestro rilascia, più alta è la sua reputazione. L'esperienza del nibbāna diventa secondaria, il certificato acquista un'importanza primaria e tutto diventa un folle gioco. Il puro Dhamma esiste solo per aiutare la gente, e la soddisfazione più grande è quella di constatare che uno studente ha veramente sperimentato il nibbāna e si è liberato. Lo scopo del maestro e dell'insegnamento è di aiutare sul serio la gente, e non quello di pubblicizzare l'ego. Non è un gioco.

Come paragonereste la psicoanalisi a Vipassana?

Con la psicoanalisi si cerca di richiamare alla coscienza gli avvenimenti passati che hanno esercitato una forte influenza nel condizionare la mente. Vipassana, d'altra parte, conduce il meditatore ai livelli più profondi della mente dove, di fatto, inizia il condizionamento. Ogni episodio che la psicoanalisi cerca di far affiorare ha registrato anche una sensazione a livello fisico. Osservando le sensazioni fisiche attraverso il corpo con equanimità, il meditatore permette ad innumerevoli strati di condizionamento di emergere e scomparire. Egli si confronta con le radici del condizionamento e può liberarsene rapidamente e facilmente.

Cos'è la vera compassione?

È il desiderio di servire la gente, di aiutarla a uscire dalla sofferenza. Ma è una cosa che deve essere fatta senza attaccamento. Chi piange sulla sofferenza degli altri, si rende solo infelice. Non è questo il sentiero di Dhamma. Chi prova vera compassione, cercherà di aiutare gli altri con amore, con tutte le sue capacità. Se fallisce, sorride e cerca un altro modo per aiutare; lavora senza preoccuparsi dei risultati del suo servizio. Questa è la vera compassione, che nasce da una mente equilibrata.

Volete dire che Vipassana è il solo modo per raggiungere l'illuminazione?

L'illuminazione si raggiunge esaminando se stessi ed eliminando i condizionamenti. E fare questo è Vipassana, qualsiasi nome gli possiate dare. Alcune persone non hanno mai sentito parlare di Vipassana, e tuttavia in esse il processo ha iniziato ad operare spontaneamente. Giudicando dalle loro parole, sembra che questo sia stato il caso di diversi santi in India. Ma poiché essi non avevano appreso il procedimento con gradualità, non sono stati capaci di spiegarlo agli altri con chiarezza. Qui esiste la possibilità di apprendere passo per passo il metodo che porta all'illuminazione.

Voi definite Vipassana un'arte di vivere universale, ma questo non confonde le persone di altre religioni che la praticano?

Vipassana non si fa passare per una religione in competizione con altre religioni. Ai meditatori non viene chiesto di sottoscrivere ciecamente una dottrina filosofica, ma viene loro chiesto di accettare soltanto ciò che essi sperimentano come vero. La cosa più importante non è la teoria, ma la pratica, e ciò significa condotta morale, concentrazione e comprensione profonda della realtà che purifica la mente. Quale religione può fare obiezione a ciò? E come potrebbe confondere qualcuno? Date importanza alla pratica e verificherete che tali dubbi si risolveranno automaticamente.

 

 

 

 

 

 

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I rintocchi dell'orologio

Ho avuto la grande fortuna di essere nato in Birmania, la terra di Dhamma, dove questa tecnica meravigliosa è stata tramandata per secoli nella sua forma originaria. Circa un secolo fa mio nonno vi giunse dall'India e vi si stabilì, e così io nacqui in quel paese. Ho avuto la grande fortuna di essere nato in una famiglia di uomini d'affari, dove dai vent'anni in poi ho cominciato a lavorare per far soldi. Ammassare denaro era lo scopo principale della mia vita. Sono stato fortunato poiché, sin dai primi anni, ho avuto successo e ho potuto guadagnare molto denaro. Se non avessi sperimentato personalmente come si vive da ricchi, non avrei mai avuto la prova diretta di quanto sia falso tale tipo di esistenza: in caso contrario, in qualche angolo della mente sarebbe sempre potuto nascere il pensiero che la vera felicità sta nella ricchezza. Quando la gente diventa ricca, acquista un prestigio speciale, una posizione sociale elevata che comporta cariche direttive in molte diverse organizzazioni. Dai vent'anni in poi mi sono buttato alla folle ricerca del prestigio sociale. E, naturalmente, le tensioni che un simile tipo di vita comporta mi fecero ammalare di una malattia psicosomatica, una grave forma di emicrania. Ogni quindici giorni mi veniva un attacco, e non c'era modo di curarmi. Mi sento fortunato di aver sviluppato una malattia di questo tipo. Anche i migliori medici della Birmania non riuscirono a curarmi. Il solo trattamento che avevano da offrirmi era un'iniezione di morfina per alleviare l'attacco. Ogni quindici giorni avevo bisogno di un'iniezione di morfina e poi ne subivo gli effetti collaterali: nausea, vomito, infelicità.

