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Good religion trascendenza/mistica


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17 minuti fa, ferrocsm ha scritto:

No dai sono più di duemila anni che ci fregano.  

Non tutte le religioni hanno questo meccanismo

Ad esempio il Buddhismo, ma non solo, sottolinea l'importanza dell' attimo presente 

Senza farci ipnotizzare da pensieri disturbanti riferiti al passato, o al futuro.

Qui ed ora

Concetto importante anche psicologia, a dire il vero

A proposito di Uomini e profeti, mi hai ricordato che devo ascoltare il podcast dedicato al filosofo indiano Patanjali, poi altro sulla meditazione 😊

...

Ci sono solo due giorni all'anno in cui non si può fare nulla. Uno si chiama ieri e l'altro si chiama domani, quindi oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e soprattutto vivere".

...

Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero non morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.

Dalai Lama

 

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La religione vera, in senso agostiniano, è devozione, fede come ricerca dell’Assoluto, e dunque conversione e distacco . Essa porta alla fine dell’egoità, dell’affermatività personale, e così all’esperienza estatica della luce che su tutto si stende, come il sole che risplende sui giusti e sugli ingiusti. Derivando da religare , la religione implica etimologicamente il legame, l’unione. Ma ciò ha due sensi: il primo è il legame, l’unione tra l’individuo e lo spirito universale, unione mediante la

 

quale l’individualità scompare, come scompare ogni illusoria distinzione (il due ). Questo è anche il significato etimologico di yoga (ovvero giogo , nel senso di ciò che unisce due cose: latino jugum , tedesco joch ).

In quanto scoperta del fondo di se stessi, la religione unisce con Dio, ma non con un essere esterno a noi, necessariamente illusorio nella misura in cui lo si considera tale: del resto, ponendo un essere supremo esteriore rispetto all’uomo, si dà luogo necessariamente all’antropomorfismo, che non tarda a divenire materialismo vero e proprio...

La parola “Dio” ha un senso corretto, indica cioè l’Assoluto, solo in quanto si limita a indicare il Bene al di sopra dell’essere, la luce eterna che su tutto risplende, in modo assolutamente impersonale, indeterminato, in-distinto. (Il senso etimologico della parola “Dio” rimanda infatti alla luce, al cielo luminoso: deus-dies . Nel “Commento alla Sapienza”, cit., n. 154, Eckhart scrive: “Deus est quoddam indistinctum, quod sua indistinctione distinguitur” (Commenti all’Antico Testamento , cit.)

V’è perciò un duplice presentarsi di “Dio”: fonte di luce mentre lo si cerca come Assoluto, togliendo così via tutto; ma anche il suo contrario: supremo ente, supremo idolo, fonte di alienazione.

Frutto dell’immaginazione, del bisogno, dell’attaccamento dell’uomo, Dio come ente non riesce a superare l’esame della ragione. La sua assolutezza non sopporta infatti nessuna determinazione, della quale, invece, il Dio-ente non può fare a meno. Neppure pensarlo come puro essere, privo di determinazioni– ovvero nulla–, regge gli attributi che, necessariamente, dobbiamo poi apporgli.

Tratto da: Oltre il cristianesimo di Marco Vannini

 

 

 

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Nell’addossare a Dio o alla religione tutte le colpe morali e razionali dell’essere umano il neo-ateismo mette in luce una grave contraddizione all’interno della sua visione del mondo. I neo-ateisti ci dicono che tutto ciò che di sbagliato c’è nel mondo è colpa di Dio o della religione. Ma se Dio e la religione sono invenzioni umane, allora sono gli uomini – e non un Dio che non esiste – quelli a cui va attribuita la colpa per ogni violenza e ogni male di cui sono causa. Se Dio è cattivo e maligno come sostengono gli scrittori neoateisti, vuol dire che è stato inventato da esseri umani cattivi e maligni. Se la religione ci corrompe, di fatto ci siamo corrotti con le nostre stesse mani.

Ora, che sia chiaro: non c’è motivo per cui io debba accogliere questa sconcertante idea di un Dio malvagio. Ammettiamo però, solo per seguire il ragionamento, che l’affermazione dei neo-ateisti secondo cui questo Dio inventato è origine del male sia giustificata. Se noi uomini creiamo Dio a nostra immagine e questo Dio è malvagio, questo fatto cosa racconta di noi umani? Se Dio non esiste, non possiamo dare la colpa del male umano a un Dio che non c’è. La colpa è solo nostra. Le nostre credenze riguardo Dio sono uno specchio che mostra la nostra vera natura.

L’unico modo per sottrarsi a tale dilemma è invocare il dualismo etico di tante filosofie e religioni fallite del passato. La versione di questa erronea visione del mondo è che ci sono persone malvagie che creano la religione e brava gente che vi si oppone. È questa la filosofia su cui si fonda la denominazione «Bright» (gli «Illuminati»), un’autodescrizione francamente alquanto boriosa per un ateo ma sottoscritta in maniera scriteriata da Richard Dawkins e Daniel Dennett, la quale è un modo sottile per alludere al fatto che tutti gli altri sono invece degli ottusi. Mostrando maggiore buon senso, Hitchens si è rifiutato di aderire a una simile dimostrazione di sciocca arroganza e ha rimproverato duramente Dawkins e Dennett per «la loro imbarazzante proposta secondo la quale gli atei dovrebbero presuntuosamente definirsi come “gli intelligenti”». Ma per quanto poco convincente possa essere il concetto di «Bright», è sembrato l’unico modo che il neo-ateismo avesse di sfuggire alla mortale impasse nel quale si era cacciato da solo.

