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Edizioni su vinile Craft Recordings


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@giorgiovinyl

4 ore fa, giorgiovinyl ha scritto:

Ma il disco come suona? Io non l'ho aperto perchè pensavo di doverlo rendere

In realtà non male, essendo un po’…arrabbiato non l’ho ascoltato con la giusta serenità, ci tornerò sopra. Non essendo ondulato o rumoroso, penso che lo terrò comunque

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  • 4 mesi dopo...

https://elusivedisc.com/parker-gillespie-powell-mingus-roach-hot-house-the-complete-jazz-at-massey-hall-recordings-180g-3lp/

 

Riesumo per segnalare questa "bomba". Qui siamo dalle parti della leggenda....

Indipendentemente dalla resa sonora (neanche Kevin Gray potrà fare miracoli, ma farlo suonare meglio di sempre sì) penso sia un titolo che non si possa mancare se si ama il jazz.

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  • 3 settimane dopo...
  • 1 mese dopo...

 

Alla Craft Records evidentemente si sono messi d’accordo per far contento me e tutti coloro che amano il Bop classico. Tra la serie OJC riversata da Kevin Gray e quella dedicata all’etichetta Contemporary, riversata da Bernie Grundman, è un susseguirsi di splendide ristampe Full Analogue.
Tra cui:

André Previn – West Side Story – Contemporary (1959) – Craft Records (2022)

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L’uno e trino André Previn: pianista, compositore e direttore d’orchestra. Il nome pare francese, ma il nostro era tedesco. Chi frequenta l’ambiente audiofilo lo conosce magari per aver diretto la London Simphony Orchestra (con relativo coro) nell’esecuzione dei Carmina Burana, su disco EMI del 1975, ristampato da MFSL. Che io purtroppo non ho.
Qua lo troviamo alle prese con la colonna sonora che Leonard Bernstein compose per il celeberrimo film West Side Story. Motivi come Tonight o Maria hanno raggiunto nel tempo notorietà planetaria. Mi aspettavo da parte di Previn un approccio in punta di piedi alla musica di Bernstein; pertanto mi ero preparato ad ascoltare un disco Jazz ingessato, citazionista, derivativo e forse un po’ noioso.

In effetti all’inizio dei vari brani viene enunciato diligentemente il tema, ma la cosa finisce qua.

E’ lo stesso Previn che spiega quel che combinerà di lì a poco: “Una grande canzone non necessariamente diventa un buon pezzo Jazz. Perché ciò accada, è sempre necessario operare una profonda alterazione”.
Ed è esattamente ciò che Previn fa: vengono modificate la struttura e la costruzione degli originali di Bernstein, con un risultato, sotto il profilo jazzistico, inaspettato ma pienamente riuscito.
Il pianismo di Previn mi ricorda quello di Art Tatum, nelle spigolosità e nelle curve impreviste, di Oscar Peterson, nelle corse sulla tastiera e nel senso del blues, e di Bill Evans, nell’approccio classico e di ampio respiro.
Cruciale il contributo dei due comprimari, il bravissimo Red Mitchell al contrabbasso e la star della batteria Shelly Manne (determinante). In questo disco prevalgono l’inventiva e modernità, richiamando così l’impeto di ribellione contenuto nel film e nella famosa colonna sonora.
A me il West Side Story di André Previn è piaciuto moltissimo; non lo conoscevo ed è stato una sorpresa.
Eccellente anche la registrazione, con il pianoforte molto ben dettagliato, batteria e contrabbasso ottimamente ripresi.

Indovinato il bilanciamento complessivo. Oltre le speranze la dinamica generale (siamo nel ‘59 eh!); per la pulizia del suono, pare quasi di ascoltare un riversamento digitale. La stampa Quality Records è pressoché perfetta.
Pagato 34 Euro su Amazon.de
Voto artistico 9 +

Voto tecnico 9.

 

 

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Seconda perla targata Contemporary-Craft

Leroy Vinnegar – Leroy Walks – Contemporary (1957) – Craft Records (2022)
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Registrato due anni prima del disco di Previn, vede alla guida del sestetto un contrabbassista forse non così noto: Leroy Vinnegar da Indianapolis; specializzato nello stile detto “Walking”. Termine inglese che indica il passeggiare, in italiano sarebbe più corretto tradurlo con “cavalcare”, perché è esattamente ciò che fanno i contrabbassisti con il “walking”, cavalcano le note, dando corpo ad un ritmo particolarmente vivo e trascinante. Vinnegar era uno specialista di questa tecnica e lavorava per lo più sulle note gravi dello strumento. Quasi tutti i brani dell’album contengono nel titolo il verbo “To Walk”. Abbiamo così, tra gli altri, il famoso Walkin’ di Richard Carpenter, I Walk Alone del grande Sammy Cahn, nonché lo splendido Walk On, composizione stesso Vinnegar. Un pezzo bellissimo.