Dopo alcuni anni di sofferenze, i dottori iniziarono a mettermi in guardia: "Ora state prendendo della morfina per alleviare gli attacchi della malattia, ma se continuerete, presto diventerete dipendente dalla morfina e dovrete prenderla tutti i giorni". Fui colpito da questa prospettiva, la vita sarebbe stata orribile. I dottori mi consigliarono: "Dato che vi recate spesso all'estero per affari, per una volta fate un viaggio per la vostra salute. Noi non abbiamo cure per questo disturbo e, a quanto ne sappiamo, nemmeno i medici di altri paesi. Ma forse essi conoscono qualche altro antidolorifico che può alleviare i vostri attacchi e liberarvi dal pericolo della dipendenza dalla morfina". Li ascoltai, e cominciai a viaggiare in Svizzera, Germania, Inghilterra, America e Giappone. Fui curato dai migliori medici di questi paesi. E per mia fortuna tutti hanno fallito. Quando tornai, stavo peggio di quando ero partito. Dopo il mio ritorno da questo viaggio infruttuoso, venne a trovarmi un mio caro amico che mi suggerì: "Perché non provi uno dei corsi di dieci giorni di meditazione Vipassana? Sono condotti da U Ba Khin, un sant'uomo, un funzionario statale, un padre di famiglia come te. A me sembra che la tua malattia abbia origine nella mente, e pare che questa tecnica liberi la mente dalle tensioni. Forse, praticandola, puoi curarti da solo". Avendo fallito da ogni altra parte, decisi per lo meno di conoscere questo maestro di meditazione. Dopo tutto, non avevo niente da perdere. Mi recai al suo centro di meditazione ed ebbi un colloquio con quest'uomo straordinario. Profondamente impressionato dall'atmosfera calma e pacifica del luogo e dalla sua stessa presenza piena di pace gli chiesi se potevo frequentare uno dei suoi corsi.

"Certamente" mi rispose. "Questa tecnica è per uno e per tutti. Siate il benvenuto."

Io continuai: "Per diversi anni ho sofferto di una malattia incurabile, una grave emicrania. Spero che questa tecnica mi possa curare." "No" disse bruscamente" allora non venite da me. Non partecipate al corso."

Non riuscivo a capire come potessi averlo offeso, e allora lui con compassione mi spiegò: "Lo scopo di Dhamma non è di curare le malattie fisiche. Se è questo che cercate, è meglio che andiate in un ospedale. Lo scopo di Dhamma è curare tutte le infelicità della vita. La malattia di cui soffrite non è in realtà se non una piccolissima parte delle vostre sofferenze. Se ne andrà, ma solo come sottoprodotto del processo di purificazione mentale. Se fate del sottoprodotto il vostro scopo principale, allora svalutate Dhamma. Non siete qui per curare il corpo, ma per liberare la mente."

