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Gennaio: poesie e altro


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Etimologia: L'area su cui sorge Rio de Janeiro venne raggiunta il 1º gennaio del 1502 da esploratori portoghesi nel corso di una spedizione, guidata da Gaspar de Lemos, che comprendeva anche l'italiano Amerigo Vespucci. Poiché gli europei inizialmente credettero che la Baia di Guanabara fosse la foce di un fiume, la chiamarono di fatto "Rio de Janeiro" (ossia "fiume di gennaio" in portoghese). Gli Indios di etnia Tupiche abitavano la baia di Guanabara chiamarono i nuovi arrivati carioca (kara' iwa = uomo bianco e oka = casa, da cui carioca = casa dei bianchi).

(Wikipedia).

 

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Proust e la madeleinette Freddo gennaio 1909: il giovanissimo Marcel Proust, cagionevole di salute, tornando da una passeggiata, cedette alle insistenze della mamma e accettò di fare merenda bevendo una benefica tisana di tiglio nella quale inzuppò dei biscotti a forma di conchiglia. Quel particolare sapore lo riportò a un ricordo specifico e questo folgorante momento, riportato anni dopo nella sua Recherche, è rimasto il simbolo della memoria involontaria e uno dei passi più celebri della letteratura francese del ‘900.

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« Un jour d’hiver, comme je rentrais à la maison, ma mère, voyant que j’avais froid, me proposa de me faire prendre, contre mon habitude, un peu de thé. Je refusai d’abord et, je ne sais pourquoi, me ravisai. Elle envoya chercher un de ces gâteaux courts et dodus appelés Petites Madeleines qui semblent avoir été moulés dans la valve rainurée d’une coquille de Saint-Jacques. Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine. Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi. […]

Et tout d’un coup le souvenir m’est apparu. Ce goût c’était celui du petit morceau de madeleine que le dimanche matin à Combray […] ma tante Léonie m’offrait après l’avoir trempé dans son infusion de thé ou de tilleul La vue de la petite madeleine ne m’avait rien rappelé avant que je n’y eusse goûté […]. Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la mort des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps, comme des âmes, à se rappeler, à attendre, à espérer, sur la ruine de tout le reste, à porter sans fléchir, sur leur gouttelette presque impalpable, l’édifice immense du souvenir.

Et dès que j’eus reconnu le goût du morceau de madeleine trempé dans le tilleul que me donnait ma tante […] aussitôt la vieille maison grise sur la rue, où était sa chambre, vint comme un décor de théâtre […] et avec la maison, la ville, la Place où on m’envoyait avant déjeuner, les rues où j’allais faire des courses depuis le matin jusqu’au soir et par tous les temps, les chemins qu’on prenait si le temps était beau […] et les nymphéas de la Vivonne, et les bonnes gens du village et leurs petits logis et l’église et tout Combray et ses environs, tout cela qui prend forme et solidité, est sorti, ville et jardins, de ma tasse de thé. »

Marcel Proust: « Combray », Du coté de chez Swann, À la Recherche du temps perdu.

 

 

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Oggi, 23 gennaio 2022, La Settimana Enigmistica , frutto di un’ardita iniziativa del nobile sardo, Giorgio Sisini e continuata dai suoi discendenti, compie 90 anni. È la rivista che vanta più tentativi di imitazioni ma, alla fine è sempre lei che vince. I suoi cruciverba (di Bartezzaghi in testa), i suoi rebus, i  quesiti della Susy, del Corvo Parlante e dei vari ispettori, le rubriche come “Forse non tutti sanno che…” e tante altre, hanno tenuto e tengono compagnia a milioni di lettori generando anche divertenti e appassionanti sfide e confronti tenendo allenata la mente e la memoria di tanti lettori. Una maniera intelligente anche per diffondere cultura e ricchezza di lessico. 

Segnalo un articolo del Corriere della sera  sulla sua storia molto completo e interessante:

https://www.corriere.it/tecnologia/22_gennaio_22/settimana-enigmistica-compie-90-anni-storia-passatempo-piu-popolare-sempre-9d983000-7b0d-11ec-bb07-072210d17db2.shtml

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I Fasti di Publio Ovidio Nasone sono un’opera poetica che, purtroppo è rimasta incompiuta. L’intenzione era quella di scrivere una sorta di calendario che riportava, in forma di distici elegiaci, tutte le ricorrenze e le feste romane, i loro riti e le relative origini. Non mancano racconti mitologici, aneddoti e i riferimenti astrologici delle costellazioni relative ai diversi mesi. L’opera è un omaggio e un tributo ad Augusto e alla sua famiglia. Un vero peccato che esilio, dolori e dispiaceri non gli abbiano consentito di terminare quest’opera che è una delle più importanti testimonianze del primo secolo d. C.

