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Les Arts Florissants. Quando la classe non è acqua.


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11 ore fa, Gabrilupo ha scritto:

Ritengo il problema di natura squisitamente culturale. Ad esempio, poteva nascere in Italia un'istituzione di questo tipo?

 

 

Fatto culturale, giustappunto, come dicevo sopra. Lo dico da anni nel vecchio e in questo forum.
In talia sarebbe stato possibile fare cose del genere e forse anche meglio se i nostri  musicisti "specialisti" nei repertori antichi e barocchi non si fossero ritrovati costretti ad espatriare in paesi ben più musicali in cerca di "scuole" e maestri in grado di prepararli e introdurli nel mondo dell'interpretazione filologica degli specifici repertori musicali d'epoca, ivi rimanendo per poter trovare lavoro e quella considerazione che in patria veniva e viene loro negata oppure tiepidamente o "sufficientemente" accordata. Mi pare sentire più o meno stesso discorso che viene fatto anche per la ricerca scientifica, per  le nostre migliori menti in fuga verso l'estero.

 

C'è una testimonianza che ho avuto modo di riportare in altre discussioni analoghe che la dice lunga sul provincialismo, non di rado contrassegnato da grettezza, del nostro sistema socio-culturale, pubblico e privato, perfino "vaticano".


Nel booklet che accompagna il cofanetto discografico del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi, registrata nel 2004 da Rinaldo Alessandrini con i suoi ensemble vocali e strumentali, lo stesso direttore, nonchè illustre musicologo, nel commentare l'opera si lascia giustamente andare ad una osservazione quanto mai centrata e corrispondente al reale stato delle scarse italiche cose di natura musicale. (nella mia infinitesimale piccolezza potrei portare testimonianze di analogo tenore, avendo potuto verificare da vicino, personalmente, situazioni di "rifiuto" dello stesso tipo)

 

"La registrazione dei Vepri non avrebbe potuto essere realizzata in migliori condizioni di quelle che l'ambasciatore francese a Roma [...] ha voluto offrire a Concerto Italiano. Ricorderemo quindi con graditudine non solo la sua cordialissima e squisita ospitalità e gentilezza, ma anche la competenza che ancor più ci ha confortato nei giorni di registrazione presso Palazzo Farnese evitandoci la sensazione di sentirsi ospiti ingombranti.. [...]
Sarei tentato di paragonare l'ospitalità francese al perenne "no" che siamo purtroppo abituati a ricevere come risposta dalle nostre amministrazioni cittadine ne dalle gerarchie vaticane, responsabili di decine e decine di chiese, chiuse a qualsiasi iniziativa sia di culto che culturale. Tempo sprecato, credo."

 

Il Palazzo Farnese è sede dell'ambasciata Francese in Italia, "suolo" francese. 
La registrazione di questo capolavoro magistralmente esegiuito fu a cura, ovviamente (te pareva...) della casa francese Naive (Opus 111), etichetta per la quale Alessandrini ha inciso tutto o quasi il suo vasto, vario e prezioso progetto discografico che va dal tardo rinascimento/primo barocco (labili i confini...) fino al classicismo e poco oltre...

 

Mi scusasse @Gabrilupo la piccola "deviazione" conseguenza tuttavia della sua proficua "provocazione"... 😉

 

 

@analogico_09 Non hai di che scusarti; Peppe, le deviazioni sono proficue. Purtroppo è vero quello che scrivi a proposito dei nostri alfieri della filologia, anche il mio buon concittadino Fabio Biondi ha dovuto migrare oltralpe. A livello discografico solo la Tactus in Italia ha provato a realizzare qualcosa.

31 minuti fa, Gabrilupo ha scritto:

A livello discografico solo la Tactus in Italia ha provato a realizzare qualcosa

anche l'etichetta Symphonia di Roberto Meo ci ha provato e, saltuariamente Stradivarius e Bottega Discantica, soprattutto inizio anni '80

4 ore fa, Gabrilupo ha scritto:

Purtroppo è vero quello che scrivi a proposito dei nostri alfieri della filologia, anche il mio buon concittadino Fabio Biondi ha dovuto migrare oltralpe. A livello discografico solo la Tactus in Italia ha provato a realizzare qualcosa.

 

 

Assolutamente. Fabio Biondi, Rinaldo Alessandrini, Alessandro De Marchi, Alfredo Bernardini, Paolo Pandolfi, Enrico Gatti, Chiara Banchini, Laura Pontecorvo, ecc... (potrei fare anche nomi di aristi di jazz di casa nostra cui è toccata analoga sorte.., ma transeat), pur mantenendo qualche radice in Italia, sono dei veri "globtrotter" della musica, il che è bene, ma resta tuttavia sconfortante lo stato di necessità nel quale si sono dovute operare certe scelte.

E' grazie alla Tactus e ad altre poche etichette discografice piuttosto di nicchia già citate che da noi non vi sia la più totale desolazione discografica, dove, in virtù delle grandi potenzialità dei nostri talentuosi musicisti, avremmo potuto avere molto di più su tutti i fronti della cultura e dello "spettacolo" musicali.

(specialmente dai "francesi", more solito, siamo stati saccheggiati.., perlomeno sono stati i primi a riscoprire e a registrare, eseguire in concerto, le musiche del grande musicista della scuola romana barocca Orazio Benevolo, insigne, polifonista contemporaneo di Borromini, autore di brani polifonici meravigliosi composti "su misura" per le cantorie della chesa di Sant'Ignazio in Roma, superba opera di detto prodigioso architetto sul quale mi soffermai in maniera un po' più estesa in alcuni post ante-incendio...

 

Grazie ancora alla Tactus se abbiamo l'esecuzione italiana della "Missa In angustia Pestilentiæ" a 16 voci del Benevolo, nel complesso buona con dei limiti ... Non mi dilungo, scusate il largo giro di boa ma nella musica, nell'arte, resta tutto collegato...

 

 

d questo sito Ta ctus https://www.tactus.it/tc600201-orazio-benevoli-1605-1672-missa-laquoin-angustia-pestilentiaeraquo-1656

 

 

Orazio Benevoli fu uno dei più importanti compositori del barocco romano.
Nato a Roma nel 1605, entrò dodicenne tra i pueri cantores della Chiesa di San Luigi dei Francesi, dove rimase fino al 1623.
L’anno successivo divenne maestro di cappella a Santa Maria in Trastevere e, successivamente, a Santo Spirito in Saxia e a San Luigi dei Francesi. Nel 1644 si recò a Vienna, al servizio dell’Arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo.
Tornato a Roma, dopo essere stato maestro di cappella a Santa Maria Maggiore, il 7 novembre 1646 divenne direttore della Cappella Giulia in Vaticano, posto che conservò per più di venticinque anni, fino alla morte avvenuta il 17 giugno 1672. Vincenzo di Betta guida la Cappella Musicale di Santa Maria in Campitelli alla riscoperta della sua «Missa In angustia Pestilentiæ» (nell’angustia della peste), composta ed eseguita nel 1656 nella Basilica di San Pietro a porte chiuse, data la gravità del contagio della peste diffusasi a Roma nello stesso anno, che indusse il papa Alessandro VII ad emanare disposizioni che riducessero al minimo i momenti di aggregazione in città, come le celebrazioni solenni.
L’opera era probabilmente stata commissionata dal Capitolo della Basilica per una importante occasione, con la quale si invocava la misericordia divina affinchè il contagio cessasse.

 

 

 

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