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Good religion trascendenza/mistica


Messaggi raccomandati

 

Questo corpo non è me.
Non sono limitato da questo corpo.
Sono vita senza confini.
Non sono mai nato e non sono mai morto.

Guardo l’oceano e il cielo stellato,
manifestazioni della mia meravigliosa Vera Mente.

Sono libero al di là di ogni tempo.
Nascita e morte sono soltanto porte che oltrepassiamo,
sacre soglie nel nostro viaggio.
Nascere e morire sono come giocare a nascondersi.

Allora ridi con me,
prendimi per mano, diamoci un saluto,
un arrivederci,
per ritrovarci presto.
Ci ritroviamo oggi.
Ci ritroveremo domani.
Ci ritroveremo alla sorgente in ogni momento.
Ci ritroveremo in ogni forma di vita
.

Da: Il Canto del Cuore, Thich Nhat Hanh

 

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Sri Ramana e il suo messaggio all’uomo moderno

Sri Ramana è un figlio dell’India nel senso più vero del termine: è una figura autentica e ha, inoltre, qualcosa di straordinario. Nel suo Paese risalta come il punto più bianco di una superficie immacolata.

Nella vita e nell’insegnamento di Sri Ramana, troviamo infatti l’aspetto più autentico dell’India, con il suo anelito verso un’umanità liberatasi dal mondo e a sua volta liberatrice in un canto che sfida i millenni. Tale melodia è costruita su un unico grande motivo, che si trasforma, colorandosi di mille riflessi, all’interno dello spirito indiano, di cui Ramana Maharshi rappresenta l’ultima incarnazione.

L’identificazione del Sé con Dio appare, certamente, sconcertante agli occhi europei. E difatti, così come viene formulata da Sri Ramana è un’intuizione propriamente orientale. La psicologia non ci può venire in aiuto, se non per ribadire che si tratta di qualcosa al di là della sua portata per potersi pronunciare. Per l’indiano, tuttavia, è fuori discussione che il Sé in quanto Principio spirituale non differisce da Dio e, dal momento che l’uomo risiede nel Sé, non solo è parte di Dio, ma è Dio stesso. Sri Ramana non lascia dubbi in proposito.

C.G. Jung

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La descrizione dell'esperienza della Realtà Ultima dipende in ultima istanza dal fatto di disporre di una concezione di sé e del mondo di tipo antropologico oppure cosmico. Chi considera la specie umana al centro dell'evoluzione cosmica avrà sempre delle difficoltà leggendo la descrizione di un'esperienza mistica. La ragione, infatti, è costretta ad aggrapparsi alla presenza di una struttura personale, poiché non è in grado di interpretare altrimenti il mondo. L’esperienza mistica, invece, trascende una simile struttura personale. Si tratta di un'esperienza transpersonale che supera un “altro” dualistico posto di fronte a noi. È più completa ed ha un'altra qualità. La ragione non è in grado di comprendere e pertanto neanche di accettare, temendo che da qui parta la dissoluzione della persona, con il conseguente pericolo che si dissolva anche la propria struttura. Chi non riesce ad accettare il fatto che esiste un'esperienza che trascende la nostra razionalità umana avrà sempre delle difficoltà nei confronti delle esperienze mistiche. Tenderà a nutrire dei sospetti anche nei confronti di una “vera gnosi”.
Ridogmatizzazione dell'esperienza mistica
Dal momento che la nostra fede cristiana viene interpretata in modo razionale, l'esperienza dei mistici cristiani ha sempre dovuto essere ridogmatizzata, il che, alla fin fine, non significa altro che ripersonalizzata. Non pochi teologi cristiani sono convinti del fatto che la visione personale del mondo e della fede costituisca la vera novità introdotta nella religione dal cristianesimo. Tuttavia il cristianesimo si trova in difficoltà sempre maggiori a causa del continuo sviluppo delle scoperte della scienza e della psicologia. L’interpretazione della dottrina e della vita di Gesù non ha saputo tenere il passo con tali scoperte. La Realtà Ultima è transpersonale e trascende il concetto di Dio delle religioni teistiche tradizionali. La concezione del mondo dell'uomo moderno e l’interpretazione teologica divergono. In effetti non abbiamo ancora superato il cosiddetto dualismo ontologico tra Dio e la creazione, anche se era proprio questo l’obiettivo di Gesù: “Io sono la vite e voi siete i tralci” - “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici” - “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). In fondo Gesù cerca di farci accedere a quella stessa consapevolezza che lo permeava. Il nostro sforzo nella contemplazione è teso a vivere la “natura di Cristo”, ad essere Cristo.
Sono sempre più numerosi coloro che riescono ad integrare le potenzialità transpersonali nell'area dell’esperienza razionale. I cammini esoterici delle grandi religioni possono rivelarsi molto utili in tal senso.

Tratto da:

 


 

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 Lo Zen sottolinea particolarmente questo punto. È cosa certa che l'interna virilità che, a parte i voli mistici, si ritrova nello Zen, deriva dall'aver combattuto intrepidamente e strenuamente la battaglia della vita.

Così dal punto di vista etico lo Zen lo si può considerare come una disciplina che mira alla costruzione del carattere. La nostra vita ordinaria si svolge solo ai margini della personalità essa non muove gli strati più profondi dell'anima. Perfino quando si desta la coscienza religiosa, essa per la gran parte di noi è una esperienza che passa senza lasciare i segni di una dura battaglia. Siamo portati a vivere ogni cosa solo in superficie. Possiamo anche essere intelligenti, svegli, brillanti e cosi via, ma tutto ciò che produciamo manca di profondità e di sincerità, non impegna l'essere più profondo. Molte persone sono assolutamente incapaci di creare qualcosa che non abbia il carattere di un surrogato o di una imitazione di cui è ben visibile la vuotezza e la nessuna relazione con una esperienza spirituale. Pur essendo in prima linea religioso, lo Zen forma anche il carattere. 0, ancor meglio: è una esperienza spirituale profonda tenuta ad effettuare una trasformazione della struttura morale della personalità.

