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Il poeta è un fingitore


macca
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Molti anni fa, in libreria spulciando tra gli scaffali trovo un librettino che apro alle prime pagine...leggo una poesia, forse non facile ma che stranamente credo di capire subito, mi folgora per la sua bellezza ... non ho bisogno di andare a cercarla nella mia biblioteca nello studio, la ho imparata a memoria da allora...

 

il balcone

 

pareva facile gioco

mutare in nulla

lo spazio che m’era aperto

in un tedio malcerto

il certo tuo fuoco

 

ora a quel vuoto 

ho congiunto ogni mio tardo motivo

sull’arduo nulla si spunta

l’ansia di attenerti vivo

 

la vita che da barlumi 

è quella che sola tu scorgi

a lei ti sporgi 

da questa finestra 

che non s’illumina

 

E. Montale - da “le occasioni”

 

 

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frammento tratto da “la voce a te dovuta” una delle più belle raccolte di poesie d’amore scritte nel secolo scorso...

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Forse il poeta che mi emoziona di piú in assoluto, ipnotico immaginifico, descrive il suo concetto di poesia con queste parole : “la poesia esige l’annullamento del poeta che scrive e la nascita del poeta che legge...” Premio Nobel 1999

 

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Vintagehifilover

Cito Il sommo poeta Dante e la sua Divina Commedia, seppur non propriamente una poesia, benché pur sempre di versi si tratti, della quale sono un appassionato e profondamente innamorato.

P_20210327_211551-min.jpg

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

 

Il dito in movimento scrive e avendo scritto avanza.

Tutta la tua pietà o arguzia non lo indurranno a cancellare mezza riga,

né tutte le tue lacrime laveranno via una sola parola. 


 

—  Umar Khayyām
Poeta, matematico, astronomo e filosofo persiano nell'anno 1000.

 

  • Melius 1
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appecundria

 

Marzo

di Salvatore Di Giacomo.

 

Marzo: nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua:
torna a chiovere, schiove,
ride ’o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera:
mo d’ ’o vierno ’e tempeste,
mo n’aria ’e primmavera.

N’auciello freddigliuso
aspetta ch’esce ’o sole:
ncopp’ ’o tturreno nfuso
suspirano ’e vviole…

Catarì!… Che buo’ cchiù?
Ntienneme, core mio!
Marzo, tu ’o ssaie, si’ tu,
e st’auciello songo io.

 

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E' solo un uomo quello di cui parlo,
del suo interno come del suo intorno.
Di quando scivola su stesso,
di quando scrive come adesso.
Sulle sue guance ha il vento fresco della vetta della conquista,
sotto le unghie ha la terra di quando striscia.

Le sue serate, le sue ferite.
Le donne amate e poi dimenticate.
Dell'ambizione, della speranza.
Le ragnatele della sua stanza.
Di quando ha paura di morire e un orgasmo la fa tremare.
Di quando la vita non è così come appare.

E' solo un uomo quello di cui parlo:
quando inciampa nella sua ombra,
quando cammina sull'acqua e non affonda.
E' solo un uomo quello di cui canto:
di quando sbaglia e non si perdona,
il furore e il disincanto di quell'universo
a forma di persona.

 

Parlo di quando spara a suo fratello
e s'inginocchia a un portafoglio,
quando osserva l'infinito
attraverso il suo ombelico.
Quando sventola una bandiera
o ci si nasconde dietro per paura,
una menzogna è più cattiva
nascosta dentro una preghiera

E' solo un uomo quello di cui parlo:
di una doccia dopo un tradimento,
del sorriso che ritorna dopo che ha pianto.
E solo un uomo quello di cui scrivo
la notte prima di un lungo viaggio
quando non sa se poi partire e solo partire
o è anche scappare

E solo un uomo quello che mi commuove,
che vorrei uccidere e salvare,

amare e abbandonare.
E solo un uomo

ma lo voglio raccontare.
Perché la gioia come il dolore si deve conservare,
si deve trasformare.

N.F.

 

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Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io sono come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
Com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,

la gran quiete marina ,
ma il mio destino è vivere balenando in burrasca.
V.C.

 

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So

che ogni tuo sguardo è lontano dal mio

ogni tua parola non è rivolta a me

il tuo pensiero non ricorda il mio viso.

Quello che fai non mi accompagna

e il tempo mi ha già separata da te

senza varchi di destini.

