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Proteggersi dalla “modernita”


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@Savgal E' un libro, se non sbaglio, dei primi anni '90.

Non esisteva internet (o meglio, esisteva nelle mani di pochi), non esisteva IA né social né alcuna delle forme di autoinformazione ed autoeducazione che stanno scolpendo le generazioni attuali. E che appuntano causano quella frattura che rende imparagonabili quelle precedenti compreso il famoso sessantotto.

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Scansando la jattura del dover tirare i remi in barca troppo presto per questioni fuori dal nostro controllo, teniamo sempre presente che non c'è cosa più ridicola del nonno che vuol fare il giovane a tutti i costi, risultare sempre brillante e informatissimo, sportivo, vestito come il nipote ...ma poi alla fine ne esce come il tragico Tognazzi anziano che per raffigurarsi giovane faceva il tip-tap sui tavoli nel film La Terrazza..

Ogni età ha i suoi frutti, volente o nolente. Fortuna e capacità stanno nel poterli cogliere. 

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7 minuti fa, mozarteum ha scritto:

Mi hai ricordato mio padre oramai giunto alla veneranda eta’ di 92 anni, un po’ acciaccato ma lucidissimo. Contrariamente alla vulgata che ci vorrebbe attivi fino a duecento anni (trascurando completamente la dimensione psicologica dell’anziano che deve fare i conti con un senso permanente di precarieta’),  una volta mi ha detto: non devi vedere la vecchiaia con gli occhi d’un uomo ancora relativamente giovane e dunque come una condizione di perdita di vita e di amarezza. E’ la natura stessa, che attenuando gradualmente le facolta’ (vedere e sentire meno bene, avere meno forza, meno memoria, meno capacita’ speculativa, che a una certa eta’ fa piu’ danni che utili) e facendo perdere saggiamente il contatto col

mondo, come dicevi, ti accompagna con dolcezza al commiato. Certo occorre la fortuna della gradualita’. Ma e’ un insegnamento di serenita’ che porto nel cuore

È esattamente quello che penso io.

Bravo papà.

 

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extermination

Ma certo! I vecchi con i vecchi- i giovani con i giovani per evitare contaminazioni “infettive”; poi però, ad esempio, nel lavoro, nella vita professionale, devono necessariamente crearsi legami resilienti che portino a sane e costruttive interlocuzioni e se mancano i fondamentali ( in primis capacità di ascolto reciproca) rischia di saltar tutto e qualcuno ci rimette - giovane o vecchio che sia.

  • Melius 1
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loureediano

Purtroppo i giovani d'oggi, ma poi perché chiamare giovani gente che è mediamente un trentenne non lo capisco.

Comunque questa generazione di fine millennio è nata con la tecnologia attuale già presente, sono gli anni del PC e la nascita di internet, del telefonino, dei giochi sul computer e quindi della possibilità di accedere ad una miriade di informazioni.

Oggi tutto questo è moltiplicato alla ennesima potenza 

Noi siamo quelli del TV in bianco e nero e due canali con le trasmissioni che iniziavano alle 17 e finivano poco dopo la mezzanotte 

Carosello

Per forza leggevamo, ascoltavamo musica e tutto era una scoperta.

Questi sono nati digitali.

Una differenza tale non c'era mai stata prima 

Chiaro che loro si sentono diversi e vedano tutto questo come archeologia.

Mai vi fu simile rottura.

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25 minuti fa, loureediano ha scritto:

ma poi perché chiamare giovani gente che è mediamente un trentenne non lo capisco.

Come giustamente scrive Jack i trentenni non sono la vera generazione di frattura. Sono ancora un ibrido con un piede di qua e uno di là. Presentano alcune caratteristiche dei nati post 2000 ma altre delle generazioni precedenti.

Per certi versi saranno destinati a perdere terreno rapidamente nei confronti dei nativi digitali "veri" , per altri hanno competenze che vengono ancora dal mondo analogico e perciò alcune capacità in più, specie nel problem-solving autonomo.