Ecco un bellissimo passo che tratta del primo mese dell’anno: quello dedicato a Giano, il dio di ho già scritto qualche giorno fa:

.

”Guarda, Germanico, sta arrivando Giano: è il primo, nel mio poema, e ti annuncia un anno felice. Giano bifronte, con cui inizia il silenzioso corso dell'anno, sei l'unico dio che vede alle proprie spalle: sii propizio a quei principi grazie al cui impegno la fertile terra ha sicurezza e pace, e pace ha anche il mare. Sii propizio ai tuoi senatori e al popolo di Quirino, e con un tuo cenno apri i templi splendenti. È un giorno fortunato quello che sorge: fate attenzione alle parole che dite, in un giorno felice si devono pronunciare solo parole felici. Non si sentano litigi, stiano lontane le folli contese: rimanda le trame, lingua invidiosa! Non vedi come l'aria riluce di fiamme fragranti, e come crepita il fiore della Cilicia nei bracieri accesi? L'oro dei templi riverbera il bagliore delle fiamme, sprazzi di luce si irradiano fino alle parti più alte degli edifici. Si sale sulla rocca Tarpea con la veste immacolata e tutto il popolo è vestito con il colore della festa. (...)

«Ma che dio dirò che tu sei, Giano Bifronte? In Grecia non c'è nessuna divinità che sia simile a te. Spiegami perché solo tu, fra gli dèi, vedi sia ciò che accade dietro di te, sia ciò che accade davanti».

Ero intento a riflettere su questi problemi, davanti alle mie tavolette, quando mi parve di vedere la stanza più illuminata di quanto non fosse in precedenza. Improvvisamente apparve davanti ai miei occhi, con i suoi due volti, il divino Giano, splendido nel suo duplice aspetto. Ero sbalordito, mi sentii i capelli diventare ritti per la paura e il cuore raggelato da un freddo improvviso. Lui, tenendo un bastone con la destra e la chiave con la sinistra e rivolgendo verso di me il volto anteriore, pronunciò queste parole: «Non essere spaventato, laborioso cantore dei giorni, ascolta quello che vuoi sapere e tieni a mente le mie parole. Gli antichi mi chiamavano Caos - sono anch'io infatti un essere antico. Pensa di che lontana epoca sono gli avvenimenti di cui ti parlo: quest'aria trasparente e gli altri tre elementi, che sono il fuoco, l'acqua e la terra, costituivano un unico ammasso. Quando esso si scisse per la repulsione delle sue componenti, le masse liberatesi occuparono ciascuna la loro nuova sede, il fuoco salì in alto, l'aria occupò la zona contigua, la terra e il mare si depositarono al centro, nella parte più bassa. Fu allora che io, fino a quel momento massa sferica e senza forma, ebbi un corpo e un aspetto degni di un dio. Ma ancora adesso, ed è un piccolo segno di quel che fu un tempo la mia indistinta figura, la mia parte anteriore ha lo stesso aspetto di quella posteriore. 

Qualsiasi cosa ovunque tu veda, cielo, mare, nubi, terre, tutto incomincia e finisce per mano mia. È a me solo che è affidata la custodia dell'intero universo, è del tutto mio il diritto di farlo girare sui cardini. Quando mi è gradito far uscire la Pace dalla sua tranquilla dimora, essa è libera di percorrere senza ostacoli la sua via; se solide spranghe non tenessero rinchiuse le Guerre, tutto il mondo sarebbe cosparso di sangue e di morte. Assieme alle pacifiche Ore custodisco le porte del Cielo - anche Giove esce ed entra per opera mia. È per questo che sono chiamato Giano; ma quando il sacerdote mi offre in sacrificio la focaccia di grano e il farro mescolato con il sale, riderai dei nomi che egli pronuncia: nell'invocazione sacrificale vengo infatti chiamato ora Patulcio, ora Clusio. Usando ambedue questi nomi i nostri rozzi antenati vollero certo riferirsi alle mie diverse funzioni.