...

Peggio di quanto pensassi :classic_blink:

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Tratto sempre da La grande domanda (Alister McGrath)

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La comprensione si realizza costantemente entro la cornice della storia : il semplice fatto di essere in presenza di ierofanie significa che siamo in presenza di documenti storici; il sacro si manifesta sempre in una certa situazione storica; le esperienze mistiche, anche quelle più personali e più trascendenti, subiscono l’influenza del momento storico. I profeti ebraici sono debitori degli avvenimenti storici che giustificavano e sostenevano il loro messaggio, e anche della storia religiosa ebraica, che consentì loro di formulare certe esperienze ecc. Come fenomeno storico – e non come esperienza personale – il nichilismo e l’ontologismo di certi mistici mahāyānici non sarebbe stato possibile senza la speculazione upanisadica, senza l’evoluzione della lingua sanscrita ecc. Questo non significa affatto che qualsiasi ierofania e qualsiasi esperienza religiosa siano un momento unico, irripetibile, nell’economia dello spirito. Le grandi esperienze si somigliano, non soltanto nel contenuto, ma spesso anche nell’espressione. Rudolf Otto ha rilevato somiglianze impressionanti fra il lessico e le formule di Meister Eckardt e quelli di Śaṅkara.

Il fatto che una ierofania è sempre storica (vale a dire, che si produce sempre in situazioni determinate) non inficia necessariamente la sua ecumenicità. Certe ierofanie hanno un destino locale; altre hanno, o acquistano, valenza universale.

..Per molti mistici, il Cosmo, nella sua integrità, forma una ierofania. «L’Universo intero, da Brahmā sino al filo d’erba, è le forme di Lui» esclama il Mahānirvāṇa Tantra (II, 46), riprendendo una formula indiana antichissima e alquanto diffusa. Questo «Lui», ātman-Brahman, si manifesta in ogni dove: «Hàmsa» ha sede nel puro (Cielo); (dio) splendente ha sede nell’etere; officiante, la sua sede è l’altare; ospite, siede nella dimora. Sua sede è l’uomo, sua sede è il voto, la Legge, il firmamento. Che questo sia cosa diversa da una semplice concezione definita, a torto o a ragione, «panteistica», ce lo dimostra il passo ove Léon Bloy parla del «...mistero della Vita, che è Gesù: Ego sum Vita . Che la vita sia negli uomini, negli animali o nelle piante, è sempre la Vita; e quando viene il momento, il punto inafferrabile che chiamiamo morte, è sempre Gesù che si ritira, sia da un albero come da un essere umano». È evidente che qui abbiamo di fronte non il «panteismo» nel senso corrente della parola, ma quel che si potrebbe chiamare un «panontismo». Il Gesù di Léon Bloy, come l’ ātman-Brahman della tradizione indiana, si trova in tutto quel che è, cioè in tutto quanto esiste in modo assoluto . E come abbiamo potuto tante volte constatare, per l’ontologia arcaica il reale si identifica anzitutto con una «forza», una «Vita», una fecondità, un’opulenza, ma si identifica anche con quel che è strano, singolare ecc.; in altri termini, con tutto quanto esiste con pienezza o manifesta un modo di esistenza eccezionale. La sacralità è anzitutto reale . Più l’uomo è religioso, più è reale, più si sottrae all’irrealtà di un divenire senza significato. Onde la tendenza dell’uomo a «consacrare» la vita intera. Le ierofanie sacralizzano il Cosmo; i riti sacralizzano la Vita. Questa sacralizzazione si può parimenti ottenere in modo indiretto, trasformando cioè la vita in rituale.

 

Tratto da: Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade (Ha insegnato filosofia all’Università di Bucarest dal 1933 al 1940. Addetto culturale a Londra e poi a Lisbona, nel 1945 viene nominato professore presso l’École des Hautes Études a Parigi. Ha insegnato alla Sorbona e in diverse università europee. Dal 1957 è stato titolare della cattedra di Storia delle religioni dell’Università di Chicago, dove nel 1985 è stata istituita la cattedra «Mircea Eliade» a lui dedicata)

 

 

 

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@LUIGI64  in altro 3D Avevo già raccontato che avevo sognato un angelo, per me reale  considerando che  mi sveglio chiamandomi e dicendomi una cosa che si realizzò appena mi apri gli occhi.

L'angelo era luce , intorno a lui e dietro di lui la notte il buio il nulla .

Detto questo ,  non direi che Dio è luce, piuttosto direi che Dio è amore .E per amore Creò la luce.

Come qualcuno ha già detto.

Ora no so se crede o non credere a Dio , però credo a quello che ho visto, e non riesco ad immaginare niente di più lucente e amorevole, forse si posso pensare o immaginare qualcosa di più amorevole. A un Dio.