La rottura attuale con i nativi digitali è palese sia in termini di capacità di attenzione ed elaborazione personale (ciò che un tempo si definiva capacità autonoma di sintesi) sia nell'abito degli interessi che non sembrano (e qui il condizionale è d'obbligo) mai profondi ma sempre superficiali e di breve durata. Così come c'è una rottura nel modo in cui si rapportano fra di loro e con gli altri individui, attraverso bolle personali molto resistenti e mediate dai mezzi social di cui dispongono. 

Da dire che il sistema scolastico superiore sembra non fare molto per metterci una pezza, anziché tenere desta la capacità autonoma di elaborazione sembra via via semplificare sempre di più l'impegno richiesto. 

Per dire, fino agli anni '90 un quiz a risposte multiple come scritto d'esame in facoltà era un sogno erotico impossibile a concretizzarsi mentre oggi è la norma per approdare ad una laurea.  Comodo per il docente, comodo per gli alunni. Ma le competenze risultanti, boh. 

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mozarteum

Pero’ anche in molte attivita’ dell’oggi serve un pensiero strutturato che presuppone studio organico e lento.

altrimenti si e’ fuori anche se si padroneggia il mondo digitale. Un dirigente d’industria, un investitore, un giurista non se la cavano scorrendo instagram

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Ma il mondo non è costituito da ristrette minoranze. Si regge anzi su migliaia di competenze meno esclusive che comunque dovrebbero esserci ed essere trasmesse attraverso esperienza e conseguente capacità di elaborazione e sintesi personali.

Altrimenti con le competenze del copia/incolla non andremo lontanissimi. 

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5 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Vi vedo pessimisti...

Macché, si osserva. Fa parte dell'attività speculativa. 

Poi il mondo di riffa o di raffa andrà avanti ugualmente. Certo se dovessi essere operato preferirei un chirurgo che non si è fatto scrivere la tesi da chat GPT, ma magari è solo un mio vezzo. 

  • Haha 1
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5 minuti fa, Velvet ha scritto:

Come giustamente scrive Jack i trentenni non sono la vera generazione di frattura. Sono ancora un ibrido con un piede di qua e uno di là. Presentano alcune caratteristiche dei nati post 2000 ma altre delle generazioni precedenti.

Per certi versi saranno destinati a perdere terreno rapidamente nei confronti dei nativi digitali "veri" , per altri hanno competenze che vengono ancora dal mondo analogico e perciò alcune capacità in più, specie nel problem-solving autonomo.

La rottura attuale con i nativi digitali è palese sia in termini di capacità di attenzione ed elaborazione personale (ciò che un tempo si definiva capacità autonoma di sintesi) sia nell'abito degli interessi che non sembrano (e qui il condizionale è d'obbligo) mai profondi ma sempre superficiali e di breve durata. Così come c'è una rottura nel modo in cui si rapportano fra di loro e con gli altri individui, attraverso bolle personali molto resistenti e mediate dai mezzi social di cui dispongono. 

Da dire che il sistema scolastico superiore sembra non fare molto per metterci una pezza, anziché tenere desta la capacità autonoma di elaborazione sembra via via semplificare sempre di più l'impegno richiesto. 

Per dire, fino agli anni '90 un quiz a risposte multiple come scritto d'esame in facoltà era un sogno erotico impossibile a concretizzarsi mentre oggi è la norma per approdare ad una laurea.  Comodo per il docente, comodo per gli alunni. Ma le competenze risultanti, boh. 

un intervento molto condivisibile e centrato

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16 minuti fa, mozarteum ha scritto:

Pero’ anche in molte attivita’ dell’oggi serve un pensiero strutturato che presuppone studio organico e lento.

altrimenti si e’ fuori anche se si padroneggia il mondo digitale. Un dirigente d’industria, un investitore, un giurista non se la cavano scorrendo instagram

assolutamente si… edit , sorry. Per le intelligenze di livello alto il mondo digitale è un ampliamento del cervello. Il problema è che il solito 80% mediocre viene di molto annichilito. Molto più di quanto lo fosse quando lo studio costringeva ad approfondire. 

  • Melius 1
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