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Internet e social: cosa è andato storto.


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3 ore fa, briandinazareth ha scritto:

se leggete gli articoli di luna e molti studi sull'argomento, risulta evidente che i meccanismi stessi dei social ingannano il nostro cervello, e non la parte  razionale. 

capire che siamo profondamente influenzabili da meccanismi molto più forti di noi e della nostra sopravvalutata volontà è necessario per comprendere quello che accade. 

i meccanismi dei social sono in grado di aggirare ogni cervello, evoluto in un contesto radicalmente diverso.

gli algoritmi tendono a massimizzare la dipendenza, che significa soldi, per fare questo fanno leva necessariamente sulle parti più fragili e meno razionali di noi. 

a questo si aggiunge la perdita di tutta la comunicazione non verbale e la necessità di immediatezza, che è nemica del ragionamento, della logica e pure della saggezza ( kahneman e altri lo hanno spiegato molto bene). 

l'illusione che gli utilizzatori finali, noi stessi compresi, siano dotati di capacità per poter discernere è falsa nella stragrande maggioranza dei casi.
questa sopravvalutazione dell'umano e della sua razionalità è uno dei problemi più rilevanti; se ci rendessimo conto di come funziona anche su di noi, saremmo più protetti.

rendersene conto non è molto complicato, dal punto di vista della conoscenza, i meccanismi sono abbastanza conosciuti. 

ma  come la maggior parte delle persone è convinta di non essere sensibile alla pubblicità e come il 95% degli uomini è convinto di essere un guidatore sopra la media, spaventa molto l'idea di essere così poco speciali e così tanto condizionabili e condizionati.

i social peggiorano ancora di più questa tendenza, perché creano contemporaneamente frustrazione e autoesaltazione, nel mostrare più di quello che siamo ed essere sottoposti alle rappresentazioni altrui, false come le nostre. 
in più dandoci i picchi di dopamina che ci tengono assuefatti e dipendenti.

la cosa è ormai evidente e sotto gli occhi di tutti, verificata sperimentalmente e con degli effetti sulla realtà evidentissimi.

non so per quanto ancora possiamo ignorarla senza che le conseguenze diventino ancora più pericolose e molto poco virtuali.
 

 

 

L’analisi psicologica dei consumatori e l’obiettivo dichiarato di direzionare le scelte non è qualcosa che si sono inventati i social o la rete, esisteva già dai tempi della carta stampata e successivamente delle televisioni, i consumatori venivano profilati già allora con i mezzi allora disponibili, oggi l’evoluzione tecnologica, l’innovazione e la maggiore pervasività degli strumenti usati permettono di farlo in modo più preciso, anche per là grosse mole di dati disponibili, ma nella sostanza ciò che veniva fatto al tempo viene fatto ancora oggi, l’obietto era condizionare l’utente od il consumatore nella scelta di un prodotto o di un servizio, oggi si fa lo stesso ma meglio perché il tempo porta a migliorare le strategie ed è vero che tutti siamo più o meno condizionati dalla pubblicità o dalle notizie nelle nostre scelte, lo eravamo allora e lo siamo ancora oggi, ma il punto è un altro, sono i social in grado di creare dal nulla qualcosa, condizionando decine se non centinaia di milioni di persone in modo che questi si muovano solo ed esclusivamente in una precisa direzione completamente diversa da quella che avrebbero scelto autonomamente? Perché questo oggi si sta affermando…

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1 ora fa, cactus_atomo ha scritto:

chi si ricrda di quel prgramma di radio radicale in ccui si poteva intervenire in diretta e senza ensura alcuna?

Spettacolare e profetico di quel che sarebbe avvenuto dopo anni  tramite i social.  Uscì anche un libricino che riportava una selezione delle telefonate ricevute.  All'epoca bazzicavo nelle radio private, dove la scelta di radio radicale non passava inosservata. Il dibbattito tra i redattori (io ero tecnico, quindi uso a obbedir tacendo) era sulla questione della rappresentatività delle telefonate: C'era chi sosteneva che le telefonate rappresentassero la reale "pasta" dell'audience italiana, ed era in minoranza, e la maggiornaza che sosteneva che a telefonare fosse una selezione di soggetti disturbati che si comportavano come se in un manicomio avessero trovato la chiave dell'armadietto delle medicine.  Beh, avevano ragione i primi.   

Come diceva allora il ns.direttore responsabile (un classicato bilaurea) "la linea aperta di radio radicale è il termometro infilato nel c.lo del Paese..." :classic_biggrin:

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LA FOLLA SOLITARIA DEI SOCIAL MEDIA

 

Scriveva Marshall McLuhan: "Le società sono sempre state modellate più dalla natura dei media con cui gli esseri umani comunicano che dal contenuto della comunicazione". "L’azione dei media è quella di far accadere le cose piuttosto che di darne conoscenza.". Le tecnologie di comunicazione di cui una società dispone condizionano fortemente la cultura di quella società, la visione del mondo e la forma mentis di chi ne fa parte. L’autore sviluppa la sua tesi in “La galassia Gutenberg”, in cui argomenta come la modernità sia conseguenza dell'invenzione della stampa. Con il libro stampato diviene prevalente la lettura, un atto solitario; dalla riflessione sul testo scritto origina la consapevolezza di sé, l’individuo. Con l’individualità nascono le prospettive, i punti di vista, che si comunicano sempre con il linguaggio scritto. L’espressione delle prospettive si manifesta nel liberalismo, nei limiti del potere e nei diritti individuali che sono parte fondamentale della democrazia. Per secoli il lettore è stato il borghese colto, l’alfabetizzazione di massa è un fenomeno molto recente, universalizzato come il “cittadino” delle democrazie liberali.

