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La socialdemocrazia e la crescita del neofascismo


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appecundria

Il dibattito sul ruolo della socialdemocrazia nella crescita delle destre radicali e del neofascismo è complesso.

 

Per alcuni osservatori critici, le politiche moderate e di austerità adottate dal centro-sinistra hanno aumentato le disuguaglianze e il senso di abbandono nei ceti popolari, spingendoli verso la protesta antisistema.

 

Altri respingono questa tesi, attribuendo il fenomeno a fattori culturali e globali indipendenti dalla sinistra. L'estrema destra sfrutta paure identitarie, migrazioni e crisi globali che trascendono l'operato della socialdemocrazia.

 

D'altra parte i partiti riformisti sono storicamente il principale argine istituzionale contro i totalitarismi e quindi il loro primo bersaglio.

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appecundria

Scrive Giuditta Brunelli. 

Esiste un elemento di psicologia collettiva determinante nei fenomeni sociali, anche di ordine politico. L’italiano – scrive lo psicanalista junghiano Luigi Zoja – «non ha ombra collettiva» (intendendosi per ombra quella parte di psiche inconscia che non viene riconosciuta dall’Io perché composta di qualità moralmente inaccettabili o troppo diverse da esso).

Chi non ha ombra è privato di uno strumento fondamentale di conoscenza, sul piano sia individuale che collettivo, e vive nella pericolosa illusione di essere “brava gente” (secondo il noto luogo comune).

Nel nostro caso, di aver sì espresso, nella propria storia recente, una dittatura, ma una dittatura tutto sommato soft, non così feroce, non così inaccettabile, non tale comunque da mutare l’intrinseca bontà e umanità del singolo italiano. Dunque, anche i gesti evocativi e i simboli di quel regime, oggi riproposti, possono in fondo essere sdrammatizzati.

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appecundria

Scrive Valerio Strinati.

Non crediamo infatti di dire nulla di originale, affermando che l’articolato quadro delle formazioni neofasciste del XXI secolo non può essere compreso e spiegato se non alla luce della dimensione globale di una crisi che si protrae ormai da dieci anni e che ha prodotto effetti economici e sociali di grave impatto sull’Unione europea, la cui sopravvivenza è oggi messa in dubbio da non pochi osservatori.

 

C’è, da questo punto di vista, un’evoluzione di strategie e parole d’ordine che sembra trascinare la destra europea e transatlantica verso una radicalizzazione apparentemente irreversibile: il quasi trentennio a cavallo di due secoli è stato caratterizzato dall’ondata neoliberista e dallo smantellamento sistematico dello stato sociale e delle reti legali di tutela dei diritti dei lavoratori, assecondati da una sinistra fiduciosa nel potenziale di crescita implicito nell’economia globalizzata e ansiosa di dimostrare di avere abbandonato lo statalismo di matrice sia socialdemocratica che stalinista; oggi la destra più conservatrice e oltranzista si presenta con un volto protezionista e nazionalista, predicando, come ha affermato Donald Trump durante la vittoriosa campagna elettorale, una demagogica difesa degli “esclusi” dalla globalizzazione, attestata su un’intransigente affermazione di sovranità e sulla discriminazione degli elementi “estranei” alla comunità nazionale (salvo poi salvaguardare l’impianto neo liberista mettendo a capo della nuova amministrazione gli esponenti più intransigenti dei diritti delle multinazionali e della finanza).

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26 minuti fa, appecundria ha scritto:

Il dibattito sul ruolo della socialdemocrazia nella crescita delle destre radicali e del neofascismo è complesso.

Attendo di leggere contributi, tema molto interessante per molti IMHO, grazie per aver aperto questa discussione

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appecundria

Ancora Brunelli.

Mi pare che ci siano pochi dubbi sull’esistenza, nel nostro Paese, di una diffusa sottovalutazione dei fenomeni neofascisti, dovuta a fattori numerosi e complessi, qui impossibili da analizzare.