 

 

 

 

 

 

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@LUIGI64

3 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

Cioè, se non sono indiscreto

Lo dico volentieri . Tanti anni fa , sono stato operato di appendicite, stavo dormendo e ho visto l'angelo, l'angelo mi ha detto Domenico svegliati è arrivata la mamma, mi son svegliato dicendo ciao mamma ,e mia mamma mi chiese come fai a sapere che ero io , sono appena entrata  , io gli risposi me lo ha detto l'angelo.

Praticamente ho salutato mia mamma mentre stava entrando dalla  potrà, la porta  era dietro il mio letto .

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L’idea di un’etica fondata sulla ragione non è ancora del tutto scomparsa, ma adesso è perlopiù confinata agli scrittori popolari appartenenti al movimento neo-ateista: la si ritrova, per esempio, nelle trite banalità ateistiche sciorinate da Richard Dawkins nei passaggi conclusivi del suo L’illusione di Dio .

Come abbiamo visto, le scienze naturali non riescono a fornirci una base convincente per immaginare e vivere una vita buona. Ma, alla fine, non è importante. Criticare la scienza perché non è in grado di produrre principi morali è come prendersela con un microscopio perché non fa un buon caffè. Ogni strumento è progettato per un determinato scopo. Se vogliamo investigare la struttura e il comportamento del mondo materiale ci rivolgiamo alla scienza; per l’etica, ci rivolgiamo alla filosofia morale e alla teologia. Affermare che esiste un unico modo lecito di investigare e rappresentare la realtà produce un restringimento del nostro campo visivo intellettuale nel quale non possiamo permetterci di finire imprigionati e soffocati.

Poiché si tratta di cose che non possono essere provate, su ciò che è giusto e ciò che è vero dobbiamo elaborare dei giudizi. Non si tratta, tuttavia, di giudizi arbitrari o irrazionali, come se per poterli formulare fosse necessaria la sospensione del pensiero razionale. Lo abbiamo sostenuto più volte nelle pagine di questo libro: quando un certo tipo di narrazione si rivela inadeguata per un determinato scopo, abbiamo tutto il diritto di attingere ad altre narrazioni che ci sostengano nella nostra ricerca di giustizia all’interno della società e di integrità personale nella sfera esistenziale privata. Per affrontare interrogativi di questa profondità serve una narrazione più ampia, un’altra mappa di significato, che arricchiscano e allarghino il nostro campo visivo....Gli esseri umani non possono fare a meno di pensare e di parlare di Dio, di scienza e di fede. Fa parte della nostra natura essere attratti verso le domande e le intuizioni religiose. Ecco perché i partigiani del razionalismo che si sentono minacciati dalla persistenza del divino tentano di eliminarla dalla sfera pubblica a causa della sua «irrazionalità». Ma noi esseri umani siamo destinati a porci queste domande così come siamo destinati a mangiare e bere per sopravvivere, o a provare attrazione per altre persone per riprodurci. È necessario per la nostra identità e per il nostro benessere in quanto umani. Lasciamo dunque che queste conversazioni abbiano luogo! Porsi grandi domande e cercare le risposte è una componente essenziale della natura umana...La realtà è complicata. Certo, ci sono persone che tentano di ridurla a ciò che il nostro intelletto è in grado di gestire e che sbeffeggiano chiunque si opponga a questo loro modo semplicistico e riduzionistico di vedere il mondo. Ma l’universo in cui viviamo è troppo ricco perché un’unica tradizione di indagine, un’unica prospettiva d’approccio o un unico livello descrittivo bastino a fornirne una rappresentazione esaustiva, o anche solo esemplificativa. Tante, tantissime sono le sfaccettature dell’esistenza da esplorare, e incredibile è il numero di livelli della realtà con cui dobbiamo confrontarci. Non sappiamo che farcene dei monologhi di individui saccenti e troppo compresi nella difesa della propria disciplina per stare ad ascoltare gli altri: a noi serve che le voci più eminenti e più significative dell’umanità si mettano a dialogare. Occorre un intreccio di idee, di approcci e di narrazioni....Il mio intento con questo libro non è offrire una difesa né della scienza né del cristianesimo, bensì indagare ciò che accade quando alla scienza e alla fede viene offerta la possibilità di dialogare, in toni tranquilli e rispettosi, senza darsi cura dell’immancabile reazione sdegnata di coloro che, gretti e irritanti guardiani di un’illusoria purezza culturale, avvertono come minaccioso questo dibattito e vorrebbero chiuderlo ancor prima che inizi...Lo scrittore Salman Rushdie ha, giustamente, un atteggiamento assai critico nei confronti di ogni «ideologia che pretenda di possedere una spiegazione completa e totalizzante del mondo». Sia la scienza che la religione rischiano con facilità di trasformarsi in ideologie (soprattutto quando asseriscono di possedere il monopolio esclusivo della verità). Lo stesso errore accomuna il fondamentalismo religioso e l’imperialismo scientifico. Si tratta, tuttavia, di un errore evitabile . Se sostengo la necessità di ricorrere a una molteplicità di mappe e livelli di realtà e di narrazioni non è solamente perché la realtà di per sé è così complessa da esigere una simile forma di rappresentazione, ma anche per contestare qualunque pretesa di ultimità da parte della scienza o della religione...la religione può arricchire la narrazione scientifica impedendole di sprofondare in un tecnocratico e «noioso catalogo delle cose comuni» , come avrebbe detto John Keats. Il sociologo Max Weber, riferendosi a un modo eccessivamente intellettuale e razionalizzante di guardare alla natura che la riduce a ciò che è misurabile e quantificabile, parlava di «disincanto». Una prospettiva religiosa non nega in alcun modo l’utilità scientifica di un approccio razionalistico di questo genere, ma, semplicemente, ribadisce che se si deve fornire una descrizione completa ed esauriente della realtà c’è di più da dire; inoltre, essa fornisce un’integrazione alla narrazione scientifica con cui quella descrizione si potrebbe ottenere...Lo scrittore Salman Rushdie ha definito questi momenti di intuizione del trascendente «il volo dello spirito umano al di fuori dei confini della sua esistenza materiale, fisica». Anche Isaac Newton esprimeva più o meno lo stesso concetto quando diceva che la scienza è sulla riva di una verità più grande, troppo spesso preoccupata di accumulare dati senza però saperne cogliere il significato ultimo: mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla spiaggia e trova qua e là una pietra più liscia o una conchiglia più bella del solito, mentre il grande oceano della verità giace sconosciuto davanti a me...Tuttavia, se c’è chi vede nei confini una cosa da difendere e da presidiare, io li considero permeabili, quasi implorassero di essere esplorati e travalicati in maniera creativa e fruttuosa. Noi esseri umani, in quanto tali, siamo liberi di sceglierci i nostri racconti di senso e abbiamo il diritto di ribellarci alle narrazioni limitanti e vincolanti che la cultura cerca di imporci. Ormai la vecchia narrazione del conflitto scienza-religione è considerata storicamente sottodeterminata e frutto di ispirazione ideologica. Non siamo più prigionieri del suo incantesimo. È ormai tempo di adottare un approccio migliore, per esempio la narrazione di arricchimento suggerita nelle pagine di questo libro. Questa narrazione della scienza e della fede è rispettosa di entrambe le parti dialoganti, e insieme riconosce che l’intrecciare le loro tematiche ci consente di avere una cognizione più profonda delle cose che davvero contano nella vita. Non consiste nell’inventarsi un universo fantastico, ma nel distinguere quei livelli più profondi di signicato e di bellezza che, pur essendo già presenti nel nostro universo, molto spesso rischiano di essere ignorati se ci si affida a un’unica tradizione di indagine o a una sola mappa della realtà...