Va evidenziato che il mondo antico e medioevale guardava con diffidenza all’individuo, al soggetto che rivendicava la sua differenza dagli altri. In quel mondo la comunicazione era quasi esclusivamente orale e diretta, la piazza o le chiese erano i luoghi della comunicazione ed in quei luoghi non vi era spazio per la prospettiva individuale. Nella piazza prevalevano la comunità, e, intesa negativamente con le parole di Nietzsche, “l’istinto del gregge”.

Nel giro di due generazioni abbiamo vissuto passaggi epocali, di cui non siamo del tutto consapevoli. McLuhan aveva quali riferimenti le tecnologie del ‘900. Le reti costruite dai social media sono realmente il “villaggio globale” di cui parlava l’autore, ma in un curioso ossimoro per cui i soggetti sono soli, ma parte di una folla spesso composta per la quasi totalità da sconosciuti in cui si identificano ed in cui torna a prevalere “l’istinto del gregge”.

La folla solitaria dei social media è l’ambito ideale in cui attecchiscono le “fake news”, un fenomeno che mette a rischio la nostra democrazia.

Di un dato si deve tener sempre conto. Se sono occorsi secoli per alfabetizzare i cittadini dei paesi occidentali, sono stati sufficienti pochi anni affinché i social media diventassero un fenomeno planetario, nel 2024 erano circa 5 miliardi i profili attivi sui social media (5,04 miliardi), pari a più del 62% della popolazione mondiale.

 

 

È sufficiente piantare i semi del male affinché maturino i propri frutti

È innegabile che nel passato, remoto o prossimo, la diffusione di notizie manipolate ad arte sia parte integrante della storia. Ma nel passato prossimo si dovevano possedere radio, TV e giornali, con la conseguente di disponibilità di ingenti mezzi economici e, nei paesi democratici, il rischio di essere smascherati in ogni momento.

Si tende troppo spesso ingenuamente a credere che gli individui siano soggetti autonomi e consapevoli, dimenticando o rimuovendo quanto si sia facilmente influenzabili e manipolabili in determinate condizioni. Vi è una locuzione entrata nel linguaggio comune, “fake news”, che in italiano corrisponde a notizie false o volutamente fuorvianti. Se nei media del passato prossimo erano individuabili e smascherabili con una relativa facilità, nel mondo virtuale dei social media ciò diviene estremamente difficile.

La storia dimostra come sia sufficiente piantare i semi del male affinché questi facciano maturare i propri frutti in un processo di emulazione, nel mondo virtuale dei social media ciò è decisamente più facile rispetto al mondo reale. Anzi le fake news condizionano i soggetti con una rapidità ed un coinvolgimento che non ha precedenti nella storia della disinformazione. Queste non solo modificano la percezione del mondo del soggetto, ma lo condizionano al punto da condividerle in tempo reale spontaneamente. Ciò avviene anche perché dietro la struttura dei social media vi sono operazioni di ingegneria comunicativa e sociale totalmente differenti rispetto al passato, che consentono una rapida diffusione di fake news.

 

Le identità del mondo virtuale producono fatti reali

Le fake news modificano la percezione e rappresentazione delle cose della folla solitaria che popola i social media e li spinge spesso spontaneamente a condividerle. Uno studio pubblicato sulla rivista “Science” ha mostrato come le notizie false si diffondono sei volte più rapidamente di quelle vere ed hanno una probabilità di essere condivise del 70% superiore.

Siamo portati a sottovalutare l’impatto che i social media hanno sulla società. Non si deve dimenticare che gli utenti di internet passano la gran parte del tempo in cui sono connessi sui social media ed in questo tempo l’utente si costruisce un’identità che, se pur può essere differente da quella mostrata nel mondo off line, è reale al pari di quella del mondo reale. L’identità nei social media si costruisce attraverso l’interazione con gli altri utenti ed inevitabilmente condiziona e determina i comportamenti, e non solo nel mondo virtuale. È questo potere, per non pochi aspetti coercitivo, che trasforma le fake news in “fatti sociali”, con il conseguente impatto sulla società.

Molte valutazioni delle fake news conseguono da analisi superficiali, tuttavia se tanti sono convinti dell’evidenza di un fatto, sebbene falso, grande diviene il potere di coercizione sui singoli. La storia del secolo scorso dimostra ampiamente come tesi totalmente false possano determinare i comportamenti di interi popoli.

 

La manipolazione di emotività e credenze  

Nel mondo virtuale dei social media costruire una massa, inizialmente solo virtuale, di soggetti che condividono le stesse (assurde) convinzioni non è difficile. Con i “bot” e i “chatbot” è possibile creare gruppi anche di milioni di utenti partendo da profili totalmente falsi, con cui gli utenti veri discutono come se fossero persone reali. Nell’interazione con bot e chatbot e con altri utenti veri l’utente dei social media mostra la sua psicologia, le motivazioni che lo spingono ad interagire e, soprattutto, i suoi limiti e le sue debolezze. È così possibile proporre a lui e agli altri utenti con un profilo simile delle fake news coerenti con il loro profilo psicologico e costruite su misura affinché siano accettate come vere da quel gruppo di utenti, che divengono fatti rilevanti e condivisi per il gruppo.