 

Daisetz Teitaro Suzuki (Saggi sul Buddhismo Zen)

 

 

 

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LA CONOSCENZA SUPERIORE
La conoscenza superiore
vede tutto come se fosse uno.
La conoscenza inferiore
lo sgretola in tanti frammenti
.
Quando il corpo dorme,
anima é assorbita dall’Uno.
Quando il corpo si sveglia,
i suoi fori cominciano a funzionare.
Risuonano di ogni incontro,
delle varie attivita della vita,
degli aneliti del cuore;
gli uomini sono inibiti, perplessi, dubbiosi.
Le piccole paure rodono la pace del loro cuore.
Quelle grandi li inghiottono tutti interi.
Frecce scagliate contro il bersaglio:
colpito e mancato,
giusto e sbagliato.
E questo che gli uomini chiamano
giudizio, decisione.
Le loro sentenze sono definitive
quanto i trattati fra imperatori
.
Oh, sono ben capaci
di dimostrare che hanno ragione!
Eppure le ragioni che adducono
cadono più in fretta e con meno forza
che non le foglie morte
in autunno e in inverno.
I loro discorsi scorrono come piscio,
e non si recuperano piu.
Alla fine stanno in piedi, bloccati,
legati e imbavagliati,
ingorgati come tubi di scarico vecchi.

La mente vacilla.
Non vedra mai più la luce.
Piacere e rabbia
tristezza e gioia
speranza e rimpianto
mutamento e stabilita
debolezza e determinazione
impazienza e indolenza:
sono tutti suoni dello stesso flauto,
tutti funghi della stessa muffa umida
.
Il giorno e la notte si alternano
e ci piombano addosso
senza che noi li vediamo spuntare!
Basta! Basta!
Presto o tardi incontriamo il «quello»
da cui nascono tutti «questi»!
Se non ci fosse il «quello»
non ci sarebbe il «questo».

Se non ci fosse il «questo»
tutti questi venti non avrebbero nulla
da far risuonare.

Fin qui ci possiamo arrivare.
Ma come faremo a capire
qual é la causa di tutto?
Si puo supporre che ci stia dietro
il Vero Governatore.
Che una simile Potenza sia all’opera
sono pronto a crederlo.
Ma non posso vederne la forma.
Egli agisce, ma non ha forma.

Chuang Tzu (tratto da: La via semplice di Chuang Tzu di T. Merton)

Chuang Tzu (o Zhuangzi) è stato un filosofo e mistico cinese vissuto presumibilmente nel quarto secolo a. C. Considerato tra i fondatori del taoismo.

 

Thomas Merton nome religioso M. Louis, era un monaco trappista americano, scrittore, teologo, mistico, poeta, attivista sociale e studioso di religione comparata. Era un monaco nell'abbazia trappista di Nostra Signora del Gethsemani, vicino a Bardstown, Kentucky. Ha scritto più di 50 libri in un periodo di 27 anni, per lo più sulla spiritualità, la giustizia sociale e il pacifismo, così come decine di saggi e recensioni. Merton divenne un appassionato sostenitore della comprensione interreligiosa, esplorando le religioni orientali attraverso lo studio e la pratica. Ha aperto la strada al dialogo con importanti figure spirituali asiatiche tra cui il Dalai Lama, lo scrittore giapponese D. - T. Suzuki, monaco buddista thailandese Buddhadasa e monaco vietnamita Thich Nhat Hanh.

 

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Una esperienza transpersonale riportata da Sri Aurobindo (Lettere sullo Yoga) 

 

Sri Aurobindo Ghose, uno tra i più importanti filosofi e maestri spirituali dell'India moderna. Nasce il 15 agosto 1872 a Calcutta, studia in Inghilterra dall'età di sette anni, dove fu educato essenzialmente da insegnanti occidentali.

Torna in India nel 1892 alla morte di suo padre. Impara il sanscrito per poter comprendere i testi sacri indiani e si dedica quindi allo yoga secondo i suoi principi, facendo cinque, sei ore al giorno di esercizi di respirazione e concentrazione.

In questo periodo incontra anche dei maestri che gli insegnano la meditazione. 

 

 

