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9 Ottobre 1963 - Il Dramma del Vajont


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2 ore fa, vaurien2005 ha scritto:

non era il conte Volpi di Misurata, quello del Campiello e del premio Volpi ?

Esatto. Fu tra i primi ad intravedere il business dell'energia. Investì moltissimo anche a porto Marghera, dove possedeva 2 centrali termoelettriche. Le industrie erano attirate dai lotti attrezzati (strade, porto, raccordi ferroviari) a basso prezzo a patto che acquistassero l'energia.  Un personaggio che meriterebbe un docufilm: Di origini piccolo borghesi sviluppò una serie di interessi imprenditoriali allora poco comune: Assicurazioni, agricoltura, miniere, energia, tabacco, alberghi, trasporti, costruzioni, immobiliare, editoriali, pubblicità.  A 25 anni era già stramilionario. Formava le società in modo da poterle controllare con la minima esposizione economica, il personaggio non avrebbe sfigurato nella city di Londra o meglio,  nella New York delle "holding" . Parallelamente non si fece mancare la carriera diplomatica verso i paesi dove godevà già di amplissime "entrature" economiche. Fascistissimo "antemarcia", dopo il '43 divenne un sostenitore e grande finanziatore della lotta di liberazione.  Potrebbe definirsi un Mattei moltiplicato n-volte, ma sempre con capitale proprio. 

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@Velvet @Martin Ricordo il periodo e pure il fatto, mio padre, era dal 1939 un dipendente Sade, dopo guerre varie e campo di prigionia in yugo del Tito, tornato dopo 2 anni di campo di concentramento ( kg 37 contro gli 85 iniziali ) al momento del fatto era un dirigente amministrativo della Sade a Venezia, ricordo perfettamente gli scambi accesi e i commenti a cena, quando rientrava, relativamente alla tragedia che era successa, alcuni a voce alta, altri solo sussurrati, mentre mami ( che insegnava lettere antiche) lo tampinava, con cose che noi piccoli non capivamo, capivamo pero’ che sembrava essere una ingiustizia totale globale assoluta, tutti quei poveretti in nome del profitto. Di questo si trattava. Ecco, sta storia io non la ho dimenticata, e vista dall’interno, vi assicuro era piuttosto pregnante.

 

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4 minuti fa, vaurien2005 ha scritto:

Ecco, sta storia io non la ho dimenticata, e vista dall’interno, vi assicuro era piuttosto pregnante.

Le origini di mio padre sono vicinissime  a Longarone, molti suoi parenti e amici avevano lavorato al cantiere della diga, nonostante la loro posizione fosse lontanissima dal poter capire un fenomeno di tali dimensioni, essi furono vinti da una senso di sgomento, una sorta di "colpa" per aver in qualche modo contribuito a costruire qualcosa che avrebbe tolto la vita a molti dei loro cari. 

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Fabio Cottatellucci
13 ore fa, alexis ha scritto:

la diga infatti aveva retto, era la montagna che era crollata,

Infatti sis ente spesso parlare di "crollod ella diga del Vajont", che è sbagliato.
La diga, fra l'altro, sopportò pure la mazzata che prese dalla frana del Toc nell'invaso, e se riattivata oggi sarebbe ancora funzionale.

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11 minuti fa, Fabio Cottatellucci ha scritto:

e se riattivata oggi sarebbe ancora funzionale.

L'impianto oggi è parzialmente attivo e lo è da molti anni. All'epoca dei lavori che sarebbero stati alla base della parziale riattivazione con lo sfruttamento dell'invaso a monte della frana vi furono molte polemiche locali perchè in molti non gradivano lo sfruttamento economico di quella che consideravano la tomba di un'intera vallata.

Non riesco a dar loro torto.

 

Poi ci sarebbe da raccontare qualcosa sui processi del Vajont , un capitolo spaventoso della storia giudiziaria italiana, con depistaggi e trasferimenti del procedimento fino ad un depotenziamento quasi completo che ha portato la vicenda all'oblio non prima di un vergognoso scaricabarile tipicamente italiano.

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Al giorno d'oggi la realizzazione di un impianto del genere sarebbe impensabile, vuoi per le procedure di autorizzazione inasprite e rese più complesse di un labirinto in 3D, vuoi per l'accettazione "politica" delle popolazioni interessate. Di fatto è difficilissimo realizzare anche un impiantino ad acqua fluente appena sopra i 100KW se richiede i manufatti di captazione ex-novo.

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  • 1 anno dopo...