Se si posseggono strumenti informatici sufficientemente sofisticati è possibile creare argomentazioni che, facendo leva sull’emotività e sulle credenze diffuse in quel gruppo siano accettate come vere, condizionandone di conseguenza i comportamenti pubblici. Pertanto ciò che avviene nel mondo virtuale dei social media produce dei fatti sociali. Vi è un’altra conseguenza di ciò, il potere della verità di essere strumento per analizzare la realtà e cercare di trovare soluzioni ai problemi della società può essere progressivamente ridotto ed emarginato se chi controlla i social media intendesse consapevolmente utilizzare la pervasività delle fake news per imporre in modo malevolo i propri obiettivi ed ignorando ogni valore morale. Si consideri le richieste di rimuovere i vincoli giuridici alla diffusione di fake news in nome della “libertà di parola”.  

 

I social network comunità chiuse

Siamo inevitabilmente portati ad interagire con persone simili a noi, con cui abbiamo affinità, ma il mondo reale limita di molto questa possibilità. Invece le comunità che si costruiscono nei social media si fondano sulle affinità tra i soggetti. Si è quindi in presenza di comunità virtuali composte da persone con interessi e profili psicologici molto simili, chiuse all’esterno, sufficientemente ampie, che condivide le stesse convinzioni.

I gruppi dei social media sono fondamentalmente chiusi all’esterno, come se fossero dei silos sigillati che contengono soggetti con caratteristiche molto simili. I social media, con i loro meccanismi di selezione, creano a loro volta una selezione di contenuti destinati a specifici gruppi di utenti, escludendo ciò che non corrisponde ai gusti e alle scelte di questi gruppi, impedendo confronto e spegnendo lo spirito critico, facendo tacere ogni potenziale voce di diversità. Queste comunità virtuali sono il terreno ideale su cui le fake news si diffondono ed attecchiscono.

Vi è anche un altro aspetto che va evidenziato, le comunità reali sono sempre più deboli. Negli ultimi anni l’interesse per i problemi sociali, la partecipazione politica, la fiducia nelle istituzioni ha subito un forte declino. Ma vi è anche un altro aspetto che non è adeguatamente considerato, la solitudine, la vera epidemia del nostro tempo. I social divengono una compensazione illusoria ai rapporti umani di uomini e donne sempre più soli e, in quanto tali, più facilmente manipolabili ed ingannabili.

 

La profilazione avanzata degli utenti dei social

Ci si chiederà in che modo si può tracciare il profilo psicologico degli utenti dei social media. Nel 2015 fu pubblicato uno studio da cui emergeva che attraverso i «mi piace» in un profilo Facebook, un modello computerizzato era in grado di svelare la personalità di un individuo in modo più accurato rispetto alla maggior parte di amici e familiari. E se vi erano abbastanza «like» da analizzare, solo un marito o una moglie risultavano più abili nel descrivere con precisione i tratti psicologici di un soggetto.

Qualcuno ricorderà del caso di “Cambridge Analytica”, che con il c.d. “microtargeting psicografico” ha svolto un ruolo importante nell’influenzare le scelte di voto degli elettori indecisi, servendosi di annunci pubblicitari modulati sulla base delle loro personalità e messi in rete attraverso i social media.

Gli strumenti di profilazione avanzata degli utenti sono il principale strumento per la diffusione delle fake news.

Su Facebook è presente una sezione “notizie”, al cui interno vi è la lista “popolari”. La scelta delle notizie avviene con algoritmi di intelligenza artificiale. Studi hanno mostrato come questi algoritmi producono pregiudizi simili a quelli umani. È sufficiente che la gran parte delle notizie sia in qualche modo legata a fake news affinché gli algoritmi scelgano fake news. Se vi è un numero sufficiente di utenti che fanno apparire le fake news come notizie popolari, gli algoritmi scelgono queste notizie. Una volta che queste fake news si sono affermate, divengono da fatti virtuali, fatti sociali, che si sostengono autonomamente.

Vi è un altro aspetto che supporta ulteriormente questa diffusione e condivisione. Se la fake news è costruita esattamente in base al profilo degli utenti di quel gruppo, non verranno mai messe in discussione ed anche in questo caso quanto avviene nel mondo virtuale diviene un fatto reale.

 

I social media alimentano superficialità e bassa attenzione

Vi è un altro aspetto che consegue dalla fruizione dei social media, la superficialità e il basso livello di attenzione.  In 15 anni si è passati da una media di 12 secondi per contenuto, ad una media di 8 secondi. Il basso livello di attenzione e di analisi ai contenuti dei social conducono a non discriminare adeguatamente alla qualità dei contenuti, il che crea il contesto ideale per la diffusione delle fake news. La bassa attenzione sui contenuti spinge l’utente dei social a scegliere notizie e contenuti che non siano in contrasto con la propria visione delle cose. Inoltre il condividere in modalità anonima l’identità di gruppo e la caratteristica sopra descritta della sostanziale chiusura di questi gruppi nei social media, oltre ad escludere informazioni in contrasto con la visione del mondo del gruppo, conduce lo stesso a polarizzarlo su posizioni estreme.