Il sestetto include la star del Jazz britannico Victor Feldman, poli-strumentista, qui al vibrafono. Negli anni ‘50 Feldman si trasferì negli Stati Uniti ove ebbe l’occasione di collaborare con vari esponenti di spicco del circuito jazzistico a stelle e strisce, tra i quali Miles Davis. Partecipò alla registrazione del famoso Seven Steps To Heaven e fu coautore, assieme a Davis, del brano di cui al titolo.
Leroy Walks offre un Be-Bop tipico dell’epoca e di qualità assolutamente elevata.
Inoltre, per essere del 1957, è registrato benissimo. Ottimi il dettaglio ed il bilanciamento, da primato la dinamica e la trasparenza. Il contrabbasso è ben in evidenza, l’articolazione delle note è chiarissima e la profondità quasi da registrazione digitale. Leroy Vinnegar emerge su tutti, e visto il suo indiscutibile talento è giusto che sia così.

Peccato per la decisa separazione tra i canali, con un bel buco nel mezzo. Purtroppo è tipico delle prime registrazioni stereofoniche: immagine nettamente bipartita, con quasi niente al centro. Per quanto mi riguarda si tratta comunque una registrazione eccellente.

Stampa Quality Records senza difetti.
Pagato 34 Euro su Amazon.de

Voto artistico: 9

Voto tecnico: 9

Mi sa che alla fine 'sti Craft Contemporary e OJC li prenderò tutti.

Non c'è scampo...

 

Alberto.

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Jazz At Oberlin – Dave Brubeck Quartet – Fantasy Records (1953) – Craft Recordings Serie OJC (2023)
Altra uscita della serie OJC di Craft:
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E allora ditelo che lavorate per me! Perché ormai è chiaro, la serie OJC è stata pensata basandosi sulle mie preferenze musicali, essendo io un ammiratore incondizionato di Dave Brubeck.
Meglio così.
Cosa vi devo raccontare su ‘sto vinilino con tanto di banda laterale, che lo rende così Japan style? Che è stupendo, manco a dirlo.
Nel 1953 Brubeck e Paul Desmond erano due giovanotti sulla trentina. Si vede bene anche dalla fotografia in copertina (tutta verde).
Brubeck era già Brubeck, con le sue invenzioni ritmiche ed il suo incalzare che dire pimpante è poco.
Paul Desmond invece pare ancora legato ad certo modo parkeriano (Charlie Parker sarebbe scomparso due anni dopo); del resto gli alto-sassofonisti, all’epoca, non potevano sottrarsi all’influenza del grande Yardbird.
Note sparate ad una velocità folle, sebbene il tipico timbro desmondiano, che io definirei flautato e felino, già si manifestava in tutto il suo fascino.
I brani sono generalmente piuttosto rapidi; la ballad, che appunto dovrebbe essere una pezzo più misurato, ad un certo punto parte in tromba pure lei. Anche se la tromba non c’è.
Emerge in modo plastico il grande talento del trentenne Brubeck, un jazzista virtuoso. Badate bene che non ho detto un pianista virtuoso, ma un jazzista virtuoso. Ovvero uno che a trentatré anni aveva perfettamente compreso come si doveva sviluppare l’improvvisazione jazzistica e sotto detto profilo si poteva considerare già un maestro. Si capisce bene, ascoltandolo, come mai Brubeck sarebbe diventato, giustamente, una leggenda della musica Jazz. Lo stile è già per molti versi Hard-Bop e modernista.
Quindi direi che un 9 ++ Jazz At Oberlin lo merita. Con tutto lo sforzo da parte mia di equidistanza verso un musicista che ho sempre amato.
Peccato la registrazione.
Quindi non comperatelo.
No va be’ dai, scherzo. Diamine, siamo nel 1953, c’erano ancora i 78 giri nei negozi. Ripresa inevitabilmente monofonica, realizzata all’alba della registrazione su nastro; ergo, non si può pretendere la luna. Per giunta è dal vivo. Parte già sfigata. Gli applausi sono abbastanza frequenti ma non durano molto. Rompono, perché nei dischi dal vivo tutti gli applausi rompono (è una regola), ma senza esagerare.
Il pianoforte risulta un po’ inscatolato, la timbrica un po’ più sottile della norma, batteria con i piatti troppo lontani e la grancassa troppo vicina (tipico delle prime registrazioni dal vivo), basso forse un po’ evanescente, opacità generale. Il sax invece emerge bene. Estensione in frequenza discreta.
Dovessi dimenticarmi del fatto che la registrazione risale ai tempi di Amenhotep III, dovrei dare un 7, al massimo, di voto tecnico. Tuttavia devo tenere conto dell’età del papiro e quindi do 8 +, perché in fondo il disco si ascolta con molto piacere e dei vari difettucci ci si dimentica presto.
Stampa RTI priva di mende. Meno male! Mi fosse capitata una copia con difetti, mi sarei messo a piangere!