Mi aveva convinto. "Sì" dissi "ora capisco, verrò solo per purificare la mente. Sia che la mia malattia possa essere curata o no, mi piacerebbe sperimentare la pace che vedo qui." E dopo aver promesso, ritornai a casa. Ma rimandai ancora il corso. Ero nato in una famiglia indù devota e conservatrice e sin dall'infanzia avevo imparato a recitare i versetti: "Meglio morire nella propria religione, nel proprio dharma ; mai passare a un'altra religione". Dicevo a me stesso: "Attento, questa è un'altra religione, è Buddismo. Questa gente è atea, non crede in Dio e nell'esistenza dell'anima!". (Come se credere in Dio o nell'anima bastasse a risolvere tutti i nostri problemi!) "Se divento ateo, che mi accadrà? Meglio morire nella mia religione, non mi avvicinerò a loro." Non seppi decidermi per mesi e mesi. Ma poi ebbi la grande fortuna di risolvermi a fare un tentativo con questa tecnica per vedere cosa sarebbe accaduto. Partecipai a un corso di dieci giorni. Ho avuto la grande fortuna di averne tratto grandi benefici. Ora potevo capire il mio dharma , il mio sentiero, e il dharma altrui. Il dharma degli esseri umani è il dharma di ciascuno. Solo un essere umano ha la capacità di osservare se stesso per uscire dalla sofferenza. Nessun'altra creatura di livello inferiore ha tale facoltà. Osservare la realtà dentro di sé è il dharma degli esseri umani. Se non facciamo uso di tale  abilità, allora viviamo una vita da esseri inferiori, sprechiamo la nostra vita, il che è senza dubbio pericoloso. Mi ero sempre considerato una persona molto religiosa. Dopotutto, avevo adempiuto a tutti gli obblighi religiosi, seguito le regole della moralità e fatto molte elemosine. E se non fossi stato un uomo autenticamente religioso, perché allora ero stato messo a capo di tante organizzazioni religiose? Certamente, pensavo, devo essere molto religioso. Ma nonostante tutte le elemosine o i servizi offerti, nonostante avessi agito e parlato sempre con grande correttezza, quando cominciai ad osservare la camera oscura della mia mente la trovai gremita di serpenti, scorpioni e centopiedi, a causa dei quali avevo dovuto sopportare tante sofferenze. Ora, mentre le impurità venivano gradualmente sradicate, cominciavo a godere di una pace reale.

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Tratto sempre dal testo di cui sopra

 

 

 

 

 

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Ora leggerò un brano tratto dal Vangelo:
Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per Dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da' a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. (Mt 5, 38-42)
La pratica della tolleranza e della pazienza perorata in queste frasi è estremamente simili alla pratica della tolleranza e della pazienza proposta in generale nel buddhismo. Questo vale in particolare per il buddhismo (Mahayana), nel contesto degli (ideali del bodhisattva): la persona che subisce un danno viene esortata a reagire in modo non violento e compassionevole. In realtà, si potrebbe affermare che, inserendo queste frasi in un testo buddhista, sarebbe quasi impossibile riconoscere la provenienza da Scritture della tradizione cristiana.
Avete inteso che fu detto: (amerai il tuo prossimo) e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perchè siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste.(Mt 5,43-48)
Questo brano mi ricorda un passo di un testo buddhista (Mahayana) conosciuto come il (Compendio delle Pratiche), (1) in cui (Santideva) chiede: “Se non pratichi la compassione verso il tuo nemico, verso chi potrai praticarla?”

Questi passaggi del Vangelo mi ricordano anche le riflessioni di un altro testo (Mahayana) intitolato (Guida allo stile di vita del Bodhisattva), in cui (Santideva) afferma che è molto importante tenere un atteggiamento corretto verso il proprio nemico. Se si riesce a coltivare una attitudine positiva, i nemici diventano i migliori maestri spirituali perchè la loro presenza offre la possibilità di accrescere e sviluppare la tolleranza, la pazienza e la comprensione. Aumentando la propria tolleranza e la propria pazienza, sarà più facile accrescere la propria capacità di compassione, e per suo tramite l'altruismo. Perciò, anche per praticare il vostro sentiero spirituale è fondamentale la presenza di un nemico. L'analogia espressa nel Vangelo, “il sole non fa differenze su dove splende”, è molto significativa. Il sole brilla per tutti e non fa discriminazioni. È una meravigliosa metafora della compassione. Ci dà il senso della sua imparzialità e della sua natura omnicomprensiva. Mentre leggo questi passi, mi rendo conto di come il Vangelo metta in particolare risalto la pratica della tolleranza e i sentimenti di imparzialità verso tutte le creature. Secondo la mia opinione, per sviluppare la capacità di tolleranza verso tutti gli esseri, e in particolare verso un nemico, è importante prima di ogni altra cosa provare un sentimento di equanimità verso tutti.