 

I social media sono progettati per creare dipendenza

Il quadro che emerge non è affatto positivo, a renderlo più fosco è la sostanziale dipendenza degli utenti dai social media.

I social media hanno un ruolo centrale nella rappresentazione dell’identità del soggetto e ne condiziona fortemente i comportamenti. Ciò è conseguenza della modalità con cui i social media sono stati progettati, ossia di far leva della vulnerabilità psicologica dei singoli, con un meccanismo che crea dipendenza al pari di una droga. I social media sono strutturati per creare dipendenza, affinché gli utenti passino più tempo possibile nella piattaforma. È stata attribuita una sigla a questa dipendenza, la sindrome “FOMO” (fear of missing out), la paura di essere tagliati fuori che caratterizza molti utenti dei social media. Sul punto si pensi che il sistema sanitario inglese ha segnalato l’emergere del moltiplicarsi di malattie mentali negli adolescenti riconducibili ai social media.  

 

La digitalizzazione rende “vero” il falso

Le fake news trovano il terreno in cui moltiplicarsi anche grazie ad una caratteristica del mondo digitale sostanzialmente diversa da quella del mondo fisico, analogico. Le rappresentazioni nel mondo digitale possono essere modificate a piacimento, esemplare è come le foto delle persone pubblicate sui social spesso corrispondono ben poco a come le stesse persone sono nella realtà. La relativa facilità con cui è possibile i contenuti digitali consente di creare contenuti digitali falsi, ma molto persuasivi, perché apparentemente veri. Le nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale consentono un altro salto, ossia creare video che sono apparentemente veri. Ed una volta che in tanti si convincono nel mondo virtuale dei social che quelle foto o quei video sono “veri”, ciò produce conseguenze “vere” nel mondo reale.

 

Conclusioni: che fare?

Fino al passato prossimo nei libri, nei giornali e più recentemente in radio e televisione vi era un elemento implicito conseguente alla tecnologia di quei media, la natura gerarchica della comunicazione. Nel libro vi è lo scrittore ed il lettore, nei giornali il giornalista ed il lettore, nei programmi radiofonici e televisivi il produttore della trasmissione e chi ascolta o guarda.

Tutto ciò riflette quanto avviene nella società, la sua stratificazione sociale. Ciascuno di noi ha una propria posizione nella stratificazione sociale, una sua collocazione di classe, uno status conseguente dal ceto e dalle competenze che a questo sono riconosciute. Nel mondo reale sono fattori fondamentali. In un confronto pubblico quanto sostiene lo specialista di un ambito è molto più tenuto in considerazione rispetto a quanto può affermare chi non può vantare alcuna competenza in merito. Lo status sociale colloca la persona in uno spazio superiore o inferiore nella stratificazione sociale, cosa che diamo per scontato. La gerarchia delle competenze limita il proliferare di convinzioni totalmente false, si pensi al tema del surriscaldamento globale.

All’inizio è stato citato McLuhan che sosteneva che "L’azione dei media è quella di far accadere le cose piuttosto che di darne conoscenza.". Quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi pone una serie di questioni, alcune anche inquietanti. La diffusione delle fake news mostra come gli strumenti tradizionali per contenere e smascherare la disinformazione e le falsità nell’era di internet non siano più efficaci. Non è ancora chiaro quanto la manipolabilità degli utenti dei social media renda vulnerabili le istituzioni e ancor più fragile la coesione sociale qualora coloro che posseggono i social media li utilizzino per finalità intenzionalmente malevole e immorali.

Un fatto emerge con chiarezza, che le fake news diffuse dai social media sono in grado di condizionare i loro utenti con una rapidità ed un coinvolgimento che non ha precedenti nella storia. O forse l’ha avuto nella Germania nazista.

I social media hanno creato un fenomeno del tutto nuovo, in cui ciò che avviene in un mondo virtuale, ieri lo avremmo chiamato immaginario, diviene poco dopo un fatto reale nella società.

La tecnologia ha consentito di aggregare comunità virtuali in grado di contrapporsi ed anche di sostituire le comunità reali nella produzione di fatti sociali. Chi si sente parte di queste comunità virtuali si sottomette alla forza di coercizione conseguente all’esigenza di essere accettato e sentirsene parte. L’istinto del gregge di cui parla Nietzsche, fenomeno un tempo delle piccole comunità, diviene ora fenomeno che può abbracciare anche milioni di persone tra di loro sconosciute. Quindi una fake news condivisa in un social network conduce il soggetto che ne fa parte a considerarla “vera”, oppure, temendo l’esclusione dal gruppo, a non contraddirla.

Scrive Daniel Kahneman in "Pensieri lenti, pensieri veloci": “Le persone continuano a credere incrollabilmente in qualsiasi asserzione, per quanto assurda essa sia, quando godono del sostegno di una comunità di credenti che hanno la loro stessa mentalità.” Non corrisponde quindi del tutto al vero che se le idee circolano liberamente la verità prevale. Ciò può essere vero se vi è spirito critico e i sistemi di comunicazione consentono di far emergere le idee migliori. Purtroppo l’architettura dei social media opera con criteri opposti. I social media sono sistemi chiusi che silenziano le voci discordanti e fanno emergere le idee più popolari, non le migliori.

