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Jazz!


analogico_09

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4 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Silence. Un brano scritto dal suo grande amico Charlie Haden e pubblicato nel 1983 su The Ballad of the Fallen, a nome di Haden e Carla Bley.

Grandissimo disco da ascoltare e metabolizzare un tozzo alla volta. Una volta finito il processo, se riuscito, induce una specie di dipendenza che lo fa diventare un riferimento assoluto della discografia di cui fa parte.

Il finale di Carla Bley è magistrale e nella mia immaginazione è come il monologo di Rutger Hauer in Blade Runner.

Secondo me ancora meglio di "Liberation Music Orchestra".....

Ciao

D.

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3 ore fa, damiano ha scritto:

Grandissimo disco da ascoltare e metabolizzare un tozzo alla volta. Una volta finito il processo, se riuscito, induce una specie di dipendenza che lo fa diventare un riferimento assoluto della discografia di cui fa parte.

Il finale di Carla Bley è magistrale e nella mia immaginazione è come il monologo di Rutger Hauer in Blade Runner.

Secondo me ancora meglio di "Liberation Music Orchestra".....

Ciao

D.

 

Un disco straordinario, Damiano, con LMO si possono prendere fraternamente per mano, il primo più

 "polifonisco", quasi classico, l'altro più "frastagliato" votato al "popolare", ci sono anche lì cose che "voi umani...  alla blade runner.  :classic_wink: Basti pensare al poderoso assolo di Haden in Song for Che che "chitarrizza" il basso e fa tremare le viscere creando il più fertile dei terreni per gli altri strumentisti che si avvicendano via via: dopo il brevissimo canto femminile si ascolta per primo Don Cherry ai doppi flauti favolosi suonati dai fauni mitologici ritratti negli antichi vasi grechi e poi il lungo, vibrante assolo di Carla Bley in War Orphans... 

Ma quei due secondi scarsi di tromba, quel "frullio" impossibile, come un lampo a ciel sereno, rompono e ristabiliscono il "Silence". Vanno oltre le più virtuose capacità tecniche, più che una semplice "espressione", sono il genio puro e incorrotto, la metafisica dei suoni, una scossa improvvisa di ascesa al cielo come la descrive un mio amico di penna... Mi capita spesso di riconoscere in tutti i dichi di Don Cherry , ne ho davvero molti, oltre a quanto ascoltato più volte dal vivo, brevi momenti di musica visionaria e dirompente, mai aggressiva e men che lirica, che imprime forza, bellezza e trascendenza all'intero disco o concerto pur senza ripetersi spesso. . 

Fuori di ogni schema, sempre inatteso. 



 

 

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Ed un'altra interpretazione molto interessante e rispettosa di "War Orphans" è quella contenuta nel disco omonimo di Bobo Stenson, in compagnia dell'amico di mille avventure Jormin e dal batterista di casa ECM Christensen. 

Stenson è un pianista assolutamente unico ed originale che usa la sottrazione piuttosto che l'addizione per evidenziare le peculiarità della ricerca armonica che lo distingue particolarmente. 

Ciao

D.

 

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Un bellismo disco un trio eccellente, questa era l'ECM che piaceva a me... Il brano composto da Ornette Coleman con la Bley al piano diventa ancora più dolente e sommesso, più essenziale, con il battito  "cardiaco" del basso di Haden in un crescendo strumentale che va a mano a mano verso il Free per trornare all'essenza desolata del dolore nella quale si spengono lentamente le estreme, enigmatiche note. 
Nell'interpretazione di Bobo Stenson, ottimo pianista e interprete, al pari dei due partners (Joe Christensen lo ritroviamo nei dischi dei migliori musicisti europei, tra cui nell'eccellente " The Pilgrim..." di E. Rava)   il vigoroso l'interplay risulta  più "raffinato", più "mentale" ma sono entrambe dimensioni del sentire "musicale" alte e nobili, degnissime del genio compositivo di Ornette Coleman. 