Il raggiungimento del Nirvana mi proiettò all' improvviso in una condizione al di sopra, senza pensiero e non contaminata da alcun movimento mentale o vitale; non c'era ego, né mondo reale; solo quando "si" guardava attraverso i sensi immobili, qualcosa percepiva o portava sul suo assoluto silenzio un mondo di forme vuote, di ombre materializzate prive di vera sostanza. Non c'era l'Uno e neppure il Molteplice, ma solo e assolutamente Quello, senza forma, senza relazioni, puro, indescrivibile, impensabile, assoluto, tuttavia supremamente reale e unicamente reale. Non si trattava di una realizzazione mentale né di qualcosa intravisto lassù da qualche parte, non era un'astrazione, era positivo, l'unica realtà positiva (sebbene non fosse un mondo fisico spaziale) che pervadeva, occupava o piuttosto inondava e sommergeva questa sembianza di mondo fisico, senza lasciar posto o spazio a qualunque realtà che non fosse se stessa, senza permettere in alcun modo ad altro di sembrare reale, positivo o sostanziale.
Non posso dire che nell'esperienza, così come la ebbi, ci sia stato qualcosa di esaltante o di affascinante - l'Ananda (beatitudine) ineffabile lo ebbi anni più tardi - ma ciò che portò fu una Pace inesprimibile, un silenzio stupendo, un'infinita liberazione e libertà. Vissi in quel Nirvana giorno e notte prima che esso cominciasse ad accogliere in sé altre cose o a modificarsi, e il nucleo stesso dell'esperienza,il suo ricordo costante e il suo potere di ritornare rimasero finché alla fine essa cominciò a scomparire in una più grande Supercoscienza più in alto. Ma, nel frattempo,una realizzazione veniva ad aggiungersi ad un'altra realizzazione e si fondeva con questa esperienza originale. Presto l'aspetto di un mondo illusorio lasciò il posto ad un aspetto in cui l'illusione - l'interpretazione sbagliata da parte della mente e dei sensi dell'esistenza manifestata - non era che un piccolo fenomeno di superficie con un'immensa Realtà divina dietro, una suprema Realtà divina al di sopra, e un'intensa Realtà divina nel cuore di tutte le cose che,all'inizio, mi erano sembrate solo immagini od ombre cinematografiche. E questo non era un reimprigionamento nei sensi, una diminuzione o una caduta dall'esperienza suprema; anzi era come un'elevazione e un ampliamento costanti della Verità; era lo spirito, non i sensi, a vedere gli oggetti, e la Pace, il Silenzio, la libertà nell'Infinità rimanevano sempre, mentre il mondo e tutti i mondi erano solo come un episodio ininterrotto nell'eternità senza tempo del Divino.

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Per quanto valida possa essere la «vita nel mondo», in tutte le culture ci sono sempre stati uomini pronti ad affermare di aver trovato nella solitudine qualche cosa di molto più prezioso. Sant’Agostino fece una volta un’affermazione piuttosto dura (che in seguito spiegò) secondo cui «quella che viene chiamata religione cristiana esisteva gia presso gli antichi e non si può dire che non sia esistita dall’inizio del genere umano fino a quando Cristo si fu incarnato » (De vera religione, 10). Sarebbe senz’altro esagerato definire «cristiano» Chuang Tzu, e non é mia intenzione perdere tempo a speculare sugli eventuali rudimenti di teologia che é possibile rinvenire nelle sue misteriose affermazioni riguardanti il Tao.

...La sua filosofia é, a mio parere, profondamente originale e sana; può, é vero, essere fraintesa, ma fondamentalmente é semplice e lineare e, come tutte le grandi correnti di pensiero, punta direttamente al nocciolo delle questioni. Chuang Tzu non é interessato a parole e formule che spieghino la realtà, bensi a un diretto contatto esistenziale con la realta stessa. Tale presa di contatto è necessariamente oscura e non si presta all’analisi astratta, mentre é possibile presentarla sotto forma di parabola, di favola, o di storiella umoristica in cui è riportato un dialogo tra due filosofi.

...L’insegnamento che ne deriva, la «via» contenuta in questi aneddoti, in queste poesie e in queste meditazioni, sono invece tipici di una mentalità diffusa in tutto il mondo: un certo gusto per la semplicità, l’umiltà, il nascondimento, il silenzio e in generale il rifiuto di prendere sul serio l’aggressività, l’ambizione, l’arrivismo e la superbia di cui bisogna armarsi per farsi strada in questa società. Questa «via» consiste nel non cercare di arrivare da nessuna parte nel mondo, neppure
per tendere a una presunta meta spirituale. II libro della Bibbia che più si avvicina ai testi classici taoisti é il Siracide, ma anche nel Vangelo si parla spesso di quella semplicità, di quell’ingenuità e umiltà che corrispondono alle più profonde aspirazioni del libro di «Chuang Tzu» e del «Tao Te Ching». Per Chuang Tzu, come per il Vangelo, chi perde la sua vita la salverà e chi cerchera di salvarla la perderà. C’é un modo di essere nel mondo che é solo sinonimo di rovina e desolazione, mentre é possibile, pur rinunciando al mondo, trovare l’uomo e salvarlo nella sua vera patria, che é la patria di Dio. La «via» proposta da Chuang Tzu é comunque misteriosa perché é cosi semplice che «funziona» anche se di fatto non é una vera via e tanto meno una «via d’uscita». Chuang Tzu avrebbe fatto sua l'affermazione di san Giovanni della Croce secondo cui questo é il cammino che uno intraprende quando ha abbandonato tutte le altre strade e si é, in un certo senso, smarrito.

Tratto sempre da: La via semplice di Chuang Tzu  (T. Merton)

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I tre amici

C’erano tre amici
che parlavano della vita.
Uno disse:
«E possibile che gli uomini
vivano insieme senza saperlo?
Lavorino insieme
senza produrre nulla?
Si può volare nello spazio
e dimenticare di esistere
per l’eternita?»
I tre amici si guardarono in faccia
e scoppiarono a ridere.
Non avevano spiegazioni.
Cosi furono più amici di prima.