Vi sono altri aspetti che vanno evidenziati.

Nel 2017 due ricercatori universitari belgi verificarono come non fosse sufficiente mettere in discussione le fake news e mostrare la falsità per modificare l’atteggiamento degli utenti dei social media. In particolare i ricercatori nel loro campione rilevarono come gli individui con più basse capacità cognitive adattavano i loro atteggiamenti in misura minore rispetto agli individui con capacità cognitive maggiori.

Tuttavia la situazione non migliora di molto tra i giovani che frequentano l’università. Nella ricerca “L’élite dei giovani (dis)informati” è emerso che su 1200 studenti il 65% considera il mondo digitale il luogo di riferimento per l’informazione, con il 41% che ha nei social media lo strumento più utilizzato. Seguiva con il 31% la Tv e con solo il 2% i giornali.

L’università di Stanford nel 2016 ha svolto una ricerca su 8000 studenti. La conclusione del rapporto è stata: “Nel complesso la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni su internet può essere riassunta in una sola parola: desolante. … Ma quando si tratta di valutare le informazioni che passano attraverso i canali dei social media vengono facilmente ingannati.”

È purtroppo un dato di fatto che insulti, discriminazioni di ogni genere, misoginia, istigazione alla violenza, omofobia, fake news, revenge porn caratterizzano i social media, che sono divenuti il luogo nel quale sfogare, senza limiti e regole, l’odio, la rabbia e le frustrazioni senza sensi di colpa.

È uno scenario che crea non poche preoccupazioni, per alcuni aspetti è inquietante, e pone il problema di quali strumenti costruire per difendersi da qualcosa che può mettere in discussione le nostre istituzioni democratiche.

 

Il primo punto è comprendere quale è il contesto culturale che ha prodotto la convinzione che non solo nei social media si possano diffondere fake news, ma che si possano manifestare l’odio e i peggiori sentimenti, che sia un luogo, sia pure virtuale dove vige la totale impunità. Si è dinanzi al fatto assai contraddittorio che se una persona diffama un’altra a mezzo stampa commette un reato (art. 595 cod. pen.), mentre nei social media è possibile dire ogni falsità ed offesa su chiunque senza doverne rispondere.

Un passaggio fondamentale sarebbe di porre delle regole ai social media, a partire dal non consentire di cedere i dati degli utenti all’esterno. Invece molto recentemente porre delle regole è stata considerata una forma di limitazione della “libertà”, soprattutto per l’attuale governo statunitense.

Il quadro è fosco e pone non pochi interrogativi su cosa può fare la scuola per contenere i tantissimi rischi per la democrazia.

La prima fondamentale forma di difesa contro le fake news è lo spirito critico della persona. Educare allo spirito critico, alla capacità di discriminare cosa sia verso e cosa falso, all’autonomia personale, alla riflessione sui propri comportamenti e quanto questi possano essere condizionati dagli altri.

Si dovrebbe altresì educare a limitare la dipendenza dai social media, si pensi che in media gli utenti controllano in proprio smartphone circa 150 volte al giorno.

Quali sono le ragioni che spingono a controllare continuamente che non vi siano messaggio sullo smartphone? Una ragione, probabilmente la fondamentale, è quella che è stata definita “la lebbra del ventunesimo secolo”, la solitudine. Nel mondo virtuale dei social media si cerca un conforto alla solitudine del mondo reale. È un fenomeno che tocca tutte le età, non solo gli anziani, ma anche i nostri ragazzi. Chi lavora nella scuola osserva con preoccupazione il moltiplicarsi di disturbi psichiatrici e depressivi fra gli adolescenti, fenomeni marginali fino a poco più di un decennio addietro.

Aristotele definì l’uomo un “animale politico”, scrivendo che “chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.” e che “La comunità esiste per rendere possibile una vita felice”.

La riflessione filosofica e sociologica hanno prestato un’attenzione modesta a quali fossero le condizioni che consentissero la costituzione di comunità, ovvero spazi sociali in cui uomini e donne potessero incontrarsi e trovare la loro dimensione umana, delle relazioni in cui potessero identificarsi.

La modernizzazione e la secolarizzazione hanno sostanzialmente eroso la “comunità”, sostituendola con la società. Ma la società è costituita da relazioni impersonali, dalla distinzione fra persona e ruolo, da norme formalizzate, da relazioni fondate su pratiche contrattuali, da rapporti fondati sullo status dei soggetti. Il processo ha dissolto al comunità e con essa i luoghi in cui uomini e donne avevano relazioni umane.

Si è creata un’immensa folla solitaria (citando il titolo di un saggio di David Riesman), di uomini e donne disperatamente soli, privi di quelle relazioni umane che generano il confronto, il dubbio, il pensiero critico. Questa folla è la stessa che cerca un conforto alla solitudine nei social media e che potrebbe (o forse lo è già) di essere facilmente manipolabile da chi li controlla. Una folla quasi completamente eterodiretta, per utilizzare un concetto di David Riesman.

