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Report: Paolo Borsellino sapeva della pista nera dietro strage di Capaci
Ci sono collegamenti tra le stragi di Capaci, via d'Amelio e la pista nera e le prove portate ieri sera dalla trasmissione Report condotta da Sigfrido Ranucci lo confermano. Le evidenze sono state portate al pubblico durante la messa in onda del servizio curato da Paolo Mondani, intitolato 'La Banalità del nero'. Si è parlato delle intercettazioni del giugno 1992 su Alberto Lo Cicero e Maria Romeo, discusse in una riunione investigativa del 15 giugno con Paolo Borsellino; una nota informativa del capitano Gianfranco Cavallo (5 ottobre 1992), scomparsa per decenni, che riferisce contatti tra Stefano Delle Chiaie e il boss Mariano Tullio Troia per reperire esplosivo prima della strage; dichiarazioni di Lo Cicero al pm Gianfranco Donadio (2007), che descrive sopralluoghi di Delle Chiaie a Capaci e il suo ruolo nell'ideazione dell'attentato. "Noi sappiamo con certezza che il 12 giugno del 1992 i carabinieri riferiscono alla Procura (di Palermo ndr) delle intercettazioni che coinvolgono Alberto Lo Cicero e Maria Romeo. In quelle intercettazioni si parla della strage di Capaci. Quelle intercettazioni sono l'oggetto della riunione di coordinamento del 15 giugno 1992. Sicuramente Paolo Borsellino, con i suoi colleghi della Procura di Palermo e con il magistrato della Procura di Caltanissetta, parla di Alberto Lo Cicero", ha detto il legale Fabio Repici. Quel 15 giugno si tenne la riunione di coordinamento alla presenza di Borsellino e il 16 giugno Vittorio Teresi inviò queste intercettazioni alla Procura di Caltanissetta. Lo Cicero aprì una pista e Borsellino, poco prima di morire, si preparava a interrogarlo. La prova è una nota a firma dell’allora capitano Marco Minicucci, datata 14 settembre 1992: “Il capitano Minicucci scrisse che era stato Paolo Borsellino a decidere che Alberto Lo Cicero sarebbe stato interrogato personalmente da Paolo Borsellino” ha commentato Fabio Repici. Poco dopo la morte di Paolo Borsellino, il 19 luglio, Alberto Lo Cicero iniziò a riempire verbali d'interrogatorio, ma la parte più pesante delle sue rivelazioni è stata dimenticata. Per questo, non vedendo passi avanti nelle indagini, Maria Romeo, la compagna di Lo Cicero, si recò presso un altro reparto dei Carabinieri.
Venne prodotta una nota informativa datata 5 ottobre 1992 e firmata dal capitano dei Carabinieri Gianfranco Cavallo, oggi generale di corpo d'armata, e inviata ai magistrati Aliquò, Tinebra e Celesti e agli ufficiali dei Carabinieri Borghini e Adinolfi. Si legge che nell'aprile del 1992, un mese prima della strage di Capaci, Stefano Delle Chiaie, accompagnato dal suo avvocato Stefano Menicacci, prese contatti con il boss Troia e avrebbe parlato di recarsi a Capaci per procurarsi l'esplosivo dalla cava di tale Sanzana. In realtà si trattava della cava di Giuseppe Sensale, che, insieme ad Antonino Troia, parente di Mariano Tullio Troia, verrà arrestato per la strage un anno dopo l'informativa. Eppure, su Stefano Delle Chiaie, nessuna indagine. Il 5 ottobre del 1992 il capitano Cavallo fa un appunto in cui riporta le dichiarazioni di Romeo su Stefano Delle Chiaie, ma quella informativa non si trova per decenni. "Questa relazione – ha detto l'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, oggi senatore – viene mandata a tante autorità: al prefetto di Palermo, perché si diceva che Stefano Delle Chiaie progettava anche un attentato nei confronti del magistrato Ayala; al Comando provinciale dei Carabinieri di Palermo; al Comando del ROS di Palermo; alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. Tutte queste relazioni scompaiono dagli archivi, scompaiono anche dal fascicolo riservato di Maria Romeo e di Domenico Romeo, dove dovevano esserci necessariamente. Non solo scompaiono, ma succede di più: Arnaldo La Barbera viene incaricato di fare delle indagini, capo della squadra mobile di Palermo. E quello che è strano è che Arnaldo La Barbera dice che non risulta che Stefano Delle Chiaie sia mai venuto in Sicilia, nonostante dalla banca dati della polizia risultasse che era venuto a dicembre, nonostante risultasse che era venuto in un'altra occasione in Sicilia".