Ti ho esposto quali sono i miei poteri. Ora ascolta la ragione del mio aspetto, del quale peraltro stai già vedendo una parte. Tutte le porte hanno due lati, da una parte e dall'altra: l'una rivolta verso la gente, l'altra verso i Lari. Come il vostro portiere, che siede nella parte anteriore della casa, accanto alla soglia, vede chi entra e chi esce, così io, portiere del palazzo celeste, vedo contemporaneamente le regioni dell'Oriente e quelle dell'Occidente. Guarda i volti di Ecate, rivolti in tre direzioni diverse, per sorvegliare i crocicchi da cui si diramano tre strade diverse: anche a me  è consentito guardare in due direzioni diverse senza muovermi. …”

 

 

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La leggenda dei baci sotto al vischio
L'origine di questa tradizione  risale alla cultura pagana: il vischio, essendo una pianta aerea, era considerato dai Celti una pianta sacra poiché non aveva le radici che affondavano nelle terra così come gli dei che vivevano in cielo.  Era anche la pianta cara e prediletta della dea Freya, protettrice dell'amore e degli innamorati, nonchè sposa di Odino, re degli dei e padre di ogni cosa.

La leggenda narra che Freya avesse due figli: Balder e Loki. Balder, come Abele, era buono, generoso e amato da tutti, il fratello Loki,  come Caino, era molto cattivo, odiava il fratello, era geloso e voleva ucciderlo. Scoperte le intenzioni di Loki, Freya cercò dunque di proteggere Balder chiedendo ad Acqua, Aria, Terra, Fuoco e a tutti gli animali e le piante di impegnarsi a garantire l’incolumità del figlio. Freya non si rivolse però al vischio, pianta che non appartiene né al cielo né alla terra; così Loki potè creare un dardo appuntito intrecciando i rami di quest’arbusto e portare a termine il suo oscuro intento.

Disperati per la morte dell’amato Balder, tutti gli elementi della Terra e del Cielo tentarono per tre giorni e tre notti di riportarlo in vita, senza tuttavia riuscirvi. Freya allora, disperata e rassegnata, pianse tutto il suo dolore sul corpo del figlio, quando, ad un tratto, le sue lacrime sincere presero a trasformarsi in bacche candide a contatto con il legno del vischio e Balder riprese vita. Da quel giorno, in segno di gratitudine e ringraziamento, Freya baciò tutti coloro che passavano sotto la pianta di vischio promettendo pace e amore.

( testo liberamente tratto da: https://www.pianetadonna.it/casa/casalinga-perfetta/vischio-natale-leggenda-bacio.html ).

 

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Oggi è il 27 gennaio: Giornata della memoria.

.

Se questo è un uomo

 

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che tovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

 

come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.
scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

 

Primo Levi.

 

 

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Non so se molto attinente al tema, ma ci tenevo ora  citare un grande personaggio, venuto a mancare da qualche giorno, come Thich Nath Hanh

 

ESSERE UNA COSA SOLA – ONENESS

Nel momento in cui muoio,

cercherò di ritornare da te

il più veloce possibile.

Prometto che non ci vorrà molto tempo.

Non è forse vero che

sono già con te,

mentre muoio in ogni momento?

Ritorno da te

in ogni momento.

Basta guardare,

sentire la mia presenza.

Se vuoi piangere,

piangi pure.

E sappi

che piangerò con te.

Le lacrime che versi

ci guariranno entrambi.

Le tue lacrime sono le mie.

La terra che calpesto questa mattina

trascende la storia.

La primavera e l’inverno sono presenti entrambi nel momento.

La foglia giovane e la foglia morta sono in verità una sola.

I miei piedi toccano l’assenza di morte,

e i miei piedi sono i tuoi.

Cammina ora con me.

Lascia che entriamo nella dimensione di essere una cosa sola

e che vediamo il ciliegio fiorire in inverno.

Perché dovremmo parlare della morte?

Non ho bisogno di  morire per essere di nuovo con te.

 

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50 anni fa, il 28 gennaio 1972, è mancato, a 66 anni, Dino Buzzati.
.

in STAGIONI

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.”

Dino Buzzati

 

 

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Leggenda e tradizione sulla locuzione dei Giorni della Merla

Oggi, 31 gennaio, finisce il primo mese dell’anno lasciandoci tante storie e leggende relative a quegli ultimi tre giorni che, come vedremo, pare abbia sottratto a febbraio.