Poi uno di loro mori.
Confucio
inviò un discepolo ad aiutare gli altri due
ad intonare l’elogio funebre.
II discepolo scopri che uno degli amici
aveva composto una canzone.
Mentre I’altro suonava il liuto,
essi cantavano:
«Ehi, Sung Hu!
Dove sei andato?
Ehi, Sung Hu!
Dove sei andato!
Sei tornato
dove in realta stavi.
E noi restiamo qui,
accidenti! Noi restiamo qui! »
Allora il discepolo di Confucio li aggredì
esclamando: «Posso sapere dove avete trovato
nella rubrica dei canti funebri questo ritornello
cosi frivolo per un defunto? »
I due amici si guardarono e scoppiarono a
ridere: «Poveretto», dissero, «non conosce la
nuova liturgia! »

---

L'uomo vero

Che cosa si intende per «uomo vero»?
I veri uomini di un tempo non avevano paura
di sostenere le proprie idee.
Niente grandi gesta. Niente progetti.
Se non riuscivano, nessun rammarico.
Nel successo, nessun autocompiacimento.
Si arrampicavano sugli scogli,
non avevano le vertigini,
si tuffavano in acqua, non si bagnavano,
camminavano nel fuoco e non si bruciavano.
Cosi la loro conoscenza arrivava diritta
fino al Tao.
Gli uomini veri di un tempo
dormivano senza sognare,
si destavano senza ansia.
Mangiavano cibi semplici.
Respiravano a fondo.
I veri uomini respirano a pieni polmoni,
altri con la gola,
mezzi strozzati. Nelle dispute
rigurgitano argomenti
come vomito.
La dove le sorgenti della passione
si celano nel profondo
le fonti celesti
sono presto inaridite.
I veri uomini del passato
non avevano né il gusto sfrenato della vita
né il terrore della morte.
Il loro ingresso era privo di gioia,
la loro uscita, laggiù,
senza resistenza.
Non dimenticavano da dove venivano,
né chiedevano dove andavano,
e neppure avanzavano con aria truce
facendosi strada con la forza.
Prendevano la vita come veniva,
con serenità;
prendevano la morte come veniva,
senza problemi;
e se ne andavano, laggiù,
laggiù!
Non passava loro neppure per la mente
di opporsi al Tao.
Non cercavano, con le loro iniziative,
di aiutare il Tao.
Questi sono uomini veri.
Menti libere, pensieri assenti,
fronti distese, volti sereni.
Avevano freddo?
Non più freddo dell’autunno.
Avevano caldo?
Non più caldo della primavera.
Tutto ciò che emanava da loro
procedeva tranquillo,
come le quattro stagioni.

---

Azione e non azione

La non-azione dell’uomo saggio
non é inazione.
Non é cercata. Niente la turba.
Il saggio é tranquillo perché non é stimolato,
non perché cerca la quiete.
L’acqua ferma é come il vetro.
Ti ci puoi specchiare
e vedere i peli del mento.
E una livella perfetta;
potrebbe usarla il falegname.
Se l’acqua é cosi limpida, così distesa,
quanto più lo spirito dell’uomo?
Il cuore del saggio é calmo.
E lo specchio del cielo e della terra
il riflesso del tutto.
Vuoto, immobilita, tranquillita, insipidezza,
silenzio, non-azione:
questa é la livella di cielo e terra.
Questo é il Tao perfetto.
I saggi trovano qui il luogo di riposo.
Riposando, sono vuoti.
Dal vuoto deriva l’incondizionato.
Da quello, il condizionato, le singole cose.
Cosi dal vuoto dei saggi nasce la quiete:

dalla quiete, l’azione.
Dall’azione, il risultato.
Dalla loro quiete, viene la non-azione,
che é anche azione
ed é quindi il loro risultato.
Poiché la quiete é gioia.
La gioia é senza problemi
e fruttifica a lungo.
La gioia opera ogni cosa senza darsi pena:
poiché il vuoto, l’immobilità,
la tranquillita, l’insipidezza,
il silenzio e la non-azione
sono la radice di tutte le cose.

Tratto sempre da:



 

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L'uomo del Tao

L’uomo in cui il Tao
agisce senza impedimenti
non fa del male a nessuno
con le sue azioni,
tuttavia non sa
di essere «gentile», «delicato».
L’uomo in cui il Tao
agisce senza impedimenti
non si occupa dei propri interessi
e non disprezza
gli altri che lo fanno.
Non lotta per il denaro
e non fa della poverta virtù.
Egli va per la sua strada
senza dipendere dagli altri
e non si fa un vanto
di andare avanti da solo.
Lui non segue la massa
ma non critica chi lo fa.
Non l’attirano
né compensi né onori;
non lo spaventano
né rovina né vergogna.
Non é sempre alla ricerca
del giusto e dell’ingiusto
né pronto a scegliere tra il «si» e il «no».
Dicevano quindi gli antichi:
«L’uomo del Tao
resta sconosciuto;
la virtù perfetta
non produce nulla;
il non-io
é il vero-io.
E l'uomo più grande
é Nessuno
».
---

La vita attiva

Se l’esperto
non ha un problema che I’angustia,
non é felice!
Se il filosofo
non vede criticare la sua dottrina,
si strugge!
Se i critici non hanno nessuno
contro cui rivolgere il proprio risentimento,
sono infelici.
Tutti costoro sono prigionieri
di un mondo di oggetti.
Chi vuole avere seguaci,
cerca il potere politico.
Chi vuole la fama,
detiene una carica ufficiale.
L’uomo forte cerca pesi da sollevare.
L’uomo coraggioso cerca un’emergenza
in cui mostrare il proprio ardore.
Lo spadaccino vuole una battaglia
in cui brandire la spada.
Gli uomini che non sono più
nel fiore degli anni
preferiscono ritirarsi dignitosamente
e apparire cosi più profondi.

Gli esperti di questioni legali
cercano casi difficili
a cui estendere l’applicazione della legge.
I liturgisti e i musicisti
amano le feste
in cui possono esibire
i loro talenti da cerimonia.
I buoni, i ligi al dovere,
sono sempre in cerca di occasioni
per fare sfoggio delle proprie virtù.
Dove andrebbe a finire il giardiniere
se sparissero le erbacce?
Che ne sarebbe degli affari
senza un mercato di stolti?
Dove sarebbero le folle
se non ci fossero scuse
per accalcarsi e fare baccano?
Che ne sarebbe della manodopera
se non ci fossero più da costruire
oggetti superflui?
Produci! Ottieni risultati!
Fa’ soldi! Fatti degli amici!
Cambia le cose!
O morirai di disperazione!
Chi si é lasciato afferrare dal meccanismo
del potere
é felice solo nell’attività e nel continuo
mutamento - il ronzio delle macchine!
Tutte le volte che si presenta l’occasione, essi
sono costretti ad agire, non possono farne a

meno. Vengono mossi inesorabilmente, come
la macchina di cui fanno parte.

