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Perchè persone di sinistra non riconoscono più la sinistra?


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6 minuti fa, sandinista ha scritto:

classiche auto da coatto californiano, anche tu sei di San Diego?

Si, classiche auto che quando giravi in italia ti chiedevano che auto erano, scattava l ' invidia perche' non erano mai state viste prima.

PS: ma il mio sogno era la Dodge Viper, circa 7000 di cilindrata.

PPS; chiedo scusa per OT, ma sono stato tirato in mezzo

 

@Jack Veramente, se dovessi comprare una Honda sportiva, mi fionderei sulla Civic Type-R.... per come vedo io le auto sportive, queste NON devono avere niente di elettrico. Giusto la batteria e i cavi per le candele... :classic_biggrin:

  • Melius 1

@Jack

 

Dove e quando avrei affermato di possedere la “verità”? Evito di far partire un c.d. pippone su gnoseologia o epistemologia. In estrema sintesi si cerca di ricondurre la complessità del reale ad un insieme di concetti gestibili, una mappa che indica un territorio. Ma la mappa non è il territorio, è una semplificazione. Come tale per alcuni aspetti è una forma di violenza alla complessità del reale, che peraltro cogliamo con categorie di cui spesso non siamo consapevoli.

Quanto all’individualismo, è uno dei valori della destra conservatrice, della borghesia, quella borghesia che ha elaborato i diritti individuali del liberalismo, che ritengo non negoziabili e che temo siano oggi messi in discussione. L’individualismo senza i limiti posti dalla cultura e della razionalità borghese rischia di degenerare nel suo opposto, se tanti pensano di essere dio in terra l’esito è la sottomissione a chi detiene il potere.

Se ho mancato di rispetto, chiedo scusa, non era nelle mie intenzioni.

Nelle mie intenzioni vi è lanciare sottili provocazioni per osservare alcune reazioni. Le più curiose sono da parte di coloro che si dicono di destra. Le persone di destra ritengono "che siano più diseguali che eguali", la diseguaglianza è un valore e con essa la gerarchia sociale conseguente. Molti che si dicono di destra non appena si sottolineano le differenze, di status, di ceto, culturali (con le citazioni) insorgono come attivisti di una sezione del Pci degli anni Sessanta. Di destra sì, ma siamo tutti uguali, con il rischio che poterlo diventare sottomessi ad un unico capo, di cui sopra.

Penso sia chiaro che ritengo debba essere garantito a tutti l’equa eguaglianza delle opportunità e affinché ciò sia possibile deve essere garantito l’accesso ai beni sociali primari: libertà, diritti, reddito, opportunità, rispetto di sé. Vi è poi una moralità vicina al cristianesimo di cui non sono stato in grado di sbarazzarmi.

Infine, i due Michele e Riccardo non sono più tra noi da tempo, ma ricordo nei discorsi fatti nelle cabine dei camion che non consideravano quella fatica che condividevamo come una condanna, con il conseguente risentimento. Non soffrivano di una paura del futuro e spesso confrontavano il passato con il presente, che consideravano migliore. Questo ricordo, se non è la nostalgia dell’ultra sessantenne per l’adolescenza e la prima giovinezza.

 

 

La mappa dell’imperatore di Jorge Luis Borges

 

C’era una volta un imperatore avido e crudele. Aveva fatto costruire un’altissima torre in cima alla quale c’era una stanzetta con quattro finestre aperte ai quattro venti. L’imperatore si richiudeva nella stanzetta e passava le giornate a contare. Affacciato ad una delle quattro finestre, l’imperatore contava i campi, gli alberi, le case, i fi umi che c’erano nel suo regno sterminato. Dopo aver contato, l’imperatore annotava ogni cosa in certi suoi libriccini unti e pieni di orecchie per il troppo uso che ne aveva fatto.

Un giorno passò sulla sua testa uno stormo di passeri e l’imperatore si mise a contarli. “1337 o 1338? Maledizione, ho sbagliato il conto!” Il solo pensiero che ci fosse qualcosa nel suo regno che non fosse segnato nei suoi libriccini lo faceva impazzire.

Aprì la porta della stanzetta e scese a precipizio le ripide scale della torre.

Giunto nella sala del trono chiamò attorno a sé i suoi ministri ed ordinò loro che si facesse subito un inventario di tutto ciò che, vivente o inanimato, abitasse nel suo regno. I ministri si grattarono la testa perplessi. Da dove avrebbero incominciato a contare? E quanto era grande il regno? Molti di loro non avevano mai messo il naso fuori del portone del palazzo imperiale. E se una cosa veniva contata due volte? C’era da diventare matti.

Un ministro più scaltro degli altri disse che ci voleva una carta sulla quale fossero disegnati tutti i monti, i fiumi, le valli, i boschi, le città del regno. Allora sarebbe stato facile contarli.

Gli altri ministri approvarono: che si facesse subito una carta geografica! A nord del paese, in un antichissimo monastero, vivevano dei monaci che sapevano disegnare delle carte geografiche. Quattro di essi furono chiamati a corte e subito si misero al lavoro. Sette anni dopo, la prima carta geografica dell’impero era pronta.

La carta, spiegata sul pavimento, occupava una sala intera del palazzo imperiale.