 

E’ probabile che le stesse modalità della transizione dal fascismo alla democrazia abbiano concorso a determinare questa situazione, dal momento che alla «forte rottura istituzionale» (la forma repubblicana e la Costituzione) non ha corrisposto una speculare discontinuità nello Stato apparato, nella burocrazia, nelle norme e nelle procedure, così agevolando la «trasmissione di notevoli eredità del fascismo» (Pavone).

 

Giustamente ci si è chiesti, in sede storiografica, in quale misura la continuità, spesso anche personale, in apparati di grande rilievo (prefetture, pubblica sicurezza, magistratura), come pure in archivi, istituti bancari, forze socio-economiche, giornali, persino istituzioni sportive, abbia consentito di far filtrare nella nuova vita democratica elementi del modello illiberale e della formazione ricevuta nel regime (De Nicolò e Fimiani).

 

Potremmo chiederci altresì in che modo tutto questo sia divenuto senso comune in ampi strati della cittadinanza, con un inevitabile effetto di ridimensionamento della gravità politica e culturale dell’esperienza totalitaria e delle responsabilità ad essa collegate.

 

Non meno rilevante è stata, come ricorda Corrado Caruso, la tolleranza fin dagli anni del dopoguerra verso il principale movimento neofascista (MSI), sia a causa del consenso elettorale che lo sosteneva sia per il timore che un suo eventuale scioglimento spingesse verso l’eversione gruppi già relativamente integrati nelle dinamiche parlamentari (Pezzini).

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appecundria

Il 16 maggio 1974 usciva sul Corriere della sera un articolo sul fascismo degli antifascisti. In quel testo l’autore, Pierpaolo Pasolini, denunciava l’ambiguità delle reazioni dei cosiddetti antifascisti nei confronti del riemergere di manifestazioni da parte di frange dell’estrema destra giovanile che inneggiavano all’esperienza del ventennio mussoliniano. “In realtà – scriveva Pasolini commentando i discorsi indignati della politica e dell’intellighenzia istituzionale – ci comportiamo con i fascisti, e parlo soprattutto di quelli giovani, razzisticamente. Non nascondiamocelo: tutti sapevano, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale. Ma nessuno ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.

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Tuttavia, anziché prestare attenzione a queste rivendicazioni progressiste per un capitalismo più equo, l'umore dell'elettorato delle città industriali in declino si è fatto catturare dalle sirene del populismo e dal nazionalismo dei «conservatori identitari».

 

I cambiamenti economici hanno avuto non poche conseguenze culturali, che sono state intese come altrettante minacce ai modi di vita e alle identità tradizionali.

I vincitori erano istruiti, disponevano di una visione del mondo cosmopolita ed erano a proprio agio con il multiculturalismo, i mercati globali aperti e l'immigrazione. I perdenti, al contrario, tendevano a non avere qualifiche formali, erano legati a città industriali in declino con minori prospettive, nonché a disagio con il multiculturalismo e adottavano una visione nativista.

 

Allo stesso modo la classe media ormai “schiacciata”, che un tempo aveva avuto lavori da colletti bianchi sicuri e ben pagati, soffriva l'informatizzazione, la maggiore precarietà del lavoro e la perdita dei diritti pensionistici, tutti elementi che hanno contribuito ad alimentare la nostalgia per un passato socialmente conservatore.

 

Invece, le società finanziarie della City e di Wall Street, i grandi studi legali e le aziende tecnologiche avevano una portata globale, con un personale multiculturale proveniente da ogni parte nel mondo. Ne è scaturita - come ha affermato un commentatore in modo alquanto riduttivo - una divisione tra gli “impegnati” e i “qualunquisti”, ossia tra i “liberali convinti” - dotati di istruzione universitaria e di capacità di apprezzare la diversità – e i “conservatori identitari” - solitamente più anziani, privi di istruzione universitaria e tendenzialmente avvezzi ad atteggiamenti etnocentrici.