So

che aspettare tutte le notti

davanti la porta del tuo cuore

ucciderà i miei sogni a tua insaputa.

So

che non posso amarti

me l’hai vietato con il silenzio

e non ci sarà il “se un giorno...”

Vi è qualcosa di oscuro in me

che desidera possedere

quel che è rimasto di noi

rievocando quel dove

che non sa più di certezza

per l’impossibilità di sempre.

 

Lucia Ferrara

 

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appecundria

Chi dice ca li stelle so lucente
nun sape l'uocchie ca tu tiene nfronte.
Sti doje stelle li saccio io sulamente.
dint'a lu core ne tengo li ponte.
Chi dice ca li stelle so lucente?

 

Di Giacomo

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Pasquale SantoiemmaGiacoia



Dormivo. Per la tacita
notte scendeano sogni luminosi
su li stanchi occhi miei;
e mia madre vegliava – trepidante
come un dì, ne la dolce puerizia,
allor che i miei riposi
scorrean sereni sovra il sen di lei – .

D'un subito, nel sonno, mi percosse
uno strano rumore
di fondo al corridore;
poi tre colpi vibrati e violenti
tra mormorii confusi ancor
gli occhi avea chiusi sentii
picchiare a l'uscio lenti, lenti.
Di sbalzo mi destai,
e vidi, presso a me, la madre mia

– «Ecco la polizia, Pietro»

mi disse – pallida, atterrita.

Io, mesto, mi levai,
e già mi stava a lato un ispettore,
che mostrommi il mandato,
e, munito di ciarpa tricolore,
mi dichiarò in arresto.
Mia madre in pianti amari si struggea;
cupi, muti, impassibili,
come spettri d'un incubo funesto,
sei poliziotti il letto abbandonato
aveano circondato.
Come un leone il mio babbo fremea,
presso la porta, senza una parola.
Passando – io l'abbracciai;
poi la mamma baciai,
(essa, da l'uscio, mi stendea le braccia.)
Tra le guardie – levando alto la faccia
la mia casa lasciai.

Sotto il cielo piovoso
si allungava Livorno addormentata,
e il gran viale de le tamerici
fuggìa per la tenèbra sconsolata.
Da le quete pendici
di Montenero, il venticel notturno
si slanciava nel mare
grigio, brullo, infinito,
e taciturno come un lago morto.
Lunge, su li orizzonti, la Meloria
parea, nel gran silenzio, meditare,
cupa e feroce ne le sue memorie.
I navigli del porto
ne la calma sinistra e sepolcrale
figgean l'occhio sanguigno e pauroso.

In alto – fiero e vigile –
ravvolto di mistero e di caligine,
il capo radioso

– torreggiando – s'ergea del gran fanale.

Muti c'incamminammo,
e, su da la finestra,
la madre mia – piangendo – mi chiamava.
Io volsi altrove il viso;
con cinico sorriso
un pingue poliziotto mi guardava.

Procedevamo, muti,
lungo le vie deserte e silenziose.
Di tratto in tratto qualche mattiniero
e raro viandante,
qualche cane errante
passavano, gettando sospettose
occhiate sopra questo
gruppo triste e severo.
Poi, con atti di tèma e di paura,
rasentando le mura,

scivolavan nel buio.
Sotto una pioggerella fitta, assidua –
come spinti dal soffio sciroccale –
giungemmo a la Questura.
Era – sembra – importante la cattura,
giacché... ne rimpinzarono un verbale;
e, a mezzo del telefono il questore chiamarono.
Poi, per viuzze strette e solitarie
mi trassero a le carceri.

L'antico chiostro freddo, muto, plumbeo,
ricetto di rimorsi e di sventura,
aspettante, sorgea ne l'aria scura.
Entrammo. E l'uscio si richiuse, lugubre
come la pietra d'una sepoltura.


--------
Pietro Gori
L'arresto

(Livorno, dal carcere dei Domenicani
13 Maggio 1890).

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Non conosciamo mai la nostra altezza

finché non siamo chiamati ad alzarci.

E se siamo fedeli al nostro compito

arriva al cielo la nostra statura.

 

L’eroismo che allora recitiamo

sarebbe quotidiano, se noi stessi

non c’incurvassimo di cubiti

per la paura di essere dei re.

E.D.

 

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