Tratto nuovamente da: La grande domanda di Alister McGrath

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Mi sembra opportuno citare queste riflessioni dal libro Oltre i confini (Ken Wilber)

"Crescita significa fondamentalmente allargare ed espandere i propri orizzonti, la crescita quindi dei propri confini, esternamente in prospettiva e internamente in profondità". 

"Ogni linea di confine, come potrà dire ogni esperto in campo militare, è anche una potenziale linea di battaglia - e il nemico è diverso ad ogni livello. Oggi passiamo la vita a tracciare confini e tracciare confini significa crare opposti. Più sono rigidi i propri confini, più sono forti le proprie battaglie. Più mi attengo al piacere, più necessariamente temo il dolore. Più perseguo il bene, più sarò ossessionato dal male. Più ricerco il successo, più temerò la sconfitta. Più valuto qualcosa, più sarò ossessionato dalla sua perdita. La maggior parte dei nostri problemi, in altre parole, riguarda i confini e gli opposti da essi creati... Alla base di molte  difficoltà c'è la nostra tendenza a considerare gli opposti come irricononciliabili, come del tutto distinti e separati l'uno dall'altro...Mentre gli opposti spesso si sono rilevati come aspetti complementari della stessa realtà. Una linea non è necessariamente un confine. Una linea sia essa mentale, naturale o logica non divide e separa solamente ma associa e unisce anche. Non è utile separare gli opposti e  fare progressi verso il positivo rifuggendo dal negativo, bensì cercare di armonizzare gli opposti, sia positivi che negativi, scoprendo un terreno che li trascenda e li includa tutti e due".

 

 

 

 

 