Riversamento di Kevin Gray, al solito, da applauso.
Pagato 34 Euro su IBS con sconti vari (il trenta per cento su un ribasso del quindici, più tessera omaggio col punteggio fedeltà, più spedizione in offerta, più doppio abbuono carpiato con triplo avvitamento…ma ‘sti qua della IBS non farebbero prima ad abbassare i prezzi? ).
Se vi piace Brubeck, spettacolo garantito.
Alberto.

 

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  • 4 settimane dopo...

 

 

Miles Davis – Workin’ – Prestige (1960) – AAA Craft Recordings Serie OJC (2022)

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Workin’ è un disco targato Miles Davis, risalente al 1960 e registrato per l’etichetta Prestige nel 1956.

Il famoso trombettista è in bella compagnia: John Coltrane al sassofono, mi pare tenore...

No, sto scherzando.

Davvero pensavate che mi mettessi a recensire Workin’?
Non penso proprio.

Ho fatto giusto una fotografia, perché fa la sua scena.

Piuttosto, voialtri lo avete comperato?
A me è toccato pagarlo a prezzo pieno: 41 Euro (su Amazon.fr). D’altronde non sono riuscito a fare di meglio e temevo sarebbe andato fuori catalogo. Magari poi la Craft ne fa uscire un’altra infornata ed il prezzo crolla.

Stampa RTI senza difetti. Fascinosa la copertina Stoughton laminata lucida.

Ottima registrazione, con la tromba in bellissima evidenza. Le darei un 9, considerando che risale al 1956 ed è Mono.

Non fate la cazz...di lasciaverlo scappare. E’ un classico, col Miles più meraviglioso (almeno a mio modestissimo parere).

Speriamo che la Craft ristampi anche gli altri “gerundi” (dai che devo completare la serie!) e passiamo alla recensione vera e propria, non prima però di aver dato il:

Voto alla Craft che ha ristampato Workin’: 10 col botto!

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Phineas Newborn – A World Of Piano – Contemporary (1962) – AAA Craft Recordings (2023)

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Phineas Newborn, ovvero Art Tatum per li rami.
In effetti il pianista del Tennesseee si rifà apertamente alla lezione di Tatum (e del suo mentore, nonché emulo Hearl Hines). Fraseggio rapidissimo nelle cui pieghe nasconde variazioni anche sperimentalistiche, ed abbellimenti virtuosistici.

Niente a che vedere naturalmente con la visionaria e sovrumana inventiva di Tatum (che resta uno dei miei tre riferimenti pianistici nella storia del Jazz, assieme a Monk e Powell), ma una valida declinazione del suo stile nel senso del Bop, piuttosto che dello stride, base sulla quale “il più grande pianista della storia del jazz” spesso lavorava (ma non sempre).

Maggiormente accomodante e diretto rispetto ad Hines e Tatum, Phineas Newborn risulta all’ascolto meno ostico di quanto, talvolta, possano risultare i primi. 

A World Of Piano lo vede accompagnarsi a Sam Jones e Paul Chambers, che si alternano al contrabbasso, mentre Louis Hayes e Philly Joe Jones dividono l’onere della batteria. Si tratta di due sessioni risalenti all’Ottobre ed al Novembre 1961. Entrambe eccellenti registrazioni, con la ripresa del pianoforte, considerando l’età del master, da 10 di voto tecnico. Buona la dinamica, immagine abbastanza ampia, timbrica corretta, insomma promosso a pieni voti.

Un disco molto ben riuscito, col quale si può apprezzare la capacità di improvvisare ed il virtuosismo di un pianista ai suoi tempi accusato di essere troppo tecnico. Però a me non pare.

Una cosa è certa: Phineas Newborn era molto bravo.
Nei confronti del virtuoso c’è sempre un pregiudizio, un fondo di sospetto, ma tutti i grandi interpreti sono stati anche virtuosi dello strumento.
In A World Of Piano! si raggiungono livelli assai ragguardevoli di arte jazzistica, in particolare nel bellissimo Juicy Lucy (ettecredo, è di Horace Silver!) e nell’altrettanto riuscito For Carl (composizione del bassista Leroy Vinnegar, di cui abbiamo già parlato).

