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Ma Trump che sta facendo?


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DW

Il petrolio crolla sulle speranze dell'accordo con l'Iran.

I prezzi del petrolio sono diminuiti bruscamente nelle prime contrattazioni asiatiche dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuovi colloqui con l'Iran volti a porre fine al conflitto in Medio Oriente e riaprire lo stretto di Hormuz.

Il greggio Brent per la consegna di settembre è sceso di oltre il 6% a $ 82,41 al barile nei primi scambi.

Il conflitto ha interrotto i mercati energetici e di fatto ha chiuso lo stretto di Hormuz, una rotta chiave per la spedizione globale di petrolio e gas.

https://p.dw.com/p/5IA4m

 

money money $$$$$$$$

😁

 

scommetto che i colloqui non porteranno a niente.

 

 

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Il leader degli Stati Uniti è in difficoltà su tutti i lati. E questo spiega perché non si veda ancora alcuna via d’uscita. Da cinque mesi, Trump oscilla tra l’impulso di radere al suolo il regime degli Ayatollah e una razionale apertura alla trattativa. Talvolta, anche nella politica internazionale valgono le regole della fisica. Due spinte contrapposte e di uguale intensità producono lo stallo, la paralisi. Per la prima volta, anche l’Amministrazione appare così incerta, così divisa. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, preme per una spallata militare poderosa, riecheggiando nelle riunioni alla Casa Bianca gli appelli del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una scelta sconsigliata, invece, dal vice presidente J.D. Vance e soprattutto dal capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine. Per mesi Trump ha esplorato una via di mezzo, quella che gli è più congeniale: minacciare pesantemente l’avversario per costringerlo ad accettare un dialogo alle sue condizioni.

 

Ora è sempre più diffusa, a torto o a ragione, un’altra sensazione: Trump, in realtà, non sa che cosa fare. I sondaggi riflettono la sfiducia crescente dell’opinione pubblica. Secondo Gallup, l’istituto statistico più autorevole degli Usa, solo il 37% degli americani approva l’operato del presidente. Peggio di lui, soltanto Richard Nixon, a pochi giorni dalle dimissioni per lo scandalo Watergate. La credibilità di «The Donald» è in caduta libera, perché, probabilmente aveva ragione Abraham Lincoln: «Puoi ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non puoi ingannare tutti per sempre». Naturalmente, per il presidente, questo è lo scenario peggiore in vista delle elezioni di midterm, in programma il 3 novembre.

 

I Pasdaran hanno fatto, invece, un calcolo preciso: Trump non ha alcuna intenzione di scatenare una guerra totale che forse manderebbe a picco l’Iran; sicuramente affosserebbe una gran parte dell’economia globale. Tutto il resto, visto da Teheran, sono chiacchiere, quelle conteggiate dalla Cnn. Certo, anche questa è una scommessa rischiosa. Ma, intanto, gli iraniani si sono impadroniti dello Stretto di Hormuz e non hanno alcuna intenzione di ripristinarvi la libera navigazione. A questo punto ci sarebbero solo due possibilità. La prima: offrire una qualche compensazione ai Pasdaran. Non un vero pedaggio su ogni nave in transito, ma una formula che gli somigli. Sarebbe una sconfitta bruciante per le regole del diritto internazionale. L’ennesima, purtroppo.

 

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@Savgal

 

 

L’editoriale di Sarcina che hai parzialmente citato sopra ha un enorme errore logico : scambia una difficoltà politica contingente degli Stati Uniti per una superiorità strategica dell’Iran.

 

Ecco il mio contro-editoriale

 

Hormuz, l’errore di Sarcina: perché il tempo non lavora per l’Iran

L’editoriale di Giuseppe Sarcina muove da un dato reale — l’incertezza di Donald Trump e la riluttanza europea — ma ne ricava una conclusione logicamente infondata: che il protrarsi della crisi nello Stretto di Hormuz favorisca necessariamente l’Iran e costringa gli Stati Uniti a scegliere tra una resa mascherata e una guerra terrestre catastrofica.

È esattamente questo il vizio dell’intero ragionamento.

Sarcina descrive lo stallo diplomatico come se fosse anche uno stallo militare.
Assume che il regime iraniano possa sostenere indefinitamente il conflitto, mentre gli Stati Uniti sarebbero inevitabilmente piegati dall’aumento del prezzo del petrolio, dai sondaggi e dalle elezioni di midterm.

