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La vera storia (o quasi) del Risorgimento


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In realtà @Savgal il Regno aveva eccome una politica di sviluppo, soltanto che non era quella canonica. Una politica che vista con gli occhi del 2023 presenta alcuni tratti di sorprendente attualità.

 

Prima di tutto la sacralità del bilancio dello Stato, cosa che a dirla oggi, nel paese più indebitato del mondo, dovrebbe far riflettere. 

Lo Stato delle Due Sicilie, nel 1860, possedeva un patrimonio doppio rispetto a tutti gli altri stati della penisola messi assieme e una riserva aurea 60 volte quella del Piemonte. E in questa misura contribuì alla costituzione del Tesoro italiano. Lo stato delle finanze duosiciliane è illustrato in dettaglio qui, consiglio una scorsa per capire dove voglio andare a parare 🙄

Contemporaneamente, nel progredito Piemonte del cervellone Cavour (non scherzo, lo era davvero) dal 1855 al 1859 non furono presentati i bilanci statali per l’approvazione del Parlamento.

 

Uno Stato col bilancio in attivo e colossali riserve auree contro uno Stato che "dimentica" di presentare i bilanci al Parlamento. Oggi, nel 2023, quale preferiremmo? Chi considereremmo moderno e chi arretrato? In quale dei due ci piacerebbe vivere?

[Continua]

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Sempre della Zamagni: "Né le politiche pubbliche dei Borboni dopo la Restaurazione contribuirono a migliorare la situazione, rilevando anzi una chiusura al nuovo tanto più grave in quanto antistorica. La finanza pubblica non fece significativi miglioramenti e dunque la doatzione infrastrutturale non ricevette che marginali investimenti, di cui alcune bonifiche (del tutto insufficienti rispetto al necessario) furono i risultati migliori. Ma l'involuzione peggiore fu subita dall'educazione pubblica, che nel Settecento aveva ricevuto notevoli attenzioni, ma dopo la Restaurazione registrò un pesante decadimento, come un recente volume ha messo chiaramente in evidenza (M. Lupo "Tra le provvide cure di Sua Maestà. Stato e scuola nel Mezzogiorno tra Settecento e Ottocento).

Il tasso di analfabetismo stimato nel 1861 nel Mezzogiorno era dell'87%.

Il saggio segnala un indicatore positivo, la bilancia dei pagamenti, con importazioni per 128 milioni di lire ed esportazioni per 139 milioni.

Di certo la situazione dopo l'unificazione non migliorò affatto. I piemontesi, da documenti dell'epoca, si comportarono da conquistatori, al punto che i vertici della nuova amministrazione statale italiana anche nel Mezzogiorno fu affidata ai piemontesi.

Ripeto la mia tesi, la classe dirigente meridionale si prostrò ai nuovi padroni in cambio del mantenimento dello status quo, ovvero dei loro privilegi, che erano in contrasto con lo sviluppo della nostra terra.

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Gaetanoalberto

Il modello di formazione dello stato sotto il profilo economico nel 1861, usciti dalla restaurazione, prima della rivoluzione industriale (che nel nostro paese era ben distante), non ci si poteva aspettare fosse molto diverso.

Sollevazioni della "plebe", giusto per differenziarle dalla borghesia, c'erano e c'erano state, ma impiegheranno tempo a maturare consapevolezza ed a trovare appoggio intellettuale esplicito.

Il socialismo impiegherà decenni a prendere coscienza di sé, altri decenni a dimostrare il suo fallimento nelle concrete applicazioni statuali.

Si parla di modello inglese, ma non dimentichiamone le lotte operaie e dei minatori, l'affermazione dei sindacati, e l'invenzione del Welfare nel secondo dopoguerra.

Le rivoluzioni ottocentesche sono borghesi, in Italia si inquadrano nello spirito di unificazione nazionale, nel nostro meridione si appoggiano alla proprietà fondiaria, peraltro poco distribuita.

Il concorso di colpa può starci, ma naturalmente non coinvolge le classi bracciantili, che poco avrebbero potuto fare, se non ribellarsi come fecero con la renitenza alla leva e qualche tumulto, facilmente represso con la forza.

Quella bella analisi postata da  @appecundria@appecundria dimostra che la forbice è stata altalenante, crescente, poi ridotta, poi crescente, poi ridotta, ora crescente.

Dunque non immobile.

Avremo studiato tutti gli effetti delle guerre, che impoveriscono l'agricoltura e irrobustiscono l'industria, tanto più in un paese a direzione dicotomica.

Il punto non è solo il Risorgimento, che non sarebbe bastato, ma proprio un sistema continuativo di gestione del potere.

Se ci si chiede quanto incidano le politiche economiche, basta guardare a quello che è successo in Germania, tra est ed ovest: sempre tedeschi erano, ma con redditi e ricchezza molto diversi.