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Siamo giunti al XXI secolo, un’epoca di notevole miglioramento materiale, fondato largamente sui progressi tecnologici stimolati da una profusione di scoperte scientifiche. Nondimeno, il XX secolo è stato tormentato da una quantità enorme di violenza, più di quanta ve ne sia mai stata, e al principio del XXI sembra che la violenza assassina stia assumendo nuove forme la cui potenza è in perenne aumento. La causa di tale scompiglio non è l’insufficienza di conoscenze tecniche o di beni materiali, ma l’indisciplinatezza della mente...Se si potesse eliminare la sofferenza indesiderata e ottenere la felicità con il semplice progresso materiale e il benessere, ebbene, i ricchi dovrebbero essere liberi dal dolore, ma ovviamente non è così. Di fatto, chi si è procurato una buona quantità di denaro, agi e potere, tende a diventare eccessivamente altezzoso e possessivo, particolarmente avido, indirizzato più che altro al male, e sempre più apprensivo. Chi vive con moderazione non è assolutamente al riparo dai tre veleni della bramosia, dell’avversione e dell’ignoranza, ma in genere è assai meno tormentato da altri problemi. Che cosa ci rende infelici? La nostra mente si trova a tal punto sotto l’influsso delle emozioni autodistruttive che tali atteggiamenti, ben lungi dall’essere considerati dannosi, sono accettati di buon grado e incoraggiati. La felicità non proviene unicamente dalle condizioni esterne; deriva soprattutto dalla disposizione interiore. Oggi i paesi che hanno raggiunto un grande progresso materiale cominciano ad accorgersi che salute fisica e malattia, nonché le condizioni in cui versa la società, sono intimamente connessi ai processi mentali...È molto importante compiere un’indagine analitica sul nostro modo di pensare e sentire. Negli ultimi tremila anni l’analisi più profonda dei processi mentali interiori è stata compiuta in India, perciò è a tali intuizioni che attingo in questo libro...Avendo osservato che alcuni stati mentali difettosi quali la bramosia e l’avversione mettono radici nell’egotismo, il Buddha insegnò qualcosa che nessuno aveva spiegato prima di lui, il concetto dell’assenza del sé. Fu un’intuizione eccezionale e, in effetti, nei duemilacinquecento anni e più che sono trascorsi dalla sua epoca, nessuno, al di fuori della sua tradizione, ha insegnato questo concetto...Non s’intende qui affermare che il sé sia del tutto inesistente: è ovvio che esista un sé che desidera la felicità e non vuole la sofferenza. Il Buddha, tuttavia, insegnò che il sé si costituisce in dipendenza dalla mente e dal corpo. Istituì in tal modo la concezione nota come «originazione dipendente», che mette in risalto l’interrelazione di tutte le cose... Il valore di una religione è relativo per ciascun individuo. La concezione filosofica di una religione può essere la più completa ed esauriente, e tuttavia rivelarsi inadatta a uno specifico individuo. Come ho già detto, persino ai suoi seguaci il Buddha non insegnò sempre la visione più radicale. Piuttosto che cercare di imporre a tutti la concezione più profonda, insegnò in conformità con gli interessi e le inclinazioni individuali...il valore di un sistema religioso dipende dalla sua affinità con il singolo praticante; il migliore è quello che arreca maggior giovamento alla persona... Le persone hanno bisogno di un sistema adatto a sé. Ecco perché è molto importante attribuire valore a tutti i sistemi religiosi. Benché sul piano filosofico vi siano grandi differenze tra di essi, tutti possiedono precetti adatti a coltivare un atteggiamento positivo verso gli altri e aiutarli, tutti si richiamano alla pratica dell’amore, della compassione, della pazienza, dell’appagamento, e attribuiscono valore alle regole della società. Poiché tutte le religioni condividono tali obiettivi, è importante rispettarle e apprezzare i loro contributi...Se osserviamo senza pregiudizi le religioni che possiedono una base filosofica, vediamo con chiarezza che ciascuna di esse è stata di giovamento a molti nel passato, continua a esserlo nel presente e lo sarà in futuro. Benché in nome delle religioni di questo mondo siano stati causati tanti problemi, ritengo che esse abbiano aiutato più di quanto abbiano nuociuto...Secondo il mio punto di vista, mostrarsi di buon cuore perché esiste un Dio creatore amorevole è per gli individui dotati di un certo tipo di personalità un messaggio più efficace della relatività o relazionalità, che chiamiamo originazione dipendente, al cuore del messaggio buddhista. Pertanto, è decisivo individuare la religione che arreca più giovamento a un determinato individuo, considerata la grande varietà di inclinazioni delle persone

Tratto da: Verso l'illuminazione (Dalai Lama)

 

 

 

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La regola d'oro

Il vertice di tutte le grandi tradizioni spirituali mediante cui si attua il movimento della religio (relazione armoniosa degli esseri umani con la divinità e relazione armoniosa degli esseri umani tra di loro) è la cosiddetta «regola d'oro». Essa consiste in quella fondamentale direzione dell'energia interiore che, legandoci a un senso più grande di noi, ci conduce a ritenere il nostro Io non come la cosa più importante che c'è, e a vivere di conseguenza nel rispetto e nella solidarietà reciproca.

Tutte le grandi religioni conoscono la regola d'oro:

- Induismo: «Non bisognerebbe comportarsi con gli altri in un modo che non è gradito a noi stessi: questa è l'essenza della morale» (Mahàbhàrata XIII, 114.8).

- Giainismo: «L'uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza verso le cose mondane e trattare tutte le creature del mondo come egli stesso vorrebbe essere trattato» (Sutrakri-tanga 1,11.33).

- Religione cinese: «Quello che non desideri per te, non farlo neppure ad altri uomini» (Confucio, Dialoghi 15,23).

- Buddhismo: «Una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere neppure per lui; e una condizione che non è gradita o piacevole per me, come posso io imporla a un altro?» (Samyutta Nikaya v,353.35-354.2).

- Ebraismo: «Non fare ad altri ciò che non vuoi che essi facciano a te» (Rabbi Hillel, Shabbat 31 a).

- Cristianesimo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» {Matteo 7,12, cfr. Luca 6,31).

- Islam: «Nessuno di voi è un credente fintanto che non desidera per il proprio fratello quello che desidera per se stesso» (  Hadithe - Detti di Muhammad - di an-Nawawi 13).