La missione del futuro è di ridare senso all’idea di comunità, creando spazi e luoghi in cui uomini e donne possano ritrovare il senso di appartenenza ad una comunità spazi e luoghi che, riprendendo Aristotele, possano rendere possibile una vita felice, o almeno non infelice. In assenza avremo una società composta di in gran parte di monadi che fingono di comunicare con gli altri sui social media, disperatamente sole e facilmente manipolabili.

 

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Comunque, tentando di vedere anche il lato positivo, i social possono essere delle buone palestre per:

Approfondire personalmente gli argomenti affrontati, facendo attenzione nel fornire informazioni accurate

Allenare la pazienza nei confronti di interlocutori polemici e provocatori 

Evitare la totale identificazione con i propri punti di vista, paradigmi esistenziali/ideologie

Non attaccamento, né aspettative di post di conferma altrui (melius/like), nei confronti  delle proprie inconfutabili opinioni (stop alla dopamina)

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41 minuti fa, Savgal ha scritto:

Siamo inevitabilmente portati ad interagire con persone simili a noi, con cui abbiamo affinità, ma il mondo reale limita di molto questa possibilità. Invece le comunità che si costruiscono nei social media si fondano sulle affinità tra i soggetti. Si è quindi in presenza di comunità virtuali composte da persone con interessi e profili psicologici molto simili, chiuse all’esterno, sufficientemente ampie, che condivide le stesse convinzioni.

I gruppi dei social media sono fondamentalmente chiusi all’esterno, come se fossero dei silos sigillati che contengono soggetti con caratteristiche molto simili. I social media, con i loro meccanismi di selezione, creano a loro volta una selezione di contenuti destinati a specifici gruppi di utenti, escludendo ciò che non corrisponde ai gusti e alle scelte di questi gruppi, impedendo confronto e spegnendo lo spirito critico, facendo tacere ogni potenziale voce di diversità. Queste comunità virtuali sono il terreno ideale su cui le fake news si diffondono ed attecchiscono.

Questo è interessante, una delle critiche più forti a Musk quando comprò Twitter fu proprio che “ruppe” quel meccanismo per il quale l’utente poteva crearsi il suo mondo virtuale nel quale apparivano quasi esclusivamente ì tweet di chi si seguiva e quindi di chi la pensava come te, facendo sostanzialmente network con chi ti era più simile nel modo di pensare ed agire, il nuovo social a cui molti degli scontenti si sono indirizzati, B-Sky , da quanto ho capito funziona proprio così, come il vecchio Twitter, come un gruppo whatsapp allargato a cui devi essere invitato per poter accedere.
Letto alla luce di quanto sopra riportato siamo proprio sicuri che le “innovazioni” di Musk su X siano state nella direzione di un maggior controllo di parte, io che ci sono ed osservo da oltre dieci anni leggo peste e corna ogni giorno su Trump, Musk ed il Cdx italiano, sulla deriva a destra dell’Europa e via discorrendo…

 

41 minuti fa, Savgal ha scritto:

La prima fondamentale forma di difesa contro le fake news è lo spirito critico della persona. Educare allo spirito critico, alla capacità di discriminare cosa sia verso e cosa falso, all’autonomia personale, alla riflessione sui propri comportamenti e quanto questi possano essere condizionati dagli altri.

Questo lo si sosteneva anche mezzo secolo fa con la carta stampata, lo spirito critico lo alleni e lo eserciti informandoti, leggendo le notizie da più fonti e confrontandole, ascoltando diverse opinioni, confrontandoti e discutendo con chi non la pensa come te, offrendoti la possibilità di vedere fatti e opinioni da un punto di vista diverso, per sviluppare lo spirito critico non c’è nulla di peggio di un confronto edulcorato e guidato, della mancanza di un contraddittorio, di una realtà ovattata dove trova spazio solo una linea ed una posizione sostenuta unanimemente da tutti.

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6a puntata

 

TikTok è una cosa bellissima, o che ci appare tale, ma che in realtà ci imprigiona in un infinito scrolling dove il concetto di tempo perde il suo senso. Perché in fondo questa piattaforma non è un social e neanche un network: non ci connette con gli altri, ma è una macchina personalizzata dove è un algoritmo a decidere cosa vogliamo vedere. Anche se ci fa male.

https://www.corriere.it/tecnologia/25_aprile_14/tiktok-la-tana-del-coniglio-dove-il-tempo-scompare-cosa-e-andato-storto-372a4fde-c82e-478d-9236-83a7c51b0xlk.shtml

 

 

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  • 10 mesi dopo...

 

La birreria di Monaco nella tasca di tutti.

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Il social di Musk sposta opinioni (e voti) a destra. Una ricerca su Nature svela l’algoritmo di X

Non un organizzatore di contenuti, ma una efficiente macchina di propaganda. Uno studio internazionale (per l’Italia Università Bocconi) ha analizzato i post su X. A prescindere dall’utente, portano tutti nella stessa direzione politica: quella del proprietario del social. Mentre i media tradizionali sono diventati irrilevanti, oscurati dall’algoritmo

 

Non un semplice organizzatore di contenuti. Ma un motore di propaganda politica. Capace di rimodellare in modo permanente le opinioni degli utenti. E in un’unica direzione politica: quella della destra conservatrice.