Soprattutto, costruisce una falsa alternativa: o si paga il ricatto iraniano, direttamente o indirettamente, oppure si intraprende una nuova guerra sul modello dell’Iraq.

Ma nessuno stratega serio propone di occupare l’Iran. La vera opzione è un’altra: una guerra aeronavale di logoramento, senza invasione, senza grandi contingenti terrestri e con un’esposizione minima dei soldati americani, diretta a distruggere progressivamente la capacità militare, economica e finanziaria del regime.

Una volta posta correttamente la questione, la prospettiva si rovescia.

Non è affatto evidente che il tempo lavori per i Pasdaran. È molto più probabile il contrario.

1. Sarcina confonde l’indecisione di Trump con la forza dell’Iran

Che Trump sia oscillante, contraddittorio e ossessionato dai sondaggi è indiscutibile.

Ma da questo non discende che l’Iran si trovi in una posizione strategica favorevole.

La debolezza politica di un presidente non modifica automaticamente i rapporti materiali di forza tra due Stati. Gli Stati Uniti restano una superpotenza militare, finanziaria, tecnologica ed energetica.

Possono scegliere quando colpire, con quali mezzi, con quale intensità e contro quali bersagli. Possono prolungare o ridurre la pressione, ampliare progressivamente la lista degli obiettivi e impedire la ricostruzione delle capacità distrutte.

L’Iran, al contrario, non può scegliere liberamente il proprio livello di coinvolgimento. Deve mantenere aperto il confronto, continuare a minacciare la navigazione, lanciare missili, proteggere le coste, difendere gli impianti energetici, reprimere il dissenso interno, pagare Pasdaran, esercito e Basij, finanziare le proprie reti clientelari e garantire almeno una parte dei servizi essenziali alla popolazione.

Sarcina trasforma quindi una vulnerabilità politica americana in una presunta superiorità strategica iraniana. Ma sono due piani completamente diversi.

Il fatto che Trump possa temere il costo elettorale del conflitto non significa che l’Iran abbia le risorse per vincerlo.

Significa soltanto che Teheran spera di ottenere per via psicologica e politica ciò che non può ottenere sul piano militare.

2. Lo stallo diplomatico non è uno stallo strategico

L’assenza di un accordo e la ripetuta smentita delle dichiarazioni di Trump dimostrano che la diplomazia non sta funzionando.

Non dimostrano affatto che gli Stati Uniti abbiano esaurito le proprie opzioni.

L’Iran sta giocando una partita eminentemente politica: resistere abbastanza a lungo da convincere Washington che il costo di continuare sia superiore a quello di cedere. Ma questa è una scommessa, non un fatto.

Sarcina assume senza dimostrarlo che il regime iraniano sia capace di assorbire indefinitamente bombardamenti, sanzioni, interruzioni delle esportazioni, difficoltà nelle importazioni e progressiva distruzione delle proprie infrastrutture militari ed energetiche.

È un presupposto enorme e tutt’altro che plausibile.

La resistenza di una dittatura non dipende soltanto dalla sua disponibilità a sacrificare la popolazione.

Dipende dalla sua capacità concreta di mantenere in funzione lo Stato, pagare gli apparati coercitivi, distribuire carburante ed energia, garantire le comunicazioni, rifornire le forze armate e impedire che il deterioramento economico diventi disgregazione politica.

L’autoritarismo consente di reprimere il malcontento.

Non consente di abolire la logistica, l’economia e la contabilità.

3. Il tempo può lavorare molto più duramente contro i Pasdaran

Il punto decisivo è proprio quello ignorato da Sarcina: in un conflitto prolungato, chi consuma risorse più difficilmente sostituibili?

Gli Stati Uniti utilizzano piattaforme aeree e navali, intelligence satellitare, droni, missili a lungo raggio e basi distribuite su un sistema globale. Possono rifornire le proprie forze attraverso una rete logistica incomparabilmente superiore e dispongono di un’economia capace di sostenere una campagna militare prolungata senza rischiare il collasso dello Stato.

L’Iran, invece, consuma:

missili e droni;

propellenti;

componenti elettronici;

radar e sistemi di comunicazione;

lanciatori mobili;

tecnici specializzati;

depositi e infrastrutture produttive;

ricavi petroliferi;

valuta estera;

capacità di importazione;

consenso sociale;

fedeltà degli apparati.