Ma in generale tutto il disco si segue con crescente coinvolgimento e scorre via che è un piacere.

Bravi anche i comprimari, che d’altronde sono loro stessi star del Jazz.

Vinile Quality Records senza difetti. Bella la Stoughton singola. Però io le preferisco con la laminatura lucida.
Pagato 33 Euro su IBS, con sconti vari, tessere semi-omaggio, abbuoni sui ribassi, ecc...
Questa ristampa Craft è superba, per qualità musicale e tecnica, pertanto la consiglio caldamente e passo ai voti:

Voto artistico: 9 ½

Voto tecnico: 9 ½
Voto a Bernie Grundman che ha riversato il nastro: 10.

 

Alberto.

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Vince Guaraldi – Jazz Impressions Of Black Orpheus – Fantasy Records (1962) – Triplo vinile AAA-ADA Craft Recordings (2023)

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Ma guarda che infilata di padelloni!

Craft sempre "on the crest"...è il fenomeno discografico degli ultimi anni. Una rivelazione (a patto che si stia attenti alle etichette sbagliate...).

Un classico della discografia di Vince Guaraldi e del genere Jazz-Samba.

Riprende la colonna sonora di Orfeo Negro, famosa pellicola del 1959 (premio oscar per il miglior film straniero) del francese Marcel Camus.
Vince Guaraldi è stato anche un fior di compositore ed il disco contiene due sue composizioni originali, tra cui la hit Cast Your Fate To The Wind, entrato nella classifica dei 100 brani più venduti, al 22° posto; e se ne capisce il motivo: il pezzo è bellissimo.

Guaraldi, nato Dellaglio, assunse il cognome del patrigno dopo il divorzio dei genitori. Si deve alla madre la decisione di avviarlo agli studi musicali. Fu subito chiaro che il giovane Vincent aveva talento per imporsi come leader e già giovanissimo ebbe i primi ingaggi in teatri, università e jazz club (alcuni dei quali contribuì a gestire). Il pianismo di Vince Guaraldi è riconducibile a quello di Bill Evans, per lirismo e scelta dei tempi. Rispetto a Bill Evans il tocco è più delicato e pensoso, l’atmosfera sognante e fantastica. Guaraldi è un pianista spiazzante. A tutta prima pare semplicissimo, praticamente easy-listening; man mano che lo si ascolta ci si rende conto che non fa mai niente di ciò che ci si aspetterebbe, secondo logica, viceversa prende strade secondarie e crea un suo microcosmo assolutamente personale. D’altronde non sarebbe passato alla storia del Jazz se non avesse espresso qualcosa di peculiare.

Morì prematuramente per un attacco di cuore nel 1976, a soli 47 anni.

Jazz Impressions Of Black Orpheus è un gioiello di rara classe e fascino.

I comprimari, Monte Budwig al contrabbasso e Colin Bailey alla batteria, si mettono totalmente a disposizione del pianista, del suo stile e della sua visione musicale. 

Come in ogni occasione in cui viene ristampato un album famoso, corredandolo di versioni alternative, quando l’edizione a tre LP di Jazz Impressions Of Black Orpheus è comparsa sul mercato, sono stato dubbioso se comperarla o meno. Il mio timore è che le versioni alternative finiscano per stancarmi e d’altronde, se sono state scartate, dico a me stesso, un motivo ci sarà. Ciò nonostante ho ascoltato volentieri i numerosi alternate takes (fino a tre per singolo brano), che il più delle volte variano in misura tale dalla versione ufficiale, da non annoiare durante l’ascolto ripetuto. Inoltre sono incluse tre versioni del bellissimo Jitterbug Waltz, composizione del gigante Art Tatum; pare che sia il primo valzer jazz mai scritto; detto brano è l’unico non incluso nel disco originale. L’interpretazione di Guaraldi è fresca e piena di vivacità. Per ben tre volte.
Riassumendo, penso che la pubblicazione delle numerose versioni alternative abbia un senso. Ha già meno senso, secondo me, l’offrire la ristampa originale riversata da nastro (by Kevin Gray, una garanzia) e due ristampe di alternate takes riversate da fonte digitale, benché di alta qualità. Ritengo sia un autogol, soprattutto tenendo conto del pubblico audiofilo, che può agevolmente condurre i debiti raffronti e convincersi una volta di più che si fa benissimo a dare la caccia ai riversamenti Full Analogue, nonché a snobbare quelli digitali, pretendendo di pagarli poco o niente. In tutta onestà devo riconoscere la qualità del riversamento in alta risoluzione con restauro Plangent; il suono è terso, dinamico, splendente e di impatto immediato. Il processo Plangent non delude mai. A patto di prendere il tripla A e buttarlo dalla finestra, perché se per caso ci viene in mente di piazzarlo sul giradischi...il suono diventa proprio un altro pianeta: più profondità, timbrica, micro-dettaglio e realismo. Con buona pace dei digitalisti.
Circa la registrazione, si tratta di una ripresa piuttosto buona e bilanciata. Ottima la resa del pianoforte, basso equilibrato, batteria alla giusta distanza.
L’ho confrontato con l’edizione OJC del 1990, di cui possiedo una copia purtroppo molto rovinata e con diversi graffi. Pertanto il confronto non è alla pari e vince per forza di cose il Craft.
Passando alla stampa RTI i due vinile di alternate takes si presentano senza difetti, quello ufficiale rumoreggia un pochinino sul lato B (porc...non poteva essere il contrario?).
Copertina tripla del tipo europeo, in cartoncino sottile senza laminatura. Nella norma.