Qual è la condizione trascendentale che rende possibili queste affermazioni e questi comportamenti? E l'aver legato se stessi a qualcosa di più grande di sé, è l'aver trasceso il semplice interesse naturale dove regnerebbe «il gene egoista». Questo è il vero significato, in senso fisico e non metafisico, del sovra-naturale: non cioè sovrannaturale, termine che rimanda a inesistenti scenari metafisici; ma sovra-naturale, termine che dice il superamento della logica dell'interesse per entrare in quella dell'inter-esse, dell'essere-insieme, della relazione armoniosa. In questo senso la religione è sovra-naturale, perché immette una logica sconosciuta al gene egoista e alla logica del potere.

Tratto da: Io e Dio di Vito Mancuso (Teologo italiano, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Al centro del suo lavoro sta la costruzione di una teologia laica, nel senso di un rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla filosofia e alla scienza.)

 

 

 

 

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Oltre ad una visione meccanicistica della realtà

La nostra cultura ha ereditato una filosofia razionalista che ha come modello di base il dualismo cartesiano che divide la res extensa dalla res cogitans e separa il reame della materia da quello della mente.

Questi princpi sono confluiti in una concezione deterministica e positivistica dell’esistenza che la definisce come uno strano accidente limitato nello spaziotempo, e ostracizza la realtà spirituale oltre i confini di ciò che è reputato reale.

La separazione tra materia e spirito ha condotto allo sviluppo di una cultura della fisicità che ha privilegiato l’identificazione dell’uomo con i portati del corpo e della mente concreta, invece che con l’intera unità biopsico-spirituale.

Se i vantaggi di una cultura razionalista e materialista si sono visti nello sviluppo tecnologico e scientifico, gli svantaggi sono apparsi evidenti nello svilimento dei significati spirituali ed etici dell’uomo moderno.

Identificato con l’intelligenza razionale e con la dimensione della fisicità, l’uomo ha sempre più prodotto oggetti e beni di consumo trascurando valori e significati che non trovano una collocazione concreta e spaziotemporale secondo i canoni culturali. Dedicato all’azione più che alla contemplazione, ed alla produzione più che alla creazione, l’uomo moderno andato perdendo il senso della poesia, della musica e della bellezza, mentre il trionfo di miti concreti ha sempre più incrementato la competizione e la corsa al successo monopolizzando l’umana intenzionalità in una dimensione orizzontale della vita. Tale visione frutto di una concezione scientifica (scientista) che dicotomizza l’unità della vita, codificando l’esistere come un fatto meramente materiale. Secondo il meccanicismo newtoniano che ha informato la visione della scienza negli ultimi secoli, l’universo costituito di materia, definita in una rigida dimensione spaziotemporale che soggiace al principio di causalità, e si muove nel vuoto. L’universo materiale esclude la presenza di Dio che ne rimane fuori e non ha nulla a che fare con la natura concreta della realtà umana...Nel complesso, ad un innegabile miglioramento delle condizioni oggettive di vita si contrappone nella nostra era una sorta di agonia dell’anima che si manifesta nella carenza di valori e di virtù e nell’alienazione dell’uomo dalla sua matrice trascendente. Volto a ciò che è “concreto” ed “oggettivo” e separato dalla sua sorgente immanifesta, l’uomo si separa dal senso di Dio, dell’Amore, dell’Eternità e conseguentemente diventa preda della paura e della solitudine, della violenza e della malattia mentale. Va da s la comprensione che, in una cornice concettuale che trascura la qualità per la quantità , non possono esistere i presupposti per la pace e l’amore tra gli uomini.

 

Tratto da: Forma e sviluppo della coscienza di Laura Boggio Gilot

 

 

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La scienza non può svelare il mistero fondamentale della natura. E questo perché, in ultima analisi, noi stessi siamo parte dell'enigma che stiamo cercando di risolvere.🎯
Max Planck (nel 1918 ricevette il Premio Nobel per la sua ipotesi dei Quanti)

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Neuroscienze e religione: la “neuroteologia”

di Marirosa Di Stefano (Marirosa Di Stefano, laureata in Medicina, già professore associato di Neurofisiologia all’Università di Pisa. I suoi principali temi di ricerca hanno riguardato la plasticità corticale e le interazioni interemisferiche. Attualmente si occupa di divulgazione scientifica)

Conclusione dell'articolo:

Nel campo della neuroteologia il dibattito è aspro: le diverse fazioni difendono ciascuna i propri dati e le proprie teorizzazioni mentre con scarso fair play accademico svalutano quelli degli altri attraverso libri, blog e interviste televisive. Forse sarebbe più produttivo interrogarsi sui limiti di un approccio puramente neuroscientifico ad un tema come quello della religiosità che per le sue molteplici sfaccettature (psicologiche, culturali, sociali, ambientali) richiederebbe piuttosto una modalità di studio interdisciplinare.

Da L’ATEO 2/2019

https://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/123/neuroscienze-religione-neuroteologia/

E se lo dicono loro! :classic_biggrin:

 

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“Se ognuno comprendesse che scienza e religione costituiscono due forme dell’esperienza umana perfettamente distinte, il mondo sarebbe un posto molto migliore.”

