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Sotto il governo Meloni esplode la pressione fiscale


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1 ora fa, maurodg65 ha scritto:

come verrebbe analizzato e misurato il fiscale drag nel dato di cui discutiamo, il rapporto tra le imposte incassate dallo Stato ed il PIL del nostro paese? 

Va analizzato con i dati dell'Istat che vengono fuori a causa del fiscal drag, come ha scritto @appecundria.

Tu stai cercando, partendo dagli stessi numeri Istat, che non sono discutibili, fino a quando?,  di dare spiegazioni X.

E ricicli continuamente pensando che sia per partito preso ed invece sono solo i numeri. È tipico e ti accomuna ad un altro forumer (che però è un filo più enfatico) 🙂

Ciao

D.

5 minuti fa, damiano ha scritto:

Va analizzato con i dati dell'Istat che vengono fuori a causa del fiscal drag, come ha scritto @appecundria.

Tu stai cercando, partendo dagli stessi numeri Istat, che non sono discutibili, fino a quando?,  di dare spiegazioni X.

E ricicli continuamente pensando che sia per partito preso ed invece sono solo i numeri. È tipico e ti accomuna ad un altro forumer (che però è un filo più enfatico) 🙂

Ciao

D.

No, non lo ha scritto Bruno, Bruno ha scritto che lo ha scritto Marattin e Marattin ha scritto altro, che poi una quota parte del totale complessivo della imposte incassate dallo Stato sia anche dovuto a quello ci sta, ma una piccolissima quota parte se la paragoni alle nuove imposte per le centinaia di migliaia di nuovi lavoratori assunti in nuovi posti di lavoro prima inesistenti che versano le loro imposte quando prima non versavano, ovviamente, nulla.

P.S. Che poi sia un ragionamento complessivamente sbagliato è evidente dal fatto che le imposte pagate non superano mai il 50%, nella migliore delle ipotesi, rispetto alla cifra di maggior salario erogata e la cifra di maggior salario aumenta il denominato più di quanto non aumenti il numeratore, in una frazione che tenga conto quindi solo di quei due dati, senza altre variabili, la pressione fiscale scenderebbe e non aumenterebbe. 

  • Confused 1
appecundria
23 minuti fa, maurodg65 ha scritto:

oppure no? 

No. Un quarto, vale a dire la quarta parte di una unità è sempre tale.

Un quarto di pizza e un quarto di mille pizze sempre la quarta parte sono. 

Quindi se il 25% è diventato il 26% che sia di mille euro o di un fantastiliardo di euro sempre la quota parte è aumentata.

Questa sarebbe l'aliquota.

Meglio di così non riesco a spiegare, mi dispiace.

appecundria
1 minuto fa, maurodg65 ha scritto:

Bruno ha scritto che lo ha scritto Marattin e Marattin ha scritto altro

Non è vero e non abusare della mia pazienza. Tu nella foga di googlare qualcosa che ti dia ragione hai trovato un articolo che parla completamente di un altro pēnis. Vuoi avere ragione? Hai ragione, avanti. Un altra discussione mandata in malora. Bravo.

5 minuti fa, appecundria ha scritto:

Vuoi avere ragione? Hai ragione, avanti. Un altra discussione mandata in malora. Bravo.

Il link è al blog di Marattin e dice altro, tra l’altro riguardo al fatto che il dato di maggiore pressione fiscale sia dovuto al fiscaldrag, le imposte extra pagate lo sono su un aumento di stipendio che è nella “peggiore” delle ipotesi il doppio delle imposte versate e del 70% superiore alle maggiori imposte versate nel caso migliore, essendo due unità di misura che aumentano sia il numeratore sia il denominatore, l’effetto del fiscaldrag sul dato di cui si discute sarebbe di una riduzione della pressione fiscale e non di un aumento:

 

9 minuti fa, maurodg65 ha scritto:

P.S. Che poi sia un ragionamento complessivamente sbagliato è evidente dal fatto che le imposte pagate non superano mai il 50%, nella migliore delle ipotesi, rispetto alla cifra di maggior salario erogata e la cifra di maggior salario aumenta il denominato più di quanto non aumenti il numeratore, in una frazione che tenga conto quindi solo di quei due dati, senza altre variabili, la pressione fiscale scenderebbe e non aumenterebbe. 