Tratto da: Incontro con Gesù (Dalai Lama)

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Alcuni di voi forse mi hanno già sentito raccontare che durante una visita al grande monastero di Monserrat, in Spagna, ho conosciuto un monaco benedettino. Era venuto apposta per conoscermi, e il suo inglese era molto peggiore del mio, quindi gli parlavo con minore imbarazzo. Dopo colazione abbaiamo passato un pò di tempo da soli, a quattr'occhi, e io ho saputo che quel monaco aveva trascorso qualche anno sulle montagne, proprio dietro il monastero. Gli chiesi che genere di contemplazione avesse praticato durante quegli anni di solitudine. La sua risposta fu semplice: “Amore, amore, amore”. Che meraviglia! Suppongo che talvolta dormisse anche. Comunque, durante tutti quegli anni aveva meditato semplicemente sull'amore. E non soltanto sul vocabolo. Quando lo guardai negli occhi, ebbi la prova evidente di una spiritualità e di un amore profondi, come mi era accaduto durante i miei incontri con Thomas Merton.
Queste due persone mi hanno aiutato a maturare una sincera venerazione per la tradizione cristiana e la sua capacità di creare uomini così buoni. Credo che lo scopo di tutte le principali tradizioni religiose non sia di costruire grande templi esteriori, ma di creare templi di bontà e di compassione (all'interno di noi), nei nostri cuori. Tutte le principali religioni in potenza possono farlo. Più siamo consapevoli del valore e dell'efficacia delle altre tradizioni religiose, più rispetteremo e venereremo le altre religioni. Questo è un buon sistema per favorire la compassione sincera e uno spirito di armonia fra le religioni del mondo. A parte gli incontri fra studiosi e praticanti esperti, è importante anche, soprattutto agli occhi del pubblico, che i capi delle diverse tradizioni religiose di tanto in tanto si incontrino e preghino insieme, come è accaduto durante l'importante incontro di Assisi nel 1986. È un terzo modo, semplice ma efficace, di favorire la tolleranza e la comprensione.

Sempre tratto dal testo di cui sopra

 

 

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Ancora il Dalai Lama dal testo già citato:

Per finire, vorrei tornare all'argomento della meditazione, e ai cristiani miei fratelli e sorelle che la praticano nella vita quotidiana. Considero questa pratica estremamente importante. Tradizionalmente, in India c'è la meditazione (samadhi), detta anche “calmo dimorare della mente”, che è comune a tutte le religioni indiane, compresi l'induismo, il buddhismo e il jainismo. E in molte di queste tradizioni, sono comuni anche alcuni tipi di (vipasyana), la “meditazione analitica”. Ci si potrebbe chiedere perchè il (samadhi), la “stabilità meditativa”, sia tanto importante. Perchè il (samadhi), o meditazione concentrativa, è il mezzo per attivare la mente, per incanalare l'energia mentale. Il (samadhi) è considerato parte essenziale della pratica spirituale in tutte le principali tradizioni religiose dell'India, perchè permette di integrare tutte le energie mentali e consente di concentrare la mente in modo univoco su un dato oggetto. Sono convinto che l'effetto sulla mente e sul cuore del praticante sarà tanto più grande se si abbineranno nella pratica quotidiana la preghiera, la meditazione e la contemplazione (che è più discorsiva e analitica). Uno degli obiettivi e degli scopi più importanti della pratica religiosa è la trasformazione interiore delle persona da uno stato mentale indisciplinato, incontrollato e distratto, a uno disciplinato, controllato ed equilibrato. Una persona che ha perfezionato la facoltà della concentrazione univoca avrà senz'altro maggiori possibilità di raggiungere tale obiettivo. Quando la meditazione diventa una parte importante della propria vita spirituale, si riesce a realizzare in modo più efficace questa trasformazione interiore. Una volta ottenuta tale trasformazione, seguendo la nostra tradizione spirituale sentiremo nascere in noi una specie di umiltà naturale, che ci permetterà di comunicare meglio con persone di tradizioni religiose e origini culturali diverse. Saremo in condizioni migliori per apprezzare il valore e il pregio di altre tradizioni, perchè avremo percepito tale valore all'interno delle nostra. Spesso professando un credo religioso si prova il sentimento dell'esclusivismo, la sensazione cioè che la propria via sia l'unica via vera; da questo può nascere un senso di timore all'idea di entrare in contatto con altre persone di diversa fede. Credo che il modo migliore per contrastare questa forza sia di sperimentare il valore della propria via per mezzo della meditazione, che ci consentirà anche di percepire il valore e il pregio delle altre tradizioni. Per sviluppare un autentico spirito di armonia su una solida base di conoscenza, credo sia molto importante conoscere le differenze fondamentali fra le tradizioni religiose. Ed è possibile non solo capire le differenze fondamentali fra le singole tradizioni, ma riconoscere anche allo stesso tempo il valore e il potenziale di ciascuna di esse. In questo modo, una persona può sviluppare una percezione equilibrata e armoniosa. Alcuni ritengono che il modo più ragionevole per ottenere l'armonia e risolvere i problemi relativi all'intolleranza religiosa sia di creare una religione universale per tutti. Io invece sono sempre stato convinto che dobbiamo avere diverse tradizioni, perchè‚ gli esseri umani hanno numerose differenti inclinazioni mentali: una sola religione semplicemente non può soddisfare le esigenze di una così grande varietà di persone. Se cercheremo di unificare le fedi del mondo in una sola religione, perderemo anche molte peculiarità e molte ricchezze di ogni specifica fede.

