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In principio era stato Live At The Village Vanguard (2013) assieme a due giganti come il compianto Paul Motian alla batteria e Marc Johnson al contrabbasso, quest’ultimo stretto amico e compagno in mille avventure di Pieranunzi; poi era toccato a New Spring (2016) dove entrava la voce della “nuova” New York jazz, ad esempio nella persona di Donny McCaslin (colui che aveva stregato anche l’ultimo David Bowie, quello di Blackstar); ora tocca a The Extra Something. Costante: il Village Vanguard, tempio leggendario del jazz nella Grande Mela – e, di conseguenza, nel mondo. Tempio in cui Pieranunzi – unico italiano, e solo assieme ad altri due europei (Michel Petrucciani e Martial Solal) a prendersi l’insegna da leader della serata – ha suonato ormai ben otto volte e, con quest’ultima fatica, ha estratto un totale di tre album live. Ecco: in generale non per forza bisogna restare appesi alle icone ed ai nomi storici, ma la forza del Village Vanguard si è comunque conservata decisamente bene negli anni e, soprattutto, tutti e tre gli album citati a partire da quest’ultimo uscito sono ottima musica. Non è insomma una mera celebrazione sul “nome”, sul fatto cioè di aver conquistato un palco in assoluto storico e nello specifico molto difficile da scalare per un musicista europeo (…e addirittura impossibile, ad oggi, per un altro artista italiano). 

C’è di più. E questo “di più” si potrebbe riassumere in tanti modi, ma mai bene come nella bellissima interazione che qui c’è fra il pianismo di Pieranunzi, fra la sua ricerca erratica ma mai confusionaria e sempre raffinata di accordi, di spunti armonici, e il sassofono di Seamus Blake, che in questa registrazione – datata, ricordiamolo, 2016 – suona più in forma che mai. Senza nulla togliere a Diego Urcola (tromba e trombone, con alcuni assolti particolarmente scoppiettanti con la prima), Ben Street (appropriato al contrabbasso, pur senza stupire) ed Adam Cruz (molto presente e trascinante alla batteria, quasi mai sopra le righe), è proprio il rapporto fra il pianoforte di Pieranunzi e l’ancia di Blake nei momenti in cui i due più dialogano che questo disco si fa davvero importante. 

In generale, poi, c’è da dire che Pieranunzi (ri)portato sulle orme del jazz puro sprigiona forse il massimo del suo potenziale. La sua carriera è infatti piena di dischi interessanti musicalmente e concettualmente, coi flirt con la classica, con la musica felliniana e quant’altro ancora, ma sentirlo ancorato solidamente a quello che oggi potremmo definire jazz classico (bop spinto e dintorni, insomma, con licenza di ballad) permette davvero di percepire la portata della creatività e della piena potenzialità di un pianista che meriterebbe, probabilmente, ancora più riconoscimenti internazionali. Ci si può magari accontentare dei continui endorsement del Village Vanguard? Certo, si può. Se la musica che ne viene poi fuori è questa, assolutamente sì. © Damir Ivic/Qobuz

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La maggior parte dei titoli di questo album deriva dal vasto catalogo di standard bop di Thelonious Monk. Entrambi i co-leader sono al culmine delle rispettive abilità con interpretazioni perspicaci di quasi una mezza dozzina di esibizioni ispirate da questa incarnazione dei Jazz Messengers guidati da Blakey. Questa combinazione include Art Blakey (batteria), Johnny Griffin (sax tenore), Bill Hardman (tromba) e Spanky Debrest (basso). Immediatamente, Hardman alza la posta con un vantaggio di piledriving durante "Evidence" che sottolinea la natura pesante di questo particolare confab jazz. Monk replica con alcune sequenze potenti e ispirate che sono frantumate dal punto di vista sonoro dalle progressioni di accordi entusiaste, se non praticamente percussive, e dai fraseggi altamente logistici del pianista. L'intrinseca galleggiabilità melodica di "In Walked Bud" contiene una qualità simile a un trampolino di lancio, con Griffin che corrisponde alla misura di rimbalzo di Monk per misura. Gli sforzi incessanti di Griffin creano una freschezza nella melodia che spesso sfugge ad altre letture meno ispirate. Dalla chiassosa apertura di Blakey in "Blue Monk" fino al crescendo di una sola nota di Monk durante il finale, i Jazz Messengers forniscono una propulsione letargica che mette in mostra le origini blues della melodia. Questo contrasta direttamente con la carica uptempo di "Rhythm-A-Ning". Il ritornello eccentrico ma accattivante scivola con la sezione di fiati a doppia derivazione poiché l'intero arrangiamento è strettamente vincolato dai discreti Debrest e Blakey. "Purple Shades" di Griffin è l'unica composizione non monaca registrata da questo aggregato. Questo blues elegantemente sincopato sembra più adatto ai Jazz Messengers che ai Monk. Tuttavia, l'assolo di apertura del pianista brilla e sussulta alternativamente con Debrest così come con Griffin e Hardman, che dimostrano le proprie capacità pronunciate rispetto al contrappunto altrimenti occasionale di Monk. © Lindsay Planer

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