Iniziamo dalla più antica che si trova nel compendio  “Modi di dire toscani ricercati nella loro origine” scritto da Sebastiano Pauli nel 1740.

«Si narra che un manipolo di soldati piemontesi dovesse trasportare un pesante cannone di ghisa, soprannominato la Merla per via del suo colore nero, da una parte all’altra del Po.

Era gennaio e le acque del fiume scorrevano gelide e impetuose. i soldati non riuscivano in nessun modo a costruire un ponte di barche per far passare il cannone.

Poi, durante gli ultimi giorni di gennaio, giunse un vento talmente gelido che perfino le acque del Po gelarono: il ghiaccio era talmente spesso che nemmeno le spade e gli archibugi dei soldati riuscivano a tagliarlo.

Così, gli uomini d’arme decisero di trasportare il cannone facendolo passare sul Po ghiacciato: lo legarono con delle corde robuste e lo trascinarono fino all’altra sponda.

Fu così che gli ultimi giorni di gennaio vennero soprannominati i giorni della Merla, in onore del grande cannone e di quelle giornate tanto gelide da aver ghiacciato perfino le acque del Po».

Dalla bergamasca, invece, si narra di una giovane promessa sposa, la Signora di Caravaggio, detta de’ Merli che ha dovuto aspettare che, arrivasse il grande freddo, che il Po gelasse e che lei potesse attraversare a piedi il fiume per raggiungere finalmente il suo amato. In queste due storie, come nell’ultima, non sono presenti animali.

Qui invece la protagonista è una merla, dal bel piumaggio candido, che si scontra con il burbero Gennaio in persona, mese dispettoso che le rende sempre molto difficile la possibilità di trovare il cibo poiché ricopre il terreno di neve e di ghiaccio. Tuttavia un anno, per ovviare al problema, l’astuta merla decise di fare per tempo una bella  scorta di cibo in quantità sufficiente per resistere tutto il mese standosene poi comodamente con i suoi piccoli nel nido. Allora gennaio durava solo 28 giorni.  Sicura di aver beffato quel mese tanto antipatico,  alla data giusta, la merla uscì dalla tana e cominciò a schernire gennaio dicendogli che era riuscita a gabbarlo. Mal gliene incolse! Gennaio, permaloso e vendicativo, andò da suo fratello, febbraio, che allora contava 31 giorni,  e gli chiese tre giorni in prestito. Febbraio sulle prime non era d’accordo ma, alla fine cedette  così gennaio preparò la sua vendetta scatenando, durante tutti e tre quei suoi nuovi ultimi  giorni, tremende bufere di neve, vento ghiacciato e incessante freddo polare. Il nido si distrusse e, per sopravvivere, la povera merla fu costretta a trovare riparo in un tiepido camino.  Ne uscì, finalmente, il primo febbraio insieme ai suoi piccoli merlotti: stavano tutti bene ma…. erano tutti ricoperti di fuliggine ed erano diventati neri come il carbone!

Gennaio non restituì più al fratello i tre giorni e da allora, il mese  dura 31 giorni ma, in realtà, quelli sono ricordati come i Giorni della Merla.

Di molto simili a questa leggenda se ne trovano altre, sparse soprattutto in Lombardia e lungo il corso del Po  dove, infine,  si trova anche quella triste dei due sposi: questa è una storia profondamente legata al territorio e alle sue usanze: i protagonisti, Merlo e Merla, sono una giovane coppia, che, dopo le nozze celebrate nel paese della sposa, oltre il Po, a causa del cattivo tempo, non potevano raggiungere il tetto coniugale che si trovava dall’altra parte del fiume. Dopo aver atteso inutilmente per tre giorni, vinti dall’ impazienza, decisero di avventurarsi lo stesso attraversando il fiume ghiacciato. La lastra di ghiaccio però cedette sotto il peso di Merlo che, sprofondò e sparì  nell’acqua gelida lasciando disperata la povera Merla.  Questa leggenda è diventata, col tempo, una ballata che si canta in questi giorni attorno a grandi falò, sugli argini, poiché si dice che il lamento di Merla riecheggia ancora oggi sul Po nelle gelide notti di fine gennaio mentre le fanciulle da marito cantano tutte in coro: "E di sera e di mattina la sua Merla, poverina, piange il Merlo e piangerà “.

 

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