 

3 minuti fa, extermination ha scritto:

Morale della favola: Giorgia negli ultimi 10 anni ha utilizzato l’indice della pressione fiscale pro domo sua!! Quando era all’opposizione aveva un significato, ora che è al governo un’altro

Certo, hai ragione, come tutti i governi e le opposizioni secondo convenienza, siamo dovuti arrivare ad oggi per comprenderlo. 

salvatore66

Ma vedete la faziosità di certi personaggi pur di salvare il culus ai loro politici fanno di tutto un erba un fascio, consapevoli però della falsità delle loro affermazioni e di quella dei loro politici. La sinistra non ha mai utilizzato la matematica per i propri tornaconti elettorali 

  • Melius 1
4 minuti fa, appecundria ha scritto:

E dalli! 

Perfetto Bruno, peccato che riesca a smentirsi da solo nel video quando afferma ciò che ho scritto prima, cioè che come aumenta il numeratore del calcolo ISTAT per le maggiori imposte pagate dai lavoratori che hanno rinnovato i contratti aumentando i loro salari, allo stesso modo aumentando anche i salari per i quali vengono versate maggiori imposte aumenta anche il denominatore di quel rapporto per i maggiori emolumenti dei lavoratori e, proprio come dice lui nel video, aumentando il denominatore in misura maggiore del numeratore il dato della pressione fiscale dovrebbe calare e non aumentare, che per l’appunto è quello di cui parliamo.

Ovviamente cala la percentuale della pressione fiscale ma aumentano in valore assoluto le imposte pagate e, secondo me, su quello gioca Marattin nel video.

https://lavoce.info/archives/107308/aumenta-tutto-anche-la-pressione-fiscale/

 

 

Perché cresce la pressione fiscale

Molti commentatori, inclusa la nostra presidente del Consiglio, ne hanno indicato il motivo nel buon andamento della occupazione. In effetti, nonostante la scarsa vivacità del Pil, i lavoratori dipendenti (misurati in termini di unità di lavoro equivalenti) sono cresciuti del 2,3 per cento e i loro redditi del 5,2 per cento. Ma perché mai questo dovrebbe far aumentare la pressione fiscale? È un rapporto e se le maggiori imposte e contributi pagati dai nuovi e vecchi lavoratori ne fanno crescere il numeratore, i loro maggiori redditi entrano nel Pil e ne fanno dunque crescere il denominatore. Perché allora il rapporto sale? Ci sono in effetti un paio di ragioni, ahimè molto meno positive dell’incremento dell’occupazione. 

La prima è che i redditi da lavoro dipendente sono tassati molto più degli altri redditi. Da Istat, fatto 100 il totale delle entrate fiscali, che includono sia le imposte che i contributi, 49 sono risorse che provengono dai salari, 17 dai profitti (in cui sono inclusi i redditi dei lavoratori autonomi e i loro contributi), 33 arrivano invece dalle imposte indirette. Questi numeri devono essere confrontati con la quota di ciascuna componente sul Pil. Benché contribuiscano quasi al 50 per cento delle entrate, i salari costituiscono solo il 38 per cento del Pil, contro il 50 per cento dei profitti e il 12 per cento delle imposte indirette. Meccanicamente, significa che, quando crescono i salari, cresce anche il Pil, ma le entrate crescono ancora di più, producendo un inasprimento della pressione fiscale. Accade invece l’opposto quando sono i profitti a crescere, che nel Pil contano di più, ma pagano percentualmente molto meno imposte e contributi. Questo in parte spiega quanto successo in Italia nel 2024. In quell’anno, i profitti hanno subito una battuta d’arresto (si sono in realtà lievemente ridotti, -0,013 per cento), dopo la forte crescita degli anni precedenti, mentre i salari sono cresciuti, sia perché sono aumentati gli occupati, sia perché è aumentato il loro salario medio.

