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Eurostat: in 20 anni reddito familiare pro capite sceso solo in Grecia e Italia


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37 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

paese con un'economia sommersa enorme

C'è un paese che vive alle spalle dei giovani da 700 euro al mese. Che prende pensioni da 20 anni e poi affitta un buco magari nero, a prezzi osceni,ai suddetti giovani. Primissima cosa da fare, dare mano libera ai comuni di bastonare i possessori di case e fondi commerciali che pretendono di vivere sulle spalle dei giovani, senza fare un cazzto.

Non va bene ? Andiamo avanti così fino al fallimento 

  • Melius 1
Muddy the Waters
7 ore fa, lampo65 ha scritto:

C'è un paese che vive alle spalle dei giovani da 700 euro al mese. Che prende pensioni da 20 anni e poi affitta un buco magari nero, a prezzi osceni,ai suddetti giovani

C’è un paese che ruba non pagando le tasse, il danno provocato e’ immensamente più grande di tutte le rapine fatte nelle gioiellerie, chiedo quindi ai sostenitori del governo in carica: Sarebbe giusto farsi giustizia da soli?

  • Melius 1
24 minuti fa, extermination ha scritto:

la bassa produttività.

Siamo stati la Cina d'Europa per decenni con tassi di produttività procapite (nel settore privato, quello pubblico è universo a parte) da primato.

Il meccanismo s'è inceppato per ragioni fin troppo ovvie e non si riavvierà fino a quando le leve saranno in mano di chi gode dello status quo e della distruzione sistematica di cosette come ascensore sociale, meritocrazia, reddito da lavoro.

Si starà a galla fino a quando ci saranno benefici e capitali accumulati dopodiché resteranno solo i piatti sporchi da lavare e una montagna di case vuote che nessuno vorrà. 

 

  • Melius 2
mariovalvola

@Velvet Dal 1995 in poi la produttività totale dei fattori italiana entra in territorio negativo e non ne esce più. La coincidenza temporale con la fase di convergenza verso l'euro non è casuale.
Prima dell'euro, la svalutazione periodica della lira svolgeva una funzione che nessuno ama ammettere ma che era reale: faceva pulizia. Quando la lira si svalutava, il costo delle materie prime importate, energia, semilavorati, macchinari stranieri, non saliva immediatamente in lire . Questo colpiva tutte le imprese, ma non in modo uguale. Quelle con margini bassi, tecnologia vecchia, bassa produttività non riuscivano ad assorbire il rincaro: non avevano spazio per comprimerlo nei profitti, non avevano la qualità del prodotto per trasferirlo sui prezzi, non avevano accesso al credito per investire rapidamente. Uscivano dal mercato. Le imprese più solide, con prodotti differenziati e margini sufficienti, assorbivano il colpo e nel medio periodo beneficiavano del cambio favorevole per esportare di più. Era una selezione darwiniana imperfetta e dolorosa. Colpiva anche imprese sane in settori ad alta intensità di import ma ripuliva sistematicamente il fondo del mercato.
Con l'euro questo stress periodico sparì. La convergenza dei tassi di interesse verso i livelli tedeschi liberò una quantità enorme di credito a basso costo che avrebbe dovuto finanziare investimenti produttivi. In pratica tenne artificialmente in vita imprese che il mercato avrebbe dovuto eliminare. Si accumulò nel sistema una massa di capacità produttiva obsoleta quelle che gli economisti chiamano zombie firms che sopravviveva comprimendo i salari invece di innovare o chiudere. Occupando risorse, lavoro e credito, impedivano l'entrata e la crescita di imprese più produttive. La produttività media del sistema ristagnò non perché le imprese migliori peggiorassero, ma perché le peggiori non uscirono.
A questo si aggiunse la trappola della domanda. L'unico strumento di aggiustamento che l'eurozona consentiva era la deflazione salariale abbassare il costo del lavoro per recuperare competitività. Ma salari più bassi significano domanda interna compressa. Domanda compressa significa che le imprese non investono. Investimenti fermi significano produttività stagnante. Un circolo vizioso che si autoalimenta silenziosamente per anni senza che nessun indicatore macroeconomico immediato suoni l'allarme.
Il risultato finale fu una trappola strutturale. I settori dove l'Italia aveva storicamente capacità, manifattura tradizionale, trasformazione di materiali, made in italy, erano settori dove la competitività di prezzo contava. L'euro rese impossibile recuperarla attraverso il cambio. Ma non creò le condizioni perché le imprese investissero massicciamente in qualità e innovazione come alternativa. Rimasero intrappolate nel mezzo: né competitive sul prezzo, né abbastanza innovative da prescinderne.
Va detto con onestà che il problema di produttività italiano non nasce con l'euro. Il nanismo imprenditoriale, la scarsa istruzione terziaria, il dualismo territoriale, la burocrazia sono patologie precedenti e in parte indipendenti. L'euro non le ha create. Le ha però cristallizzate, togliendo gli strumenti che le compensavano:  il cambio, la politica monetaria, lo spazio fiscale, senza crearne di nuovi. Non fu la causa del problema. Fu il sigillo che lo rese permanente.

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  • Thanks 1
maverick
23 ore fa, ferdydurke ha scritto:

Una sconfitta senza rimedio per tutti i sindacati italiani. Se si occupassero di più dei salari e meno di politica forse qualche risultato positivo si sarebbe ottenuto.

perfettamente d'accordo.

E magari se invece di piantare il chiodo su cretinate ..non so .. tipo " il buono pasto per chi fa smart working" , (è un esempio) si occupassero di devolvere le risorse a chi si fa un mazzo dalla mattina alla sera, sarebbe anche più logico.