 

 

 

 

 

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  • 2 settimane dopo...

How Times Passes, debutto da leader di Don Ellis, è un disco che mi ha piacevolmente sorpreso come non mi accadeva da tempo (lo affiancano Jaki Byard, Ron Carter e Charlie Persip). Ellis, che diventerà un grande sperimentatore, qui tende a superare i confini del bop tradizionale, pur rimanendo – tranne nella lunga Improvisational Suite #1 – entro spazi di jazz “edibile”, conciliando l’innovazione nei modi e la tradizione nelle forme. La scena era quella dell’avanguardia newyorkese, il disco è stato inciso nel 1960: gli echi dell’irrequietezza tipica del periodo sono evidenti, ma è un jazz fresco e corroborante, da apprezzare ascoltandolo e riascoltandolo. Insomma, se non si è capito mi è piaciuto un sacco.

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Riprendo dal topic sugli ascolti vinilici, vorrei condividere un'altra leggendaria seduta musicale live del jazz, quella che si svolse il 16 Luglio 1962 al mitico Five Spot Cafè di N.Y. e che fu rilasciata integralmente nel 1974, anno in cui lo acquistai, anche in cofanetto triplo LP dalla Prestige dal  titolo "The Great Concert of Eric Dolphy".

Con Dolphy nel quintetto vi è tra quanto di meglio potesse offrire il panorama jazz di quella decade prodigiosa. 


Eric Dolphy, Alto Saxophone, Flute, Bass Clarinet

Booker Little, trumpet

Mal Waldrom, piano

Richard Davis, bass 

Eddie Blackwell, drums 


Menzione speciale, a parte Dolphy, stellari gli altri compagni, credo vada al grande Booker Little, autentico poeta della tromba (suona un po' "ironico" l'accostamento dei due termini ... ma tant'è).
Rudy Van Gelder fu il mago delle registrazioni che trasfigurava in arte, al pari della musica, lo stesso, "semplice" suono.

Successivamente furono rilasciati due CD vol 1 e 2, incompleti. Nel 2011 vi fu l'edizione che comprendeva anche gli ultimi due brani non presenti nel precedenti CD Prestige, presenti invece nel cofanetto vinilico, intitolato "Eric Dolphy / Booker Little Quintet – At The Five Spot - Complete Edition"

 

Le parole non servono per una musica propulsiva creata sui più potenti slanci inprovvisativi da musicisti immensi, visionari, sognatori di un jazz senza tempo e senza confini, fonte di ispirazione per i successivi innovatori ancor più "spericolati" della musica afroamericana. 
 

 

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4 minuti fa, analogico_09 ha scritto:

Rprendo dal topic sugli ascolti vinilici, vorrei condividere un'altra leggendaria seduta musicale live del jazz, quella che si svolse il 16 Luglio 1962 al mitico Five Spot Cafè di N.Y. e che fu rilasciata integralmente nel 1974, anno in cui lo acquistai, anche in cofanetto triplo LP dalla Prestige dal  titolo "The Great Concert of Eric Dolphy".

Con Dolhy nel quintetto vi è tra quanto di meglio potesse offrire il panorama jazz di quella decade prodigiosa. 


Eric Dolphy, Alto Saxophone, Flute, Bass Clarinet

Booker Little, trumpet

Mal Waldrom, piano

Richard Davis, bass 

Eddie Blackwell, drums 


Menzione speciale, a parte Dolphy, stellari gli altri compagni, credo vada al grande, "superbo" Booker Little, autentico poeta della tromba (suona un po' "ironico" l'accostamento dei due termini ... ma tant'è).
Rudy Van Gelder fu il mago delle registrazioni che trasfigurava in arte, al pari della musica, lo stesso, "semplice" suono.