Ian Tattersall (Ha studiato presso l'Università di Cambridge Archeologia e Antropologia, e poi presso l'Università di Yale geologia e paleontologia dei vertebrati. Nel 1971 ha conseguito il dottorato a Yale. Ha lavorato come docente presso la New School for Social Research e presso la City University di New York, proseguendo la carriera nell'insegnamento come professore alla Columbia University e alla City University di New York. Fondatore della Hall of Human Biology and Evolution dell'American Museum)

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Abbiamo ben poca idea di come siano comparse le complicate cellule eucariotiche degli organismi viventi, e con loro le complesse forme di vita che vediamo sulla Terra. Scientificamente, parametri così stretti come quelli necessari alla vita hanno una tale minuscola probabilità di presentarsi che il celebre cosmologo britannico Stephen Hawking li ha descritti come segue: “Se si considerano le possibili leggi e costanti che potevano scaturire, le probabilità contrarie a un universo che abbia prodotto la vita come la nostra sono immense”, e “Ogni volta che si comincia una discussione sulle origini dell’universo, io penso che vi siano implicazioni chiaramente religiose”. Un altro cosmologo di fama, Roger Penrose, prendendo in considerazione soltanto uno dei parametri necessari per un universo che sostenga la vita, ha posto la probabilità dell’emergenza del nostro universo pari a 1 su ovvero uno diviso dieci elevato alla potenza di, elevato alla potenza di 123. Tali numeri ci schiacciano. Figuriamoci la probabilità dello sviluppo di vita intelligente! Presumere che non vi sia alcun Dio o atto creativo dietro il nostro universo così incommensurabilmente improbabile, a me sembra perlomeno arrogante...Io sono fermamente convinto che la spiritualità, la religione e la fede abbiano un ruolo importante nella nostra vita. Ci mantengono umili dinanzi alle grandi meraviglie della natura, aiutano a sostenere i nostri valori sociali, promuovono la cura per i deboli e per i poveri, e forniscono speranza e una sorta di codice morale nel mondo di oggi, sempre più complesso. La scienza e la spiritualità fanno entrambe parte integrante della ricerca umana della verità e del significato della vita; esse ci forniscono possibili vie per comprendere e apprezzare il nostro vasto universo e il posto che abbiamo al suo interno....

L’affondo portato da Dawkins è che la religione non è soltanto un male, ma è anche stupida, e che alle persone religiose non si debba alcun rispetto da parte del resto della società (nel capitolo 1 di L’illusione di Dio , Dawkins presenta un intero paragrafo intitolato “Rispetto immeritato”, in riferimento al suo punto di vista che le persone religiose non meritino alcun riguardo per le loro convinzioni)...In ogni caso, lo scopo principale del libro di Dawkins è il tentativo di sfruttare la scienza per dimostrare che la religione è falsa e che Dio non esiste. Dawkins vuole sostituire “Dio” con “evoluzione”, e mostrare che i fattori di quest’ultima – sopravvivenza del più adatto, adattamento all’ambiente e selezione naturale (inclusa la riproduzione sessuale preferenziale per gli individui meglio adattati) – conducono direttamente alla complessità della vita che vediamo tutt’intorno a noi e che, quindi, non c’è mai stato bisogno di un “creatore” esterno

...Noi sappiamo che l’evoluzione è come cambiano le forme di vita nel corso del tempo. La domanda è se l’evoluzione possa davvero sostituirsi a un artefice primario delle leggi della natura – comprese quelle dell’evoluzione stessa e del fondamentale punto di partenza del processo evolutivo. Di fatto, la scienza contemporanea non è stata in grado di affrontare tali problemi chiave...Poiché Dawkins non ha una conoscenza avanzata in fisica e in matematica, le sue considerazioni sull’universo visto come un tutt’uno sono facilmente confutabili; difatti, nessun fisico serio affermerebbe che un meccanismo “simile all’evoluzione biologica” operi in qualche maniera in un universo puramente fisico

...Il Nuovo Ateismo è combattivo, aggressivo e bellicoso nei confronti delle persone di fede. I suoi sostenitori asseriscono che la religione è male, e lo affermano forte e chiaro. E che siano o no scienziati, i Neoatei impiegano frequentemente la scienza come loro strumento.

Questi Neoatei – Dawkins, Krauss, il defunto Hitchens, Harris e Dennett – sono uniti da un grande obiettivo comune, e si rinforzano continuamente l’un l’altro. Il problema della scienza che si ritrova nei libri e nelle conferenze dei Neoatei è che non si tratta di scienza pura – ovvero l’oggettivo perseguimento della conoscenza dell’universo. Piuttosto, si tratta di “scienza con uno scopo”: quello di confutare l’esistenza di Dio. Pertanto, gli argomenti che questi scrittori adducono sono spesso tendenziosi. Piegano e distorcono la scienza secondo i propri intendimenti e i propri fini, in maniera non troppo differente rispetto a ciò che uno scienziato sul libro paga di una compagnia farmaceutica potrebbe fare scrivendo una relazione favorevole su un farmaco dalla discutibile efficacia, prodotto dalla stessa compagnia.