Sulla carta erano disegnate tutte le montagne, le valli, i fiumi, le città e le strade del regno. Per la prima volta i ministri dell’imperatore videro dove si trovavano i freddi paesi del nord e le scoscese montagne delle nevi, dove nasceva il fiume che scorreva nella valle e dove cresceva il grano che dava la farina per gli spaghetti delle loro mense.

Ma l’imperatore non era soddisfatto. Sulla carta c’erano le città, i paesi, ma non c’erano tutte le case delle città, tutte le capanne dei villaggi, tutti gli alberi dei boschi. I monaci risposero che ciò non era possibile perché la carta che avevano disegnato era troppo piccola per contenere quelle cose.

“Fate allora una carta più grande!” rispose l’imperatore. “Che si faccia subito una carta più grande!” fecero eco i ministri in coro. I monaci ripiegarono pazientemente la carta geografica e si misero nuovamente al lavoro. Quattordici anni dopo la nuova carta geografica dell’impero era pronta.

Per mostrarla all’imperatore la carta fu spiegata sul selciato della piazza più grande della città. Tutti erano meravigliati per l’accuratezza e la precisione del disegno. Sulla carta c’erano disegnate tutte le case, tutte le fattorie, tutte le stalle, tutti i porcili ed i pollai del regno. Si vedeva in quali terreni cresceva il grano, in quali il lino e la canapa: dove crescevano i boschi e selve e dove pascoli e brughiere.

L’imperatore arrivò a mezzogiorno, in sella al suo cavallo. Di lassù guardò la carta in lungo ed in largo. “Dove sono tutte le tegole dei tetti, tutte le foglie degli alberi, tutte le galline dei pollai? Su questa carta non si vedono”. Uno dei quattro monaci rispose timidamente che non c’era posto sulla carta per tutte quelle cose. “Che sia fatta una carta più grande!” rispose l’imperatore e andò via.

Questa volta i monaci persero la pazienza e tornarono sulle loro montagne. I ministri erano disperati. Se la carta non si faceva le loro teste sarebbero finite sotto la mannaia del boia. Pensa e ripensa alla fine ebbero un’idea: che si ordinasse a tutti i sudditi, pena la morte, di ricoprire di carta i loro campi, i boschi, le case, insomma ogni angolo del regno. Poi mille squadre di disegnatori avrebbero disegnato sulla carta tutto quello che c’era sotto: i tetti con tutte le loro tegole, i prati con tutti i fili d’erba.

Per fabbricare tutta la carta necessaria furono tagliati tutti gli alberi del regno.

Gli uccelli non sapevano più dove posarsi e sulla carta non c’era nulla da mangiare. La terra non dava più frutti perché ovunque uno strato di carta la ricopriva. Nel paese arrivò la carestia e la gente moriva di fame.

Un giorno il popolo del regno si ribellò. Tutta la carta fu strappata e fu raccolta in un mucchio enorme intorno al palazzo imperiale. Poi qualcuno accese un fiammifero e dette fuoco alla carta. Subito si alzarono fiamme altissime.

Dell’imperatore e dei suoi libriccini unti e pieni di orecchie non rimase che cenere.

 

 

  • Thanks 1
6 ore fa, Savgal ha scritto:

 

Penso sia chiaro che ritengo debba essere garantito a tutti l’equa eguaglianza delle opportunità e affinché ciò sia possibile deve essere garantito l’accesso ai beni sociali primari: libertà, diritti, reddito, opportunità

un sogno, una utopia.

non puoi garantire nulla di simile e non riesco capire manco cosa serva pensarlo.

11 ore fa, nullo ha scritto:

un sogno, una utopia.

Che partecipi a fare al thread degli elettori di sinistra non si capisce.

Non sei il solo, in verità, sembra che chi non è di sinistra senta l'esigenza di giustificarsi con post lunghi, insistenti e a volte arroganti.

Lo fanno per lo più vantando le proprie doti supereroiche... esercitate in una società civile che è il risultato di 200 anni di sinistra senza la quale eravamo ancora tutti servi della gleba.

  • Melius 1

@appecundria

Più che dare un contributo al tema del thread, pare che si debba giustificare il percorso personale, positivamente o negativamente. Come nessun vincitore crede al caso, nessun sconfitto attribuisce la sconfitta a limiti personali.

  • Melius 1
Gaetanoalberto
19 ore fa, Savgal ha scritto:

Le persone di destra ritengono "che siano più diseguali che eguali", la diseguaglianza è un valore e con essa la gerarchia sociale conseguente. Molti che si dicono di destra non appena si sottolineano le differenze, di status, di ceto, culturali (con le citazioni) insorgono come attivisti di una sezione del Pci degli anni Sessanta. Di destra sì, ma siamo tutti uguali, con il rischio che poterlo diventare sottomessi ad un unico capo, di cui sopra.

Tuttavia il fenomeno non è nuovo.

Alla destra (moderata) del parlamento sedevano i liberali, ai quali si possono ascrivere i principi che citi.

Da quelle parti si é seduta ad un certo punto una destra diversa, che ha sposato valori che potremmo definire con un po' di fantasia, di "egualitarismo gerarchico", esaltando il ruolo autoritario dello stato e della sua guida al fine di realizzare un rovesciamento degli status. Un rinnovamento nel quale, attraverso il plebiscito, uno, del popolo, salta la mediazione sociale per farne gli interessi.

Bisognerebbe capire se i sentimenti odierni assomiglino a quelli che esprimeva quella nuova e diversa destra, che in realtà abbatté lo stato liberale.




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