Successivamente furono rilasciati due CD vol 1 e 2, incompleti. Nel 2011 vi fu l'edizione che comprendeva anche gli ultimi due brani non presenti nel precedenti CD Prestige, presenti invece nel cofanetto vinilico, intitolato "Eric Dolphy / Booker Little Quintet – At The Five Spot - Complete Edition"

 

Le parole non servono per una musica propulsiva creata sui più potenti slanci inprovvisativi da musicisti immensi, visionari, sognatori di un jazz senza tempo e senza confini, fonte di ispirazione per per i successivi innovatori della musica afroamericana. 
 

 

 

Grazie bellissima segnalazione....in particolare perchè pone tra le altre cose, anche l'attenzione su di un musicista un pò dimenticato come Ed Blackwell. Uno dei batteristi in assoluto tra i più grandi della storia del Jazz. Ricordo un suo concerto con gli Old e New Dreams di Don Cherry tanti ma proprio tanti anni fa al fu Centro Palatino qui a Roma, dove assistetti ad una delle performance di batteria tra quelle che non dimenticherò mai. Sentii lo strumento suonare con una profondità espressiva che solo in rarissime occasioni ho avuto modo di riascoltare (Max Roach con Bill T. Jones intorno al 1995, Al Foster al Teatro dell'Opera e davvero pochi altri). Bellezza pura e semplice....

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@egalli Grandissimo Ed Blackwell, al centro della scena jazzistica anche con il due "MU", vol. 1 e 2, in duo con Don Cherry, musica totalmente improvvisata con l'impiego di vari strumenti "etnici", percussivi, fluati, flautini, piano, vocal, etc.., insomma un disco leggendario. Ed collaborò con altri grandi del jazz, in particolare con Ornette Coleman per album epocali: Science Fiction, Free Jazz dell'improvvisazione collettiva a doppio quartetto, Ed in uno Billy Higgins nell'altro, altro bar tterista "spirituale" io tendo ad assomigliarli, con Dolphy, strepitoso nei Five Spot, Sheep, etc. Aveva un drumming , un calore  spirituale, lirico..., mi si passino gli aggettivi un po' "temerari" ? 

Al Centro Palatino, ai lati di Villa Celimontana, c'ero anch'io ad ascoltare l' Old e New Dreams, concerto fantastico, mancava solo Ornette Coleman, si era negli 83', 84'? 

 

Un concerto memorabile

 

(quando uno poi diche che il jazz è morto...) 

 

 

 

 

 

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  • 1 mese dopo...
  • 2 mesi dopo...
analogico_09

 

 

In questa registrazione Miles suona un po' alle "dipendenze" del grande arrangiatore, prezioso co-autore di progetti musicali "concept" decisamente più memorabili quali Sketches of Spain, Porgy and Bess, Miles Ahead...

Insomma, in  Quiet Nights 1963 (27 minuti di musica, un po' pochi, tra l'altgro) il "divino" Miles  soffia nella tromba in modo più "easy", lontano dai più consoni, profondi e drammatici registri lirici, senza venire tuttavia meno all'abituale raffinatezza stilistica al servizio di un progetto "jazz bossanova" ibrido e mancato nelle finalità più "commerciali", probabilmente contro le aspettative di casa Columbia. 

Le cose vanno meglio con "Summer Night", il brano che conclude l'album registrato in quintetto*  - le altre selezioni sono tutte con Gil Evans al capo della sua orchestra - dove Davis sembra ritrovare un climax musicale più espressivo non in grado tuttavia di nobilitare i precedenti 20 minuti di musica un po' "sperdutelli". 

 

*M. Davis - George Coleman tenor sax - Victor Feldman, piano - Ron Carter, bass, Frank Butlert, drums 

 

 

 

 

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giorgiovinyl

Volevo condividere con voi questo gran bel disco che ho da poco scoperto. Il leader, il percussionista KAHIL EL'ZABAR'S suona dagli anni 60, cominciò come batterista di Donnie Hathaway  ma poi fu attratto dall' Association for the Advancement of Creative Music— un collettivo basato a  Chicago-based di musicisti Black avant-garde Black, che ha  incluso Lester Bowie, Henry Threadgill, Anthony Braxton, and Muhal Richard Abrams,tra gli altri.