Prigionieri del mondo degli oggetti, non
hanno scelta, devono per forza sottomettersi
alle esigenze della materia! Sono schiacciati da
forze esterne
: la moda, il mercato, gli avvenimenti,
l’opinione pubblica. In tutta la loro vita
non riusciranno mai a pensare con la propria
testa.
La vita attiva! Che pena!

Tratto sempre dal testo di cui sopra
 

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Il brahmanesimo, o induismo, non è soltanto la più antica delle religioni dei misteri, o piuttosto la più antica delle discipline metafisiche di cui si possegga una conoscenza completa e precisa tratta da fonti scritte e, per quel che riguarda gli ultimi due millenni, da documenti iconografici; ma è anche forse la sola che sopravvive grazie a una tradizione intatta, attualmente vissuta e compresa da milioni di uomini, semplici contadini o persone istruite, tutti perfettamente in grado di esporre la loro fede sia in una lingua europea sia nel loro proprio idioma.

...La tradizione indù è una delle forme della philosophia perennis e, in quanto tale, comprende verità universali di cui nessun popolo e nessuna epoca possono rivendicare il possesso esclusivo. Per questo motivo un indù desidera senza riserve che le sue Scritture vengano utilizzate da altri a titolo di “prove estrinseche e valide” di verità che anche questi conoscono; inoltre, un indù sosterrà che soltanto a questo livello può essere effettivamente realizzato un accordo tra le diverse forme tradizionali.

...La nostra fonte più antica è il Rig Veda (del 1200 a.C., o di data ancor più remota) e le più recenti sono i moderni trattati vaishnava , shaiva e tantra . Dovremo citare sovente la Bhagavad Gita , che è probabilmente la più importante opera a sé stante che mai sia stata composta in India. Questo libro di diciotto capitoli non è, come si sente talvolta affermare, l’opera di una “setta”; la Bhagavad Gita è studiata in ogni parte dell’India e viene quotidianamente recitata a memoria da milioni di indù di ogni culto; può essere giustamente ritenuta un compendio di tutta la dottrina vedica esposta nei primi Veda, nei Brahmana e nelle Upanishad , ed essendo il fondamento di tutti i loro ulteriori sviluppi, può essere considerata come il fuoco che alimenta l’intera spiritualità indù. È stato detto giustamente, a proposito della Bhagavad Gita , che fra tutti i testi sacri dell’umanità non ve n’è probabilmente un altro che sia nello stesso tempo “cosi grande, così completo e cosi breve”. Da parte nostra, aggiungeremo solo che i personaggi apparentemente storici di Krishna e Arjuna devono essere identificati ad Agni e Indra della mitologia.

...Come la Rivelazione (shruti ) stessa, dobbiamo cominciare con il mito (itihasa ), la verità penultima di cui ogni esperienza è il riflesso temporale. La validità del racconto mitico si situa al di fuori del tempo e dello spazio, essa vale ovunque e sempre. Così, nel cristianesimo, le parole “all’inizio Iddio creò” e “da Lui sono state fatte tutte le cose”, nonostante i millenni che storicamente le separano, contengono entrambe l’affermazione che la creazione avvenne al momento della “nascita eterna” di Cristo. “All’inizio” (agre ), o piuttosto “alla sommità”, significa “nel principio”, così come, nelle fiabe, “c’era una volta” non vuol dire “quella sola volta” ma “una volta per tutte”. Il mito non è una “invenzione poetica” nel senso attuale dell’espressione. Grazie alla sua universalità, può essere narrato da diversi punti di vista con uguale autorità.

Questo eterno inizio coincide con l’Identità Suprema di “quell’Uno” (tad ekam ) [RV., X, 129, 1-3; TS., VI, 4, 8, 3; JB., III, 359; SHB., X, 5, 3, 1, 2, ecc.] , in cui non vi è distinzione tra essere o non-essere, tra luce e tenebre, o separazione tra Cielo e Terra. Il Tutto è contenuto nel Principio, il quale viene designato con i termini equivalenti di Personalità, Antenato, Montagna, Drago, Serpente senza fine. Unito a questo principio come figlio o come fratello minore - come un alter ego e non come un principio distinto - appare l’Uccisore del Drago, colui che è nato per sostituirsi al Padre e accedere al possesso del Reame per distribuirne i tesori ai propri seguaci [RV., X, 124, 4, ecc.]

Tratto da: 

 

 

 

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Non a torto, quindi, il nome di Schopenhauer viene spesso associato alla filosofia indiana. Il filosofo incontrò l’Oriente negli anni giovanili, restandone completamente affascinato, si dedicò con passione allo studio del pensiero indiano, intrecciando indissolubilmente ad esso il proprio pensiero, e giungendo così a essere probabilmente il primo filosofo europeo a considerare seriamente, senza alcuna traccia di pregiudizio etnocentrico, ma anzi, con un entusiasmo e con un’ammirazione senza pari, la filosofia e la religione indiana, con cui instaurò un confronto costante e serrato, destinato a durare più di quarant’anni.