Se la memoria della tragedia "forse" è impressa nella popolazione di certo non lo è nei "nostri" politici (o soggetti economici):

https://www.ildolomiti.it/politica/2023/diga-del-vanoi-il-bellunese-dice-no-la-soluzione-alla-siccita-non-e-un-grande-invaso-in-una-zona-a-rischio-il-territorio-ha-gia-dato-tanto-in-termini-di-bacini-artificiali

La cosa tragica è che a cadenza ventennale viene tirato fuori questo piano per poi essere rimesso dentro un cassetto con sfacciata nonchalance. Pensare che poi la regione Veneto in quest'ultimo caso si sia mossa senza nemmeno ufficialmente avvertire la Provincia Aut. di Trento nel cui territorio ricadrebbe la quasi totalità dell'invaso e con aree  classificate come zone a rischio 4 (intere frazioni costruite su declivi in costante movimento con superficie di scivolamento molto profonda) farebbe pensare alla cialtronaggine più becera se sottotraccia non covassero i soliti interessi economici degli invisibili. Sarebbe ora di far pagare i costi di certe iniziative politiche (progetti preliminari, consulenze, referendum e quant'altro) direttamente ai proponenti (politici) soprattutto quando sulla stessa tematica ci si è gia espressi più di una volta... Ma è ovviamente un'utopia

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cactus_atomo

ero bambino male immagini che vidi in tv non me le posso togliere dalla mente, tra le altre quelle di un anziano che portava in spalla un corpo completamente avvolto nel fango. e poi la vergogna di un presidente del consiglio dei minitri che promette giustizia alevittime e poi  finito il mandato come avvocato difende non le parti lese ma i responsabili.

Non è l'unico caso, ricordo per fortna di dimensioni minori, la vicenda di Stava. Non ci vuole un genio per capire che non si può costruire una diga sopra un apese, la diga può cedere ma può anche tracimare per un evento esterno (nello specifico la frana che in montagna non è cosa rara).

una corretta analisi del rischio deve prtemdere in considerazione tutte le variaili ma difficilmente qiesto avviene, non è successo in belgio a Marcinelle, non è successo in giappone a fukushima e potrei continuare. purtroppo i tecnici sono di solito specialisti di settore, vedono solo laparte di lor competenza e non il probema mell sua globalità. 

ma la cosa più grave è che siamo peggio degli scimpanzè, non impariamo dalla esperienza

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6 ore fa, kaos73 ha scritto:

Pensare che poi la regione Veneto in quest'ultimo caso si sia mossa senza nemmeno ufficialmente avvertire la Provincia Aut. di Trento

Il progetto è in ballo da 50 anni ed ha sempre ottenuto il rifiuto di principio della Prov. Aut. 

Dire che non erano "ufficialmente avvertiti" è una forzatura. 

 

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16 ore fa, Martin ha scritto:

Dire che non erano "ufficialmente avvertiti" è una forzatura.

Infatti non l'ha detto nessuno se non gli organi più o meno ufficiali della PAT il cui "governatore" è esponente dello stesso partito di quello della regione Veneto... Della serie , intanto andate avanto voi, nel caso noi arriviamo... 

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  • 11 mesi dopo...

Ricordiamo anche quest'anno 1f940.gif

.