Il titolo della ricerca appena pubblicata su Nature è neutro: “Gli effetti politici dell’algoritmo di X” *. Il contenuto (Italian Tech lo ha potuto leggere in anteprima) non lo è affatto. È un’analisi spietata di ciò che è diventato l’ex Twitter negli ultimi tre anni, da quando Elon Musk l’ha comprato. La ricerca, condotta da un team di accademici provenienti da diverse università, dalla Paris School of Economics alla Bocconi di Milano, ha utilizzato tecniche di data science avanzate per isolare l’effetto dell’algoritmo di X sulle convinzioni dei suoi utenti.

Cosa rivela l’analisi dei feed algoritmi

Tutto parte dall’analisi delle due opzioni principali di X. I contenuti organizzati in base ai suggerimenti dell’algoritmo del social (quelli sotto la finestra “Per te”, curata dall’intelligenza artificiale del social). E quelli disposti in semplice ordine cronologico (“Following”).

Analizzando ciò che accade agli account di 5.000 utenti statunitensi (il campione dello studio), gli scienziati hanno evidenziato quella che ritengono una scoperta cruciale: "Passare da un feed cronologico a uno algoritmico ha aumentato l'engagement e spostato l'opinione politica verso posizioni più conservatrici”, scrivono nell’articolo. “In particolare riguardo alle priorità politiche, alla percezione delle indagini penali su Donald Trump e alle opinioni sulla guerra in Ucraina".

In pratica, lo studio suggerisce che l'algoritmo non si limita a mostrare ciò che l'utente già desidera, ma agisce come un catalizzatore che orienta attivamente il pensiero su temi caldi dell'attualità. E li catalizza tutti in un’unica direzione: quella più vicina alle posizioni conservatrici, di destra, trumpiane.

Una volta dentro il circolo degli influencer di destra, non si esce più

Non solo. Il processo è irreversibile. Una volta che si è interagito a lungo con i post e gli autori dell’algoritmo basato sull’IA, non si torna indietro. I contenuti resteranno sempre quelli, di autori che strizzano l’occhio alle posizioni più vicine a Elon Musk o a Donald Trump, ma anche più vicine a Vladimir Putin, o anti cinesi:”Passare dal feed algoritmico a quello cronologico non ha prodotto alcun “effetto. Se l'algoritmo viene spento dopo un periodo di utilizzo, le opinioni acquisite non tornano al punto di partenza”.

Il dato più significativo riguarda il motivo per cui questo spostamento è così difficile da revocare. Gli autori spiegano che "l'esposizione a contenuti curati algoritmicamente ha portato gli utenti a seguire account di attivisti conservatori". Questo comportamento crea una sorta di eredità informativa che in qualche modo ‘sopravvive’ al software stesso.

"Una volta che gli utenti seguono account promossi dall'algoritmo che trovano coinvolgenti e persuasivi — come quelli degli attivisti politici conservatori — continuano a vedere i post di questi account anche dopo aver disattivato l'algoritmo", scrivono i ricercatori. In pratica, l'utente "spegne" l'intelligenza artificiale passando alla scheda cronologica, ma il suo feed è ormai popolato dai nuovi account suggeriti in precedenza. Ciò rende lo spostamento ideologico una condizione permanente del suo ambiente digitale. Non può cambiare. Anzi, aver interagito o seguito persone legate in qualche modo al pensiero conservatore ne rafforza la presenza, anche sul feed cronologico.

Musk accusa i media di propaganda. Li ha sostituiti con un’altra propaganda

Per capire cosa l'algoritmo stesse effettivamente mostrando, il team ha utilizzato il modello linguistico Llama 3 per classificare migliaia di post, convalidando poi i dati tramite annotatori umani. In pratica, invece di leggere e classificare manualmente centinaia di migliaia di post, un lavoro che poteva essere tacciato di errori o pregiudizi, gli scienziati hanno lasciato che questa analisi venisse fatta da un’IA open source sviluppata da Meta. La disparità emersa è netta: "L'algoritmo promuove i contenuti conservatori e declassa i post dei media tradizionali”, scrivono.

Nello specifico, lo studio ha quantificato che le testate giornalistiche tradizionali appaiono nel feed algoritmico "il 58,1% in meno" rispetto alla modalità cronologica. Musk ha dichiarato guerra aperta ai media. Ha definito quella dei giornali propaganda. E l’ha sostituita con un’altra, ma funzionale a sé e alla narrazione delle sue convinzioni politiche. Al posto dei media tradizionali il sistema privilegia post di attivisti e contenuti ad alto coinvolgimento emotivo. "I post nel feed algoritmico ricevono, in media, il 480% di like in più rispetto a quelli nel feed cronologico”. Un dato che spiega come la piattaforma riesca a trattenere gli utenti più a lungo offrendo contenuti più polarizzanti.

Impatto politico: la malleabilità delle piccole opinioni

Dal punto di vista politico, lo studio distingue tra identità partitica (sentirsi Democratici o Repubblicani) e priorità politiche (quali temi si considerano urgenti per il Paese). Mentre il senso di appartenenza a un partito è risultato rigido e difficile da scalfire in sette settimane, le opinioni su temi specifici si sono rivelate sorprendentemente malleabili.