L'unificazione ha sanato il divario, e non con la mitizzazione delle capacità etniche, ma con gli investimenti massicci.

L'Italia è stata costruita da una mentalità arretrata, che è rimasta tale, e di recente è stata coltivata ad arte, sempre col fine di controllare la destinazione della spesa.

 

 

 

 

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9 minuti fa, Savgal ha scritto:

piemontesi.

Ripeto la mia tesi, la classe dirigente meridionale si prostrò ai nuovi padroni in cambio del mantenimento dello status quo,

Penso esattamente il contrario 😀 e te lo dimostrerò a seguire. 

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Gaetanoalberto
Adesso, Savgal ha scritto:

abbandono di interesse

Eh, basta che il post sia di più di due righe se è per questo.

Figurati se c'è da leggere qualche pagina. 

Camillo Panurge a parte, che s'è pure comprato i libri e ci illuminerà 

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@appecundria

La Zamagni cita A. Bulgarelli "Alla ricerca del contribuente. Fisco, catasto, gruppi di potere, ceti emergenti nel Regno di Napoli del XVIII secolo" (Napoli 2005)

La Zamagni cita anche l'attività dell'ing. Afan De Rivera, studiata da C. D'Elia in "Stato padre, Stato demiugo. I lavori pubblici nel Mezzogiorno (1815-1860)", che ricorda come nben pochi degli studi e progetti dell'ingengnere vennero effettivamente posti in essere dai governi borbonici.

Uno stralcio della commissione Massari.

Brigantaggio 1.jpg

Brigantaggio 2.jpg

Brigantaggio 3.jpg

Brigantaggio 4.jpg

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Sempre parlando del modello duosiciliano (perdente di fronte a quello capitalista di stampo anglosassone, ma... parliamone...) vorrei citare alcune consuetudini medioevali spesso citate da Barbero.

 

Barbero ha il grande merito, come divulgatore, di aver sdoganato il Medioevo da epoca buia e epoca non malaccio 😀

Tra le basi del relativo benessere medioevale ci sono Usi civici e Beni comuni, nonché strutture della proprietà feudale e allodiale.

Usi civici e Beni comuni sono tornati di gran moda in questi ultimi tempi, dall'acqua alle spiagge le persone stanno sempre più realizzando che c'è qualcosa altro tra la proprietà pubblica e quella privata. Usi civici e Beni comuni consentivano al contadino napolitano di non morire di fame come quello inglese vittima delle recinzioni. Il monte frumentario consentiva di non temere la carestia (chiedere agli irlandesi cosa significa) e al più povero dei contadini di avere semenza per il suo campo senza andare sotto strozzino. Queste consuetudini, trasformate in leggi, nel 1860 nell'Europa del capitalismo ruggente vigevano solo nel Regno.

@Savgal, questi, insieme con gli istituti di proprietà feudale e allodiale erano il braccio di ferro tra monarca e nobiltà terriera perché erano insormontabili ostacoli alla sottomissione dei contadini.

Tutto deve cambiare perché nulla cambi, infatti eliminato il vecchio re, la cancellazione dei residui di diritto feudale fu la prima richiesta ai nuovi reggenti. Se non vado errato, fu il terzo provvedimento adottato dal nuovo Stato. Tra le sue conseguenze, la nascita dell'emigrazione fino ad allora sconosciuta.

 

Era un modello superato dalla storia, verissimo, ma non erano tutte minchiate frutto dell'abulìa di re e sudditi. C'era un'idea dietro.

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54 minuti fa, Savgal ha scritto:

saggio segnala un indicatore positivo, la bilancia dei pagamenti, con importazioni per 128 milioni di lire ed esportazioni per 139 milioni.

Questo è un fatto curioso.

Non c'erano, strade né ferrovie, non c'erano infrastrutture e industrie, la campagna era condotta con sistemi non imprenditoriali, non c'erano minerali né altre materie prime... cosa cavolo esportavano e soprattutto come? A dorso di mulo?

 

PS per inquadrare le dimensioni di 139 milioni di export, notare che il valore oro della moneta degli Piemonte al momento dell’annessione era di 27 milioni. Fate un po' voi...

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Gaetanoalberto

@appecundria, mi hai ricordato la prima comparsa conclusionale affidatami dall'avv. De Geronimo, un bravissimo civilista di origini nobiliari: un fascicolone sugli usi civici, Tribunale in quel di Napoli. Anche lì il mio bestiale pippon venne pesantemente censurato e cesurato. Bei tempi. Questione intricatissima, come o peggio del Risorgimento.

 

Breve ripasso, affatto risolutivo, solo per ricordare che le questioni trattate non sono figlie di fantasie neoborboniche.

https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1530&newsletter_numero=149

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