Le vecchie divisioni di classe tra destra e sinistra, tra lavoro e capitale, stavano via via cedendo il passo a politiche culturali o dell'identità.


La globalizzazione è stata un utile capro espiatorio che ha portato alla svolta protezionistica del presidente Trump e al rifiuto dell’ordine multilaterale del dopoguerra. Nel suo discorso di insediamento del gennaio 2017 Trump ha annunciato che: «Dobbiamo dell'ordine proteggere i nostri confini dagli altri paesi che ci danneggiano producendo i nostri stessi prodotti, che derubano le nostre aziende e distruggono i nostri posti di lavoro. La protezione ci darà forza e prosperità». In realtà il suo “populismo plutocratico” ha offerto una falsa speranza a chi era stato «lasciato indietro» e ha soprattutto avvantaggiato i ricchi.

 

In Gran Bretagna, invece, il capro espiatorio è stato individuato nell'Unione Europea. Molti sostenitori della Brexit hanno abbracciato la globalizzazione sostenendo che questa avrebbe permesso alla Gran Bretagna di tornare a essere un paese globale e dinamico, al di fuori dei confini dell'unione doganale: una visione che ha dunque fatto appello alla nostalgia del Regno Unito come principale potenza industriale e commerciale mondiale. Gli oppositori hanno invece assimilato questa visione a un'ideologia in stile “impero 2.0”, la cui posta in gioco non era solo un ritorno anacronistico all'impero ma anche la creazione di una “Anglosfera” deregolamentata, neoliberale e fondata sul libero mercato.

 

Nell'era neoliberale il sistema fiscale di molti paesi è diventato meno progressivo. Nel 1970 gli americani più ricchi versavano circa il 50% del loro reddito in tasse ai governi federali, statali e locali, ovvero circa il doppio di un membro della classe operaia. Nel 2028 versavano invece il 23%, ossia la stessa aliquota di chi aveva redditi modesti. Ciò ha contribuito ad accrescere le disuguaglianze. Le persone ricche hanno risparmiato maggiormente e hanno accumulato più beni, che a loro volta hanno generato più reddito.

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Daunton "Il governo economico del mondo"

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appecundria

Scrive Luca Fazzi.

La crisi economica che attanaglia il ceto medio, la distruzione sistematica delle sicurezze del welfare, la tutela delle rendite di posizione, la precarizzazione occupazionale, e l’aumento delle diseguaglianze hanno contribuito ad aumentare in modo drammatico la rabbia sociale. La gestione dei flussi migratori centrata interamente sull’accoglienza e incapace di garantire percorsi di reale integrazione ha al contempo favorito il diffondersi di sentimenti di insicurezza che costituiscono l’humus culturale della ricerca di una nuova supremazia nazionale degli autoctoni rispetto ai nuovi arrivati.

 

La politica che è stata complice per un trentennio di questi processi di disgregazione del tessuto economico e sociale non solo non ha compreso la gravità dei processi di frantumazione in atto ma ha chiuso entrambi gli occhi a lungo rispetto allo sdoganamento delle culture politiche antidemocratiche diventate oggi il nuovo moloch da combattere in nome della democrazia istituzionale.

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tutto molto bello e istruttivo le analisi proposte centrano da un punto di vista generazionale il problema.

pero anche alla luce di quanto scritto sopra oggi piu di ieri bisognerebbe avere anche delle certezze e non solo dei dubbi.

e la sola certezza dal mio punto di vista e che queste persone reazionari e guardanti al passato  che sono state oramai sdoganate come fascie residue e folcloriche in realta sono sempre piu  presenti nei gangli operativi delle strutture pubbliche come avvenne all'alba del fascismo e anche dopo. devono essere legalmente fermate prima che sia troppo tardi.

le notizie e le informazioni reali ma sempre piu spesso deviate e utilizzate prodomo oggi corrono veloci e con i social che m i sembra siano oramai in mano loro  possono diventare anzi lo sono gia devastanti nei confronti delle nuove generazioni che hanno un substrato culturale evanescente e in molti casi ignoranza pura come d'altronde molti dei loro genitori.