Ogni missile lanciato è una risorsa perduta.

Ogni deposito individuato è difficilmente ricostruibile sotto sorveglianza satellitare. Ogni impianto colpito riduce la capacità di rigenerare l’arsenale. Ogni settimana di blocco riduce le entrate e aumenta il costo di mantenimento del sistema.

Gli Stati Uniti non devono conseguire una spettacolare “vittoria finale”.

Non devono conquistare Teheran, abbattere formalmente il regime o imporre un’amministrazione militare. Devono semplicemente fare in modo che l’Iran non riesca più a ricostruire con la stessa velocità ciò che viene distrutto.

La guerra di logoramento viene vinta quando il costo della rigenerazione supera stabilmente la capacità di sostenerlo.

Ed è difficile immaginare che, in questa gara, l’Iran disponga di un vantaggio sugli Stati Uniti.

4. La falsa alternativa tra capitolazione e invasione

Il principale espediente retorico dell’editoriale consiste nel presentare la crisi come se le sole opzioni fossero due:

accettare un compromesso che riconosca di fatto all’Iran un potere di pedaggio su Hormuz;

scatenare una guerra totale, con occupazione del territorio iraniano e migliaia di soldati americani esposti.

Questa alternativa è falsa.

La tesi di Luttwak è esattamente opposta: non occorre occupare l’Iran. Non occorre marciare su Teheran. Non occorre ripetere l’Iraq o l’Afghanistan.

È sufficiente utilizzare la superiorità aeronavale per demolire progressivamente gli strumenti con cui il regime esercita il ricatto.

Anche utilizzando massicciamente le armi economiche, come i droni navali e quelli low cist comandati dall’intelligenza artificiale su modello ucraino che ha utilizzato, indisturbata, negli ultimi giorni per distruggere i porti iraniani.

Una strategia coerente potrebbe comprendere:

la distruzione sistematica dei siti di produzione missilistica;

l’eliminazione dei depositi e dei lanciatori;

la soppressione delle difese aeree residue;

l’interdizione delle importazioni strategiche;

il controllo delle rotte marittime e delle isole utilizzate per minacciare la navigazione;

la neutralizzazione delle infrastrutture energetiche e finanziarie che sostengono Pasdaran e apparato repressivo;

nessuna occupazione del territorio;

nessuna amministrazione americana dell’Iran;

nessuna esposizione di grandi contingenti terrestri.

È una guerra post-eroica: combattuta soprattutto con aerei, navi, droni, intelligence, satelliti e munizioni di precisione.
Il suo obiettivo non è piantare una bandiera americana a Teheran, ma impedire ai Pasdaran di continuare a finanziare e ricostruire la propria macchina militare.

Sarcina evoca  quindi lo spettro di una guerra terrestre che nessuno è obbligato a intraprendere.

5. Hormuz non è l’arma assoluta dell’Iran: è un’arma a doppio taglio

Sarcina tratta la chiusura dello Stretto come se costituisse un vantaggio quasi unilaterale dell’Iran.
Non è così.

Il blocco di Hormuz produce certamente effetti gravissimi sull’economia mondiale.

Fa aumentare il prezzo del petrolio, colpisce gli importatori asiatici, danneggia l’Europa, mette sotto pressione le monarchie del Golfo, alimenta l’inflazione americana e crea difficoltà elettorali a Trump.

Ma nello stesso momento:

riduce le esportazioni iraniane;

comprime le entrate in valuta;

ostacola le importazioni;

aumenta il costo dei beni essenziali;

impoverisce la popolazione iraniana;

indebolisce la capacità dello Stato di pagare gli apparati;

rende più difficile ricostruire missili e infrastrutture;

legittima una guerra sempre più feroce e ampia contro l’Iran;

coalizza contro Teheran praticamente tutti i grandi attori economici;

accelera la costruzione di rotte energetiche alternative.

L’Iran può ferire i propri avversari attraverso Hormuz, ma lo fa strangolando contemporaneamente sé stesso.

La vera domanda non è dunque se il blocco provochi danni a all’economia mondiale.
Li provoca.

La domanda è quale delle due parti possa sopportarne più a lungo le conseguenze senza compromettere le proprie funzioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono subire inflazione, rincari e contraccolpi elettorali. L’Iran rischia di non riuscire più a finanziare la macchina militare e repressiva da cui dipende la sopravvivenza del regime.