Fin dal primo incontro, risalente al periodo tra il 1813 e il 1814, tra Schopenhauer e il pensiero indiano fu amore a prima vista: è noto come il filosofo ritenesse le Upanisad «l’emanazione della più alta saggezza umana»,la cui lettura, scrive nei Parerga, «è stata la consolazione della mia vita e lo rimarrà fino alla mia morte». Inoltre Schopenhauer, nella prefazione alla prima edizione del Mondo come volontà e rappresentazione (1818), indica come chiavi di lettura del proprio pensiero non solo Platone e Kant, ma anche e soprattutto e le Upanisad.Egli, infine, non smise mai di proclamare e di sottolineare durante l’intero corso della propria vita la «concordanza paradossale» e «prodigiosa» tra la sua filosofia e il pensiero indiano (Brahmanesimo e Buddhismo), un’affinità della quale Schopenhauer non poteva che rallegrarsi, in quanto fermamente convinto che essa conferisse alla propria dottrina un’aura di antica saggezza e di verità.

https://larottaperitaca.wordpress.com/2011/01/14/schopenhauer-e-la-filosofia-orientale-2/

 

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Se in un certo modo si può dire che il Buddha fu un riformatore, egli lo fu solo nel senso etimologico della parola: il Buddha è disceso dal Cielo non per portare un nuovo ordine, ma per restaurare l’ordine antico. Se il suo insegnamento è “perfetto e infallibile”...è perché ha penetrato completamente la Legge Eterna (akalika dharma ) e ha verificato egli stesso ogni cosa in Cielo e in Terra...“Le profonde verità (ye dhamma gambhira) insegnate dal Buddha sono inaccessibili al ragionamento (atakkavaciara); egli le ha verificate con la sua conoscenza superiore” (D., I, 22). Cfr. KU., II, 9: “Non è con la ragione che questa idea può essere afferrata” (naisha tarkena matir apaneya). In Mil., 217 s. è detto che “la via riaperta dal Buddha è un’antica Via che era andata perduta”. Ciò si riferisce al brahmaciariya, al “camminare con Dio” (=èåῷ óõíïðáäåῖí, Fedro, 248 C) di RV., X, 109, di AV., dei Brabhmana, delle Upanishad e dei testi pali, e passim. “Il ruggito del leone” è quello di Brihaspati (RV., X, 67, 9), cioè di Agni] . Non vi sono mai stati veri saggi che siano venuti per distruggere; sono sempre venuti per compiere la Legge. “Io ho visto”, dice il Buddha, “l’Antica Via, l’Antico Sentiero percorso dai perfetti Risvegliati di un tempo: questa è la mia via” [S., II, 106]...D’altra parte, si afferma che i brahmani contemporanei del Buddha - con alcune eccezioni - avessero perduto i favori spirituali che erano l’appannaggio dei loro antenati puri e senza ego [Sn., 284 s. (cfr. RV., X, 71, 9); D., III, 81, 82 e 94 s.; per le eccezioni, S., 11, 13; Sn., 1082] . Tenendo conto di queste osservazioni e del fatto che il Buddha nacque in un’epoca in cui la casta regale era tenuta più in onore di quella sacerdotale, si comprenderà perché le Upanishad e la dottrina buddista apparvero nella stessa epoca: questi due corpi dottrinali, intimamente connessi e concordanti, entrambi di origine “silvestre”, non si oppongono tra loro, bensì a un avversario comune. Il loro scopo era quello di riproporre la verità di un’antica dottrina, non perché si fosse interrotta la trasmissione dell’insegnamento - assicurata da gruppi di eremiti viventi nelle foreste - ma perché i brahmani legati alla vita di corte o immersi nella vita mondana, interessati ormai soltanto alle forme esteriori del rituale e forse troppo attratti dagli emolumenti, erano allora: diventati piuttosto “brahmani di nascita” (brahmabandhu ) che brahmani nel senso che tale termine ha nelle Upanishad o nel buddismo, cioè di “conoscitori di Brahma” (brahmavit ). Indubbiamente, la dottrina profonda del Sé aveva continuato a essere insegnata mediante una trasmissione da maestro spirituale (guruparampara ) a discepoli qualificati: ciò è comprovato; dalle Upanishad [Per es., MU., VI, 29: “Questo profondissimo mistero...”; BU., VI, 3, 12; BG., IV, 3; XVIII, 67...

 

La cultura indù ha nondimeno raggiunto e influenzato profondamente l’Estremo Oriente con il buddismo, il quale, secondo i casi, si è fuso o coesiste con il taoismo, il confucianesimo e lo scintoismo. A esercitare un più marcato influsso furono le forme contemplative del buddismo. Quel che fu chiamato Dhyana (in pali, jhana ) nell’India, divenne Cha’n in Cina e Zen in Giappone [Cfr. le diverse opere di T. Suzuki] . Non possiamo qui occuparci di queste particolari forme di buddismo; ma dobbiamo affermare che, sebbene differiscano molto dalla Via Stretta per la loro particolare prospettiva, esse non rappresentano affatto una degenerazione del buddismo. Il buddismo tibetano e quello estremo-orientale sono tali da suscitare la nostra più viva simpatia per la profondità delle loro dottrine e per la toccante bellezza delle opere letterarie e artistiche in cui sono espressi i loro insegnamenti. V’è ormai soltanto da aggiungere che il buddismo scomparve dall’India propriamente detta verso la fine del secolo XII.

