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Dopo la morte c'è un'altra vita?


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briandinazareth
31 minuti fa, mozarteum ha scritto:

Brian tutto giusto quello che dici, ma i moventi dell’azione umana non finiscono nelle spiegazioni scientifiche.

Altrimenti anche il dover essere (la morale) diventa un’ app della mente scientificamente sezionata.

Quando ad esempio parliamo di innamoramento, gli scienziati ci spiegheranno di ormoni e molecole, ma a noi interessa la poesia d’intorno.

 

che le si voglia far fnire o no nelle spiegazioni scientifiche o che ci si interessi dell'aspetto poetico è però ininfluente rispetto a quello che dicevo prima. se ci innamoriamo non ci interessiamo alla parte ormonale, ci viviamo la sensazione, ma questo non ci può far dimenticare da dove nasce. 

perché senza il cervello vivo non c'è l'amore e non c'è poesia, anzi, la cosa è ancora più intrigante e filosoficamente impegnativa:

come dicevo prima, anche da vivi, bastano pochissime modifiche al cervello (ad esempio per una malattia, un farmaco o un trauma) per far scomparire parti di noi o capacità umane che consideriamo essenziali, come l'amore, riconoscere un volto,  la consapevolezza del tempo ecc. 

la tua obiezione "altrimenti anche la morale diventa un app" non è valida, perché il fatto che le conseguenze non ci piacciano non inficia nulla. 

la morale è la cosa meno oggettiva che esista tra le esperienze umane, come è evidente dall'estrema variabilità nelle epoche e luoghi, ma anche tra gruppi omogenei o anche noi stessi col passare del tempo e delle esperienze. 
l'unica cosa che più o meno regge è la golden rule, che però è declinata nelle maniere più diverse a seconda della cultura e singola persona. 

 

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7 ore fa, briandinazareth ha scritto:

se l'anima esiste non ha alcun effetto tangibile sui nostri comportamenti, sentimenti, credenze, sensazioni o pensieri, se anche lo avesse, sarebbe estremamente flebile e generalmente ininfluente.

Io la penso in maniera diametralmente opposta, perché l'anima per me è la manifestazione (comportamenti , sensazioni, pensieri, idee...) di ciò che ognuno di noi è. Semmai la domanda cruciale è: il nostro essere (anima) trae origine dalla parte materiale (encefalo) o esiste a prescindere?

Se si propende per la prima ipotesi, allora probabilmente con la morte (cessazione attività encefalo) termina anche l'anima, diversamente, se si propende per la seconda opzione, l'anima esiste comunque, ma si manifesta materialmente sempre attraverso l'encefalo ed il corpo.

Decidete voi ....

 

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Con tutto il rispetto per le Sacre scritture non e’ detto.

La scienza indagando nell’universo con mezzi potentissimi non ha scovato alcun deposito di morti redivivi.

Saranno in mezzo a noi sotto forma di spiriti? Mah.

Il mio gatto non ha pretese di immortalita’ eppure e’ cosi’ bello che mi domando perche’ un geometra con le orecchie a sventola dovrebbe essergli preferito nel creato

1 minuto fa, Coltr@ne ha scritto:

Tranquilli non morirete mai, perché non siete mai nati, siete un sogno, a volte viene e poi sparisce senza lasciar traccia

Questa e’ una bella chiave di lettura almeno per i fortunati che hanno goduto e godono qua

  • Melius 1
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briandinazareth
15 minuti fa, LUIGI64 ha scritto:

Voler confinare tutto al cervello, è il grande cavallo di battaglia dei riduzionisti

La scienza ancora non ha spiegato in maniera esaustiva (anche ammettendollo), come funzioni la nostra coscienza

 

non c'è alcun riduzionismo, anche perché pare proprio che la coscienza sia una caratteristica emergente, in contrario del riduzionismo.

il problema non è confinare tutto al cervello (anzi, sarebbe più corretto dire al corpo), non entravo in campo metafisico o religioso, la mia è la semplice constatazione che senza quello o parti d quello, perdiamo noi stessi o parti importanti di noi stessi. questo mi pare innegabile e verificabile ogni giorno. 

c'è poi un errore metodologico: dire che siccome la scienza non ha spiegato tutto allora in pratica non possiamo dire nulla e tutto è valido. 

la scienza non spiega tutto ed è probabile che sia impossibile che lo faccia, almeno in un senso che sia a noi comprensibile. questo è un punto che non dobbiamo mai dimenticare. 

ma le cose che sappiamo ci permettono almeno di scremare quello che palesemente non è vero.

ad esempio, se so che la memoria scompare alla perdità di certe caratteristiche fisiche, perché mi dovrei inventare che non sia così perché non mi piace? 

una qualnque analisi di un qualunque fenomeno del mondo, noi compresi, dovrebbe partire da una certa libertà intellettuale che non cerca di modellare la visione del mondo come ci piacerebbe fosse, ma accettando, nella nostra finitezza, che il nostro volere,h i nostri desideri o la nostra visione possano semplicemente non essere aderenti alla realtà. 

il che comporta la capacità di cambiare visione e di avere il coraggio di abbandonare convinzioni anche molto forti, che ci hanno accompagnato tutta la vita, alla luce delle nuove cose che sappiamo. 

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2 minuti fa, Coltr@ne ha scritto:

sarebbe da indagare, può essere che ci si attacchi di più a questa breve vita, tanto più sia povera di "intensità".

Si e’ soggettivo.

Pero’ una gran bisboccia secondo i propri desideri autentici e’ un gran vivere.