Non sono vulnerabilità equivalenti.

6. Colpire le infrastrutture energetiche significa colpire il cuore finanziario del regime

La tesi persuasiva di Luttwak consiste nel non limitarsi a colpire la punta militare, ma nel demolire la base economica che rende possibile l’intero sistema di potere iraniano.

L’Iran possiede enormi risorse petrolifere e di gas, ma dispone di infrastrutture inefficienti, insufficienti e vulnerabili.
Da anni soffre di carenze elettriche, difficoltà nella distribuzione del gas, insufficienza degli investimenti, problemi idrici e dipendenza da reti energetiche obsolete.

Il regime ha sottratto risorse allo sviluppo civile per finanziare missili, droni, programma nucleare, Pasdaran e milizie esterne. È arrivato al conflitto già economicamente fragile, con un sistema energetico incapace di trasformare pienamente le immense risorse naturali del Paese in stabilità economica e benessere sociale.

Se gli Stati Uniti distruggessero selettivamente:

raffinerie;

impianti petrolchimici;

terminali di esportazione;

depositi di carburante;

gasdotti;

sottostazioni elettriche;

centrali che alimentano le industrie militari;

infrastrutture logistiche utilizzate dai Pasdaran;

sistemi di pompaggio e distribuzione al servizio dell’apparato bellico;

l’effetto non sarebbe soltanto una riduzione della capacità di produrre missili.

Verrebbe colpita la capacità fiscale e distributiva dello Stato rivoluzionario.

Il regime iraniano non vive di sola ideologia. Vive di petrolio, gas, valuta, stipendi, appalti, concessioni, privilegi, reti clientelari e redistribuzione selettiva delle risorse.
La lealtà dei Pasdaran, dei Basij e dell’intero apparato non dipende esclusivamente dalla fede rivoluzionaria.

Dipende anche da salari, carriere, benefici economici, accesso alle imprese controllate, assistenza alle famiglie e protezione sociale.

Un regime può ordinare ai propri uomini di sacrificarsi.

Non può chiedere indefinitamente a un intero apparato coercitivo di funzionare senza carburante, elettricità, comunicazioni, munizioni e retribuzioni.

Può reprimere una protesta. Non può reprimere la mancanza di energia.

Può censurare le notizie. Non può censurare un blackout.

Può arrestare gli oppositori. Non può arrestare il collasso di una raffineria.

Può imporre sacrifici alla popolazione. Non può distribuire ciò che non possiede più.

È qui che il tempo diventa il nemico più pericoloso dei Pasdaran. Non perché la popolazione iraniana sia automaticamente destinata a ribellarsi, ma perché la macchina di controllo e di guerra richiede un flusso costante di risorse materiali.

Il regime può sopravvivere alla povertà della popolazione.

Molto più difficilmente può sopravvivere alla paralisi finanziaria e logistica del proprio apparato coercitivo.

7. Pagare il ricatto sarebbe una catastrofe strategica

Sarcina sembra considerare il pagamento di un pedaggio iraniano — diretto, indiretto o mascherato da accordo politico — come una soluzione forse sgradevole, ma pragmaticamente preferibile a una prosecuzione del conflitto.

È vero il contrario.

Cedere al ricatto di Hormuz non produrrebbe una pace stabile. Produrrebbe la legalizzazione del ricatto.

Le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Primo: il ricatto diventerebbe permanente

Se l’Iran ottenesse vantaggi economici o politici dopo avere bloccato uno stretto internazionale, avrebbe dimostrato che la minaccia funziona. Non avrebbe alcun incentivo a rinunciare allo strumento.

Potrebbe riattivarlo ogni volta che volesse ottenere denaro, alleggerimento delle sanzioni, concessioni sul nucleare o riconoscimento politico.

Non si comprerebbe la pace. Si comprerebbe una tregua revocabile in qualsiasi momento da Teheran.

Secondo: il precedente travolgerebbe la libertà di navigazione

Hormuz non è una strada privata iraniana. È uno dei principali passaggi marittimi internazionali del pianeta. Accettare che uno Stato possa chiuderlo e poi farsi pagare per riaprirlo significherebbe trasformare la libertà di navigazione da principio giuridico a concessione estorta.

Il diritto internazionale verrebbe sostituito dal pedaggio imposto da chi controlla militarmente un collo di bottiglia.

