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Dio: Personalista ed Impersonalista


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@Gaetanoalberto

Una delle eredità del cattolicesimo è, a mio parere e non solo, la tendenza a convincersi che sia sufficiente una confessione e l'adesione alla ritualità formale per guadagnarsi il perdono, per poi tornare nuovamente a peccare. La pressione della comunità conteneva i comportamenti devianti e moralmente condannati. Il dissolversi del senso di appartenenza ad una comunità ha aperto a comportamenti per alcuni aspetti asociali, non più contenuti dalla comunità, e alla tendenza all'autoassoluzione.

L'individualismo nei paesi protestanti era contenuto, in assenza della confessione, dal senso di rettitudine proprio soprattutto del calvinismo. 

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Gaetanoalberto
12 minuti fa, Savgal ha scritto:

senso di rettitudine proprio soprattutto del calvinismo. 

Ecco perchè la storia personale incide molto.

Il senso di rettitudine che mi è stato donato è quello che deriva dal guardare alle proprie azioni, e non a quelle che di chi ci circonda, cogliendone la correttezza…quella cosa di andare a dormire sapendo di aver provato a fare il proprio dovere.

Non saprei dire a quale corrente filosofica o religiosa appartenga questo principio, e se sia espressione di individualismo, asocialità o semplice piena espressione l

della libertà e della coscienza individuale.

Io peró non al peccato, ma al fatto che una qualche forma di coscienza sia a noi connaturata, per la maggior parte almeno, credo.

E poi credo alla creazione di costrutti sociali che si sono evoluti a partire da un senso di giustizia.

È un credo laico, ovviamente; dove origini mi interessa poco, molto di piú invece mi piacerebbe riflettere sugli strumenti utili affinchè sia condiviso il piú ampiamente possibile.

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@Panurge

Le religioni, nel dare una rappresentazione complessiva della realtà, fungevano e fungono da strumenti di legittimazione dell'ordine sociale. La parola di Cristo è stata ed è piegata, rimuovendo spesso il suo messaggio, alle esigenze dell'ordine sociale e, non poche volte, agli interessi della classe dominante. 

L'esigenza di avere una fede che garantisca l'immortalità dell'anima è conseguenza seppur indiretta del cristianesimo. Il tempo ciclico in cui era possibile morire "vecchi e sazi di vita" non è più possibile nel tempo aperto del cristianesimo, in cui la morte è un evento che non si può accettare, privo di senso, poiché le esperienze della vita sono virtualmente illimitate, che la morte impedisce. 

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@Gaetanoalberto

Molto di quanto hai scritto si trova nella "Critica della ragion pratica" di Kant, un comportamento eticamente corretto non per una compensazione ultraterrena, che non sarebbe rigorosamente un agire morale, ma nel rispetto della persona, propria e degli altri.

Dubito fortemente che possa essere un modello etico rivolto a tutti, almeno nel nostro tempo.

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Purtroppo, ci sono molti pregiudizi e mancanza di informazioni in merito

Biografia dell'autore del testo da me citato in precedenza:

 

Matthieu Ricard nacque nel dipartimento della Savoia da Jean-François Revel, filosofo, scrittore, giornalista e membro dell'Académie française, e Yahne Le Tourmelin, pittrice. Trasferitosi a Parigi, crebbe in molti circoli intellettuali in cui conobbe Luis Buñuel, Igor Stravinsky e Henri Cartier-Bresson.

Si è laureato nel 1972 in genetica delle cellule all'Institut Pasteur, sotto la supervisione di François Jacob, e subito dopo è partito per l'Himalaya allo scopo di apprendere l'insegnamento dei lama tibetani. Nel 1978 ricevette l'ordinazione monastica, e per i successivi tredici anni è stato l'attendente di Dilgo Khyentse Rinpoce, famoso per essere stato maestro del XIV Dalai Lama, di cui lo stesso Ricard fu nominato interprete francese nel 1989. Attualmente è uno dei khenpo del monastero di Shechen, in Nepal.

Oltre agli studi di Dharma, si dedica molto alla fotografia, riprendendo i lama, i monasteri, l'arte, e i paesaggi di Tibet, Bhutan e Nepal, dove trascorre ogni anno molti mesi. Celebre meditatore, in quarant'anni Ricard ha accumulato più di quarantamila ore di meditazione. Sua altra occupazione è la traduzione e la pubblicazione dei testi sacri buddhisti, oltre la preservazione della cultura del Tibet, che lo vede impegnato in decine di progetti umanitari in Tibet, Nepal, e India. Tra le iniziative portate a termine si contano dodici scuole in Tibet e tre in Nepal, quattordici cliniche e dispensari in Nepal, India e Tibet, centomila servizi medici annuali, otto ponti in Tibet, tra i quali figurano tre grandi ponti sospesi, e tre case per anziani.

La sua opera umanitaria a favore della sopravvivenza della cultura tibetana gli valse la nomina a Cavaliere dell'Ordine Nazionale del Merito dal Presidente François Mitterrand. Autore di vari saggi, con cui promuove la continuità del dialogo tra Oriente e Occidente, è solito a cedere la totalità dei diritti d'autore ai suoi progetti umanitari.

In anni recenti è stato studiato dagli scienziati dell'Università del Wisconsin, i quali si sono avvalsi di duecentocinquantasei sensori sul suo cranio, disposto in un toner funzionale di risonanza magnetica. I risultati avrebbero mostrato un livello elevato di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l'emozione positiva: generalmente i volontari posti a questo esperimento hanno riportato valori tra +0,3 di disperazione e -0,3 di beatitudine, Ricard è arrivato ad uno -0,45. Tale valore gli avrebbe assicurato il cosiddetto primato di «uomo più felice del mondo»[1].

Da wiki

 

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