La figura 1 illustra il fenomeno, mettendo a confronto la crescita della pressione fiscale negli ultimi dieci anni con la differenza tra la crescita dei salari e quella dei profitti. È evidente che, quanto maggiore è la distanza tra i due dati, tanto più cresce la pressione fiscale, mentre nel caso opposto, quando i profitti crescono più dei salari, la pressione fiscale si riduce. Anche la correlazione tra le due variabili nei dieci anni è molto alta, superiore a 0,8 (se l’indice di correlazione fosse pari a 1, le due variabili sarebbero perfettamente allineate).


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Profitti e salari ai tempi dell’inflazione

C’è anche una seconda ragione, dietro la crescita della pressione fiscale nel 2024, ancora più deprimente della prima. I redditi da lavoro dipendente sono sottoposti a due forme di imposizione fiscale: i contributi, un’imposta proporzionale, e l’Irpef, un’imposta progressiva. La progressività dell’imposta implica che via via che crescono, i redditi debbano essere sottoposti a un’aliquota di imposta più elevata, o se si preferisce, che l’aliquota media dell’Irpef è crescente nel reddito. Si tratta di un principio di equità ben noto e generalmente accettato: contribuenti più ricchi devono trasferire una quota maggiore del proprio reddito allo stato. Peccato però che riguardi solo i redditi da lavoro dipendente (e assimilati), che infatti costituiscono l’85 per cento della base imponibile dell’Irpef. Gli altri redditi sono in larghissima misura sottratti alla base imponibile dell’Irpef e tassati a parte, con aliquote proporzionali, compresi i redditi degli autonomi che hanno optato per la flat tax. Significa che, almeno in qualche misura, i maggiori redditi ottenuti dai lavoratori dipendenti nel 2024 sono stati tassati ad aliquote medie più elevate che nel 2023. Non è però possibile stabilire quanto al fenomeno abbiano contribuito i nuovi occupati, visto che non è noto a che stipendio in media siano stati assunti. Sicuramente l’aumento dei redditi degli occupati già esistenti, dovuto ai rinnovi dei contratti, ha innalzato l’aliquota media rispetto al 2023, contribuendo quindi a un incremento della pressione fiscale media sul reddito da lavoro dipendente.

A questo fenomeno, per un certo senso ovvio, se ne aggiunge però un altro che ha un po’ il sapore della beffa. Negli anni dello shock inflazionistico, nel 2022 e nel 2023, a differenza che nel 2024, la quota dei profitti sul Pil è cresciuta, mentre si è ridotta quella dei salari. La ragione è che le imprese (e i lavoratori autonomi) sono riuscite a scaricare in avanti l’aumento dei costi, praticando prezzi più elevati e dunque difendendo i propri redditi reali. I dipendenti, vincolati a contratti firmati in passato, hanno invece visto una decurtazione del loro potere d’acquisto. Il fisco non se ne è accorto e ha continuato a tassare i redditi nominali alle usuali aliquote, senza tener conto del fatto che in termini reali contavano di meno. Questo ha generato il fenomeno del fiscal drag, di cui si è già discusso. In seguito, però, i contratti, e in misura diversa a seconda dei settori e della forza contrattuale dei sindacati, sono stati rivisti gradualmente al rialzo per compensare i lavoratori per la perdita di potere d’acquisto subita nel 2022-2023.

È dunque assai probabile che una parte dell’incremento salariale del 2024 sia dovuto al recupero di potere d’acquisto. Ma per il fisco questo non conta e gli incrementi salariali sono tutti conteggiati come incrementi di reddito effettivo e tassati ad aliquota superiore.

Spiegato l’arcano della crescita della pressione fiscale nel 2024, resta un po’ di amaro in bocca.

 

 




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