Terzo: ogni stretto strategico diventerebbe un potenziale strumento di estorsione

Il precedente sarebbe osservato in tutto il mondo. Bab el-Mandeb, Malacca, il Mar Rosso, il Mar Cinese Meridionale e altri passaggi strategici diverrebbero luoghi nei quali il controllo militare potrebbe essere convertito in rendita politica ed economica.

Ogni potenza regionale imparerebbe che minacciare il commercio globale è un modo efficace per ottenere concessioni.

Quarto: le assicurazioni incorporerebbero un rischio permanente

Anche dopo un accordo, le compagnie assicurative non dimenticherebbero che lo Stretto può essere richiuso in qualsiasi momento. I premi resterebbero elevati, i noli aumenterebbero, gli investimenti verrebbero ridotti e l’intero commercio energetico del Golfo resterebbe sottoposto a un costo strutturale.

La crisi non finirebbe. Verrebbe semplicemente capitalizzata nei prezzi.

Quinto: gli alleati degli Stati Uniti perderebbero fiducia

Arabia Saudita, Emirati, Israele, Giappone, Corea del Sud e partner europei vedrebbero Washington accettare che un regime ostile imponga un pedaggio sul traffico energetico mondiale.

La credibilità americana non subirebbe un danno circoscritto al Medio Oriente. Verrebbe messa in discussione ovunque gli Stati Uniti garantiscono rotte, alleanze e libertà di navigazione.

Sesto: la Cina sarebbe la vera beneficiaria politica

Pechino potrebbe presentarsi come interlocutore indispensabile di Teheran e come mediatore alternativo agli Stati Uniti. Nello stesso tempo osserverebbe che Washington non è disposta a sostenere i costi necessari per difendere un passaggio marittimo vitale.

La lezione avrebbe conseguenze dirette anche nell’Indo-Pacifico.

Settimo: il regime iraniano trasformerebbe l’aggressione in una rendita

I proventi dell’accordo non verrebbero destinati prioritariamente alla popolazione.

Alimenterebbero proprio gli strumenti che hanno reso possibile il ricatto: missili, droni, difese costiere, Pasdaran, milizie e infrastrutture militari.

L’Occidente finirebbe per finanziare la ricostruzione della minaccia che ha appena premiato.

Ottavo: la prossima crisi sarebbe più grave

Una volta incassato il successo, l’Iran avrebbe il tempo e le risorse per rendere la chiusura successiva più efficace.

Rafforzerebbe batterie costiere, mine, droni navali, missili antinave e sistemi di occultamento.

La concessione di oggi finanzierebbe il ricatto di domani.

Nono: l’Europa consacrerebbe la propria irrilevanza

Pagare per evitare il conflitto equivarrebbe a dichiarare che l’Europa non è in grado di difendere né il diritto internazionale né le rotte da cui dipende la propria economia.

Non sarebbe prudenza. Sarebbe abdicazione strategica.

Decimo: il messaggio agli altri regimi sarebbe devastante

La conclusione sarebbe semplice: l’Occidente può essere costretto a cedere purché il danno economico sia abbastanza elevato e la pressione abbastanza prolungata.

È difficile immaginare un incentivo più pericoloso alla proliferazione missilistica, nucleare e navale.

Cedere al ricatto non eviterebbe dunque una catastrofe. La preparerebbe.

8. Gli Stati Uniti non guadagnano necessariamente dal blocco, ma possono sostenerlo assai meglio

L’aumento del prezzo del petrolio produce inflazione, rincari dei carburanti, riduzione dei consumi, danni ai partner commerciali e costi elettorali per l’amministrazione.

Ma la questione decisiva è comparativa.

Gli Stati Uniti sono una grande potenza energetica. Dispongono di produzione interna, riserve, infrastrutture alternative, accesso ai mercati finanziari e capacità di assorbire shock che per l’Iran sarebbero esistenziali.

Inoltre, una parte dell’industria energetica americana beneficia dell’aumento dei prezzi.
Washington può compensare settori colpiti, modificare la politica fiscale, utilizzare le riserve strategiche, coordinarsi con altri produttori e distribuire il costo sull’intera economia.

L’Iran non dispone di strumenti analoghi.