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Non può mai esserci alcuna reale opposizione tra la religione e la scienza. Penso che ogni persona seria e riflessiva comprenda che l’elemento religioso nella propria natura dev’essere riconosciuto e coltivato se si vuole che tutti i poteri dell’anima umana operino insieme in perfetto equilibrio e armonia. E di fatto non è un caso che i grandi pensatori di tutti i tempi furono anche anime profondamente religiose, sebbene non fecero pubblico sfoggio dei propri sentimenti religiosi. È dalla cooperazione della comprensione e della volontà che è nato il frutto più raffinato della filosofia, ovvero il frutto etico. La scienza migliora i valori morali della vita perché promuove un amore per la verità e la riverenza: l’amore della verità perché esso si manifesta nello sforzo costante di giungere a una conoscenza più esatta del mondo della mente e della materia intorno a noi, e la riverenza perché ogni progresso nella conoscenza ci porta faccia a faccia con il mistero del nostro stesso essere. (Ken Wilber)

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...Le Chiese sembrano incapaci di fornire quell’ancoraggio spirituale che così tante persone cercano. E così le persone si rivolgono in altre direzioni. La difficoltà incontrata dalle religioni organizzate nel richiamare le persone di oggi è dovuta al fatto che la sua chiamata richiede necessariamente uno spirito che crede, o ciò che viene generalmente chiamata fede. In un completo stato di scetticismo, questa chiamata non può che ricevere una risposta povera. Si ha così un numero
di profeti che offrono merci sostitutive.

...la scienza richiede uno spirito di fede. Chiunque sia stato seriamente impegnato in un qualsiasi lavoro scientifico sa che sull’entrata delle porte del tempio della scienza vi è la scritta: «devi aver fede .»È una facoltà di cui gli scienziati non
possono fare a meno. Chi ha per le mani un mucchio di risultati ottenuti da un processo sperimentale deve avere un’immagine mentale della legge che sta cercando, e deve incarnare questa in un’ipotesi immaginaria. Le sole facoltà di ragionamento non lo aiuteranno a progredire di un solo passo, perché nessun ordine può emergere da quel caos di elementi a meno che non ci sia la qualità costruttiva della mente che lo instauri con un processo di eliminazione e di scelta. Ancora e ancora, il piano immaginario sul quale si cerca di metter su quell’ordine si frantuma e dobbiamo così riprovare con un altro. Questa visione immaginativa e la fede nel successo finale sono indispensabili. Qui non c’è posto per il razionalista puro.

...La scienza non può risolvere il mistero ultimo della natura. E questo perché, in ultima analisi, noi stessi siamo parte della natura e quindi parte del mistero che stiamo cercando di risolvere. Anche la musica e l’arte sono, fino a un certo punto, tentativi di risolvere o almeno esprimere il mistero. Ma per me, più progrediamo con una di esse, più siamo in armonia con tutta la natura. E quello è uno dei più grandi servizi della scienza all’individuo.