PADOVA - Giulio De Renoche, classe 1937, è un medico padovano in pensione che ha vissuto il disastro del Vajont, diventando uno dei molti protagonisti nei soccorsi alla popolazione. «Non mi sono sentito un protagonista, ma una pedina di una situazione un po’ particolare».  Dottor De Renoche, come mai si trovava lì? «Avevo 26 anni ed ero in forze alla brigata alpina Cadore, a Belluno. D’altronde amavo la montagna, ero uno sportivo, gareggiavo ai Ludi del Bo: così dopo 4 mesi a Firenze alla Scuola allievi ufficiali medici sono stato trasferito alla caserma Fantuzzi, come comandante della Sanità. Ad ottobre del 1963 ero lì già da 4 mesi. Fino a prima sembrava non si facesse granché; poi c’è stato molto da fare».  Di cosa si occupava nella vita di brigata? «Di curare i paracadutisti che in Cansiglio si ferivano negli atterraggi, di medicarli durante le marce al monte Toc, che ci stava già antipatico per via delle piogge che lì rendevano difficoltose le esercitazioni. Occupavo una posizione autorevole rispetto ai soldati, più giovani di 5\/6 anni: un tramite affettuoso e gradito coi comandanti. Una cinghia di trasmissione dell’efficienza e della collaborazione complessiva, come il Vajont ha dimostrato, facendomi toccare con mano la risposta immediata della brigata e il ruolo di ciascuno».  Cosa ricorda della notte del 9 ottobre 1963, quando la frana del monte Toc arrivò a valle riempiendo il bacino artificiale del torrente Vajont, facendolo esondare violentemente? «Sentivo ripetersi la frase “È successo qualcosa di grosso”. Nessuno sapeva cosa. Era arrivato un allarme da Roma alla brigata, dicendoci solo di intervenire la notte stessa. Organizzammo un paio di camionette in direzione Longarone e partimmo noi sanitari, io e i miei due aiutanti, salendo dalla parte montagnosa perché lungo le strade dirette non si poteva».  Perché? «Era crollato il ponte, la ferrovia: non si passava. Percorremmo il lato ovest ed attraversammo il cimitero divelto: un’immagine scioccante. Vedemmo gente in lontananza che faceva dei segnali e ci dirigemmo lì, nella frazione più alta, tra persone vive, ma malmesse, ferite. Ci raggiunse il medico condotto di Zoldo e poi gli alpini della brigata da Pieve di Cadore coi mezzi.  La frana fu alle 22:39. A che ora siete riusciti ad intervenire? «All’una circa. Rimanemmo un paio d’ore per soccorrere alcune persone, tra cui una donna incinta, senza capire da cosa fosse stata colpita, forse una roccia. D’altronde l’acqua aveva arato il fondo del Piave, rovesciando tutto il paese e seppellendolo».  Cosa avete visto? «Iniziammo ad intravvedere qualcosa alla mattina, quando albeggiò. La luce del giorno illuminò la spianata che si era creata, ma non capimmo granché. Un paesaggio simile a quello lasciato da una bomba atomica: tutto raso al suolo, senza più nulla. Nelle frazioni attorno qualcuno era sopravvissuto, ma a Longarone era sparito tutto, anche la chiesa».  Di lei e del suo intervento esiste un video. «Sono rimasto di sasso quando dopo 50 anni ho scoperto che qualcuno quella notte aveva fatto delle riprese ed è emersa l’immagine che mi ritraeva nel soccorrere quella signora. Avevo altre incombenze per rendermene conto. Dovevamo organizzare l’accoglienza dei parenti e un posto di medicazione per tutta questa gente che poteva essere ferita o avere qualche necessità: non avevo tempo per guardarmi intorno».  Eppure si ricorda quella medicazione. «Sì, la signora incinta aveva un trauma toracico. La soccorsi in via medica perché non avevo le specializzazioni utili né gli strumenti adatti per approfondire. Poi, una volta messa in sicurezza, non so dove l’abbiano portata».  Seppure la sua esperienza fosse agli albori ha avuto il sangue freddo per gestirla. «In verità parlavo, parlavo, parlavo: ebbi una tachilalia quasi parossistica. Mi dicevano di calmarmi, ma io continuavo a fare quello che c’era da fare: lavorai pur con una reazione di questo tipo. Ho retto e mi sono sorpreso di avere messo a buon frutto i miei studi così freschi. Anche se magari non ero stato uno studente modello, lì diedi sfoggio delle mie conoscenze universitarie».  Si rese conto di vivere un giorno che sarebbe passato alla storia? «Immediatamente. Eravamo storditi e sbalorditi. Ancor più la mattina, quando arrivarono i nostri uomini per scavare e recuperare tanti corpi, o ne vedevamo riemergere dalle mareggiate del Piave».  Immagini che non si dimenticano. «Non si devono dimenticare. Per questo partecipo alle celebrazioni degli anniversari del Vajont. Tra i riconoscimenti, con alcuni selezionati, sono stato accolto dal Ministero a Pedavena. Nel tempo ho rincontrato ufficiali e colleghi, mentre qualche superstite l’ho conosciuto nelle conferenze e ci siamo confrontati. Ma non ho mai rivisto qualcuno di salvato e curato da me. D’altronde...».  D’altronde? «Io di vivi quella notte ne ho visti pochissimi. E quello che mi ha colpito di più è stato attraversare quel cimitero divelto. Lì i morti sono morti due volte».

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L'orazione civile di Marco Paolini sul Vajont è un must per ogni italiano (si trova anche su YT, io possiedo il DVD). Ne sentivo parlare ogni tanto dai parenti nel luogo d'origine della famiglia, pianura sotto quelle alture lato friulano, ma ero troppo piccolo. Mi sono imbattuto nell'opera per caso zappando alla tv in una serata del 1997 e sono state oltre due ore di pugni nello stomaco. Tristemente consigliatissimo. Il film successivo non poteva che essere non all'altezza

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