Per Teheran, la perdita dei ricavi energetici significa meno valuta, meno importazioni, meno componenti industriali, meno denaro per gli stipendi, meno risorse per la repressione e minore capacità di ricostruire quanto viene distrutto.

Per gli Stati Uniti il blocco è un grave problema economico e politico. Per il regime iraniano può diventare una crisi di sopravvivenza.

9. Le monarchie del Golfo non possono comprare una sicurezza duratura

Sarcina attribuisce rilievo alla disponibilità di alcune monarchie arabe a pagare pur di riaprire i traffici.

È comprensibile dal punto di vista dell’emergenza, ma strategicamente miope.

Un soggetto che paga un’estorsione non elimina la minaccia.

Dimostra soltanto che l’estorsione funziona.

Arabia Saudita ed Emirati possono costruire oleodotti, terminali alternativi e rotte che aggirano parzialmente Hormuz. Ma non possono trasferire altrove città, raffinerie, porti, impianti di dissalazione, aeroporti, centrali e infrastrutture energetiche.

L’Iran dispone di missili e droni capaci di colpire ben oltre lo Stretto. Può spostare la pressione sulle coste saudite, sugli Emirati, sul Mar Rosso e sulle infrastrutture terrestri.

Il problema non è semplicemente aggirare Hormuz.

È eliminare la capacità iraniana di sottoporre l’intera regione a ricatto permanente.

Le monarchie del Golfo non possono scegliere indefinitamente la neutralità. Possono differire il confronto, ma non eliminarlo. Prima o poi devono decidere se vivere sotto la minaccia iraniana oppure contribuire a neutralizzarla.

10. L’Europa è politicamente utile, ma militarmente non indispensabile

Sarcina attribuisce al rifiuto europeo un valore quasi decisivo.

È vero che la mancata partecipazione europea indebolisce la legittimazione politica dell’azione americana e aumenta il peso materiale sugli Stati Uniti.

Ma non rende impossibile la strategia di logoramento.

Gli europei potrebbero contribuire con navi di scorta, dragamine, difesa aerea, intelligence, supporto logistico e protezione dei mercantili.

Sarebbe importante. Ma la capacità di colpire in profondità l’Iran, sopprimere le difese, individuare i lanciatori, controllare lo spazio marittimo e sostenere una campagna prolungata appartiene principalmente agli Stati Uniti.

Israele può fornire intelligence e capacità di attacco. Le monarchie arabe possono offrire basi, rifornimenti e copertura logistica. Washington dispone già degli strumenti essenziali.

L’assenza dell’Europa rende la campagna politicamente più difficile.

Non la rende militarmente impraticabile.

Sarcina passa invece, senza dimostrarlo, dalla constatazione che gli europei non vogliono combattere alla conclusione che non esista una valida opzione militare.

È un salto logico.

11. Il vero problema non è la potenza americana, ma la volontà di usarla

Su un punto Sarcina coglie una questione reale: Trump può essere condizionato dai sondaggi, dai prezzi dell’energia e dalle elezioni. Ma anche questa osservazione non conduce alla conclusione che egli debba necessariamente cedere.

Esiste un costo politico della guerra. Esiste però anche un costo politico della capitolazione.

Un presidente che, dopo mesi di minacce e operazioni militari, accettasse di riconoscere all’Iran un pedaggio su Hormuz apparirebbe non come un pacificatore, ma come un leader ricattato e sconfitto.

La stessa psicologia di Trump rende possibile l’esito opposto a quello previsto da Sarcina.

Davanti all’umiliazione pubblica, potrebbe scegliere l’escalation proprio per recuperare credibilità.

Il punto fondamentale, comunque, è un altro: il limite americano è la volontà politica, non la capacità strategica.

L’Iran non è più forte degli Stati Uniti.

Sta cercando di convincere gli Stati Uniti che esercitare la propria superiorità sia troppo costoso.

È una differenza essenziale.

Se Washington mantiene coerenza, seleziona correttamente i bersagli, protegge per quanto possibile la popolazione civile e concentra gli attacchi sull’apparato militare, energetico e finanziario dei Pasdaran, il tempo non favorisce Teheran.

Ogni mese aggiuntivo significa per l’Iran meno missili, meno impianti, meno ricavi, meno importazioni, più blackout, più disoccupazione, più difficoltà nel pagare gli apparati e minore capacità di ricostruire.

Per gli Stati Uniti significa costi economici, consumo di munizioni e pressione politica. Sono costi seri, ma non minacciano l’esistenza dello Stato americano.