Alberto Lo Cicero, collaboratore di giustizia, raccontò al magistrato Gianfranco Donadio il 5 giugno 2007 dei sopralluoghi che Stefano Delle Chiaie (fondatore del movimento neofascista Avanguardia Nazionale, poi sciolto ex lege nel 1976) avrebbe compiuto sui luoghi della strage di Capaci. Lo Cicero raccontò di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel 1992, in contatto con ambienti mafiosi, e citò l’incontro con il boss Troia, detto ’u Mussolini, arrestato nel 1998 e morto nel 2010. Ma soprattutto parlò dei suoi colloqui con Paolo Borsellino, a cui avrebbe riferito sospetti e movimenti anomali. Non solo. A rispondere alle domande del pm Donadio ci fu anche Maria Romeo, compagna di Lo Cicero e sorella dell’autista personale di Delle Chiaie. La Procura di Caltanissetta, guidata da Salvatore De Luca, non ha mai creduto a Maria Romeo, ma l’audio che ha mandato in onda Report dice tutt'altro. Lo Cicero aveva detto nell'interrogatorio di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel 1992 e raccontò di un incontro nel ’92 tra il neofascista e il boss. "Troia andava da Delle Chiaie?", aveva chiesto il magistrato. "No, Delle Chiaie andava da Troia. Penso che direttamente la mano viene da lui", aveva detto Lo Cicero, che ricordò di aver "visto la macchina blu più di una volta" sul luogo della strage di Capaci, "con dentro Delle Chiaie. Erano in tre". Alla domanda se "il discorso di Capaci fu portato da Delle Chiaie", Lo Cicero aveva risposto che "fu portato dalla politica" e che "l'ultimo pezzo l'ha fatto Delle Chiaie".
Secondo Lo Cicero, Delle Chiaie era presente a Capaci, vicino al cunicolo usato dagli stragisti per imbottire di esplosivo l'autostrada. A tale riguardo sarebbe interessante sapere se queste intercettazioni le conosce anche Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia. Non resta che aspettare la prossima audizione del procuratore nisseno Salvatore De Luca: gli si chiederà conto e ragione di queste intercettazioni? Le conosceva? E se sì perché ha detto che la ‘pista nera’ varrebbe zero tagliato?
Il 20 novembre del 2013 la Procura di Caltanissetta metteva a confronto Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera, due esponenti del gruppo di fuoco che fece la strage. La Barbera ricordò che, mentre erano in attesa che giungesse l'altro esplosivo, ebbe modo di notare la presenza di un estraneo che non ebbe mai visto in precedenza nell'ambito delle fasi esecutive della strage. Giovanni Brusca lo smentì, ma quattro anni dopo, il primo dicembre del 2017, sentito dalla Procura di Caltanissetta, Brusca cambia idea e afferma: "Un giorno è venuta a trovare il Troia una persona che non conoscevo e io chiesi al Troia chi fosse, e lui mi disse che era una persona di sua assoluta fiducia e mi disse che lui non poteva certo scomparire completamente".
La nota di Vittorio Teresi e 'l'amico' che tradì Borsellino
Alberto Lo Cicero si sarebbe recato dal magistrato Paolo Borsellino per un colloquio protrattosi fino a tarda notte, nel corso del quale avrebbe confermato la presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci in quei giorni. Borsellino avrebbe inoltre acquisito la testimonianza di Walter Giustini, il quale riferì che le sue indagini sarebbero state ostacolate dall'esponente del SISDE in Sicilia, Bruno Contrada. Attualmente, l'ex carabiniere Giustini è imputato per depistaggio e calunnia, mentre la Procura di Caltanissetta ha valutato come inattendibili le dichiarazioni di Lo Cicero e della compagna Maria Romeo. Mariano Tullio Troia intratteneva rapporti di amicizia con l'onorevole del Movimento Sociale Italiano Guido Lo Porto, a sua volta amico intimo di Borsellino. Si pone pertanto l'interrogativo se Borsellino, prima della propria morte, stesse perseguendo una specifica pista investigativa per l'individuazione dei mandanti della strage di Capaci. "La pista nera secondo me era una novità assoluta e di grandissimo rilievo", ha detto l'ex procuratore aggiunto Vittorio Teresi. "La ragione è che negli anni ’70 c'era un rischio forte di uno spostamento a sinistra del Paese. Avevamo il Partito Comunista più forte d'Occidente; di contro avevamo un'organizzazione atlantica come la Gladio, che si avvaleva del terrorismo nero per affermare lo status quo, per non cambiare. Negli anni ’90 ci rendiamo conto che il Paese, in ginocchio a seguito delle indagini su Mani Pulite, correva il rischio di uno spostamento a sinistra e torna l'agenzia per le attività sporche con le stragi, e il risultato è che nel nostro Paese l'asse politico si è spostato a destra". Teresi ha detto di non escludere "di averne parlato a Paolo".