Imho

  • Melius 1
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3 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

il problema non è confinare tutto al cervello (anzi, sarebbe più corretto dire al corpo), non entravo in campo metafisico o religioso, la mia è la semplice constatazione che senza quello o parti d quello, perdiamo noi stessi o parti importanti di noi stessi. questo mi pare innegabile e verificabile ogni giorno

Certamente, i problemi di hardware (encefalo, corpo) inficiano il corretto funzionamento del software (anima, coscienza).

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briandinazareth
10 minuti fa, jackreacher ha scritto:

Io la penso in maniera diametralmente opposta, perché l'anima per me è la manifestazione (comportamenti , sensazioni, pensieri, idee...) di ciò che ognuno di noi è. Semmai la domanda cruciale è: il nostro essere (anima) trae origine dalla parte materiale (encefalo) o esiste a prescindere?

Se si propende per la prima ipotesi, allora probabilmente con la morte (cessazione attività encefalo) termina anche l'anima, diversamente, se si propende per la seconda opzione, l'anima esiste comunque, ma si manifesta materialmente sempre attraverso l'encefalo ed il corpo.

Decidete voi ....

 

nella tua definizione di anima mi pare implicito che sia totalmente collegata al corpo. 

perché le modifiche nel nostro fisico o semplicemente un farmaco possono cambiare in modo radicale comportamenti , sensazioni, pensieri e  idee.

se identifichiamo queste con l'anima, come scrivevi, è consequenziale che non può esistere indipendentemente dal corpo.

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Ok certo se escludiamo a priori l'iipotesi di una dimensione spirituale e trascendente

Io credo che soltanto con mezzi puramente intellettuali non si possa indagare completamente la coscienza umana

La meditazione ed altre pratiche equivalenti, potrebbero essere una bella scoperta sul funzionamento della mente e della coscienza

Non è certo un caso che anche le neuroscienze, pian piano, si sono avvicinate a queste tecniche di investigazione mentale

Anche per le sostanze psicotrope, un ricercatore serio come S. Grof è giunto a conclusioni inaspettate

Consiglio di leggere il suo: Quando accade l'impossibile, ma anche suoi altri testi risultano interessanti

Ma ritengo chi non fosse interessato, prenderebbe queste letture come una perdita di tempo (bias)

 

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17 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

nella tua definizione di anima mi pare implicito che sia totalmente collegata al corpo. 

perché le modifiche nel nostro fisico o semplicemente un farmaco possono cambiare in modo radicale comportamenti , sensazioni, pensieri e  idee.

se identifichiamo queste con l'anima, come scrivevi, è consequenziale che non può esistere indipendentemente dal corpo.

Ed è qui che subentra la "fede" (non credulità) , c'è chi vi si aggrappa con forza e c'è chi la rifiuta...

Solo per fede si può affermare che l'anima esista sempre e comunque.

Ps: anima collegata al corpo non implica necessariamente che la prima sia mortale, ma che qui, in questo mondo, si manifesta attraverso il "corpo".

  • Melius 1
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briandinazareth
4 minuti fa, Savgal ha scritto:

Quanto sopra si coniuga con un altro elemento che ha caratterizzato la società fino al recente passato, la convinzione di far parte di una comunità, in cui le relazioni tra tra uomini e donne sono fondate su un ethos e un’identità comuni, in cui l'identificazione, la dedizione, l'abnegazione e l'altruismo sono considerati i comportamenti normali, poiché funzionali al perseguimento di interessi e fini collettivi, cui subordinare gli interessi e i fini individuali.

Dalla dissoluzione del senso di appartenenza alla comunità consegue l'emergere di un individualismo ottuso che si manifesta in forme di narcisismo infantile ed irresponsabile. Al soggetto che si identifica nella comunità in cui è nato si è sostituito l'individuo, ma non l'individuo portatore di ragione, i cui comportamenti sono guidati dalla razionalità, bensì un soggetto succube del narcisismo infantile, per il quale il senso dell'esistere consiste nel perseguimento dei propri desiderio individuali, compresi quegli impulsi nel recente passato considerati proibiti o malvisti, ma ora consentiti poiché condivisi da molti altri individui e non perché divenuti moralmente accettabili.

 

eppure se pensiamo al livello di senso della comunità  e del bene comune, il supporto verso chi è in difficoltà o è debole, il senso di giustizia e di eguaglianza e l'altruismo diffuso, sono molto più presenti nelle società secolarizzate che in quelle profondamente religiose ancora esistenti.

la repubblica ceca,nota per essere il paese con meno credenti e più secolarizzata, è molto più altruista, supportiva e orientata al bene comune, nei fatti, di qualunque paese molto religioso o con una forte identità.

questa è una tendenza molto diffusa e che possiamo trovare simile in giro per il mondo.

molto spesso un forte senso religioso o comunitario è escludente verso gli esterni ma anche verso gli appartenenti.

possiamo anche vedere un altro fenomeno molto interessante su questo versante: 

diverse popolazioni hanno sviluppato un diverso livello di senso del bene comune, molto legato alle condizioni di vita.

questo ha portato anche a delle differenze genetiche medie importanti proprio nelle parti che regolano l'individualismo.

ad esempio le culture basate sul riso, che richiede un livello di collaborazione molto più elevato e soprattutto non gestibile a livello familiare, mostrano due fenomeni molto interessanti: 

una tendenza al collettivismo molto più forte, solo in parte culturale.
una minore variabilità genetica, una sorta di conformismo genetico che crea di per se meno individualismo. 

questo non sembra influenzato per nulla dal livello di religiosità o di rigidità conformista delle singole comunità.

  • Melius 1
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