Per il regime iraniano, invece, il deterioramento può diventare sistemico.

Conclusioni

L’errore fondamentale di Sarcina consiste nel dare per scontato che una dittatura sia per definizione più resistente di una democrazia e che, quindi, il tempo favorisca automaticamente i Pasdaran.

Ma la resistenza politica non sostituisce le risorse materiali.

L’Iran può imporre sofferenze alla propria popolazione. Non può produrre elettricità con la propaganda, ricostruire raffinerie con la repressione, fabbricare missili senza componenti, pagare i Basij senza denaro o alimentare i Pasdaran senza petrolio e gas.

Gli Stati Uniti non hanno bisogno di invadere l’Iran. Devono soltanto impedirgli di continuare a finanziare e rigenerare la macchina del ricatto.

Pagare per riaprire Hormuz non sarebbe pragmatismo. Sarebbe la trasformazione di uno stretto internazionale in una dogana rivoluzionaria iraniana, la legittimazione dell’estorsione come strumento di politica estera e il finanziamento della prossima minaccia.

La vera alternativa non è tra resa e invasione.

È tra due strategie:

accettare che l’Iran venga premiato per avere sequestrato una delle arterie vitali dell’economia mondiale;

oppure utilizzare la superiorità aeronavale occidentale per rendere progressivamente insostenibile il ricatto, senza occupare il Paese e senza sacrificare migliaia di soldati.

Sarcina tratta la prima opzione come realismo e la seconda come avventurismo.

È il contrario.

Il vero avventurismo sarebbe dimostrare all’Iran — e al resto del mondo — che bloccare il commercio globale paga.

La parte più forte, a mio giudizio, è il nesso tra energia, capacità fiscale e fedeltà dell’apparato repressivo: non basta dire che i bombardamenti impedirebbero di produrre missili; bisogna mostrare che possono progressivamente rendere impossibile finanziare lo Stato dei Pasdaran.

 

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briandinazareth
1 ora fa, Roberto M ha scritto:

Non e’ Claudio. Non spreco Token costosi per diletto.

:classic_biggrin:

 

Per il bene del forum,  evita di inondare di contenuti fiumi fatti con la ai il forum. 

 

Se proprio vuoi usarla, ma sarebbe molto meglio non farlo, scrivi dei prompt intelligenti che producano roba più stringata

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Ho notato una marcata idiosincrasia anche verso i pronomi femminili: sarà merito del contagioso eloquio del PdC, dell'antifemminismo del Vestaglia, di quello del Tromphio oppure degli ayatollah?

Sarà mica un effetto del paradosso quantistico? :classic_biggrin:

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«Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran», ha scritto un ufficiale dell’intelligence del Comando centrale degli Stati Uniti in un messaggio inviato mercoledì scorso a un ampio gruppo di analisti militari. Innovativo crowdsourcing, certo: fa però correre la mente al generale Eisenhower, faticoso immaginarlo mentre lancia un sondaggio — via bussolotti — tra i fantaccini in materia di copertura aerea per il D-Day. Certo il «brainstorming» allargato è una bella cosa, anche se chi ha un po’ di pratica aziendale riconosce che le riunioni aperte con la richiesta «non esistono cattive idee» vengono di solito lanciate da manager se non proprio alla canna del gas almeno in fortissima difficoltà.

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10 ore fa, Roberto M ha scritto:

Sarcina sembra considerare il pagamento di un pedaggio iraniano — diretto, indiretto o mascherato da accordo politico — come una soluzione forse sgradevole, ma pragmaticamente preferibile a una prosecuzione del conflitto.

È vero il contrario.

Cedere al ricatto di Hormuz non produrrebbe una pace stabile. Produrrebbe la legalizzazione del ricatto.

Le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Non ho letto il pesantissimo elaborato della ia, mi sono soffermato sui punti sopra riportati. Per caso si dice in seguito che Trump avrebbe fatto meglio a non dare inizio guerra improvvisata, non pianificata, rischiosa, senza uscita e catastrofica per le economie mondiali? Dice che Obama aveva raggiunto un accordo, il JCPOA, migliore della migliore soluzione possibile di questa crisi, senza avventurismi e azzardi e senza consegnare agli iraniani la vera arma di deterrenza, ovvero il ricatto dello stretto di Hormutz?

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