Il magistrato è stato anche estensore di un documento (datato primo giugno 1992) "di importanza fenomenale, che è una relazione di servizio", ha detto l'avvocato Fabio Repici. Sappiamo quindi che Vittorio Teresi, che lavorava a fianco di Paolo Borsellino, dimostrò questa relazione di servizio del 1° giugno 1992, nella quale emergono i nomi di alcuni degli stragisti di Capaci e dell'amico deputato missino Guido Lo Porto, stretto conoscente del boss Mariano Tullio Troia. A quel punto in Procura viene programmata una riunione di coordinamento di tutti i magistrati interessati alle indagini sulla strage, fissata per il 15 giugno. Si parlò di Lo Cicero in quella riunione. Lui "ricevette personalmente da Alberto Lo Cicero i nomi di Mariano Tullio Troia, di Antonino Troia, di un imprenditore che era prestanome di Mariano Tullio Troia, Giuseppe Sensale, insieme a un altro nome. Il boss Mariano Tullio Troia poteva godere dell'amicizia e anche della contiguità dell'onorevole Guido Lo Porto". Nel 1969 Guido Lo Porto venne sorpreso dalla polizia a sparare nel poligono di tiro clandestino di Bellolampo, vicino Palermo, con Pierluigi Concutelli, che di lì a poco avrebbe fondato Ordine Nuovo e assassinato il magistrato Vittorio Occorsio. Tre anni dopo, nel 1972, Lo Porto viene eletto alla Camera dei Deputati per il Movimento Sociale Italiano. Da allora non ha perso un colpo, sempre rieletto per 30 anni di seguito. Nel ’94 è sottosegretario alla Difesa nel primo governo Berlusconi e poco dopo viene indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. "Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo Borsellino, è convinto, dopo aver conosciuto i documenti relativi alla collaborazione di Alberto Lo Cicero, di aver individuato l'amico che aveva tradito Paolo Borsellino, secondo le parole di Alessandra Camassa e Massimo Russo", ha ribadito Repici.

Il falso di Bruno Contrada in via d'Amelio e la scomparsa dell'agenda rossa
Persistono soggetti non identificati, ovvero i mandanti esterni. Analogamente, non sono mai stati identificati quegli elementi esterni a Cosa Nostra coinvolti nel caricamento della Fiat 126 che successivamente detonò in via d'Amelio. Uno degli aspetti principali "era proprio quello della tecnologia adoperata nell'attentato. Una tecnologia assolutamente inusitata. Pensi che il sistema del telecomando era un sistema formato da due stazioni: una stazione di cemento e una stazione trasmittente. Entrambe una massa pari a un contenitore di scarpe, di calzature. Un sistema sofisticatissimo, funzionava a oltre 30 km di distanza. Era codificato, quindi riusciva a resistere a qualsiasi tipo di interferenza. Una tecnologia di rango superiore", ha dichiarato l'ex procuratore della Repubblica di Lagonegro Gianfranco Donadio. Un ulteriore elemento irrisolto è la presenza di individui rilevati nelle immediate vicinanze dell'esplosione in via d'Amelio, abbigliati con giacca e cravatta. Tale circostanza potrebbe essere in relazione con la scomparsa dell'agenda rossa contenuta in una delle borse del magistrato. Anni dopo, nel silenzio generale, avviene un altro fatto rimasto misterioso: circa due settimane dopo la strage di via d'Amelio, un capitano dei Carabinieri, Umberto Sinico, si reca alla Procura di Palermo a rivelare che un poliziotto, il giorno della strage, aveva visto allontanarsi Bruno Contrada, che era il numero 3 del SISDE.