...Sì, siamo sempre messi faccia a faccia con l’irrazionale. Se così non fosse, non potremmo avere fede. E se potessimo risolvere ogni rompicapo della vita per mezzo della ragione umana, senza bisogno di fede, quale insopportabile fardello sarebbe la vita stessa! Non avremmo né arte né musica né meraviglia. Né avremmo scienza; non solo perché così la scienza perderebbe quella che per i suoi seguaci è la sua principale attrattiva – cioè la ricerca dell’incognito – ma anche perché perderebbe la pietra angolare della sua struttura, cioè la percezione diretta, da parte della coscienza, della realtà esterna. Come ha detto Einstein, non potresti essere uno scienziato se non sapessi che il mondo esterno esiste in realtà, ma anche che la conoscenza non si ottiene da alcun processo di ragionamento. È una percezione diretta, e perciò è per sua stessa natura vicina a ciò che chiamiamo fede. È una credenza metafisica. Ora, questo è qualcosa che lo scettico mette in questione a proposito della religione, ma vale lo stesso anche per la scienza.

Max Planck (Fu il colpo di genio audace, brillante, ardito e completamente inaudito di Max Planck che, nel 1900, aprì la strada a tutta la rivoluzione quantistica, perché fu lui che si imbatté nell’idea che la natura non è continua, ma si presenta piuttosto in pacchetti discreti, o quanti. Giustamente considerato il padre della moderna teoria quantistica, Planck fu insignito del premio Nobel per la fisica nel 1918)

Tratto da: Questioni quantistiche (Ken Wilber)

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Ciao, Giacomino, come stai? Spero di cuore che tu stia bene E' tanto tempo che non ho tue notizie.  Un giorno, chissà, se avrai voglia di spiegarlo, capirò il tuo accanimento contro le religioni e ogni altra forma di spiritualità individuale.  (E pensare che i tuoi zii, don Ernesto e don Aldo erano dei gran buontemponi... ).  Un abbraccio.  

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Noto una certa iper semplificazione riguardo a determinate questioni

È necessario ruminare, masticare e metabolizzare certi argomenti

In alternativa, possiamo adottare il sistema/paradigma dei neo ateisti, i quali senza eccezioni, né differenze, banalizzano e appiattiscono tutto per poter gettare l'acqua sporca con tutto il bambino

In fondo, in maniera alquanto semplicistica e riduttiva

Forse sarebbe utile uno shock

:classic_biggrin:

 

 

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Alcune considerazioni di Ken Wilber, sempre estratte dal testo di cui sopra, sul pensiero di Wolfgang Pauli (In termini di pura brillantezza intellettuale, Wolfgang Pauli probabilmente non fu secondo a nessuno dei fisici di questo o qualsiasi altro periodo -secondo Max Born, il genio di Pauli superava persino quello di Einstein- I contributi attivi di Pauli stesso furono profondi e numerosi, incluso il famoso principio di esclusione e la predizione dell’esistenza del neutrino due decenni prima che fosse scoperto. Ricevette il premio Nobel per la fisica nel 1945)

...Un primo argomento centrale della riflessione filosofica per Pauli è il processo stesso della conoscenza, specialmente della conoscenza delle cose naturali, che in ultima analisi trova la sua espressione razionale nella determinazione matematica della formulazione delle leggi della natura. Pauli non era soddisfatto del modo di vedere puramente empirico secondo cui le leggi naturali possono essere tratte soltanto dai dati dell’esperienza. Si schierava piuttosto con coloro che «enfatizzano il ruolo dell’intuizione e della direzione dell’attenzione nell’inquadrare i concetti e le idee necessari a stabilire un sistema di leggi naturali (cioè una teoria scientifica), idee che in generale vanno ben oltre la sola esperienza.» Egli cercò dunque un anello di congiungimento tra le percezioni sensoriali da un lato e i concetti dall’altro:

«Tutti i pensatori coerenti sono giunti alla conclusione che la pura logica è fondamentalmente incapace di costruire un tale collegamento. La via più soddisfacente sembra essere quella di introdurre, a questo punto, il postulato di un ordine del cosmo distinto dal mondo delle apparenze, indipendente dalle nostre scelte. Sia che parliamo di oggetti naturali che partecipano alle Idee, o del comportamento di cose metafisiche (cioè cose intrinsecamente reali), la relazione tra la percezione sensoriale e l’Idea rimane una conseguenza del fatto che sia l’anima che ciò che è conosciuto dalla percezione sono soggetti a un ordine concepito oggettivamente.»