Pagao 34 Euro su Amazon.it., fortemente scontato. A 75 dollari, ovvero a prezzo pieno, probabilmente non lo avrei acquistato, ma a 34 Euro è un bell’ Affaròn.
Voto artistico: 9 1/2

Voto tecnico: 9 -

 

  • Melius 1
  • Thanks 1
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  • 2 settimane dopo...

 

Art Farmer – Portrait Of Art Farmer – Contemporary Records (1958) – AAA Craft Recordings 2023

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Dopo la lunga serie di capolavori e dischi prossimi al dieci, la serie Full Analogue Craft torna sulla terra con una ristampa già più nella norma. Non posso dire di conoscere a fondo il trombettista Art Farmer, avendolo ascoltato prima d’ora soltanto in un paio di CD (non miei) in cui suonava il flicorno, lasciandomi l’impressione di seconda fila dei trombettisti Jazz, un gradino sotto Louis Armstrong, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Bix Beiderbercke, Chet Baker e Roy Eldridge.
Anche la prova di Portrait Of Art Farmer non mi ha particolarmente impressionato. Art Farmer è sicuramente molto bravo, ma gli manca quel qualcosa in più per essere davvero stellare. Non dico che non mi piaccia come trombettista e che non lo apprezzi, tutt’altro, ma non lo trovo coinvolgente al punto da considerarlo alla pari dei trombettisti succitati, i quali si distinguevano in maniera personalissima, riconoscibilissima a tre chilometri di distanza.   Lo stile trombettistico che si ascolta in Portrait Of A.F. riconduce a Miles Davis nelle scelte armoniche (in “And Now…” ed in “Nita”) , mentre il timbro, caldo e soffuso, ricorda Chet Baker. Un Bop piuttosto convenzionale (forse troppo per il 1958?) dove ogni compito assegnato è svolto con diligenza, mancando tuttavia della profondità di Baker, della ricerca di Davis, dell’estro orchestrale di Gillespie, del virtuosismo di Eldridge, del peso e dell’autorevolezza di Armstrong, del talento e della musicalità del Beiderbecke ventiseienne.  
I musicisti fanno bene il loro dovere: Hank Jones al pianoforte, Addison Farmer (fratello gemello del trombettista) al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria; il risultato è buono, ma non va oltre. Forse mancano arrangiamenti più ispirati, non saprei. Ascoltate ad esempio lo standard The Very Thought Of You, risolto in maniera canonica e poco emozionante. Il brano che più  mi è piaciuto  è “By Myself”, col suo incedere discretamente mosso.
Bilanciamento asimmetrico: tromba alla giusta distanza dal microfono, chiara e presente, pianoforte avanti e puntiforme (come non deve essere), batteria indietro e contrabbasso da qualche parte. Pur non essendo la registrazione trasparentissima il risultato finale merita la promozione. C’è tuttavia un buco gigantesco in mezzo ai diffusori, ma se inserisco sull’Accuphase il tasto Mono tutto si sistema: la scena sonora cambia radicalmente, diventando di gran lunga più coerente e chiara: praticamente un altro disco.  Che ci vuoi fare, lo stereo di quei tempi veniva inteso nel senso della netta suddivisione tra i canali destro e sinistro. Stampa RTI priva di difetti. Copertina Stoughton singola e satinata. A dispetto dei miei rilievi è comunque un disco che merita di essere acquistato.
Voto artistico: 8
Voto tecnico: 8 +

 

  • Thanks 1
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