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Che Michael Head fosse un artista di talento lo si sapeva già dai tempi in cui faceva parte dei The Pale Fountains, anche se la cosa non era così evidente e ha continuato ad esserlo per tutto questo tempo. Recentemente è tornato a proporsi con un suo nuovo gruppo, che si fa chiamare The Red Elastic Band, e con il quale ha sfornato un nuovo ottimo lavoro, dal titolo di “Dear Scott”, che rappresenta un po’ la quintessenza di certo pop britannico. Folk striato da chitarre jangle e da arrangiamenti curati per raccontare storie un po’ tristi, dove l’emozione è la giusta chiave di lettura per farsi coinvolgere ancora una volta, con un filo di nostalgia.

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Ciao ☮️ 

Stefano R.

 

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Collage - Over and Out (2022)

Uscito ai primi di dicembre dello scorso anno, Over and Out è in assoluto PER ME uno dei migliori dischi del 2022. La loro musica è un progrock simile a quello di tante band nate negli anni ottanta e novanta, Marillion su tutte. Ciò che mi ha colpito, è la sensazione di stare ascoltando un disco davvero ispiratissimo, "sentito", comunque tutto tranne che un lavoro di routine. Non so se sia voluto, ma pure la scaletta dei brani mi pare sia un continuo crescendo di intensità e bellezza: si parte bene, e si finisce meglio. Chi, come il sottoscritto, è rimasto anche colpito dall'ultimo disco dei già citati Marillion, non potrò che amare pure Over and Out. I Collage, ho scoperto, sono un gruppo polacco (niente a che vedere con la band italiana di "Due ragazzi nel sole") formatosi nel 1985, che aveva pubblicato l'ultimo disco nel 1996. Quasi 30 anni di attesa, dunque, per un nuovo disco. Farlo brutto ci voleva dell'impegno.

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Tanto per cambiare, il 1965 era stato un anno difficile per Davis. Aprile, intervento all'anca. Agosto, si rompe una gamba giocando con uno dei figli. Solo alla fine dell'autunno può finalmente tornare ad esibirsi: Filadelfia, Detroit, New York, la capitale federale e quindi, dal 21 dicembre al 2 gennaio, il Plugged Nickel di Chicago. Ma gli altri membri del gruppo sono stanchi di ripetere ogni sera lo stesso programma: ormai sanno prevedere le improvvisazioni uno dell’altro, c’è bisogno di nuovi stimoli. D’altronde bisogna capirli, sono giovani: Shorter ha trentadue anni, Carter ventotto, Herbie venticinque, Williams appena venti. L’idea viene proprio a Williams: senza dire nulla a Miles, ognuno si sarebbe dovuto impegnare a non suonare nel modo che tutti gli altri si sarebbero aspettati. Dove bisognava alzare la tonalità, avrebbero scelto una nota più grave, invece di colpire la grancassa, il batterista avrebbe invece picchiettato delicatamente il piatto. Fino a stravolgere i ritmi, dilatare le melodie rendendole quasi irriconoscibili. E Davis, vecchio volpone, sta al gioco (pare abbia finto di non accorgersi di nulla). Una variazione di un jazz già di altissimo livello di cui ci rimane una registrazione monstre, sette ore e mezza di musica che riportano integralmente le serate del 22 e 23 dicembre. Un documento storico, un autentico viaggio nel tempo verso un jazz club della metà degli anni sessanta (compresi rumori di posate, frusciare del pubblico, commenti dei musicisti), soprattutto un'esperienza di ascolto entusiasmante. In scaletta moltissimi standard, quasi un ritorno al repertorio del primo quintetto insieme ai musicisti del secondo.

 

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@Gaetanoalberto Provo a dirti la mia … il disco è bello, questa è la mia prima affermazione. Detto ciò , trovo che Hersch col suo pianoforte provochi la Spalding a liberarsi da uno schema ben definito facendola addentrare in virtuosismi all’apparenza ignoti ma ben controllati e  sempre in linea con la musica. Voce cristallina e ben ferma, in alcuni passaggi  l’avrei preferita  più morbida, più dolce, ma lei da strumentista si capisce che segue dei rigori precisi anche nel proporre la voce che sembra all’ascolto fuori dagli schemi, in alcuni tratti, ma in verità per lei è sempre all’interno di una performance ben controllata.

Live molto bello, da club.
Registrazione ottima in streaming.

Questo di questa mattina è il mio terzo ascolto del disco fatto tra ieri e oggi.

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Gaetanoalberto

Continua il mio viaggio di apprendimento dei rudimenti della musica classica, grazie a queste poche centinaia di cd dei cofanetti Sony Vivarte acquistati per colpa de @il Marietto che non finirò mai di ringraziare.

 Ottime esecuzioni ed incisioni. Certo mi mancano i termini di paragone, ma la finezza e la godibilità di un’incisione e di un’esecuzione si possono apprezzare ex se.

Peccato non avere sempre il tempo di ascoltare come si deve, e soprattutto di accompagnare all’ascolto la lettura dei bei libretti, che servono pienamente allo scopo di minima erudizione dell’allievo che si affaccia a questo bellissimo mondo.

Insieme a me, grazie alle mie preziose foto che immagino conserverete, state facendo un percorso che in particolare disvela l’importanza della musica sacra, ed i passaggi che ne accompagnano l’evoluzione.

Questi Kyrie Eleison che si ripetono, si evolvono, si distinguono, lasciano nell’ascoltatore il segno di una cultura ed un arte profondamente collegate ad un filo continuo e mai uguale tra passato, presente e futuro.

Siamo già nell’’800, Schubert ancora giovane scrive le sue messe, influenzato da Haydn di cui aveva cantato i lavori nella corale di Lichtental, apportando naturalmente le variazioni suggerite dal suo talento. Ne emerge anche lo spaccato di una società che, come al solito, tra i fermenti della politica e dei risorgimenti nazionali, in un’Europa attraversata dai conflitti e dalle trame, riesce ad intessere nella cultura e nell’arte rapporti di una squisitezza che il contemporaneo fumo dei cannoni non farebbe immaginare.48334BF6-C476-4E7D-A954-30836B2CC034.jpeg.2dafc4175d3820c6e4f23a10bfc6dd9e.jpeg

 

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Gaetanoalberto
9 minuti fa, yukatan ha scritto:

l’avrei preferita  più morbida

Sottoscrivo tutto quello che hai scritto. Grazie. Sul punto della voce, per me questa scelta atipicità è comunque stata l’elemento di distinzione ed originalità che ha catturato l’attenzione, lasciando il segno.

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