Gli utenti, sottoposti a un bombardamento costante di post che raccontano una verità specifica, o un’opinione particolare su un tema (sia che riguardano le manifestazioni di piazza che su quale dieta sia meglio seguire), tendono a cambiare idea. Magari continuano a dirsi di sinistra, ma con opinioni più di destra. "I nostri risultati dimostrano che l'algoritmo influenza in modo significativo chi gli utenti scelgono di seguire, indicando che gli algoritmi modellano l'esposizione ai contenuti più di quanto si credesse in precedenza", si legge. Questo implica che l'intelligenza artificiale di X non è uno specchio neutrale, ma un architetto che costruisce attivamente una nuova "dieta mediatica". Dove l’utente non decide nulla. Ma forma passivamente la sua opinione sul mondo.

Il software nelle democrazie moderne non è solo una questione tecnica

Lo studio ha superato rigorosi test di validità. I ricercatori - si legge - hanno utilizzato il metodo Intention-to-Treat (ITT) e il Generalized Random Forests (GRF), due pilastri fondamentali che assicurano la comunità scientifica sul fatto che i risultati non siano stati influenzati da variabili esterne come età, istruzione o genere. Inoltre, hanno verificato la conformità degli utenti tramite un'estensione del browser Chrome, rilevando che quasi il 90% dei partecipanti ha rispettato l'assegnazione del feed.

In conclusione, la ricerca avverte che "l'esposizione iniziale all'algoritmo di X ha effetti persistenti sulle attuali attitudini politiche e sul comportamento di 'following' degli utenti". Questo suggerisce che nelle democrazie moderne, il software di raccomandazione non è più solo un dettaglio tecnico, ma una variabile fondamentale capace di ridefinire il consenso pubblico e la percezione della realtà sociale.

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https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/02/18/news/x_elon_musk_sposta_opinioni_destra_come_funziona_algoritmo_studio_nature-425167347/

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The political effects of X’s feed algorithm

Germain Gauthier, Roland Hodler, Philine Widmer &  Ekaterina Zhuravskaya

Abstract
Si sospetta ampiamente che gli algoritmi dei feed influenzino gli atteggiamenti politici. Tuttavia, prove precedenti relative alla disattivazione dell’algoritmo sulle piattaforme Meta non hanno riscontrato effetti politici1. Qui presentiamo i risultati di un esperimento sul campo del 2023 sulla piattaforma X di Elon Musk che fa luce su questo enigma. Abbiamo assegnato in modo casuale gli utenti attivi con sede negli Stati Uniti a un feed algoritmico o cronologico per 7 settimane, misurando gli atteggiamenti politici e il comportamento online. Il passaggio da un feed cronologico a uno algoritmico ha aumentato l’impegno e ha spostato l’opinione politica verso posizioni più conservatrici, in particolare per quanto riguarda le priorità politiche, la percezione delle indagini penali su Donald Trump e le opinioni sulla guerra in Ucraina. Al contrario, il passaggio dal feed algoritmico a quello cronologico non ha avuto effetti paragonabili. Né l’attivazione né la disattivazione dell’algoritmo hanno influenzato in modo significativo la polarizzazione affettiva o la partigianeria auto-riferita. Per indagare il meccanismo, abbiamo analizzato il contenuto e il comportamento dei feed degli utenti. Abbiamo scoperto che l’algoritmo promuove contenuti conservativi e retrocede i post dei media tradizionali. L'esposizione ai contenuti algoritmici porta gli utenti a seguire account di attivisti politici conservatori, che continuano a seguire anche dopo aver spento l'algoritmo, aiutando a spiegare l'asimmetria degli effetti. Questi risultati suggeriscono che l’esposizione iniziale all’algoritmo di X ha effetti persistenti sugli attuali atteggiamenti politici degli utenti e sul comportamento che segue l’account, anche in assenza di un effetto rilevabile sulla faziosità.

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https://www.nature.com/articles/s41586-026-10098-2

 

 

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Il 15/4/2025 at 16:56, iBan69 ha scritto:

TikTok è una cosa bellissima, o che ci appare tale, ma che in realtà ci imprigiona in un infinito scrolling dove il concetto di tempo perde il suo senso. Perché in fondo questa piattaforma non è un social e neanche un network:

Ma questa è la ragione di fondo dell'esistenza di ogni social network, ovvero intrappolare il fruitore in un loop di scrolling dove il fine ultimo è solo trasformarlo in un prodotto da vendere a qualcuno.

Siano i suoi dati, le sue abitudini o la sua ricettività alle proposte commerciali poco importa, il drogato di social (e oggi lo è una buona fetta della popolazione globale) è il prodotto di oggi cui si ciba l'industria del web.

I social sono delle macchine da soldi i quali vanno a finire in tasca di sempre meno persone, sono la ruota del criceto di questo inizio millennio.

Come effetto secondario (ma non trascurabile) c'è il fatto che sono in grado di condizionare fortemente il criceto che sta dentro alla ruota e guidarlo in scelte o ragionamenti indotti. 

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Sono sempre più convinto che cerchiamo di far evolvere l’AI, mentre l’essere umano, stordito dai social e da strumenti informatici sempre più sofisticati, stia diventando sempre più simile a una macchina umanizzata con una consapevolezza sempre più assopita

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