A quanto pare il vinile spacca le balate. Vi allego una recensione

https://www.musicajazz.it/recensione-kahil-el-zabars-ethnic-heritage-ensemble/

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  • 2 settimane dopo...

 

L'album Tetragon di "Joe Henderson Quartets" si colloca in un momento cruciale di transizione, sia per la carriera dell'artista che per l'evoluzione del jazz alla fine degli anni '60. Registrato tra il 27 settembre 1967 e il 16 maggio 1968 e pubblicato nel 1968 (o all'inizio del 1969 a seconda delle edizioni), il disco segna il passaggio di Henderson dalla Blue Note alla Milestone Records. L'album si chiama "Quartets" perchè, in effetti, si esibisono insieme a Joe Henderson:

 

nella sessione del 1967: Don Friedman al piano, Ron Carter al contrabbasso ed un giovanissimo Jack DeJohnette alla batteria;

e nella sessione del 1968: Kenny Barron al piano (che pianista sublime, ndr), ancora Ron Carter e Louis Hayes alla batteria. 

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Siamo alla fine dell'era del Hard Bop e all'alba del Jazz-Funk e della Fusion. Mentre Miles Davis iniziava a sperimentare con strumenti elettrici, Henderson in questo disco rimane ancorato al formato del quartetto acustico, declinandolo con un approccio molto moderno. Il linguaggio è Post-Bop ed Il disco è considerato uno dei vertici del jazz acustico per piccola formazione del periodo. Sebbene strutturato, il suo stile inizia a includere "twists" creativi ed esplorazioni di estremi multifonici che anticipano le sue successive sperimentazioni più radicali degli anni '70. Inoltre il 1968 è un anno di profondi sconvolgimenti sociali negli Stati Uniti (le proteste per i diritti civili, l'assassinio di Martin Luther King Jr.) e sebbene Tetragon non sia un disco esplicitamente politico come il successivo Power to the People (1969), la tensione creativa e la ricerca di nuove forme espressive riflettono l'urgenza e il cambiamento tipici del calderone sociale.

 

 

La transizione di Tetragon si esprime nell’uso del linguaggio dell'hard-bop come trampolino per tuffarsi nel jazz modale e nel post-bop. Mentre l'hard-bop tradizionale si basa su progressioni armoniche funzionali che "risolvono" continuamente, in Tetragon Henderson predilige strutture che evitano la risoluzione evadendo dalla rigidità strutturale classica II-V-I tipica del bop. In brani come Tetragon (la title track), Henderson e Kenny Barron lavorano su centri tonali statici. Invece di muoversi agilmente tra accordi che cambiano ogni due battute, scelgono un colore (spesso il modo dorico e lidio) e lo esplorano per periodi più lunghi. I "centri tonali statici" sono il pilastro della "nota centrale" (il pedale); Ron Carter non cammina sullo schema tipico della tradizione ma armeggia intorno al pedale di tonica o dominante ed intorno a questo Barron e Friedman utilizzano il "voicing per quarte" (tipico di McCoy Tyner), che svuota l'accordo della sua tensione tonale classica (terza e settima) rendendolo più ambiguo e aperto. in brani classici come "Invitation", che avrebbe una struttura armonica classica, Joe lo "stira". Il suo assolo, non insegue ogni singolo cambio di accordo ma sorvola le armonie con lunghe linee modali che danno un senso di spazio e libertà ignoto all'hard-bop degli anni '50. 

 

Infine due parole sull'edizione che ho comprato appena disponibile in prevendita, mai ristampato la Craft ha compiuto un'operazione filologica di alto livello, con masterizzazione AAA (almeno così dicono ed io ci credo) di Kevin Gray presso Cohearent Audio e stampata da Fidelity Record Pressing. Secondo me suona piuttosto bene

Ciao

D.

 

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