Ma le logiche della politica non sono quelle di chi lavora

Il salario minimo potrebbe essere uno strumento per innalzare i salari.

Il legislatore dovrebbe definire concretamente quanto già prevede l'art. 36 della Costitutzione: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."

Ma pare una questione che vede apertamente contraria l'attuale maggioranza e piuttosto tiepidi l'opposizione e i sindacati.

 

  • Melius 1
neroacustico

semplice, la politica retributiva di questi ultimi 20 anni (sindacati d'accordo?) è stata quella di togliere quel poco (che consentiva comunque un piccolo ma graduale e costante miglioramento economico per i tanti) per dare tanto a pochi

37 minuti fa, mariovalvola ha scritto:

L'euro rese impossibile recuperarla attraverso il cambio.

Però fece risparmiare miliardi e miliardi di interessi sul debito pubbico.

23 minuti fa, maverick ha scritto:

E magari se invece di piantare il chiodo su cretinate ..non so .. tipo " il buono pasto per chi fa smart working"

O inventarsi il premio presenza

@senek65

Nel 1992 gli interessi sul debito pubblico sfiorarono la quota del 12% del PIL con un rapporto PIL/debito pubblico di poco superiore al 100%, oggi siamo sotto il 4% ed il  rapporto PIL/debito pubblico è prossimo al 140%.

Il miracolo economico c'è stato in quanto a suo tempo si accettò di diventare il paese cacciavite dell'Europa, bassi costi, lavoratori abituati al sacrificio, poca regolamentazione, la Cina prima della Cina (ed in aggiunta un mercato interno che aveva letteralmente bisogno di tutto). Il peccato originale non lascia scampo in quanto i cacciaviti si sostituiscono facilmente e la competizione con "attrezzi" meno costosi si è scaricata sul fattore lavoro.

  • Melius 1
mariovalvola
16 minuti fa, senek65 ha scritto:

Però fece risparmiare miliardi e miliardi di interessi sul debito pubbico.

Effettivamente, l'ingresso nell'euro portò un beneficio reale e immediato. La convergenza dei tassi ridusse drasticamente il costo del debito pubblico italiano da rendimenti attorno al 12-13% a livelli prossimi a quelli tedeschi. Per uno stato con un debito al 115% del PIL fu un risparmio strutturale di decine di miliardi all'anno. Non fu un'illusione contabile. Fu denaro reale che smise di uscire dal bilancio pubblico sotto forma di interessi.
Questo risparmio avrebbe potuto essere usato per ridurre il debito accelerando il percorso verso una struttura finanziaria più robusta, oppure per investire in produttività, ricerca, infrastrutture, istruzione, riforma della pubblica amministrazione. Non fu fatto né l'uno né l'altro in misura sufficiente. Non perché si spendesse in modo dissennato: i fondamentali italiani, nel primo decennio dell'euro, erano tutt'altro che fuori controllo. L'avanzo primario fu mantenuto. Ma quei margini furono usati per tenere in piedi un equilibrio politico e sociale che non si volle disturbare invece di affrontare i nodi strutturali che l'euro stava rendendo sempre più costosi.
Tuttavia,va detto con chiarezza, che anche una gestione più virtuosa di quei risparmi avrebbe avuto un effetto limitato in assenza di un bilancio federale europeo. È questo il vuoto architetturale che amplifica ogni stortura. In un'unione monetaria funzionante, quando un paese membro subisce uno shock asimmetrico, una recessione, una crisi settoriale, una perdita di competitività, il bilancio federale interviene automaticamente attraverso trasferimenti, sussidi di disoccupazione comuni, investimenti compensativi. Non come atto di generosità politica ma come meccanismo automatico di stabilizzazione, esattamente come accade tra le regioni di uno stato nazionale.
L'eurozona non aveva niente di tutto questo. Ogni paese doveva affrontare i propri squilibri con i soli strumenti fiscali nazionali, già vincolati dal Patto di Stabilità, senza cambio, senza politica monetaria autonoma, senza rete di sicurezza comune. In queste condizioni anche un paese che avesse fatto tutto bene, spesa efficiente, riforme strutturali, debito in calo, restava esposto a crisi che nessuna virtù fiscale nazionale poteva prevenire, perché originavano dall'architettura stessa del sistema.
L'errore italiano fu quindi doppio e di natura diversa. Da un lato non aver usato la finestra favorevole per trasformare la struttura produttiva. Dall'altro, questo è l'errore più grave e meno discusso, aver accettato un'architettura monetaria monca senza battersi con sufficiente determinazione per completarla, confidando che il vincolo esterno supplisse a entrambe le mancanze. Non supplì a nessuna delle due. 

@Panurge

L’Italia ha confermato il suo status di grande potenza esportatrice europea, salendo al secondo posto, subito dopo la Germania. Le esportazioni rappresentano il 40% del suo Pil. Mentre deficit e debito sono le caratteristiche distintive delle finanze del Paese, la sua bilancia commerciale ha registrato un surplus di 54,9 miliardi di euro nel 2024. Lo scorso anno, l’OMC ha riconosciuto il sorpasso dell’Italia sul Giappone, nonostante la popolazione giapponese in età lavorativa sia tre volte più numerosa. Questo risultato è stato ora confermato dall’OCSE.

Il basso costo del lavoro è uno dei fattori che consente di alimentare le esportazioni. 

Quanto alle basse retribuzioni, siamo anche il paese, dopo la Grecia, con il più elevato rapporto tra Pil e spesa pensionistica (circa il 16% contro una media europea intorno al 13%). I trasferimenti all'INPS rappresentano la prima voce del bilancio dello Stato, oltre 166 miliardi. È una delle conseguenze di non essere un paese per giovani.

 




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