Shankara, il più eminente interprete dottrinale del Vedanta , è stato sovente presentato come un “indù travestito da buddista”. Dobbiamo anche notare che il termine Vedanta (la “fine del Veda ”, nel senso in cui il Nuovo Testamento può essere chiamato la conclusione e il compimento dell’Antico Testamento) si incontra già nelle Upanishad . Molti punti delle dottrine del Vedanta e del buddismo, sin dalle origini, possono spiegarsi vicendevolmente. Per questa ragione è

stata possibile una fusione tra induismo e buddismo nel medioevo indù, e per questa stessa ragione il buddismo, nell’India, ha cessato di esistere come una dottrina distinta. Se il buddismo, e non l’induismo, ha potuto varcare i confini dell’India e sopravvivere, ciò è dovuto principalmente al seguente motivo: mentre l’induismo trova la sua attuazione nella vita attiva e in quella contemplativa, il buddismo si fonda essenzialmente sulla vita contemplativa e può essere quindi più facilmente insegnato, trattandosi peraltro di una via che non tiene conto dei vincoli formali di un determinato ordine sociale.

Tratto dal testo di cui sopra

 

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...non dobbiamo dimenticare che quel che ci è chiesto di sostituire alla nostra coscienza di cose piacevoli o spiacevoli - o meglio, al nostro assoggettarci a sentimenti di piacere o di pena - non è una in-coscienza, bensì una super-coscienza, la quale non è meno reale e beatifica per il fatto di non poter essere analizzata in termini di coscienza mentale. Dobbiamo pure chiarire che questa super-coscienza - che la teologia cristiana chiama “il modo divino di conoscere senza il tramite di oggetti esteriori al conoscente” - non può in nessun modo essere assimilata al sub-conscio della psicologia moderna...

Per far comprendere chi, in questo concatenamento di cause, è chiamato al Risveglio, vien messo bene in evidenza che nulla  succede per caso, ma solo per una puntuale conseguenza: “Ferme restando certe condizioni, si avrà un certo risultato; venendo esse a mancare, non lo si avrà più” [M., II, 32; S., II, 28 e passim] . L’averlo verificato, è aver trovato la Via. Infatti, in “tutte le cose aventi una causa” sono comprese “la vecchiaia, la malattia e la morte”. E quando conosciamo la causa, possiamo cercare il rimedio. È questa un’applicazione della legge dell’“origine causale” di cui il Buddha si rese padrone nella notte del Grande Risveglio. Tutti i mali ereditati dalla carne sono inseparabili dal fluire dell’esistenza e sono essenziali al suo svolgimento: nessun individuo li può evitare. L’individualità è connessa alla coscienza e la coscienza non è un’essenza, ma passione; non è attività, ma un susseguirsi di reazioni in cui noi - che non abbiamo il potere di essere ciò che vogliamo e quando lo vogliamo - siamo fatalmente implicati. L’individualità è stimolata e perpetuata dal desiderio, e la causa di tutto questo è l’“ignoranza” (avidya ). Noi “ignoriamo”, infatti, che gli oggetti dei nostri desideri non possono mai essere posseduti nel vero senso della parola; ignoriamo, inoltre, che quando abbiamo afferrato ciò che desideriamo, “desideriamo” conservarlo e siamo così ancora “in preda al desiderio”. Questa ignoranza è ignorare le cose quali esse sono in realtà (yathabhutam ), è attribuire una sostanzialità a quel che è puramente fenomenico, è pretendere di vedere il Sé nel non-Sé [S., III, 162, 164, ecc. L’”ignoranza” è il non saper distinguere il corpo-e-coscienza dal Sé] .

Il buddismo, ponendo l’ignoranza alla radice di ogni male, è in perfetto accordo con tutte le dottrine tradizionali [A., IV, 195; Dh., 243: avidya param malam; cfr. M., I, 263. A proposito delle inevitabili conseguenze dell’indulgere al piacere dei sensi, cfr. Platone, Protagora, 365 D: “È proprio la potenza delle apparenze (ôὸ ϕáéíüìåíïí = in pali, rupa) a sviarci”; 357 E: “L’essere dominati dai piaceri costituisce il sommo grado dell’ignoranza”; 358 C: “Questo abbandonarsi a se stessi è l”‘ignoranza”, mentre la padronanza di sé è certamente la “saggezza”“ (óïϕßá = in pali, kusalata). Cfr. Leggi, 389. Cfr. anche Ermete, Lib., X, 8, 9: “Il vizio dell’anima è l’ignoranza, la conoscenza ne è la virtù”; Lib., XIII, 7 B, dove l’”ignoranza” è il primo dei dodici tormenti della materia (come, per il buddismo, nella “Catena delle Cause”; cfr. Hartmann, in JAOS., 60, 1940, 356-360); anche Lib., I, 18: “La causa della morte è il desiderio”; Cicerone, Acad., II, 29: “Nessun uomo poteva essere un saggio (sapiens) se ignorava l’inizio della conoscenza, cioè la fine del desiderio, e se, in seguito, non sapeva da che punto partire e a che cosa doveva mirare”] .

...Per esprimerci in termini brahmanici, si è “ignoranti” quando si ignora Chi siamo; e se vogliamo usare termini buddisti, ciò che non siamo. Si tratta semplicemente di due modi di dire la stessa cosa: ciò che veramente siamo può definirsi soltanto per mezzo di quello che non siamo.

Solo attraverso la morte della nostra individualità arriveremo a comprendere che non c’è assolutamente nulla con cui possiamo identificare il nostro Sé, e potremo così diventare quel che siamo. Di qui l’accento che il buddismo pone su quella “negazione di se stessi” implicita nell’evangelico deneget semetipsum . “Considera la beatitudine degli Arhat. In essi non v’è più desiderio alcuno. Avendo estirpato il pensiero io sono , essi sono diventati i senza nascita, gli immutabili, i puri, le vere Persone, i trasformati in Dio (brahma-bhuta ), i grandi eroi, i figli del Risveglio; imperturbabili in ogni circostanza, liberati da ogni divenire (punar bhava ), essi si ergono sulla loro individualità domata; hanno vinto quaggiù la loro battaglia; ruggiscono con “il ruggito del Leone”; incomparabili sono questi Risvegliati (buddhah )” [S., III, 83, 84] . Non si tratta di una liberazione post mortem , bensì di “Persone”, che colgono il loro trionfo quaggiù e ora. Nel passo citato, l’epiteto buddha è usato al plurale: esso viene applicato a tutti coloro che hanno realizzato il fine ultimo. Questi esseri vengono sovente chiamati nirvata (“estinti”). La parola nirvana (“estinzione”) che ha una parte così importante nella nostra concezione del buddismo, essendo uno dei principali termini indicanti il fine supremo dell’uomo, richiede qualche spiegazione supplementare. Il verbo nirva significa letteralmente “spegnersi”, come di un fuoco che smette di “respirare”...Il nirvana è una specie di morte, senonché, come ogni morte, è una rinascita a qualcosa d’altro.