Il ponte che collega i dati inizialmente disordinati dell’esperienza alle Idee è visto da Pauli in certe immagini primitive che preesistono nell’anima, gli archetipi discussi da Keplero così come dalla psicologia moderna. Queste immagini primitive – qui Pauli è in larga misura d’accordo con le opinioni di Jung – non sono da porsi nella coscienza o da correlare a idee specifiche che ammettano formulazioni razionali. È piuttosto una questione di forme che appartengono alla regione inconscia dell’anima umana, immagini dal potente contenuto emotivo che non sono pensate ma contemplate come un dipinto. Il piacere che si prova nel divenire consapevoli di un nuovo pezzo di conoscenza nasce dal modo in cui queste immagini preesistenti vengono a corrispondere con gli oggetti esterni. Nei suoi aspetti essenziali, questo modo di guardare alla conoscenza naturale deriva notoriamente da Platone, e penetrò nel pensiero cristiano attraverso il neoplatonismo (Plotino e Proclo). Pauli cerca di renderlo chiaro facendo notare che persino la conversione di Keplero alla teoria copernicana, che segnò l’inizio della scienza naturale moderna, fu influenzata in modo decisivo da certe immagini primordiali o archetipi.

...Critica in termini molto decisi l’impiego kantiano del concetto di a priori, poiché Kant utilizzò questa espressione per forme di intuizione o di pensiero che possono essere stabilite razionalmente. Avverte che «non si dovrebbe dichiarare che le tesi formulate razionalmente siano le uniche supposizioni possibili per la ragione umana». Al contrario, Pauli mette gli elementi a priori della scienza naturale in intima connessione con le immagini primordiali, gli archetipi della psicologia junghiana, che non devono essere necessariamente considerati come innati ma potrebbero invece essere lentamente variabili e relativi a una data situazione cognitiva. Su questo punto, quindi, i modi di vedere di Pauli e Jung divergono da quelli di Platone, il quale riteneva le immagini primordiali come qualcosa di esistente in modo immutato e indipendente dall’anima umana. In ogni caso, comunque, questi archetipi sono conseguenze o prove di un ordine generale del cosmo, che abbraccia tanto la materia quanto lo spirito.

...Egli era tanto poco disposto a vivere e pensare semplicemente all’interno della tradizione di una delle vecchie religioni quanto poco era preparato a optare per un ingenuo ateismo con basi razionali. Dell’atteggiamento di Pauli verso questa generalissima questione non si potrebbe fornire alcun resoconto migliore di quello che egli stesso offrì nella sezione conclusiva della sua lezione sulla scienza e il pensiero occidentale:
«Io credo comunque che per tutti coloro per cui uno stretto razionalismo ha perso tutta la sua persuasività ,e per cui il fascino di un atteggiamento mistico, che esperisce il mondo esterno nella sua oppressiva molteplicità come illusorio, non è parimenti abbastanza potente, non rimane altro che esporsi in un modo o nell’altro a queste intensificate opposizioni e ai loro conflitti. Proprio facendo così ,colui che cerca può anche percorrere, più o meno consciamente, una via interiore verso la salvezza. Lentamente emergeranno allora immagini interne, fantasie o Idee per compensare la situazione esteriore, che mostrano come sia possibile un approccio ai poli dell’antitesi. Messo in guardia dal fallimento di tutti i prematuri sforzi verso l’unità occorsi nella storia del pensiero umano, non mi avventurerò a fare predizioni circa il futuro. Ma credo, in opposizione alla rigida suddivisione dell’attività dello spirito umano in compartimenti stagni – una suddivisione che prevale sin dal xix secolo –, che l’ambizione a superare gli opposti e trovare una sintesi che abbracci sia la comprensione razionale che l’esperienza mistica dell’unità, sia la mitologica meta, più o meno consapevole, dei nostri giorni e della nostra epoca.»