Sentito in trasmissione, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha detto che "gli allora procuratori di Caltanissetta si accontentarono, nel momento in cui interrogarono Sinico, dell'affermazione di quel capitano che disse: 'la rivelazione mi è stata fatta da un mio amico, ma che è talmente mio amico che ciò comporta che io non ne farò mai il nome'. Quando, molti anni dopo, mi accorsi di quello che era consacrato in quel verbale, lo convocai, gli chiesi chi fosse questo amico che aveva fatto questa rivelazione, lui si rifiutò, io sospesi l'atto istruttore dicendo che da quel momento in poi sarebbe stato indagato, sarebbe stato incriminato per falsa informazione al PM, perché ritenni che non poteva giuridicamente omettere (delle informazioni ndr). A quel punto, essendosi anche consultato con Mori, mi fece il nome di un ex sottoufficiale del ROS, ma in quel momento funzionario della Polizia di Stato della Squadra Mobile di Palermo, che era Roberto Di Legami. Organizziamo dei confronti drammatici in cui ciascuno rimase nella sua posizione. Sinico dicendo a Di Legami: 'tu ci hai detto questo'; Di Legami diceva: 'io non vi ho detto questo e posso anche sospettare il perché mi accusiate di una cosa falsa'. Il dottor Di Legami venne assolto dal giudice monocratico di Caltanissetta. Quella cosa che venne detta si rivelò assolutamente falsa, smentita da una serie di testimoni che affermarono che Contrada, al momento dell'esplosione in via d'Amelio, era con loro in barca a largo di Palermo". "Come se a un certo punto tra poliziotti e carabinieri ci fosse la volontà di mettere sulle spalle degli altri la responsabilità della sparizione dell'agenda rossa", ha commentato Mondani. "Sì, è proprio così" – ha confermato Di Matteo – "Ecco perché quella vicenda giudiziaria Di Legami-Sinico, che è passata assolutamente in secondo piano, può nascondere l'eventuale volontà di un depistaggio iniziale per nascondere qualcos'altro”. Altra questione rimasta sospesa è: se Di Legami è stato assolto, chi ha mentito in merito a quella vicenda?
E poi: perché è stata fatta questa operazione?
Per nascondere i veri responsabili della scomparsa dell'agenda rossa?
"Che certamente non possono essere stati i mafiosi che comunque sono stati protagonisti o coprotagonisti della fase esecutiva della strage", ha detto il magistrato.
Luigi Ilardo e la strage di Brescia
Luigi Ilardo fu capomafia della provincia di Caltanissetta. Era stato vicino all'eversione di destra, in contatto con apparati deviati dello Stato, quando, dopo anni di carcere, nel 1993 cambiò vita e collaborò con il colonnello dei Carabinieri del ROS, Michele Riccio. A ottobre del 1995 Ilardo riuscì ad ottenere la fiducia di Bernardo Provenzano, latitante al tempo in un casolare a Mezzojuso. L'allora colonnello, oggi generale in quiescenza, chiamò il suo superiore Mario Mori, ma fu "come se gli avessi detto nulla, cioè non mostra nessun interesse a questo fatto, altrimenti è vero che prendo la macchina e corro, vado subito a Roma e gli dico: 'Colonnello Mori, siamo in condizione di poter arrestare Provenzano'. Mori no, dice: Non si fa". Luigi Ilardo il 2 maggio del 1996 venne convocato nella sede del ROS dei Carabinieri di via di Ponte Salario a Roma per l'ultima riunione prima di ottenere il programma di protezione, alla presenza del procuratore di Caltanissetta Tinebra e del procuratore di Palermo Caselli. Verso la conclusione Report si è concentrata sulla figura di Mario Mori e la strage di Brescia avvenuta il 28 maggio 1974: nelle indagini condotte da decenni dall’ufficiale dei carabinieri Massimo Giraudo è emerso il rapporto tra i servizi segreti, l’allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino e gli stragisti. Delfino, uomo chiave della strategia della tensione, era presente agli incontri bresciani in cui si preparavano gli attentati. Anche in questo caso, come per le stragi del '92-'93, quelle indicibili alleanze sono presenti.

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https://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/107436-report-paolo-borsellino-sapeva-della-pista-nera-dietro-strage-di-capaci.html

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