Tratto da: Perché la scienza non nega Dio di Amir D. Aczel (matematico e storico della scienza, ha scritto numerose opere di divulgazione scientifica)

 

 

 

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Roger Penrose ha trascorso una vita a cercare di capire i meccanismi dell’universo. Ed è giunto a una conclusione stupefacente: se l’entropia (una misura del disordine impiegata comunemente in fisica) dello spazio fosse stata leggermente diversa da quella che è in realtà, anche per una minuscola frazione, l’universo non esisterebbe. Quindi, l’universo deve essere stato “sintonizzato” a un livello di finezza che possiamo difficilmente concepire. Scrive Penrose in La strada che porta alla realtà : "Si può far ricorso al principio antropico per spiegare la natura molto speciale del Big Bang? Questo principio può essere incorporato come parte del quadro inflazionano, in modo che uno stato inizialmente caotico (massima entropia) possa nonostante ciò condurre a un universo come quello in cui viviamo, in cui signoreggia la seconda legge della termodinamica?"

La seconda legge della termodinamica afferma che l’entropia di un sistema isolato aumenta con il passare del tempo. Il modello di Penrose di un universo che consenta alla vita umana di scaturire presenta determinati requisiti, come il mantenimento della seconda legge e le condizioni di equilibrio delle temperature e di altre variabili che sono con essa coerenti. Scrive: Il ragionamento sarebbe approssimativamente questo: “Per l’esistenza di vita senziente, abbiamo bisogno di un universo grande con scale temporali abbastanza lunghe affinché abbia luogo l’evoluzione, in condizioni favorevoli, eccetera; ciò richiede una qualche inflazione, che abbia origine da qualche minuscola regione iniziale liscia e che, una volta avviata, prosegua sino a fornirci quell’universo osservabile, meravigliosamente enorme, che conosciamo”. Nonostante questo quadro possa sembrare di una tale meravigliosa natura romantica da essere completamente immune da attacchi scientifici, io non credo sia così […]. La precisione richiesta in termini di volume dello spazio delle fasi, è per lo meno di 1 su . Il numero viene dall’entropia di un buco nero di massa uguale a quella dell’universo osservabile.   

Soltanto un genio matematico come Penrose poteva proporre un universo in grado di ospitare la vita basato sulle richieste termodinamiche di un buco nero. Poi, lui affina la sua tesi chiedendo: “Ma abbiamo davvero bisogno dell’intero universo osservabile affinché si abbia vita senziente?”. Stando alla sua risposta solo una parte minima dell’universo sarebbe costretta ad avere condizioni favorevoli per sostenere la vita e l’intelligenza. Può così cedere leggermente sui requisiti, concludendo: Perciò la precisione necessaria, da parte del nostro Creatore […] per creare questa piccola regione è soltanto circa uno su […]. Il nostro “Creatore” ha ora bisogno solo di una “minuscola regione liscia” della “varietà iniziale” più piccola di quella di prima. È molto più probabile che il Creatore si imbatta in una regione liscia […]. Vi è stato davvero qualcosa di molto speciale nel modo con cui l’universo ha avuto inizio […]. Potremmo assumere la posizione in base alla quale la scelta iniziale sia stato un “atto di Dio” […] o potremmo cercare qualche teoria scientifica/matematica per spiegare la natura straordinariamente speciale del Big Bang. La mia preferenza va certamente al tentativo di capire quanto in là possiamo andare con la seconda possibilità. 

...Parecchi fisici avversano il principio antropico, poiché questo non fornisce alcuna spiegazione, a parte quella banale che le cose sono come sono perché non potrebbero essere altrimenti. E il principio antropico non è un buon sostituto di Dio. Si potrebbe anche dire che c’è un solo universo e che Dio lo ha modellato in questa maniera – con i parametri e le forze tutti perfettamente adatti allo scopo – così come ha creato la vita intelligente. Postulare un numero infinito di universi e un principio antropico che “scelga” fra loro quello nel quale dobbiamo vivere è una maniera di costruire un modello del vivente davvero dispendiosa, e tutt’altro che scientifica. Hawking e diversi altri fisici sperano che una “teoria del tutto” un giorno spieghi i valori dei parametri dell’universo in modo che il principio antropico possa essere ritirato dalla circolazione.

...Anche se il principio antropico non ha la validità scientifica richiesta di norma o la capacità di spiegare davvero le cose, i Neoatei abbracciano questo modo di ragionare poiché fornisce un sostituto di Dio. Richard Dawkins dedica quasi trenta pagine di L’illusione di Dio a questo principio, collegandolo persino alla selezione naturale: questa “funziona perché è una strada cumulativa a senso unico volta al miglioramento. Occorre una certa fortuna per iniziare, e il principio antropico dei ‘miliardi di pianeti’ ce la concede”.   Si noti che la maggior parte dei fisici detesta il principio antropico, come ammette Dawkins, che però aggiunge: “Non capisco perché. A me [l’idea] pare bella, forse perché la mia coscienza è stata risvegliata da Darwin”.   Per esempio, Penrose, di fatto, appena può schiva il principio antropico: per lui l’origine dell’universo è piuttosto un “atto di Dio” o qualcosa che potremo scoprire quando avremo la “teoria finale” della fisica.

Tratto dal testo di cui sopra

 

 

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