 

  • Confused 1
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Sebbene io abbia optato per un compito più leggero considerando solo la religione mistica (e non ho l’impulso a difenderne altro tipo), non ho la competenza di dare una risposta che possa essere in qualche modo completa. È ovvio che non ci si debba affidare all’intuizione della coscienza implicitamente, senza alcun controllo, sebbene essa sia l’unico accesso a ciò che ho chiamato conoscenza intima della realtà al di là dei simboli della scienza. Nel corso della storia, il misticismo religioso è stato spesso associato a stravaganze che non si possono approvare. Suppongo che anche l’eccessiva sensibilità a influenze estetiche possa essere un segno di un temperamento nevrotico insalubre per l’individuo. Dobbiamo ammettere che vi possa essere qualcosa di patologico nella condizione del cervello in quelli che appaiono essere momenti di visione estatica. Uno comincia a temere che dopo che tutti i nostri errori saranno stati individuati e rimossi non vi sarà rimasto alcun noi. Ma nello studio del mondo fisico dobbiamo, in ultima analisi, dipendere dai nostri organi di senso, sebbene essi siano capaci di tradirci con crude illusioni; in modo simile, l’accesso della coscienza al mondo spirituale potrebbe essere pieno di insidie, ma ciò non significa necessariamente che non sia possibile avanzare. In quanto scienziati, realizziamo che il colore è una mera questione di lunghezze d’onda di vibrazioni dell’etere, ma ciò non sembra aver eliminato l’impressione che gli occhi che riflettono la luce prossima a una lunghezza d’onda di 4800 possano essere i soggetti di una rapsodia, mentre quelli che riflettono una lunghezza d’onda di 5300 debbano restare incelebrati. Non abbiamo ancora raggiunto la pratica dei Laputani, i quali «se devono, ad esempio, lodare la bellezza di una donna, o di qualsiasi altro animale, la descrivono in termini di rombi, cerchi, parallelogrammi, ellissi e altri termini geometrici.» Il materialista, convinto che tutti i fenomeni nascano da elettroni e quanti e cose simili, in maniera regolata da formule matematiche, deve presumibilmente credere che sua moglie sia un’equazione differenziale piuttosto elaborata, ma è dotato, con tutta probabilità, di abbastanza tatto da non farsi scappare la sua opinione nell’ambiente domestico. Se questo tipo di dissezione scientifica è percepita come inadeguata e irrilevante nelle ordinarie relazioni personali, è certamente fuori luogo nella più personale delle relazioni: quella dell’anima umana con uno spirito divino.

Dal testo di cui sopra (Ken Wilber)

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Fiore che spunti dal muro screpolato

Fiore che spunti dal muro screpolato,
io ti colgo dalla fessura,
ti tengo qui, la radice e tutto, nella mia mano,
piccolo fiore - ma se potrò capire
ciò che sei, la radice e tutto, e tutto in tutto,
saprò che cosa sono Dio e l'uomo

Alfred Tennyson

...

Chiamami con i miei veri nomi

Non dire che domani scomparirò,
perché io arrivo sempre.

Guarda in profondità: io arrivo ogni secondo,
per essere un germoglio sul ramo a primavera;
per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora fragili
che impara a cantare nel suo nido;
per essere un bruco nel cuore di un fiore,
per essere un gioiello che si nasconde in una pietra.

Io arrivo sempre, per ridere e per piangere,
per temere e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e
la morte di tutto ciò che è vivo.

Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume.
E io sono l’uccello che, a primavera, arriva a mangiare l’insetto.

Io sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.

Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all’Uganda.

Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.

Io sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione.
E io sono l’uomo che deve pagare il ‘debito di sangue’ alla mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.

La mia gioia è come la primavera, così splendente che fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro oceani.

Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme;
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola.

Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io mi possa svegliare
e cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta,
la porta della compassione.

Da: Thich Nhat Hanh, “Essere pace”

...

La luce

 

Sì, lo so, non è nient'altro che il tuo amore
questa luce dorata che danza sulle foglie,
queste pigre nubi che veleggiano nel cielo,
questa brezza che passa lasciando
la sua freschezza sulla mia fronte.

La luce del mattino m'ha inondato gli occhi:
è questo il tuo messaggio al mio cuore.
Chini il viso, i tuoi occhi fissano i miei occhi,
e il mio cuore ha toccato i tuoi piedi.

R. Tagore 

 

 

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