...Mentre il significato di nirvana è simile a quello del greco ἀðïóâÝííõìé (essere calmo, acquietato, estinto, riferiti al vento, al fuoco e alla passione), una sua connotazione è quella espressa dai termini greci ôåëÝù e ôåëåõôÜù (essere perfetto, morire). Questi significati sono contenuti nella parola inglese finish ; un prodotto “finito” (finished ) non è più in corso di fabbricazione, non sta più diventando quel che deve essere. Analogamente, l’essere “compiuto”, l’uomo perfetto, non è più soggetto al divenire

Tratto sempre dal testo di cui sopra

 

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Riporto le conclusioni del testo di Ananda Coomaraswamy, più volte citato:

Riteniamo che non sussistano più dubbi sul fatto che il Buddha, la “Grande Persona”, l’Arhat, il “Diventato Brahma”, il “Dio degli dèi” dei testi pali, è proprio lo Spirito (atman ) e l’Uomo Interiore di tutti gli esseri; che egli è “Quell’Uno” che si fa molteplice e nel quale tutti gli esseri “ridiventano uno”; che il Buddha è Brahma, Prajapati, la luce delle luci, il Fuoco o il Sole, il Principio Primo o qualsiasi altro epiteto con cui lo designano gli antichi testi. Né si potrà più dubitare che ogni descrizione della vita e delle imprese del Buddha non sia che una nuova narrazione delle gesta di Brahma in quanto Agni o Indra. Agni e Indra, come abbiamo visto, sono il Sacerdote e il Re in divinis : sono proprio queste le due possibilità che realizzerà il Buddha; e sebbene in un certo senso il suo regno non sia di questo mondo, non vi sono dubbi che, in quanto Ciakravartin, egli è nel contempo sacerdote e re nello stesso senso in cui Cristo è “prete e re”. La logica stessa delle Scritture ci fa dire che Agnendrau, Buddha, Krishna, Mosè e Cristo sono i nomi di una medesima e unica “discesa” di natura eterna; inoltre ci fa riconoscere che tutte le Scritture, senza eccezione, esigono da noi la conoscenza del nostro e nello stesso tempo la conoscenza di ciò che non è il nostro Sé, chiamato un “sé” solo per errore; ci indica anche che la Via per diventare “quel che siamo” richiede che dalla nostra propria coscienza venga estirpata ogni falsa identificazione con “ciò che non siamo” ma che pensiamo di essere quando diciamo: “Io penso. Io faccio”. Essere diventato “puro” (shuddha ) significa essere riuscito a distinguere il nostro Sé da tutti i suoi “accidenti” fisici e psichici. L’identificazione del nostro Sé con questo o quell’accidente è invero la peggiore di tutte le possibili forme dell’illusione, l’unica causa delle “nostre” sofferenze e della “nostra” natura mortale, dalla quale non possono di certo affrancarsi coloro che sono ancora “qualcuno”. Si racconta che un confuciano, il quale supplicava Bodhidharma, il ventottesimo patriarca buddista, di “pacificare la sua anima”, ricevette la seguente risposta: “Mostramela, e io la pacificherò”. Il confuciano disse: “Ma è proprio questo il mio male: non so dove trovarla!”. Bodhidharma gli rispose: “Il tuo desiderio è allora esaudito”. Il confuciano comprese e se ne andò via in pace [Suzuki, in JPTS., 1906-1907, p. 13] .

È tuttavia contrario allo spirito del buddismo, e anche all’insegnamento del Vedanta , ritenerci degli esseri vaganti nel fatale fluire dei mondi (samsara ). “Il nostro Sé immortale” è tutto tranne un’“individualità che sopravvive”. A ritornare alla sua dimora[Sn., 1074-1076: namakaya vimutto, attham paleti, na upeti sankham... attham gatassa na pamanam atthi. Mund. Up., III, 2, 8, 9: namarupad vimuktab... ahrito bhavati; BG., XV, 5: dvandvair vimuktah] , non è il tal dei tali, ma il prodigo Sé che si ricorda di se stesso e che, dopo essere stato molteplice, è nuovamente unico e inscrutabile, Deus absconditus . “Può ascendere al Cielo solo chi ne sia disceso”. Perciò: “Se qualcuno vuole seguirmi, rinneghi se stesso” [Gv., 13, 36; Mc., 8, 34. Chi vuole seguirlo, deve poter dire con san Paolo: “Vivo, tuttavia non io, ma Cristo in me” (Gal., 2, 20). Non può esserci ritorno in Dio che come “da Se stesso a Se stesso”; e questa identità, secondo le parole di Nicola Cusano, implica una ablatio omnis alteritatis et diversitatis, cioè la soppressione di ogni alterità e diversità] . “Il Regno di Dio è solo per chi sia completamente morto” [Meister Eckhart] . La realizzazione del nirvana è il “Volo del Solitario verso il Solitario” [Enneadi, VI, 9, 11]

 

 

 

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