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Zuckerberg chiude il programma di fact-checking di Meta


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@Savgal il problema è che chi va via da un social, spesso si sposta su un’altro, che non vuol dire che sia meglio. Le persone, e non solo giovani, hanno bisogno di depurarsi, da questi luoghi di superficialità e ignoranza, tornando a ragionare con la propria testa e non con quella di altri che gridano più forte. 

  • Melius 1

Piuttosto impressionante:

 

Grazie alla creazione di un’App per Facebook – MyPersonality[3] –, che consentiva di analizzare gratuitamente la propria personalità rispondendo a una serie di questionari, Kosinski è stato in grado di raccogliere i dati di personalità di oltre sei milioni di utenti Facebook, che poteva confrontare con i dati presenti nel profilo del social network. In particolare, analizzando i dati raccolti, Kosinski si è accorto che attraverso le informazioni presenti nei social – per esempio i «mi piace», le immagini e i post condivisi, ma anche l’età, il sesso e la residenza – era possibile prevedere con elevata precisione i risultati dei questionari di personalità.

Al termine di un lavoro di qualche anno, culminato nella tesi di dottorato, Kosinski ha cercato di elaborare un modello previsionale basato sui «mi piace» che permettesse di prevedere la personalità di ogni utente dei social. I risultati sono sorprendenti. Già nel 2013 il modello era in grado di prevedere, conoscendo almeno settanta contenuti digitali e a cui il soggetto avesse attribuito un «mi piace», la razza (con una precisione del 95%), l’orientamento sessuale (88%) e l’orientamento politico (85%) dei diversi soggetti [Kosinski, Stillwell e Graepel 2013]. Due anni più tardi il modello era in grado di prevedere la personalità con una precisione crescente, superiore a quella dei test di personalità tradizionali e direttamente confrontabile con le predizioni degli altri membri della rete: sapere a che cosa il soggetto ha attribuito dieci «mi piace» permette di ottenere un profilo di personalità paragonabile a quello elaborato da un collega di lavoro, settanta a quello elaborato da un amico stretto o un convivente, centocinquanta da un familiare, trecento da un coniuge [Youyou, Kosinski e Stillwell 2015].

Tratto da: Fake News (Giuseppe Riva)

 

  • Melius 2

Altro dato molto interessante:

 

Se questo è il quadro generale, il dato finale è altrettanto interessante: in quindici anni l’attenzione media durante la fruizione dei contenuti digitali è diminuita del 50%, passando da 12 secondi a 8 secondi per ogni contenuto. Come sottolinea la ricerca, questo tempo è perfino inferiore ai 9 secondi a cui può arrivare un pesce rosso. Che cosa implica questa riduzione dell’attenzione sostenuta per le fake news? Lo spiega su «Nature Human Behavior» Xiaoyan Qiu, ricercatore dello Shanghai Institute of Technology:

I dati empirici che comparano la quantità di dati disponibili con il basso livello di attenzione dedicato all’uso reale dei social media evidenziano una bassa correlazione tra la qualità e la popolarità della comunicazione. In queste condizioni realistiche, il modello prevede che le informazioni di bassa qualità abbiano la stessa probabilità di diventare virali [di quelle di alta qualità], fornendo una spiegazione per l’alto livello di disinformazione che osserviamo online [Qiu et al. 2017, 1].

Detto in parole più semplici, dato il livello di attenzione e di analisi attualmente dedicato ai contenuti dei social, la rete non è in grado di discriminare efficacemente tra contenuti di alta e bassa qualità, fornendo il contesto ideale per la diffusione delle fake news. Come abbiamo visto nel capitolo secondo, quando il soggetto non dedica abbastanza tempo alle proprie scelte, utilizza un percorso decisionale «periferico» che si basa su elementi di sfondo di tipo indiretto come le caratteristiche della fonte, la piacevolezza o l’autorevolezza del messaggio [Petty e Cacioppo 1986]. A livello di rete, le decisioni periferiche portano a far prevalere due fattori: la resistenza al cambiamento e la polarizzazione [Sunstein 2017].

...Secondo diversi analisti e i suoi stessi ex dirigenti, Facebook ha studiato i meccanismi legati alla dipendenza e li ha utilizzati nella creazione della propria esperienza d’uso con l’obiettivo di mantenere gli utenti il più possibile all’interno della sua piattaforma [Brooks 2017; Parkin 2018]. Le ricerche più recenti hanno mostrato come la dipendenza comportamentale nei confronti della tecnologia sia il risultato dell’interazione tra questi cinque componenti: 1) feedback positivi irresistibili e imprevedibili (questo è il componente direttamente legato alla dopamina); 2) forti connessioni sociali; 3) tensioni che esigono soluzione; 4) obiettivi interessanti appena fuori della portata; 5) percezione di compiere un progresso e un miglioramento incrementali [Alter 2017]. In quest’ottica spingere alla dipendenza comportamentale è molto semplice: basta creare delle esperienze tecnologiche in grado di attivare negli utenti la maggior parte di questi componenti.

Secondo lo psichiatra Tonino Cantelmi l’elemento chiave è un deficit metacognitivo, cioè l’incapacità di fermarsi e di riflettere sul senso che hanno i propri comportamenti [Cantelmi, Lambiase e Sessa 2004; Cantelmi, Toro e Talli 2010]. Come spiegano Cantelmi, Lambiase e Sessa:...La persona quindi, non riuscendo a trovare una via d’uscita e perdendo sempre di più la capacità di orientare e governare la propria vita, continua a rivolgersi sempre più compulsivamente a quei comportamenti che gli danno l’illusione di soddisfare i suoi bisogni: piacere, controllo, potere, connessione interpersonale, significato della propria vita, valore personale [2004, 21-23

Dal testo citato più sopra

 

@LUIGI64

La prima finalità dei social era di avere dei profili di gruppi di potenziali clienti da poter vendere alle aziende. Ciò a cui prima una società di ricerca poteva giungere attraverso lunghe e costose interviste, nei social è dato gratuitamente d  a coloro che lo affollano.

Rimane sempre valido il detto che se qualcosa vi è data gratuitamente, la merce siete voi.

  • Melius 2
ascoltoebasta
1 ora fa, audio2 ha scritto:

la gente è ancora in grado di fare 2+2 da sola

Con l'ausilio della calcolatrice però......e comunque andranno poi a cercare nei social la conferma del risultato :classic_smile:.

Io frequento solo questo social ed è già molto,infatti quando mi imbatto,anche qui,in forumer che sembrano esser di casa in altri social o canali tipo youtube,mi stupisco e mi rallegro di quanto io sia felicemente esente da certi 'bisogni'.

E se,come spero,entro il 2025 con mia moglie ci trasferiremo in montagna,le sempre più rare incursioni in  melius saran di quasi sola e pura curiosità.

Provate a pensare quali sarebbero i post e gli interventi su facebook (ma anche in questo forum) se dovessero essere simili a quelli su LinkedIn.

Leggete, per esempio, questo articolo di Fubini https://it.linkedin.com/posts/federico-fubini-87769387_elon-musk-campione-mondiale-di-ipocrisia-activity-7271892945916579841-CEw0 e chi e come commenta. E' un altro mondo rispetto agli altri social.

  • Melius 1
13 hours ago, Savgal said:

@LUIGI64

La prima finalità dei social era di avere dei profili di gruppi di potenziali clienti da poter vendere alle aziende. Ciò a cui prima una società di ricerca poteva giungere attraverso lunghe e costose interviste, nei social è dato gratuitamente d  a coloro che lo affollano.

Rimane sempre valido il detto che se qualcosa vi è data gratuitamente, la merce siete voi.

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