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appecundria

Scrive Mario Ricciardi.

La Repubblica nasce dall’antifascismo, ma sin dall’inizio tollera un anti-antifascismo che è tutt’altro che marginale nella cultura italiana, anche se è in qualche misura tenuto sotto controllo dalle forze politiche principali.

 

Questa situazione crea inevitabilmente un’ambiguità sul piano della prassi, che si alimenta di dissimulazioni più o meno oneste. Fa una certa impressione ascoltare oggi gli esponenti politici democratici che chiedono a Giorgia Meloni di prendere una posizione chiara sul fascismo, ignorando – o dimenticando – che la leader di Fratelli d’Italia si è formata politicamente in un mondo che aveva fatto degli ammiccamenti, delle allusioni, del «qui lo dico e qui lo nego», una strategia di sopravvivenza di un certo successo.

 

Col passare del tempo, e in modo più marcato dopo la fine della Guerra fredda, le tensioni che avevano accompagnato questa ambiguità di fondo della democrazia italiana si attenuano, anche per via dell’uscita di scena delle generazioni che del fascismo, della guerra e della ricostruzione avevano memoria diretta. 

 

L’unico che sembra prendere sul serio la questione di principio della chiusura del lungo dopoguerra è proprio Gianfranco Fini (anche per comprensibili ambizioni personali), che intraprende un percorso di revisione del passato e di abiura del fascismo del tutto inedito per il suo ambiente di provenienza, che gli procura non pochi problemi coi suoi. La parabola politica di Fini si conclude però quando egli si illude di poter diventare il punto di riferimento di una nuova destra, conservatrice ma non più post-fascista.

Dopo la caduta di Fini la questione del fascismo non scompare del tutto, ma nessuno chiede più alla destra di scioglierla in modo definitivo. Al contrario, anche una parte della sinistra, o sedicente tale, fa a gara a blandire la giovane leader e alcuni esponenti del suo partito.

 

Così arriviamo a oggi. Più di dieci anni di crisi ci consegnano un Paese diviso, scontento, in cui tensioni e conflitti sociali che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza sempre più preoccupante. In questo contesto la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col passato, trova un ambiente fertile, e prospera. Questioni identitarie, paura per il futuro, richiesta di protezione trovano espressione nel linguaggio del nazionalismo (che era stato culturalmente uno dei formanti del fascismo.

 

La storia ci insegna che lo squalo fascista nuota in un bacino che ha diversi affluenti: l’incertezza, la paura, la sensazione di trovarsi con le spalle al muro, e senza una via d’uscita dignitosa, la mancanza di fiducia nelle istituzioni democratiche. 

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55 minuti fa, appecundria ha scritto:

per ombra quella parte di psiche inconscia che non viene riconosciuta dall’Io perché composta di qualità moralmente inaccettabili o troppo diverse da esso)

Aggiungo che sono quelle parti per noi inaccettabili che proprio perché le riteniamo tali, le vediamo soltanto nei comportamenti altrui:proiezione dell'ombra

 

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1 ora fa, appecundria ha scritto:

Il dibattito sul ruolo della socialdemocrazia nella crescita delle destre radicali e del neofascismo è complesso.

Osservazione di metodo, al netto di chi era prima di destra radicale o neofascista se si preferisce, ma non sarebbe più efficace partire dal ricercare i motivi di questa crescita ovvero analizzare nella base dei ex di sinistra o di centro o di destra liberale perché hanno svoltato nella destra radicale o neofascista?

Non dico di utilizzare fonti o commentatori/pensatori di destra radicale, ma almeno utilizzare commentatori/pensatori di sinistra/centro che hanno studiato la nuova base di destra radicale (ovvero non quelli di Colle Oppio in Italia)

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